Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam

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sabato 25 dicembre 2010

Monsignor Romero: una morte annunciata




testo dal sito
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=497
“Il Vangelo di oggi ci conferma la tremenda dottrina di Cristo che ci invita a non aver paura della persecuzione, perché credete fratelli chi si scaglia contro i poveri condividerà il loro stesso destino e noi in Salvador sappiamo qual è il destino dei poveri: desaparecidos, essere catturati, essere torturati e riapparire cadaveri”. Mons. Romero

Le sue denunce contro la violenza, le torture e le sparizioni, le sue scarpe impolverate e il suo stare sempre dalla parte di chi ha bisogno, hanno fatto di lui un prete scomodo. Oggi per la Chiesa è un martire, per i campesinos sudamericani e per chi ama la sua figura un santo non ufficiale.
Per chi ha ordinato la sua morte la sua colpa è proprio questa: aver rotto il silenzio.
Ai poveri dell’America Latina Romero aveva promesso: “Se verrò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Romero diventa vescovo di Santiago de Marìa
Oscar Arnulfo Romero y Galdámez nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios un paese vicino alla città di San Miguel, ne El Salvador. Secondo di otto fratelli, la sua è una famiglia modesta. Suo padre è un telegrafista, mentre la madre è casalinga. Nel ’37 entra in seminario e pochi mesi dopo viene mandato a Roma per proseguire gli studi. Qui il 4 aprile del ‘42 viene ordinato sacerdote e inizia la tesi di dottorato, ma con lo scoppio della guerra si vede obbligato a tornare nel suo Paese.

Il suo impegno come sacerdote inizia nella parrocchia di Anamorós, per poi spostarsi a San Miguel, dove rimane per 20 anni. In seguito diviene segretario della Conferenza episcopale di El Salvador, fino a quando il 25 aprile del ’70 viene nominato Vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970: diventa così il collaboratore principale di Monsignor Luis Chàvez y Gonzàlez che, insieme a Rivera y Damas, è uno dei protagonisti della Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín (Colombia) del 1968 e sta realizzando i cambiamenti pastorali che il Concilio Vaticano II esige per lo sviluppo di un nuovo modo d’intendere il ruolo della Chiesa Cattolica in America Latina.
Questi poerò non vedono bene la nomina di Romero perché non in linea con il loro pensiero: egli è noto per essere un convinto conservatore. Intanto il 15 ottobre del ‘74 viene nominato Vescovo di Santiago de María, uno dei territori più poveri della nazione.

Il gesuita salvadoregno Salvador Carranza, racconta: «Quando lo elessero come nuovo arcivescovo, elessero quello che probabilmente rappresentava la parte più conservatrice. L’esercito e i giornali de El Salvador si rallegrarono e così anche Roma. Dicevano: “Abbiamo eletto qualcuno che sta dalla nostra parte”». Gli fa eco un altro gesuita Rodolfo Cardenal: «È chiaro che noi non eravamo contenti della sua nomina. Fu il primo ad accusarci pubblicamente di marxismo per l’organizzazione del nostro clero e le nostre convinzioni. Attaccava la nostra stessa teologia della liberazione».

Negli anni ‘70 la violenza ne El Salvador diviene spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Lo stesso giorno della nomina di Romero l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

Romero si dà anima e corpo alla causa dei poveri
Quella che da tutti viene chiamata la conversione, l’illuminazione di Romero avviene pochi mesi dopo la sua nomina e precisamente il 12 marzo del ’77 quando viene ucciso il gesuita Rutilio Grande da parte delle squadre della morte che lo trucidano con diversi colpi di mitra insieme ad altri due uomini. Il gesuita aveva fatto della sua vita una missione in aiuto dei poveri, soprattutto attraverso la creazione dei gruppi di auto-aiuto dei campesinos.

Giunto sul luogo del delitto Romero impone subito la sua volontà: verrà fatta una sola messa, un solo funerale. E all’opposizione dell’annunziatura, risponde: “Questi sacerdoti e il popolo stanno aspettando la messa unificata e la messa si farà”. Da questo momento Romero, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, vede chiaramente le ingiustizie, le repressioni, le torture (anche mentali) e gli omicidi che fino a quel momento avevano subito i poveri salvadoregni. Inizia quindi la sua azione di denuncia che pagherà poi con la morte.

La domenica seguente, il 9 marzo, nella Basilica di santa Marta, c’è moltissima gente: è venuta da diverse parti del Paese per assistere al funerale di Rutilio Grande. Nel corso della cerimonia viene trovato un sacchetto con vari candelotti di dinamite, fortunatamente però non esplodono e gli artificieri della polizia li disinnescano.

Nella sua omelia Romero parla chiaramente delle responsabilità dello Stato e del potere giuridico, nonché delle ingiustizie subite dal popolo salvadoregno. Riguardo al suo “cambiamento” Salvador Carranza racconta: «In quella messa di fronte ai cadaveri Romero era molto commosso; da quel momento ci rendemmo conto giorno dopo giorno che ci trovavamo di fronte a un Romero nuovo che iniziava a denunciare e a parlar chiaro». Apre quindi un’inchiesta su padre Rutilio Grande e chiude per tre giorni scuole e collegi. Istituisce inoltre una commissione permanente in difesa dei diritti umani.

Da questo momento condividere la strada degli umili, ascoltare il grido degli oppressi e lasciarsi evangelizzare da loro, sono i suoi imperativi.
Le sue omelie diventano sempre più famose e arrivano alle orecchie di migliaia di persone che vedono in lui la speranza. Una parte della Chiesa comincia però a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”.


L’assedio di Aguilares
La situazione politica si fa sempre più critica e intanto il 1 luglio del ‘77, il generale Carlos Humberto Romero leader del PCN (Partito di Conciliazione Nazionale), ovvero il centro-destra dei militari nazionalisti, sale al potere con un colpo di Stato. Romero rifiuta di presenziare alla cerimonia d’insediamento perché non era ancora stata fatta luce sulla morte di padre Grande.
Un anno dopo, il 21 giugno del ’78, a Roma Papa Paolo VI lo incoraggia a continuare sulla via intrapresa.

Intanto l’esercito, guidato dal governo, diviene sempre più violento e arriva anche a occupare le chiese, tra cui quella di Aguilares. È mattino presto e nella città iniziano a suonare le campane. Tutta la gente viene svegliata e viene dato loro l’ordine di non uscire di casa. I soldati sterminano più di 200 fedeli e occupano la città a cominciare dalla chiesa che viene profanata, in quanto “covo di marxisti infiltrati”, calpestando le ostie con gli scarponi. Viene sparso il terrore: molti sono i cittadini picchiati o incarcerati solo perché in casa tenevano una foto di padre Rutilio Grande. I militari per tre mesi non fanno avvicinare nessuno al paese fino a quando finalmente ricevono l’ordine di restituire la parrocchia ai fedeli. «A me tocca il destino di andar raccogliendo violenze e cadaveri e tutto quello che lascia dietro la persecuzione della Chiesa», dice Romero quando lo chiamano ad Aguilares. Arrivato con un gruppo di religiosi e sacerdoti afferma: “Ci troviamo qui oggi per riprendere possesso di questa chiesa parrocchiale e per ridare forza a tutti coloro che i nemici della Chiesa hanno calpestato. Voglio che sappiate che voi non avete sofferto da soli, perché la Chiesa siete voi. Siete voi il popolo di Dio; Gesù, oggi su questa terra”.

El Salvador subisce un nuovo colpo di Stato a opera dei colonnelli Majano e Gutierrez, il 15 ottobre del ’79.

Romero chiede aiuto
In questi anni la repressione conto la Chiesa non si scatena solamente contro Romero: sei sono i preti uccisi nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 quando altri sei gesuiti vengono uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia. Sui muri delle città si legge: “Haga patria, mate a un cura” (sii patriottico, uccidi un prete), è lo slogan della destra estrema. In tutto i preti che perderanno la vita in quegli anni sono 40.
Nel mondo cattolico più impegnato, a cui Romero presta le sue forze, benché si affermi di non avere ideologie politiche proprie, si preme per un impegno politico per la “liberazione” in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Romero, comunque, cerca più che altro di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo. Per questo viene definito reazionario.

Nel 1979 le omelie di Monsignor Romero ormai hanno raggiunto tutto il mondo, viene quindi candidato al premio Nobel per la pace. L’anno seguente, è il febbraio dell’‘80, riceve la laurea Honoris Causa dall’Università di Lovanio. In occasione del viaggio in Europa per ritirare la laurea, incontra Giovanni Paolo II e gli comunica le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo Paese sta attraversando. Con sé ha portato un copioso dossier. Ma in quell’occasione riceverà dal Papa solo un paternale rimbrotto: “Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese…” e il consiglio di non opporsi in quel modo alla lotta contro la sovversione.
Ma Romero vuole continuare a seguire la sua strada: il 17 febbraio dell’‘80 scrive al Presidente degli Stati Uniti, James Earl Carter, per chiedere di non inviare più aiuti militari in Salvador. Ma la sua richiesta non verrà esaurita. Durante l’omelia domenicale denuncia di aver ricevuto serie minacce di morte.

Oggi il gesuita Jose Maria Tojeira, dice di Romero: «È stata la cosa più impressionante della mia vita conoscere una persona non solo attraverso quello che vede la gente ma attraverso quello che la gente sente. Questa gente che soffriva terribilmente trovava in Romero la forza per sopportare l’assassinio dei suo figli, la guerra, per sopportare la fame e lottare con tanta speranza. Nella mia vita questo è un caso unico».


La morte
Nelle ore in cui Romero cerca di dare forza agli oppressi, infatti, qualcuno decide per il suo assassinio in una riunione segreta ricostruita da Oliver Stone nel suo film “Salvador” (1986).

Al “National Security Archive” americano di Washington che contiene tutti i documenti della CIA e del FBI resi noti c’è un rapporto datato 21 dicembre 1981, sull’assassinio di Romero. Si legge: “La decisione di assassinare l’arcivescovo fu presa in una riunione presieduta da Roberto d’Aubuisson. Durante al riunione tirarono a sorte il nome di colui che avrebbe premuto il grilletto”.

Romero sa che prima o poi lo uccideranno, ha molta paura ma a tutti dice: “Spero solo che quando ci proveranno non verranno colpiti degli innocenti”. Intanto in quei giorni le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l’arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano ancora una volta di morte.

Il 23 marzo del 1980, durante la sua omelia Romero afferma: «Desidero fare un appello agli uomini dell’esercito e in concreto alla guardia nazionale della polizia della caserme: fratelli, siete dello stesso popolo, ammazzate i vostri fratelli campesinos. Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “non ammazzare”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio!».
Forse è proprio con questo discorso che firma la sua condanna a morte.

La mattina del 24 marzo i seminaristi vanno a prenderlo per farlo distrarre un po’, sanno che è molto preoccupato e lo portano a fare una passeggiata al mare. Un suo amico, Salvador Barraza, racconta di quella giornata: «Andai a prendere Monsignore alle tre e mezza per andare dal medico, ricordo che era molto stanco e glielo dissi. Lui si fece una risata e disse: “Il cuore tra una pulsazione e l’altra riposa. E più ne ha più si riposa».

Alla sei del pomeriggio, mentre il sole inizia a tramontare, Romero comincia la consueta messa nell’ospedale della Divina Provvidenza. Ha il volto rivolto verso l’uscita mentre dice l’omelia: “Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, che in nome di Dio cessi la repressione”. Terminate le sue parole si sposta nella parte centrale della chiesa per l’offertorio, stende il corporale e appena si trova al centro dell’altare si sente uno sparo. Una pallottola partita dalla porta lo colpisce in pieno petto. Romero cadendo a terra afferra il corporale facendo spargere tutte le ostie; alcune si macchiano del suo sangue.

«Corsi ad aiutarlo – racconta una suora - ma vidi che era impossibile, perché l’emorragia era così forte, il sangue gli usciva dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. Non potevo fare nulla. La mia prima reazione non fu di paura, ma di rabbia. Guardai fuori per vedere chi lo aveva ucciso».

Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime.

Il funerale
Romero, per le sue posizioni apparentemente vicine alla Teologia della liberazione, ebbe sempre un rapporto difficile con la curia romana, tanto da non ottenere l’appoggio del nuovo Papa Giovanni Paolo II anche perché nei suoi primi mesi di pontificato non riusciva ad avere un chiaro quadro della situazione politica salvadoregna, soprattutto a causa delle scarse notizie, talvolta filtrate, che giungevano sulla sua scrivania.

A presenziare il funerale non c’è Giovanni Paolo II, ma il cardinal Corripio Ahumada arcivescovo di Città del Messico. Alla cerimonia partecipano circa 50.000 persone, colpite a loro volta da un’esplosione di cui non è mai stata chiaramente accertata l’origine. I morti sono 30, dovuti più alla folla in preda al panico (che calpesta anche le vittime), che non all’esplosione stessa.
Il Papa, nonostante le pressioni del governo salvadoregno volte a persuaderlo, si recherà a rendere omaggio a Monsignor Romero tre anni dopo, il 6 marzo del 1983 durante un viaggio in Sudamerica.

Nel 1997 viene aperta la causa di beatificazione di Romero della quale è stato nominato postulatore il Vescovo di Terni, Monsignor Vincenzo Paglia.

Giovanni Paolo II il 7 maggio del 2000 ha catalogato Romero tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una commossa evocazione al Colosseo: «Ricordati, Padre, dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti, come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico».


Ma chi lo ha ucciso?
La sua morte diviene un caso internazionale che coinvolge anche la CIA. Roberto White, ambasciatore americano in Salvador nel 1980, racconta: «Sapevamo della sua morte immediatamente, nel giro di un’ora e in 48 ore avevamo già individuato i responsabili del suo omicidio. Si trattava dell’estrema destra del gruppo di d’Aubuisson». FBI e CIA dunque servono assistenza agli investigatori salvadoregni, e la CIA in particolare apre un’inchiesta che però negli archivi di Washington è ancora piena di omissioni. Anche sulle squadre della morte ci sono moltissime censure, l’unico nome reso noto è proprio quello di Roberto d’Aubuisson.
Queste censure fanno capire quanto sia guardata a vista dagli americani tutta la situazione salvadoregna.

Ne El Salvador gli squadroni della morte si sviluppano tra il ‘67 e il ‘79: nascono come organizzazioni paramilitari di destra che hanno come scopo quello di identificare ed eliminare quelli che vengono considerati comunisti, e sono formati da militari, agenti di polizia in borghese e civili. Le loro attività cominciano in modo più violento a partire dalla fine degli anni ‘70 per poi diffondersi durante la Guerra Civile (1979-1992).
L’inchiesta della CIA mette in luce come si siano sviluppati in seno all’Agenzia Nazionale di Sicurezza Salvadoreña (ANSESAL) di cui era a capo proprio d’Aubuisson. Gli squadroni della morte agiscono clandestinamente e firmano i cadaveri mozzando le loro teste e legandogli i pollici dietro alla schiena; agiscono per runa precisa volontà politica: mantenere il Paese in uno stato di terrore e soggezione mediante l’uso della violenza.

Dalla dichiarazione di testimonianza di Amado Antonio Garay al giudice penale di San Salvador: Lavoravo come autista del capitano Alvaro Savaria. Il 24 di marzo del 1980 verso le 5 del pomeriggio, mi fu chiesto di condurre una macchina che era una Volkswagen rossa verso l’ospedale Divina Provvidenza. Seduto in macchina con me c’era un personaggio che non avevo mai visto, ricordo che aveva la barba. Mi ordinò di fermarmi davanti alla porta della chiesa e mi disse di chinarmi e di fare finta di riparare qualcosa. Sentii sparare un colpo di arma da fuoco, mi girai e vidi che l’uomo imbracciava un fucile. Tranquillo mi disse di ripartire, ma con calma. Tornammo a casa del capitano Alvaro Savaria appena arrivati l’uomo con la barba gli disse: “Missione compiuta”. Tre giorni dopo accompagnai il capitano in una casa dove c’era ad aspettarlo il maggiore d’Aubuisson. Ricordo che il capitano disse al maggiore: “Tutto quello che avevamo programmato per l’assassinio di Monsignor Romero è stato fatto”. Poi entrarono in casa.

Il capitano Savaria in seguito è stato processato, ma grazie alle protezioni politiche di cui aveva sempre goduto è riuscito a scappare come latitante. Mentre Roberto d’Aubuisson, mai processato, è morto a causa di un cancro all’età di 47 anni nel 1992.

Breve storia di Roberto d’Aubuisson
Ex ufficiale della guardia nazionale ed ex membro di ANSESAL, d’Aubisson entra in azione quando lascia i sevizi segreti e porta con sé un bagaglio prezioso di interi dossier messi a punto durante la sua carriera di 007. Nato a San Salvador il 23 agosto del ’43, sposato, con quattro figli, viene da una famiglia che lo educa al cattolicesimo. Giovanissimo entra nella scuola militare e lo mandano alla guardia nazionale, ovvero nel corpo repressivo del Paese. In seguito diviene capo di ANSESAL e inizia a partecipare a gruppi repressivi di estrema destra tra cui FALANGE, ovvero il Frente Armato Anti-comunista por la Guerra d’Eliminacion. Nell’82 fonda il partito di destra ARENA, attualmente al governo nel Paese. Nell’82 è presidente dell’assemblea costituente e fa riscrivere la Costituzione: è sua l’idea di concepire la giustizia non bendata che vede e giudica, così come l’ha fatta raffigurare in una statua ne El Salvador.

Di lui raccontano:
Sua sorella Marisa: Siamo di una famiglia di classe media. Siamo quattro fratelli. Roberto a scuola era un leader, organizzava disordini ed era indisciplinato. Aveva la prepotenza propria di tutti i militari salvadoregni. Quando finì la scuola militare gli diedero un incarico alla guardia nazionale.
In macchina aveva sempre una granata, la teneva sul cruscotto e una mitragliatrice. Inoltre teneva sempre una pistola alla cintura.

Carlos, il cameraman che lo seguiva: Mi chiedevano un certo tipo di riprese: i volti dei sindacalisti, degli studenti e degli operai che partecipavano alle manifestazioni. Poi studiavano dettagliatamente le immagini e dopo pochi giorni la gente che riprendevo veniva trovata morta nelle strade. Era un lavoro degli squadroni della morte. Lui si comportava in modo maleducato, offensivo. Gli piaceva prendere in giro gli altri, era prepotente, e gli piaceva molto l’alcol.

Armando Calderon Sol, presidente del partito Arena: Era un uomo molto attivo, un lavoratore instancabile, carismatico. Aveva molto successo con le donne, non riusciva a stare fermo. Il partito pensa che era un vero eroe, un vero nazionalista.

Ancora la Sorella: la gente di ARENA fu sempre ostile a Monsignor Romero, lo calunniarono, si burlarono di lui e lo spiavano per indagare le sue intenzioni. Penso che questo fosse il gruppo che Roberto frequentava e da questi nacque l’idea così crudele di assassinare Monsignor Romero. Per noi fu molto duro…era impossibile per noi accettare che fosse stato mio fratello a voler uccidere una persona che amavamo così tanto, una persona che per noi e il nostro popolo rappresentava la speranza.

Dopo la guerra il partito ARENA è sempre uscito vincitore alle urne e così è stato anche alle ultime elezioni, tenutesi nel 2004, che hanno decretato la vittoria netta del candidato Elìas Antonio Saca. In tempi recenti, sono sorte nuove pesanti critiche riguardo la volontà del ARENA di concedere al defunto d’Aubuisson, mandante dell’omicidio dell’arcivescovo Oscar Romero, l’onorificenza di “figlio meritevole de El Salvador”, titolo che alla fine però gli è stato dato.


Appendice: Lettera al presidente Carter
Signor Presidente,
in questi ultimi giorni è apparsa sulla stampa nazionale una notizia che mi ha vivamente preoccupato. Si dice che il suo governo stia studiando la possibilità di appoggiare ed aiutare economicamente e militarmente la Giunta di Governo.
Dal momento che lei è cristiano ed ha manifestato di voler difendere i diritti umani oso esporle il mio punto di vista pastorale su questa notizia e rivolgerle una petizione concreta.
Mi preoccupa fortemente la notizia che il governo degli Stati Uniti stia studiando la maniera per favorire la corsa agli armamenti de El Salvador inviandogli equipaggiamenti militari e mezzi (addestrare tre battaglioni). Nel caso questa notizia giornalistica corrispondesse a realtà, il contributo del suo Governo invece di favorire una maggior giustizia e pace ne El Salvador acutizzerebbe senza dubbio l’ingiustizia e la repressione contro il popolo organizzato, che da lungo tempo lotta perché vengano rispettati i suoi diritti umani fondamentali.
L’attuale Giunta di Governo e soprattutto le Forza Armate ed i corpi di sicurezza, disgraziatamente non hanno dimostrato la capacità di risolvere, nella pratica politica, i gravi problemi nazionali. In generale sono ricorsi alla violenza repressiva provocando un numero di morti e di feriti molto maggiore di quello dei regimi militari precedenti, la cui sistematica violazione dei diritti dell’uomo venne denunciata dalla stessa Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo.

La forza brutale con cui i corpi di sicurezza hanno recentemente allontanato ed assassinato gli occupanti della sede della Democrazia Cristiana, nonostante che la Giunta di Governo ed il Partito non avessero autorizzato l’operazione evidenzia che la Giunta e la Democrazia Cristiana non governano il Paese ma che il potere politico è nelle mani di militari senza scrupoli che sanno solo reprimere il popolo e favorire gli interessi dell'oligarchia salvadoregna .
Se è vero che nel novembre scorso “un gruppo di sei americani distribuì ne El Salvador duecentomila dollari in maschere a gas e giubbotti antiproiettile e ne insegnò l’uso durante le manifestazioni”, lei si renderà conto che da allora i corpi di sicurezza, dotati di più efficace protezione personale, hanno represso con violenza ancora maggiore la popolazione utilizzando armi mortali.
Perciò, dal momento che, come salvadoregno ed Arcivescovo dell’Archidiocesi di San Salvador, ho l’obbligo di vegliare perché regnino la fede e la giustizia nel mio Paese, le chiedo, se veramente vuole difendere i diritti dell’uomo, di:
-impedire che venga fornito questo aiuto militare al Governo salvadoregno;
-garantire che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche, nella determinazione del destino del popolo salvadoregno.

Stiamo vivendo nel nostro Paese momenti di gravi crisi economica, ma è indubbio che ogni giorno il popolo si organizza e si rende conto di essere responsabile del futuro de El Salvador e l’unico in grado di superare la crisi.

Sarebbe ingiusto e deplorevole che per l’intromissione di potenze straniere il popolo salvadoregno venisse frustrato e represso e le venisse impedito di decidere quale autonomia di tracciato economico e politico che deve seguire.
Significherebbe violare il diritto che il Vescovi latino-americano riuniti a Puebla hanno riconosciuto pubblicamente: “La legittima autodeterminazioni dei nostri popoli permette loro di organizzarsi secondo il proprio carattere e scegliere il cammino della propria storia, cooperando al nuovo ordine internazionale” (Puebla 505).
Spero che i suoi sentimenti religiosi e la sua sensibilità nella difesa dei diritti dell’uomo la muovano ad accettare la mia petizione, evitando ulteriori spargimenti di sangue in questo Paese che soffre tanto.

17 Febbraio 1980
Oscar A. Romero, Arcivescovo.

giovedì 23 dicembre 2010

Compagnia di Gesù








dal sito ufficiale http://www.gesuiti.it/storia/91/16/schedabase.asp
Anzitutto, chi sono i gesuiti? Sono "religiosi", cioè persone consacrate con voti all'amore e al servizio di Dio, della Chiesa e degli uomini. Soltanto che, oltre ai tre voti di povertà, castità e obbedienza comuni a tutti i religiosi, i gesuiti "professi" fanno un quarto voto di speciale obbedienza al Papa, il quale in forza di tale voto può mandarli in ogni parte del mondo e affidare loro qualsiasi "missione" egli ritenga necessaria o utile per il bene della Chiesa.
In quanto religiosi, i gesuiti fanno parte di un particolare Ordine religioso, che si chiama la "Compagnia di Gesù" (in latino, Societas Iesu; in sigla "S.I." Quando la traduzione ufficiale latina del Vangelo utilizzava la lettera "J" per il nome di Gesù, Jesus, la sigla dei Gesuiti era "S.J.").
È importante notare che il termine "Compagnia" non ha un significato militare (come alcuni pensano, parlando dei gesuiti come dei "soldati del Papa"), ma significa soltanto un gruppo di persone che stanno insieme per il raggiungimento di uno scopo. Invece, nell'espressione "Compagnia di Gesù" il termine significativo è "di Gesù": esso vuol dire, infatti, che i gesuiti fanno di Gesù il centro e lo scopo della loro vita, vogliono essere "compagni di Gesù", cercando in ogni modo di imitarlo nella sua vita e nella sua morte; vogliono lavorare con Lui nella vita apostolica e vogliono servirlo nella sua Chiesa con la maggiore dedizione possibile, a costo di ogni sacrificio, fino a quello della vita. Questo è il nucleo essenziale della spiritualità dei gesuiti, che essi attingono anche dagli Esercizi Spirituali di sant'Ignazio di Loyola, loro fondatore, ed è la spiegazione ultima di quanto c'è di grande e di eroico nella loro storia.Certamente in questa storia non tutto è grande ed eroico. Ci sono deficienze, miserie, infedeltà al Vangelo, come in ogni gruppo di uomini, segnati dai peccati dell'orgoglio, dell'ambizione, dalla ricerca dei propri interessi umani e mondani. Ma quello che stupisce chi ripercorre anche frettolosamente la storia della Compagnia di Gesù è che in essa è fiorita in modo eccezionale la santità cristiana: sono oltre 50 i gesuiti che la Chiesa ha proclamati "santi" e oltre 150 quelli proclamati "beati". La maggior parte di essi hanno sofferto il martirio per la fede. A questi santi e beati va aggiunta una moltitudine immensa di gesuiti che, in ogni parte del mondo, hanno sofferto il martirio o hanno vissuto santamente secondo il Vangelo.
da Wikipedia:
La Compagnia di Gesù (in latino Societas Jesu) è un istituto religioso maschile di diritto pontificio: i membri di questo ordine di chierici regolari, detti Gesuiti, pospongono al loro nome la sigla S.I.[1][2]
L'ordine venne fondato da Ignazio di Loyola che, con alcuni compagni, a Parigi nel 1534 fece voto di predicare in Terra Santa (progetto abbandonato nel 1537) e di porsi agli ordini del papa: il programma di Ignazio venne approvato da papa Paolo III con la bolla Regimini militantis ecclesiae (27 settembre 1540).[3]
Espulso da vari paesi europei nella seconda metà del XVIII secolo, l'ordine venne soppresso e dissolto da papa Clemente XIV nel 1773 (la Compagnia sopravvisse però nella Russia Bianca poiché la zarina Caterina II rifiutò l'exequatur al decreto papale di soppressione); venne ricostituito da papa Pio VII nel 1814.[4]
I gesuiti osservano il voto di totale obbedienza al papa e sono particolarmente impegnati nelle missioni e nell'educazione.[1]
Le origini [modifica]
Il fondatore [modifica]

Ignazio di Loyola in un'incisione di William Holl
Íñigo López de Loyola nacque, ultimo di tredici figli, attorno al 1491 da una nobile famiglia basca. A tredici anni venne inviato a Arévalo come paggio del primo tesoriere di Ferdinando II d'Aragona, Juan Velázquez de Cuéllar, e nel 1517 si arruolò nelle truppe del viceré di Navarra, il duca di Nájera Antonio Manrique de Lara, prendendo parte alle guerre di Carlo V contro Francesco I: durante la difesa di Pamplona, assediata dai francesi, venne colpito da una palla di cannone che gli sfracellò la gamba destra e gli ferì la sinistra, costringendolo a claudicare per tutta la vita.[5]
Durante il periodo di convalescenza nel castello di Loyola, che trascorse leggendo la Vita Christi di Ludolfo di Sassonia e la Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, maturarono in lui i germi di una profonda crisi spirituale e si convertì: deciso a recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme, sostò presso il monastero benedettino di Montserrat e, trascorsa una notte in preghiera davanti all'immagine della Madonna nera, depose le sue armi ai piedi dell'immagine sacra e prese l'abito e il bastone da pellegrino. Si diresse quindi a Manresa, dove rimase un anno vivendo ricche esperienze interiori: lesse l'Imitazione di Cristo, testo a cui rimase legato per tutta la vita e iniziò a cercare la pace dell'anima attraverso opere straordinarie di penitenza, poi ritrovò la serenità d'animo e attenuò le sue austerità; durante il soggiorno a Manresa cominciarono a prendere forma gli elementi essenziali dei suoi Esercizi spirituali.[6]
Nel 1523 raggiunse Venezia e si imbarcò per Gerusalemme, dove visitò i luoghi santi. Dovette però abbandonare il progetto di stabilirsi in Palestina per il divieto di soggiorno impostogli dai frati francescani dalla Custodia di Terra Santa.[7] Tornato in Spagna con il desiderio di abbracciare il sacerdozio, riprese gli studi a Barcellona, poi presso l'università di Alcalá dove, per il suo misticismo, venne sospettato di essere un alumbrado e venne tenuto in carcere dall'Inquisizione per quarantadue giorni. Si trasferì quindi a Salamanca e poi, per completare la sua formazione, a Parigi, dove arrivò il 2 febbraio 1528.[8]
A Parigi Íñigo cominciò a farsi chiamare Ignazio, che pensava essere una variante del suo nome: in realtà, Íñigo era la forma basca del nome Innico o Enecone, che gli era stato imposto in omaggio a sant'Enecone, abate benedettino di Oña, il cui culto era particolarmente sentito nella sua terra.[9]
I primi compagni di Ignazio [modifica]

Il voto di Montmartre

Dio Padre e Cristo con la Croce appaiono a Ignazio presso La Storta. Incisione di Jean LeClerc
Iscrittosi al Collège Saint-Barbe, ebbe come compagni di stanza Pierre Favre, figlio di un umile pastore della Savoia, e Francesco Saverio, di nobile famiglia della Navarra;[10] nel 1533 incontrò Diego Laínez e Alfonso Salmerón, anch'essi spagnoli e provenienti dall'università di Alcalá che, essendo appena giunti in Francia e non conoscendo bene la lingua del posto, si legarono molto a lui.[11] Nel 1534 si unirono al gruppo di compagni di Ignazio il portoghese Simão Rodrigues e Nicolás Bobadilla, spagnolo, che aveva studiato teologia e filosofia ad Alcalá e Valladolid.[12]
Favre venne ordinato sacerdote agli inizi del 1534. Il 15 agosto 1534 (festa dell'Assunzione di Maria), nella cappella della Vergine a Montmartre (sorta sul luogo tradizionale del martirio di san Dionigi e dei suoi compagni), Favre celebrò l'eucaristia e, prima della comunione, accolse i voti di Ignazio, Saverio, Laínez, Salmerón, Rodrigues e Bobadilla; poi pronunciò i suoi voti e si comunicò. Non si conosce il testo della formula del voto emesso dai compagni, ma doveva trattarsi di quelli di povertà, di recarsi a Gerusalemme e mettersi a disposizione del papa (la promessa di castità era implicita, essendo tutti aspiranti al sacerdozio).[13]
Prima di partire da Parigi per Gerusalemme, ai sei si unirono tre francesi, Claude Jay, Paschase Broët e Jean Codure, e giunti a Venezia per imbarcarsi si aggregò alla comunità anche il prete andaluso Diego Hoces.[14]
La nascita dell'ordine [modifica]
Poiché imbarcarsi per la Palestina in inverno non era possibile, i compagni trascorsero l'attesa lavorando gratuitamente presso gli ospedali veneziani degli Incurabili e dei Santi Giovanni e Paolo; si recarono poi a Roma, dove vennero accolti favorevolmente da papa Paolo III, che benedisse il loro pellegrinaggio, diede loro del denaro per pagarsi il viaggio e diede a tutti il permesso di farsi ordinare sacerdoti da un vescovo a loro scelta (fino ad allora, solo Favre e Hoces erano preti).[15]
I compagni emisero i voti di povertà e castità nelle mani di Girolamo Verallo, legato pontificio a Venezia; Ignazio (assieme a Saverio, Laínez, Rodrigues, Bobadilla e Codure) venne ordinato sacerdote il 24 giugno 1537 da Vincenzo Nigusanti, vescovo di Arbe in Dalmazia, nella cappella privata della residenza del presule a Venezia.[16] Subito dopo si divisero in gruppi di due o tre individui e si stabilirono in diverse città (Verona, Vicenza, Treviso, Monselice, Bassano) dove si dedicarono alla predicazione per le strade, vivendo di elemosina e alloggiando dove capitava. Avvicinandosi l'inverno, il gruppo si riunì a Vicenza e, preso atto che il desiderato viaggio a Gerusalemme non era fattibile, decisero di stabilirsi in nuove città (soprattutto universitarie, dove avrebbero potuto trovare nuovi giovani aspiranti a unirsi alla comunità).[17]
Prima di lasciarsi, decisero di chiamarsi Compagnia di Gesù, perché Cristo era il loro unico modello, colui a cui essi dedicavano tutta la vita. Il termine compagnia era molto utilizzato nel nome delle confraternite e di altre società ecclesiastiche: diversamente da quanto tradizionalmente si ritiene (anche gli storici gesuiti Jerónimo Nadal e Juan de Polanco sposarono l'idea) la parola "compagnia" non venne adottata per la sua connotazione militare.[15]
Nel novembre del 1537, Ignazio, Favre e Laínez si recarono nuovamente a Roma. Secondo la tradizione presso La Storta, a nove miglia dalla città, Ignazio ebbe una delle sue più celebri esperienze mistiche: ricevette la visione di Dio Padre insieme a Cristo con la Croce che lo invitavano a essere loro servo e gli assicuravano sostegno a Roma. Paolo III accolse calorosamente i gesuiti e diede a Favre e Laínez l'incarico di insegnare teologia e sacre scritture alla Sapienza. I tre divennero celebri dando gli Esercizi spirituali, predicando per l'avvento e la quaresima in Trinità dei Monti e per le strade, assistendo la popolazione colpita dalla carestia.[18]
L'approvazione pontificia [modifica]

Il 3 settembre 1539 Paolo III approva oralmente la Formula instituti di Ignazio
Ignazio e i compagni iniziarono a essere richiesti dagli alti prelati della Curia che diedero loro incarichi importanti (il cardinale Carafa affidò loro la riforma di alcuni monasteri). Crescendo la loro importanza, nei primi mesi del 1539 i membri della Compagnia si riunirono spesso per discutere del futuro della comunità e il 15 aprile, durante una messa presieduta da Favre, vennero interrogati sulla loro disponibilità ad andare a costituire un ordine e a farne parte.[19] Le loro discussioni si protrassero fino al 24 giugno e portarono alla stesura dei "Cinque capitoli", il testo base della Formula instituti.[20]
La Formula, approvata da Paolo III il 3 settembre 1539, conteneva i principali fondamenti della Compagnia: il carattere apostolico, il fine di far progredire gli uomini nella fede e nella cultura religiosa, la povertà, l'obbedienza alla Santa Sede e al preposito, l'abolizione degli uffici corali, la promessa di recarsi ovunque il papa avesse indicato.[3]
Il testo venne sottoposto all'esame di una commissione di cardinali. Gasparo Contarini appoggiò incondizionatamente la formula; Girolamo Ghinucci, vedendo nell'abolizione del coro una concessione al luteranesimo, manifestò forti riserve; Bartolomeo Guidiccioni, ostile al clero regolare, cercò di ostacolare la nascita dell'ordine. Alla fine la commissione diede il suo parere favorevole, ma Guidiccioni concesse il suo voto favorevole solo in cambio dell'imposizione alla Compagnia di un limite massimo di sessanta membri (all'epoca, i gesuiti erano circa venti). Papa Paolo III concesse l'approvazione pontificia con la bolla Regimini militantis Ecclesiae del 27 settembre 1540.[3]
La Compagnia di Gesù divenne un ordine riconosciuto dalla legge canonica: Ignazio venne eletto all'unanimità preposito generale e il 22 aprile 1541, nella basilica di San Paolo fuori le mura, il fondatore e i suoi compagni pronunciarono i loro voti solenni. Il limite di sessanta membri venne abolito nel 1544 (bolla Iniunctum nobis) e il 21 luglio 1550, con la bolla Exposcit debitum, l'ordine venne confermato da papa Giulio III.[21]
I primi successori di Ignazio [modifica]
Ignazio si spense nel 1556: a causa di un conflitto tra papa Paolo IV e il re di Spagna Filippo V, il suo successore alla guida della Compagnia venne eletto solo nel 1558 nella persona di Diego Laínez, al quale succedettero Francesco Borgia (nel 1565), Everardo Mercuriano (nel 1573) e Claudio Acquaviva (nel 1581).[22]
Sotto il loro governo l'ordine crebbe rapidamente fino a superare i 10.000 membri: i teologi gesuiti svolsero un'importante attività come consiglieri di cardinali (al concilio di Trento) e accompagnatori di nunzi durante le diete imperiali o i colloqui di religione (al sinodo di Poissy);[23] i missionari della Compagnia ebbero un ruolo determinante nel contrasto alla diffusione delle dottrine protestanti e nella "ricattolicizzazione" dei paesi dell'Europa centro-orientale dove si era diffuso il luteranesimo (fu determinante il ruolo di Pietro Canisio, il cui catechismo venne utilizzato a lungo come testo di base per l'insegnamento della dottrina cattolica nei paesi di lingua tedesca).[24]
I missionari gesuiti penetrarono in Irlanda e Inghilterra (dove Ogilvie e Campion subirono il martirio); proseguirono l'opera iniziata da Francesco Saverio nell'estremo Oriente (Ricci, Schall, Verbiest) e iniziarono a propagare il cattolicesimo nelle Americhe.[25]
I teologi della Compagnia furono però protagonisti di violenti conflitti dottrinali (la disputa di Luis de Molina con i domenicani sul rapporto tra grazia e libero arbitrio; la questione dei riti cinesi; l'accusa di lassismo rivolta ai geuiti dai giansenisti) che si trascinarono fino al XVIII secolo.
L'ordinamento degli studi seguito dai gesuiti nei loro collegi (definitivamente fissato da Acquaviva con la pubblicazione della Ratio studiorum del 1599)[22] esercitò una grande influenza in campo educativo.
La rapida crescita dell'ordine si arrestò sotto il generalato di Muzio Vitelleschi, successore di Acquaviva, che si adoperò a favore della pacificazione interna e sotto il cui governo si celebrò il centenario della fondazione della Compagnia.[22]
Il ministero dei gesuiti [modifica]
La cura d'anime [modifica]

Pierre Coton, confessore di Enrico IV
Tra i ministeri ai quali dovevano attendere i gesuiti la Formula del 1550 citava (insieme alla catechesi, alla predicazione, alle lezioni sacre e al servizio della parola di Dio) la "consolazione spirituale dei credenti, con l'ascoltarne le confessioni e con l'amministrazione degli altri sacramenti".[26]
I gesuiti, del tutto indifferenti alle questioni sollevate dai protestanti sulle origini e sulla forma del sacramento della penitenza, promossero il ricorso frequente alla confessione. Diffusero anche la pratica della confessione generale, raccomandata dagli Esercizi spirituali, ovvero la revisione di tutta la propria vita fatta con un confessore al fine di raggiungere una migliore conoscenza di se stessi e iniziare un nuovo modo di vita.[27]

Blaise Pascal accusò i gesuiti di lassismo morale
La legislazione riguardante la confessione era estremamente intricata e l'assoluzione da alcuni peccati era riservata ai vescovi o alla Santa Sede. Nel 1545 papa Paolo III concesse ampi privilegi alla Compagnia in materia di assoluzione: papa Giulio III nel 1552 concesse ai gesuiti la facoltà di assolvere i penitenti addirittura dal peccato di eresia.[28]
In connessione con l'aumento dello spazio riservato al sacramento della penitenza, i gesuiti affrontarono sempre più largamente lo studio dei casi di coscienza (casuistica): la casuistica nacque come riflessione su quello che, nelle varie circostanze concrete, poteva essere ritenuto l'orientamento morale più corretto. Per giudicare la colpevolezza di un atto, i gesuiti privilegiarono la teoria del "probabilismo": vi era una molteplicità di opinioni su quello che doveva essere il modo giusto di agire in una determinata situazione e il confessore poteva sceglierne una probabile (non necessariamente la più probabile) se questa era favorevole al penitente.[29]
A questa morale, ritenuta "lassista", i giansenisti ne contrapponevano una estremamente rigorista, che arrivava a rifiutare l'assoluzione ai fedeli fino alla loro totale e irrevocabile conversione. Blaise Pascal si inserì nella polemica tra gesuiti e giansenisti accusando, nelle sue Lettres provinciales, accusando i primi di tradire i principi eterni della morale evangelica e compromettere i veri interessi della religione adattandoli disinvoltamente ai vizi del secolo. Le Lettres conobbero una grande diffusione e suscitarono un acceso dibattito: in un testo di autore anonimo pubblicato a Venezia nel 1698 (Lettere d'un direttore) si affermava che l'accusa di lassismo mossa alla morale gesuita era contraddetta dalla "severa virtù" che era possibile constatare nei penitenti della Compagnia e nel fatto che molti fuggissero la loro direzione spirituale ritenendola troppo rigorosa.[30]
La Compagnia di Gesù si specializzò nella direzione spirituale di personaggi di rango elevato, anche di sovrani (Pierre Coton, François Annat e La Chaise furono confessori dei re di Francia Enrico IV e Luigi XIV).
Le opere di carità [modifica]
Se nella versione della Formula del 1540, tra le opere di carità cui intendavano dedicarsi i gesuiti, comparivano solo l'insegnamento del catechismo e l'ascolto delle confesioni, in quella del 1550 vennero inseriti anche la riconciliazione dei litiganti e il servizio ai carcerati e ai malati negli ospedali.[31]
Chiamati a predicare e a confessare nelle zone più remote delle penisole italiana e iberica, i gesuiti le trovavano spesso sconvolte da lotte tra fazioni rivali e faide sanguinose che infuriavano da anni: i padri organizzavano nelle chiese vere e proprie liturgie di riconciliazione alle quali venivano invitati gli esponenti dei gruppi in lotta e, dopo la predica, venivano invitati a perdonarsi reciprocamente. L'azione pacificatrice era rivolta anche agli sposi separati e a comporre dispute, per esempio, tra monaci e clero secolare.[32]
L'opera di assistenza agli ammalati, molto importante alle origini, cominciò a declinare quando i gesuiti iniziarono a specializzarsi nell'insegnamento (sotto il generalato di Laínez). Il ministero dei prigionieri, ai quali i religiosi offivano grosso modo gli stessi servizi offerti agli ammalati, continuò perché i carcerati non richiedevano cure continue come gli ammalati e il loro servizio era quindi compatibile con l'insegnamento. I prigionieri erano in massima parte debitori o detenuti in attesa di processo, quindi non criminali incalliti. Nelle prigioni i gesuiti predicavano, confessavano e insegnavano il catechismo, distribuivano le elemosine raccolte per i detenuti; spesso trattavano con i creditori e con le autorità per ottenere la mitigazione o la sospensione delle condanne.[33]
Nel 1543 Ignazio fondò a Roma la Casa di Santa Marta, per aiutare le prostitute desiderose di abbandonare il loro mestiere a reinserirsi nella società, e anche altrove i gesuiti si impegnarono in vari modi in tale ministero.[34] Nel 1546 venne anche creato il conservatorio delle Vergini Miserabili, presso la chiesa di Santa Caterina dei Funari, dove alle figlie delle prostitute veniva fornita un'educazione e una dote: istituzioni simili vennero promosse dai gesuitia a Venezia (conservatorio delle Vergini Periclanti) e Firenze (istituto delle Fanciulle della Pietà).[35]
L'impegno dei gesuiti fu notevole anche in favore degli ebrei e dei musulmani convertiti al cattolicesimo (Ignazio fu tra i primi a consentire a moriscos e marranos l'accesso a un ordine religioso).[36]
L'attività educativa [modifica]

Il collegio gesuita di Monaco di Baviera
Diego Laínez e Pierre Favre furono i primi gesuiti a dedicarsi all'insegnamento (ricevettero l'incarico da Paolo III nel 1537); Jay nel 1543 ottenne una cattedra a Ingolstadt e nel 1545 Rodríguez divenne precettore dei figli di Giovanni III del Portogallo.[37]
Tra il 1540 e il 1544 vennero creati dei collegi per la formazione dei futuri membri dell'ordine a Parigi, Lovanio, Colonia, Padova, Alcalá, Valencia e Coimbra: queste istituzioni erano semplici residenze, senza attività didattiche, destinate a dare alloggio agli scolastici che studiavano presso le locali università.[38]
Il ministero dell'insegnamento, inizialmente non previsto dal fondatore, si sviluppò fino a divenire una delle principali attività dell'ordine e uno dei principali strumenti della sua diffusione.
I collegi di Gandía e Messina [modifica]

L'antica sede del Collegio Romano
Nel 1544 Francesco Borgia, che aveva già contribuito alla nascita del collegio di Valencia, ottenne da Paolo III il permesso di fondare un collegio a Gandía: fu il primo collegio in cui i gesuiti impartivano anche l'insegnamento e dove erano ammessi anche studenti non destinati a entrare nella Compagnia (nelle intenzioni di Borgia, era destinato all'educazione dei figli dei moriscos).[39]
Essendo venuto al corrente di quello che era accaduto a Gandía, Jerónimo Doménech pensò di fondare un collegio a Messina, dove aveva trovato un'immensa ignoranza nel clero: fece interessare all'iniziativa anche Eleonora Osorio, moglie del viceré di Sicilia, e il 19 dicembre 1547 le autorità cittadine chiesero a Ignazio l'invio di insegnanti, ai quali si garantiva cibo, vestiario e alloggio.[39]
Dopo l'apertura del collegio di San Niccolò a Messina (1548), il senato di Palermo chiese a Ignazio l'apertura di un collegio anche nella capitale siciliana; in breve tempo, la Compagnia si mise all'opera per aprire collegi a Napoli, Venezia e Colonia. Il 22 febbraio 1551, con il sostegno economico del duca di Gandía, venne aperto il Collegio Romano.[40]
La Ratio studiorum [modifica]

Frontespizio della prima edizione della Ratio studiorum
Le scuole divennero strumenti per confermare i cattolici dubbiosi, per ottenere la conversione dei giovani dal protestantesimo e influire sui loro genitori. I collegi divennero in breve il centro principale di tutti i ministeri gesuitici: a questi era collegata una chiesa in cui scolastici e docenti della Compagnia svolgevano i loro consueti ministeri.[41]
A partire dalla fondazione dei primi collegi, negli anni quaranta e cinquanta del Cinquecento, venne elaborata la Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu, messa a punto da una commissione tra il 1581 e il 1599, anno della sua pubblicazione. Questo manuale sul metodo educativo e l'ordinamento delle scuole, composto da 463 regole, codificava un metodo pedagogico imperniato sull'insegnamento del latino e dei classici, emulazione tra studenti e severa disciplina.[42]
Le caratteristiche che portarono al successo dei collegi gesuiti e imposero un nuovo stile di educazione furono la gratuità, l'apertura a studenti di tutte le classi sociali (almeno in linea di principio), l'insegnamento delle "umane lettere" unito a quello delle scienze, la divisioni in classi con insegnanti propri e la progressione da una classe all'altra in base a obiettivi curricolari predefiniti, l'adozione di un programma chiaro e coerente.[43]
I collegi, diversamente dalla case professe, che non potevano possedere beni, erano dotate di rendite e benefattori: si specializzarono nell'educazione dei giovani di nascita aristocratica e alto borghese e i gesuiti si specializzarono nella formazione delle classi dirigenti.[42] I collegi della Compagnia erano 48 nel 1556, 144 nel 1580 e nel 1640 521.[44]
Le missioni [modifica]
I gesuiti non solo contribuirono ad arrestare il dilagare del protestantesimo nell'Europa centrale, ma già durante la vita di Ignazio intrapresero anche intensa attività missionaria nei paesi da poco scoperti.
Le missioni estere [modifica]

La morte di san Francesco Saverio: dipinto del Baciccia
L'apostolo delle Indie [modifica]
L'impegno missionario della Compagnia fu conseguenza del desiderio del re di Portogallo Giovanni III di evangelizzare le popolazioni nei suoi domini d'oltremare. Il sovrano si rivolse a Ignazio che decise di inviare in Portogallo Rodrigues e Bobadilla: poiché Bobadilla era indisposto, lo sostituì Francesco Saverio. Rodrigues rimase a Lisbona per impiantarvi la Compagnia, mentre Saverio partì dalla capitale portoghese il 7 aprile 1541 insieme a due compagni (un prete romano e un seminarista portoghese) sulla nave Santiago; giunse a Goa il 6 maggio 1542.[45]
I primi destinatari dell'opera di Francesco Saverio furono i pescatori di perle della zona di capo Comorin, per i quali tradusse in tamil le principali preghiere cristiane; dopo due anni tornò a Goa, dove venne raggiunto da altri confratelli, e trascorse i successivi quattro anni in viaggi di ricognizione che lo portarono fino nelle isole Molucche. Il 15 agosto 1549 sbarcò in Giappone, dove riuscì a stabilire contatti con la classe colta e arrivò a convertire alcune migliaia di indigeni.[46]
Francesco infine cercò, inutilmente, di penetrare in Cina, ma morì sull'isola di Sancian il 3 dicembre 1552.[46]
India [modifica]
Dopo la morte di Francesco Saverio, che aveva fondato la provincia indiana della Compagnia con seda a Goa (alla quale si aggiunse poi quella di Cochin o Malabar),[47] l'apostolato missionario dei gesuiti in India si rivolse particolarmente a tre terre che si erano mostrate ricche di prospettive per l'attecchimento del cattolicesimo: il regno del gran mogol, che si estendeva da Kabul, all'Iran, al Bengala meridionale, il Malabar, nel sud-ovest della penisola indiana, e la regione attorno alla città Madurai.[48]
Il gran mogol Akbar nel 1579 inviò un'ambasceria ai gesuiti invitandoli a corte per esporre i principi del cristianesimo.[49] La Compagnia inviò tre missionari: Rodolfo Acquaviva, nipote di Claudio, Francisco Henriquez, un persiano convertito al cattolicesimo dall'Islam, e il catalano Antonio de Monserrare. I tre lasciarono Goa diretti a Fatehpur, capitale dell'impero del gran mogol, il 17 novembre 1579.[50] Acquaviva rimase presso Akbar per quattro anni ma, nonostante la grande stima che riuscì a guadagnarsi, non suscitò la conversione del sovrano e nel 1583 venne richiamato a Goa (morì martire qualche anno dopo, ucciso dagli indù a Salsette).[48] Nel 1584 Akbar invitò a corte altri gesuiti: la missione venne guidata da Gerolamo Saverio, pronipote di Francesco, che rimase presso il sovrano per oltre trent'anni accompagnandolo nei suoi lunghi viaggi attraverso il suo vasto impero. Le speranze di convertirlo, comunque, andarono deluse.[51]
Nella penisola di Malabar esisteva un'antica comunità cristiana, che la tradizione faceva risalire alla predicazione dell'apostolo Tommaso: le loro pratiche rituali erano sensibilmente diverse da quelle latine (vigeva l'uso della saliva e dell'insufflazione durante il battesimo)[52] a causa della vicinanza con i caldei della Mesopotamia, la loro dottrina si era tinta di nestorianesimo.[53] Il mantenimento di tali usi, sostenuto dai gesuiti, venne duramente contestato da altri missionari e portò alla nascita della questione dei riti malabarici. Papa Benedetto XIV, con il documento Omnium sollecitudinem del 13 settembre 1744, condannò i riti malabarici:[52] molti cristiani indiani secessionarono e divennero giacobiti. Per la prima volta dall'arrivo dei gesuiti in India, il numero dei cattolici iniziò a diminuire.[54]
Nel 1606 il gesuita Roberto de Nobili venne inviato come missionario a Madurai. Imparò presto la lingua tamil e i costumi locali: essendo di nobile nascita, si presentò come rajah e, diversamente da quanti lo avevano preceduto, godette di grande rispetto.[55] Conoscendo l'alta considerazione in cui erano tenuti gli asceti sannyasin, adottò il loro stile di vita: vestì un abito ocra, si fece un segno sulla fronte e iniziò a nutrirsi di riso, frutta ed erbe; imparò il sanscrito e studiò i veda. Nel 1611 aveva convertito oltre 150 indiani.[56] I superiori di de Nobili denunciarono come forieri di superstizione i suoi metodi, ma papa Gregorio XV, con la costituzione Romanae sedis del 31 gennaio 1623, sostenne il missionario.[47] De Nobili rivolse quindi le sue attenzioni ai paria, i senza casta: si servì del gesuita Baltasar de Costa, che attraversò i regni di Madurai, Tanjore e Sathyamangalam vestito di una tunica gialla e con degli orecchini d'oro e riuscì a battezzare oltre 2.500 adulti, soprattutto delle classi contaminate.[57]
Giappone [modifica]

Un nobile giapponese a colloquio con un gesuita
Tornando dal viaggio alle Molucche, Francesco Saverio aveva conosciuto Yajiro, nativo del Giappone, che gli aveva parlato del suo paese: Yaijro venne battezzato con il nome di Paolo della Santa Fede e nel 1549 partì con il Saverio e altri gesuiti per Kagoshima, capitale del Giappone meridionale, dove venne fondata una missione e vennero operate circa duecento conversioni. Nel 1550 Francesco si presentò, con le credenziali di ambasciatore del re di Portogallo, a Ōuchi Yoshitaka, potente daimyō di Yamaguchi, recandogli numerosi doni (orologi, occhiali, carillon, vino): il daimyō accolse benevolmente i gesuiti, concesse loro di predicare il cristianesimo e mise a loro disposizione un tempio buddista abbandonato, che divenne loro quartier generale.[58]
Francesco Saverio aveva molta stima dei giapponesi, che considerava "un popolo di moralità eccellente [...] buono e senza malizia". Arrivò a credere che il Giappone rappresentasse il campo di missione più promettente dell'Oriente[46] e, conoscendo la grande stima che quel popolo aveva per la cultura cinese, pensò di dedicarsi all'evangelizzazione della Cina sperando che questa avrebbe facilitato le conversioni anche in Giappone. Fu questo a spingere Saverio a lasciare il Giappone e a tentare di entrare in Cina.[58]
Nel 1579 i battezzati giapponesi erano circa 150.000: molti, però, si erano convertiti per interesse economico, per prendere parte al commercio con i portoghesi; ad altri il battesimo era stato imposto ai sudditi dai principi locali (il daimyō di Ōmura, che abbracciò il cristianesimo nel 1563, aveva imposto la conversione ai suoi oltre 20.000 sudditi; lo stesso accadde nei feudi di Amakusa e Bungo).[59]
Il consolidamento della Compagnia in Giappone è dovuto ad Alessandro Valignano, che fu visitatore in Giappone per tre periodi (1579-1582, 1590-1592 e 1598-1603): al primo suo arrivo, i gesuiti in Giappone erano 59 (28 dei quali sacerdoti). Grande estimatore della cultura giapponese, impose ai suoi missionari di adattarsi agli usi locali limitandosi a non compromettere i dogmi cattolici. Ad esempio, fece assumere ai gesuiti la condizione dei monaci zen. Favorì anche l'ingresso nella Compagnia degli indigeni, per i quali venne aperto un noviziato, che non avendo problemi con la lingua potevano facilmente catechizzare e predicare. Nel 1602 vennero ordinati i primi due sacerdoti giapponesi.[60]
Dopo il rapido successo iniziale, l'avvento al potere di Toyotomi Hideyoshi mise in difficoltà missione gesuita in Giappone. L'intromissione del viceprovinciale Coelho nella politica locale fece sospettare a Hideyoshi che i gesuiti fossero spie e che stessero preparando un'invasione da parte degli occidentali: il 24 luglio 1587 venne emanato un decreto di espulsione per i gesuiti, che non venne applicato rigorosamente solo per non compromettere le relazioni commerciali con Macao. Inoltre, benché con il breve Ex pastoralis officio papa Gregorio XIII avesse reso il Giappone una missione esclusiva dei gesuiti (si temeva che l'arrivo di altri religiosi potesse indurre i giapponesi a pensare che il cristianesimo mancasse di unità e fosse un insieme di piccole sette), anche i frati francescani spagnoli stabilirono delle missioni in Giappone, scontrandosi spesso con i gesuiti: le baruffe aumentarono la diffidenza di Hideyoshi, che il 5 gennaio 1597 fece uccidere ventisei cristiani (tra cui Paolo Miki e altri due scolastici gesuiti).[60]
Tokugawa Ieyasu, successore di Hideyoshi, inizialmente si dimostrò tollerante con i cristiani, incoraggiò i gesuiti e ricevette in udienza Valignano. Solo tra il 1599 e il 1600 vi furono 70.000 battesimi. Ma nel 1600 arrivarono in oriente i mercanti olandesi protestanti, che fecero diminuire l'importanza delle relazioni economiche con il Portogallo e misero in cattiva luce il cattolicesimo: tutto questo, insieme al desiderio di Ieyasu di far tornare tutti i giapponesi al buddhismo, portò all'espulsione dei gesuiti dal Giappone (27 gennaio 1614). La comunità cristiana, che era arrivata a contare 300.000 individui, venne distrutta.[61]
Cina [modifica]

I missionari Matteo Ricci e Adam Schall mostrano la carta della Cina: incisione dal frontespizio della China illustrata di Athanasius Kircher
Fallito il tentativo di Francesco Saverio, il piano per la penetrazione della Compagnia in Cina venne elaborato da Alessandro Valignano durante il suo soggiorno a Macao (1578). Convinto che l'ordine dovesse dissociarsi dall'immagine di predone occidentale avido di conquista, invitò i suoi missionari ad acquisire la maggior padronanza possibile della lingua cinese, a rispettare i valori culturali e spirituali dei cinesi, a usare la scienza come mezzo per introdurre la fede, a sviluppare l'apostolato per mezzo degli scritti e delle relazioni sociali e a concentrare il loro impegno missionario nei confronti della classe colta dominante.[62]
Valignano inviò Michele Ruggieri a Macao a studiare il cinese: a lui si unì lo scienziato e linguista Matteo Ricci e, grazie alla fama di grande matematico di cui godeva Ricci, i due vennero invitati in Cina e ottennero il permesso di risiedervi. Ruggieri e Ricci fissarono la loro residenza a Shiuhing e nei venticinque anni che rimasero nel paese raggiunsero Shaoguan, Nanchang, Nanchino e Pechino.[62]
Ricci concentrò i suoi sforzi nella conversione delle classi elitarie: si appellò alla loro curiosità intellettuale mostrando loro prismi, orologi, strumenti matematici e carte geografiche. Nel 1594 venne ammesso nella classe dei mandarini, il che gli permise di aumentare il suo prestigio sociale. Nel 1601 si stabilì a Pechino, accolto con favore dall'imperatore.[63]
Nel 1610, anno della morte di Ricci, i cattolici cinesi erano circa 2.500: tale numero raddoppiò nei cinque anni successivi.[63]
Dopo il rapido successo iniziale, per i gesuiti iniziarono i primi problemi. Il mandarino Shen Ch'ueh, preoccupato per l'infiltrazione di un culto straniero, tra il 1617 e il 1622 promosse la prima persecuzione contro i cattolici, costringendo i gesuiti alla clandestinità. Nel 1644 le truppe della Manciuria invasero la Cina e misero fine al secolare governo della dinastia Ming, che si erano sempre mostrati favorevoli ai gesuiti: sotto uno dei primi imperatori della dinastia Ch'ing, tra il 1664 e il 1669, i religiosi vennero tenuti agli arresti domiciliari a Canton.[64]
Nonostante le persecuzioni i gesuiti continuarono la loro opera: il successore di Ricci alla guida della missione, Niccolò Longobardi, ne accolse il metodo e nel 1618 fece giungere dall'Europa il gesuita Johann Schreck, astronomo e accademico dei Lincei, che portò in Cina nuove conoscenze matematiche e geometriche, nuove tecniche per la costruzione di strumenti astronomici e le teorie di Galileo Galilei.[65]
Da ricordare sono anche i gesuiti Johann Adam Schall von Bell, tedesco, che venne nominato presidente del tribunale matematico e mandarino di prima classe, e Ferdinand Verbiest, fiammingo, chiamato dall'imperatore K'ang-hsi per farsi esporre le ultime scoperte europee in campo matematico e astronomico.[66]
L'apertura dei gesuiti nei confronti della cultura e delle tradizioni cinesi portò allo scoppio della questione dei riti cinesi.
I gesuiti nel 1615 avevano ottenuto da papa Paolo V il permesso di tradurre la Bibbia in cinese e, per i preti locali, di celebrare la Messa e recitare il breviario nella loro lingua (l'autorizzazione fu revocata dalla congregazione di Propaganda Fide sotto i pontificati di Alessandro VII e Innocenzo XI);[67] soprattutto, avevano consentito, sin dai tempi di Matteo Ricci, ai convertiti di continuare a celebrare i riti in onore degli antenati e di Confucio che, secondo i gesuiti, avevano carattere più civile e politico che religioso.[68]
L'arrivo dei francescani e dei domenicani nel 1631 creò i primi problemi: essi criticarono il metodo missionario gesuita (la decisione di vestire i preziosi abiti dei mandarini, di rivolgersi prevalentemente alle classi elevate) e condannarono come superstiziosi e pagani i riti cinesi.[69] Al fronte religioso che si opponeva alla prassi missionaria dei gesuiti in Cina si aggiunsero poi i padri del Seminario delle Missioni Estere di Parigi, e i missionari di Propaganda Fide, i carmelitani, gli eremitani, i barnabiti e i caracciolini.
Nel 1693 il vicario apostolico di Fukien, Charles Maigrot, delle Missioni Estere di Parigi, condannò l'utilizzo dei termini cinesi Tian (cielo) e Shangdi (signore supremo), che i Gesuiti tolleravano quali termini per designare il Dio dei cristiani da parte dei cinesi convertiti. Maigrot portò il suo decreto a Roma, e la Santa Sede iniziò una istruttoria che si concluse con una condanna dei riti: il 20 novembre 1704, con il decreto Cum Deus Optimus papa Clemente XI proibì l'uso di quei termini e la partecipazione dei neoconvertiti ai riti ancestrali.[70] La condanna dei riti cinesi venne confermata con il decreto del 25 settembre 1710, con la costituzione Ex illa die del 1715 e con la bolla Ex quo singulari del 1742).
Secondo lo storico gesuita Bangert, la questione dei riti cinesi venne sollevata più per svilire l'immagine della Compagnia che per tutelare la purezza del culto.[71]
Brasile [modifica]

La riduzione di São Miguel das Missões
Negli stessi anni in cui Saverio iniziava l'evangelizzazione del lontano Oriente, altri gesuiti si dedicarono alle missioni presso le popolazioni indigene del Brasile, altro grande possedimento portoghese. Il 29 marzo 1549 una comunità di sei religiosi guidata da Manuel da Nóbrega partì per l'America e sbarcò a Bahía de Todos los Santos.[72]
Il loro primo incarico fu quello di curare l'educazione dei figli dei coloni portoghesi, insediati lungo la costa atlantica: la loro prima capanna di fango eretta a São Salvador da Bahia divenne il collegio massimo, una delle più importanti istituzioni culturali del paese.[72]
Nel 1553 Nóbrega si spinse all'interno insieme a José de Anchieta, un giovane gesuita proveniente dalle Canarie, e i due fondarono un seminario destinato a diventare il centro per l'organizzazione dell'apostolato presso gli indigeni tupi, che i missionari organizzarono in comunità stabili. Da quell'insediamento si sviluppò la città di São Paulo.[73]
Anchieta scrisse la prima grammatica della lingua tupi e fu autore di numerosi canzoni in lingua indigena utilizzando melodie popolari.[73]
Paraguay [modifica]
I gesuiti vennero chiamati in Paraguay nel 1585 dal vescovo di Tucumán per evangelizzare i Guaraní che, dinanzi all'avanzata degli spagnoli, si erano ritirati a est del Paraná, nelle zone delle Pampas e del Chaco. Inizialmente l'azione dei gesuiti fu poco inefficace per vari motivi (il metodo adottato della missione itinerante, il carattere nomade della popolazione, i cacciatori di schiavi), così il preposito generale Claudio Acquaviva suggerì ai missionari la creazione di colonie stabili di indios, lontane dai centri abitati spagnoli (al sicuro, quindi, dall'influsso dei costumi coloniali e dai cacciatori di schiavi). Sorsero così le prime reducciones (o riduzioni), approvate dalla Corona spagnola ma ostacolate dai coloni, dei piccoli villaggi fortificati autonomi a struttura teocratica che, grazie alle attività agricole introdotte dai gesuiti (coltivazione del cotone, del mate), godettero una certa prosperità.[74]
Le reducciones del Paraguay, tra il 1610 e il 1640 circa, di diffusero fino a comprendere gli indios della provincia brasiliana di Tapes e andarono a costituire quasi una repubblica indipendente (il cosiddetto "stato gesuita del Paraguay"), suscitando l'ostilità delle locali autorità ecclesiastiche e coloniali (tanto che Filippo IV di Spagna autorizzò gli indigeni a munirsi di armi da fuoco). Tra il 1628 e il 1635 i portoghesi del Brasile attaccarono le reducciones che, alla fine del conflitto, nel 1641 erano ridotte a una trentina, con circa 150.000 indios cristiani.[74]
Sempre nell'America del Sud, il gesuita Pietro Claver, missionario nella Nuova Granada e responsabile dell'apostolato tra gli schiavi neri di Cartagena, svolse un'importante azione antischiavista: venne canonizzato nel 1888 e dichiarato patrono delle missioni africane.[75]
Canada [modifica]

Padre Marquette e gli indiani sul Mississippi
Dopo alcuni isolati tentativi fatti negli anni precedenti, i primi gesuiti provenienti dalla Francia giunsero a Québec nel 1632 sotto la guida di Paul Le Jeune. I padri aprirono il collegio di Nostra Signora degli Angeli e su loro invito anche l'orsolina Maria dell'Incarnazione raggiunse la colonia per unirsi alla loro missione educativa.[76]
A pochi anni dall'arrivo in Canada i gesuiti avevano già raggiunto il numero di 23 padri e 6 fratelli. I missionari iniziarono a dedicarsi all'evangelizzazione degli uroni e si spinsero verso l'interno per cercare contatti con altri popoli indigeni: avendo sentito parlare di un grande fiume che scorreva verso il sud che gli avrebbe permesso di raggiungere altri territori abitati dagli amerindi, il gesuita Jacques Marquette si unì al viaggio dell'esploratore Louis Jolliet e nel 1673, risalendo il corso del Wisconsin, scoprì il corso superiore del Mississippi e discese il fiume esplorando soprattutto le confluenze del Missouri e dell'Ohio, giungendo alla conclusione che il fiume scorreva verso sud per sfociare nel golfo del Messico.[77]
I gesuiti convertirono al cristianesimo numerosi uroni stanziati lungo il fiume San Lorenzo. Contro gli uroni si formò presto una confederazione di cinque popoli irochesi, tra cui i mohawk, che creò gravi problemi ai missionari. Nel 1642 René Goupil venne ucciso dai mohawk e il suo compagno Isaac Jogues, liberato dopo mesi di prigonia e torture; nel 1646 Jogues tornò tra i mohawk assieme a Jean La Lande per una missione di pace, ma vennero entrambi uccisi. Al numero dei gesuiti uccisi dagli irochesi in Canada si unirono Jean de Brébeuf, Gabriel Lalemant, Antoine Daniel, Charles Garnier e Noël Chabanel.[78]
Il gruppo degli otto martiri canado-americani venne canonizzato da papa Pio X nel 1930.[79]
Africa [modifica]
Nel 1548 i gesuiti tentarono di penetrare in Marocco, ma vennero espulsi poco dopo. Maggior successo ebbe l'attività missionaria della Compagnia in Etiopia, Mozambico, Angola, Congo e Capo Verde.
Minacciato dai musulmani, il negus d'Etiopia Claudio promise a Giovanni III di Portogallo, in cambio del suo sostegno militare, di abiurare il monofisismo e di aderire con i suoi sudditi al cattolicesimo. Da Goa giunsero in Etiopia alcuni missionari gesuiti e il 30 marzo 1556 lasciò Lisbona João Nunes Barreto, nominato patriarca d'Abissinia (fu il primo gesuita a essere innalzato all'episcopato).[73] Dopo la sconfitta dei musulmani il negus dimenticò le sue promesse e il successore di Claudio confinò i gesuiti nel deserto (l'ultimo morì nel 1597). I padri Eliano e Rodríguez contattarono, per conto della Santa Sede, il patriarca copto di Alessandria Gabriele VII, ma i colloqui per la riunione delle Chiese cattolica e copta non ebbero un esito positivo.[80]
Nel 1560 tre gesuiti giunsero da Goa in Mozambico, dove erano stati chiamati da Gamba, capo della tribù dei MaKaranga stanziati presso Inhambane, che avevano conosciuto il cristianesimo grazie ai loro contatti con i portoghesi. In breve i missionari battezzarono oltre 450 persone, poi si spinsero verso lo Zambesi e convertirono il capo dell'impero di Monomotapa, sua madre e i suoi 300 sudditi. I musulmani, però, ordirono una congiura e spinsero l'imperatore a far assassinare i gesuiti (Gonçalo da Silveira, il capo della missione, venne strangolato il 15 marzo 1561) mettendo fine all'impresa dei gesuiti nella zona.[81]
I primi quattro gesuiti penetrarono in Angola attorno al 1563, ma la loro missione non ebbe successo: l'11 febbraio 1575 sbarcarono a Luanda altri quattro gesuiti (due preti e due fratelli) che, nonostante lo scarso appoggio della Compagnia (che inviò rinforzi solo nel 1580), in tre anni battezzarono oltre 200 persone (nel 1593 gli angolani battezzati erano già oltre 8.000).[82] I gesuiti eressero a Luanda una chiesa e un collegio e tra il 1604 e il 1608 fondarono stazioni missionarie nelle isole di Capo Verde.[83]
Dopo una prima breve impresa in Congo tra il 1548 e il 1555, nel 1581 i gesuiti dell'Angola, guidati da Baltasar Barreira, tornarono in questa regione per un viaggio di esplorazione e vi battezzò 1500 persone. Dopo un inizio promettente della missione, alcuni eventi portarono alla distruzione dell'armonia religiosa (nel 1645 giunsero dei missionari cappuccini spagnoli che cercarono di portare i congolesi nell'orbita spagnola) e al disordine civile (rivolte di indigeni). Anche a causa dell'esiguo numero di gesuiti, nel 1674 l'impresa in Congo venne abbandonata.[84]
Fra le molte missioni fondate dai gesuiti in Africa prima della soppressione del XVIII secolo, quella in Angola fu l'unica a radicarsi e ad avere un certo sviluppo.[85]
Le missioni interne [modifica]
Come Ignazio, che aveva iniziato il suo ministero insegnando la dottrina ai bambini e girando insieme ai compagni per le piazze dei paesi predicando ai passanti, anche i primi gesuiti si dedicarono alla predicazione estemporanea, quasi in concorrenza con cantastorie e cavadenti, viaggiando di città in città, spesso a piedi nudi.[86] Fino alla metà del Cinquecento questa forma di predicazione ebbe caratteristiche di improvvisazione e venne esercitata in maniera quasi giullaresca, assumendo anche un fine di mortificazione per chi la compiva. La situazione mutò a partire dalla seconda metà del secolo e soprattutto nel Seicento.[87]
Le gerarchie ecclesiastiche (vescovi e inquisitori) iniziarono a ricorrere ai gesuiti commissionando loro un'opera di controllo antiereticale (tra i valdesi di Piemonte, Puglia e Calabria, tra i moriscos in Spagna) ma anche di rilancio della vita religiosa.[88] La vicenda del gesuita Silvestro Landino è paradigmatica: tra il 1550 e il 1551, in occasione della visita pastorale di Egidio Foscari a Modena (capitale italiana del movimento filoprotestante) e nella sua diocesi, affiancò il presule dedicandosi allo smascheramento di ecclesiastici e maggiorenti in odore di eresia; spostandosi nelle zone montane, però, si rese conto che a minacciare la vita cristiana non era tanto la diffusione delle dottrine riformate, quanto la profonda ignoranza e superstizione della popolazione e del clero delle zone più isolate.[89] Capitava che i sacerdoti delle aree rurali ignorassero la formula del sacramento dell'Eucaristia o che, interrogati sulla Trinità, i contadini rispondessero essere battesimo, cresima ed eucaristia, o fede, speranza e carità, o Gesù, Giuseppe e Maria; altri credevano all'esistenza di un numero indefinito di dei.[90]
Dalle zone dell'Appennino Tosco-Emiliano Landino passò all'isola di Capraia e poi in Corsica, dove trascorse gli ultimi giorni della sua vita dedicandosi alle missioni tra le popolazioni più isolate e abbandonate. Nei luoghi desolati e periferici i gesuiti riconobbero "altre Indie", bisognose di evangelizzazione al pari di quelle dell'Asia e delle Americhe.[91]
Nel corso del Seicento le missioni nelle campagne acquisirono una struttura fissa: i padri si recavano in una località al centro di un'area rurale e vi rimanevano alcuni giorni dando esercizi spirituali a sacerdoti e nobili, predicando al popolo, organizzando processioni, confessioni e comunioni collettive,[92] distribuendo medaglie e immaginette sacre, fondando o rivitalizzando confraternite, formando catechisti.[93]
Soppressione e rinascita dell'ordine [modifica]

La soppressione della Compagnia di Gesù in un'incisione satirica del 1773
La vicenda che condusse alla soppressione della Compagnia di Gesù è sintomatica della debolezza dell'autorità papale. I governi di numerosi stati europei consideravano l'ordine il più pericoloso alleato dei pontefici e la Compagnia venne sempre più considerata il principale ostacolo alle politiche riformiste e giurisdizionaliste (gallicanesimo, febronianesimo) dei sovrani, nonché al rinnovamento delle forme religiose (propugnato dai giansenisti). Accusati di regicidio, di pervertire l'ordine sociale, di corrompere la gioventù e di essere artefici della supremazia del papa sul potere monarchico, i gesuiti vennero espulsi dai principali regni europei e dalle loro colonie.[94]
Fu il Portogallo ad aprire la via alla soppressione. Il marchese di Pombal, capo del governo, fautore dell'assolutismo monarchico, entrò in aperto conflitto con i gesuiti per la vicenda delle reducciones brasiliane. Il marchese inviò a papa Benedetto XIV una relazione in cui accusava i gesuiti di avidità di denaro e sete di potere attività e li denunciava di essere al centro di scandalose operazioni commerciali, il che costrinse il pontefice a inviare in Portogallo il cardinale Saldanha a compiere un'inchiesta; i gesuiti vennero anche accusati di essere coinvolti nel fallito attentato a Giuseppe I del 1758. Agli inizi del 1759 il re ordinò di confiscare tutte le proprietà dell'ordine e pochi mesi dopo ne decretò l'espulsione.[95]
I problemi per la Compagnia in Francia iniziarono con la condanna per bancarotta fraudolenta del gesuita Antoine La Vallette decretata dal parlamento di Parigi, dominato da elementi giansenisti e gallicani e in cui era ben radicato il movimento antigesuitico. Il 6 agosto 1761 il parlamento ordinò di bruciare pubblicamente le opere di ventitrè gesuiti (tra i quali Bellarmino) in quanto lesive della morale cristiana e ai gesuiti di chiudere i loro collegi, nei quali si sarebbe esercitata una cattiva influenza sui giovani: Luigi XV cercò di far sospendere l'esecuzione della sentenza,[96] ma la sua debolezza politica lo costrinse però alla fine a piegarsi di fronte alle pressioni dei parlamenti e a rendere esecutivo il decreto.[97]
Dalla Spagna i gesuiti vennero cacciati da Carlo III, per il quale i religiosi rappresentavano un ostacolo nella realizzazione dell'assolutismo monarchico: essi infatti avevano sempre preso posizione contro la filosofia regalista e avevano un forte legame con l'aristocrazia ostile alla politica del sovrano. Inoltre, il ministro Campomanes accusò falsamente i gesuiti di essere gli istigatori di una rivolta, inducendo Carlo III a credere che essi stessero complottando contro di lui. Tutti questi elementi concorsero a spingere il re a emettere il decreto di espulsione il 27 febbraio 1767.[98] Gli altri stati borbonici imitarono presto l'esempio spagnolo: Ferdinando IV, spinto da Tanucci, espulse i gesuiti da Napoli e Sicilia nel novembre 1767[99] e il duca di Parma Ferdinando, consigliato da du Tillot, cacciò i religiosi dai suoi stati nel febbraio 1768.[100]
Sotto la pressione dei sovrani borbonici, con breve Dominus ac Redemptor del 21 luglio 1773 papa Clemente XIV soppresse la Compagnia, che all'epoca contava circa 23.000 membri in 42 provincie: i vescovi locali erano nominati delegati apostolici per eseguire la soppressione delle case situate nella loro diocesi.[101]
La soppressione dei gesuiti a Roma venne eseguita il 16 agosto successivo e il preposito generale Lorenzo Ricci venne incarcerato in Castel Sant'Angelo, dove si spense il 24 novembre 1775.[102]
I gesuiti in Russia [modifica]
Dopo la spartizione della Polonia (1772), i territori orientali del paese (la cosiddetta Russia Bianca) erano passati sotto il dominio della Russia di Caterina II: i gesuiti contavano in quelle terre 18 case, di cui tre collegi (a Połock, Witebsk e Orsza) e 201 religiosi.[103]
La zarina rifiutò di dare l'exequatur al breve di soppressione e fece comunicare al superiore di Połock, Stanisław Czerniewicz, la sua intenzione di conservare la compagnia nei suoi domini.[104] I gesuiti della Russia Bianca ebbero il compito storico di assicurare la continuità dell'ordine di prima del 1773 con quello restaurato nel 1814.[105]
Anche Federico II, per motivi legati all'educazione, non volle consentire subito la soppressione delle case gesuite nei territori cattolici del regno di Prussia (Slesia e parte della Polonia). La soppressione ebbe comunque luogo a Breslavia il 5 febbraio 1776.[106]
Tentativi di ricostituzione [modifica]

Pio VII nel 1814 restaurò la Compagnia
Subito dopo la soppressione vennero effettuati numerosi tentativi di ripristinare l'ordine: la carmelitana Teresa di Sant'Agostino, figlia di Luigi XV, cercò di ottenere dal papa l'autorizzazione per gli ex gesuiti a organizzarsi in fraternità di preti secolari, ma Clemente XIV non accolse favorevolmente il progetto.[107]
Qualche anno dopo, altri cercarono, con successo, di ricostruire la forma di vita e il modo di operare della Compagnia dando inizio a nuove congregazioni: nel 1791 Pierre-Joseph Picot de Clorivière, già membro della Compagnia, fondò l'istituto dei Sacerdoti del Cuore di Gesù, approvato da papa Pio VII;[108] François-Léonor de Tournély e Charles de Broglie, nel 1794, fondarono a Eegenhoven (Belgio) i padri del Sacro Cuore, che ebbero un certo sviluppo sotto la guida di Joseph Varin.[109]
Nel 1797, con l'autorizzazione del cardinale Giulio Maria della Somaglia, Niccolò Paccanari istituì a Roma la Società della Fede di Gesù, le cui regole ricalcavano le costituzioni dei gesuiti: Pio VI approvò temporaneamente la congregazione e nel 1799 vi unì i padri del Sacro Cuore di Varin. Dopo aver conosciuto una notevole diffusione, i padri della Fede entrarono in un periodo di crisi dopo l'arresto di Paccanari da parte del Santo Uffizio: quando venne ristabilita la Compagnia di Gesù (1814) molti membri vi entrarono, gli altri divennero preti diocesani.[110]
Queste congregazioni contribuirono in modo efficace a tenere in vita lo spirito della Compagnia di Gesù.[111]
La restaurazione [modifica]
Nel 1793 la Santa Sede approvò segretamente i gesuiti della Russia Bianca e il 17 marzo 1801, con il breve Catholicae fidei[112] di Pio VII, il riconoscimento divenne pubblico; nel 1803 venne approvata l'attività dei gesuiti in Inghilterra[113] e il 30 luglio 1804, con il breve Per alias, Pio VII ristabilì la Compagnia a Napoli e in Sicilia (dove l'ordine era stato reintrodotto a opera di Giuseppe Pignatelli).[114]
Con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum[115] del 30 luglio 1814 Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù in tutto il mondo.[4]
La Compagnia dopo la ricostituzione [modifica]

Joannes Philippe Roothaan

Jean-Baptiste Janssens
L'azione dell'olandese Joannes Philippe Roothaan, preposito generale dal 1829 al 1853, fu di notevole importanza per la ricostruzione dell'ordine. Vennero riprese le vecchie attività, con una speciale attenzione verso le missioni e l'educazione della gioventù (la Ratio atque institutio studiorum venne aggiornata e adattata alle esigenze del tempo); per mantenere alto il livello di edificazione ascetica dei gesuiti, sottolineò l'importanza della pratica degli Esercizi spirituali[116] e ne pubblicò un importante commentario.
Nel XIX secolo la Compagnia assunse un ruolo preminente di difesa della Santa Sede contro le tendenze laicizzatrici e liberali delle nazioni europee (l'ordine esercitò un grande influsso sui movimenti cristiano-sociali sorti in questo periodo con intento contestativo nei riguardi del liberalismo politico ed economico) e delle ideologie "moderniste" (furono tra i principali difensori del Sillabo di papa Pio IX) e favorirono notevolmente il processo di centralizzazione delle strutture ecclesiastiche culminato con il concilio Vaticano I e la proclamazione del dogma dell'infallibilità papale.[116] Nel campo teologico e filosofico i gesuiti promossero la rinascita del tomismo, culminata nel 1879 con la pubblicazione dell'enciclica Aeterni Patris di papa Leone XIII.
Lungo tutto il secolo i gesuiti vennero a più riprese espulsi da numerosi stati: prima dalla Russia, poi dalla Spagna e dal regno di Napoli, quindi dalla Francia e dal Portogallo; l'ordine venne espulso dalla Svizzera nel 1847, a seguito della guerra del Sonderbund, e solo nel 1973 una consultazione popolare consentì la presenza dei religiosi della Compagnia nel territorio elvetico; in Germania i gesuiti vennero espulsi a causa del Kulturkampf e solo nel 1917 venne abrogata la legge che proibiva la presenza della Compagnia nel paese.[116]
I gesuiti dovettero affrontare polemiche particolarmente vive in Italia, dove i rapporti tra Chiesa e Stato erano complicati dalla questione romana e la Compagnia era accusata di essere uno dei principali ostacoli alla realizzazione dell'unità nazionale (è in questo contesto va inquadrata una delle maggiori opere di Vincenzo Gioberti, Il gesuita moderno).
Sotto i governi di Włodzimierz Ledóchowski, preposito generale dal 1915 al 1942, e di Jean-Baptiste Janssens, che resse la Compagnia tra il 1946 e il 1964, il numero dei gesuiti crebbe sino a raggiungere la cifra più elevata.[117]
Particolarmente significativo fu il generalato di Pedro Arrupe (1965-1983), che resse l'ordine negli anni che seguirono la celebrazione del Concilio Vaticano II: sotto il suo governo il numero dei membri della Compagnia calò significativamente, ma nell'ordine crebbe la consapevolezza del legame inscindibile tra l'annuncio della fede e l'impegno per la giustizia sociale e venne avviato un processo di rinnovamento di metodi e di dottrine nell'ambito educativo e missionario (anche se l'interpretazione e l'attuazione di questi principi causarono forti tensioni).[118]
Nel 1981 un ictus costrinse Arrupe a dimettersi (morì nel 1991) e, in deroga alle costituzioni (che prevedevano che la guida dell'ordine passasse al vicario generale), papa Giovanni Paolo II nominò un delegato pontificio, Paolo Dezza, e solo nel 1983 venne convocato la XXXIII congregazione generale che elesse preposito l'olandese Peter Hans Kolvenbach[118] (dimessosi nel 2008, al raggiungimento del suo ottantesimo anno di età).
La spiritualità dell'ordine [modifica]

I santi gesuiti Ignazio e Luigi Gonzaga adorano il Sacro Cuore di Gesù
La spiritualità della Compagnia si fonda sugli Esercizi spirituali ignaziani. Gli elementi fondamentali degli Esercizi sono la contemplazione della vita di Gesù, l'accoglimento della chiamata alla sequela di Cristo fattosi servo per noi, lo sforzo ad assomigliare sempre più a Gesù nella vocazione personale al servizio della Chiesa. Secondo gli Esercizi l'imitazione di Gesù implica l'assoluta povertà (solo i collegi erano autorizzati ad avere rendite fisse), l'abbandono alla volontà di Dio (manifestato nell'assoluta obbedienza ai superiori perinde ac cadaver, ovvero come un cadavere), l'umiltà, la sopportazione paziente di umiliazioni e offese, della croce e delle persecuzioni.[119]
In reazione alla diffusione del giansenismo, che negava il valore di ogni devozione e proponeva un regime di vita spirituale rigoroso, arcigno e arido, i gesuiti si fecero propagatori della calda e confortante devozione al Sacro Cuore di Gesù, che poneva l'accento sulla centralità dell'amore di Dio come chiave della storia della salvezza.
Fu il gesuita Claude La Colombière, direttore spirituale delle monache della Visitazione di Paray-le-Monial, a diffondere della pratica dei primi nove venerdì del mese, ispirata, secondo la tradizione, da Gesù stesso alla visitandina Margherita Maria Alacoque. Nella visione di Gesù che Margherita Maria affermò di aver ricevuto il 2 luglio 1688, infatti, il Cristo avrebbe indicato i gesuiti come speciali propagatori della devozione al suo cuore e avrebbe chiamato La Colombière "servo fedele e perfetto amico".[120]
In stretta connessione alla devozione al Sacro Cuore, a opera del gesuita François-Xavier Gautrelet, nel 1844 nacque in Francia l'Apostolato della preghiera, i cui aderenti si impegnano ad offrire giornalmente preghiere e azioni al Sacro Cuore in spirito di riparazione dei peccati dell'umanità. Il gesuita Henri Ramière fondò il periodico Messaggero del Sacro Cuore, che nel 1912 veniva pubblicato in ventisei lingue diverse.[121]
Gli Esercizi e la devozione al Sacro Cuore dimostrano il carattere cristocentrico della spiritualità gesuita.[122]
Numerosi appartenenti all'ordine sono stati elevati agli onori dell'altare: il fondatore,[123] i missionari Francesco Saverio e Pietro Claver, i teologi Pietro Canisio e Roberto Bellarmino, i giovani scolastici Luigi Gonzaga,[124] Stanislao Kostka e Giovanni Berchmans, il superiore Francesco Borgia, i predicatori Giovanni Francesco Régis, Bernardino Realino e Francesco De Geronimo, i martiri Paolo Miki e Giovanni de Brébeuf.
L'organizzazione dell'ordine [modifica]

Il preambolo delle Costituzioni della Compagnia di Gesù in un manoscritto del fondatore
La Compagnia di Gesù appartiene al numero degli ordini di chierici regolari, sorti nel corso del XVI secolo e utilizzati dalla Chiesa per contrastare la diffusione del protestantesimo e diffondere i dettami del Concilio di Trento, caratterizzati dall'unione di vita religiosa e impegno apostolico.
La struttura dell'ordine è stabilita dalla Formula instituti, codificata e ampliata da Ignazio nelle Costituzioni della Compagnia, redatte insieme al suo segretario Juan de Polanco tra il 1547 e il 1550, ulteriormente modificate in base ai suggerimenti dei religiosi professi e promulgate nel 1553: il testo, approvato nel 1606 da papa Paolo V con la bolla Quantum religio, è rimasto sostanzialmente immutato fino alla XXXI congregazione generale dell'ordine (1965-1966).[125]
Le costituzioni ignaziane (frutto della riflessione sull'esperienza religiosa del fondatore e dei suoi primi compagni) non sono solo un codice legislativo, ma uniscono agli elementi giuridici anche aspetti spirituali e ascetici e non possono essere comprese prescindendo dagli Esercizi spirituali.[126]
La caratteristica impressa maggiormente da Ignazio all'ordine è l'universalità dell'apostolato per quanto concerne il territorio, i compiti e i mezzi. L'altro elemento essenziale è la speciale obbedienza al papa, che trova compiuta espressione in un quarto voto aggiunto ai consueti tre comuni a tutti i religiosi (povertà, obbedienza e castità).
L'aspetto innovativo [modifica]
Nelle sue Costituzioni, Ignazio annullò i quattro aspetti fondamentali dell'organizzazione monastica: la residenza per tutta la vita in una medesima comunità (stabilitas loci), le decisioni prese a maggioranza da tutti i membri della comunità riuniti in capitolo, l'elezione del proprio superiore da parte di ogni singola comunità, la recita corale dell'ufficio divino.
I gradi di appartenenza [modifica]

La chiesa del Santissimo Nome di Gesù (o del Gesù) a Roma, sede principale dell'ordine
Vi sono diversi gradi di appartenenza all'ordine:[127] dopo due anni di noviziato (o prima probazione), i gesuiti in formazione, detti scolastici,[127] emettono i primi voti, semplici e perpetui, che possono essere sciolti dai prepositi provinciali (dopo i primi voti, gli scolastici si dicono "approvati"); compiuto un triennio di studi filosofici e uno di studi teologici, inframezzati da una seconda probazione nelle case professe o nei collegi, lo scolastico approvato (che, in genere, deve aver raggiunto i trent'anni di età) viene ordinato sacerdote.
Al periodo di formazione segue un ulteriore anno di noviziato (terza probazione) al termine del quale, dopo aver trascorso almeno dieci anni nella Compagnia, il candidato viene ammesso per fare la professione in forma solenne dei tre voti (detti finali) di povertà, obbedienza e castità (comuni a tutti i religiosi), di un quarto voto solenne (specifico della Compagnia) di speciale obbedienza circa missiones al papa e di cinque altri voti semplici (non cambiare la legislazione della Compagnia se non per renderla più rigida, non cercare posizioni di autorità nella Compagnia, non cercare prelature nella Chiesa, denunciare ai superiori i colpevoli di queste azioni, ascoltare i consigli della Compagnia in caso di innalzamento all'episcopato).[128] Dopo questi voti, il gesuita si dice professo.
Ai professi sono riservate tutte le alte cariche dell'ordine.
Oltre ai novizi, agli scolastici e ai professi, esistono i coadiutori, che emettono i voti finali di povertà, obbedienza e castità in forma semplice e non emettono il quarto voto: i coadiutori si distinguono in spirituali (che accedono al sacerdozio) e temporali (laici). In origine i coadiutori spirituali erano destinati a quei ministeri che richiedevano la stabilitas loci, mentre i professi dovevano essere "apostoli itineranti", ma oggi la distinzione tra le due classi è piuttosto relativa.[127]
I coadiutori temporali non accedono al sacerdozio e si occupano delle necessità pratiche delle loro comunità (cucina, contabilità): tra i coadiutori temporali spicca la figura di Alfonso Rodríguez.[129]
Il governo dell'ordine [modifica]

Adolfo Nicolás, eletto preposito generale della Compagnia nel 2008
Al vertice della struttura dell'ordine Ignazio pose la congregazione generale, un'assemblea composta dai prepositi provinciali e da due padri professi delegati da ogni provincia;[130] la congregazione generale non si riunisce a intervalli regolari, ma viene convocata solo in caso di morte del preposito generale, o per ordine del papa, o per volere del preposito generale, o per decisione della congregazione dei procuratori, eletta con mandato triennale dalle province.
La massima autorità della Compagnia di Gesù è il preposito generale (detto popolarmente "papa nero"), eletto a vita dalla congregazione generale. La sua autorità è subordinata a quella della congregazione generale, della quale è tenuto ad applicare i decreti.[131] Il generale è assistito da dieci assistenti, nominati dalla congregazione generale: a ogni assistente fa riferimento un'"assistenza", cioè un gruppo di province raggruppate per lingua o nazionalità.
Quella del preposito è l'unica carica elettiva: egli nomina i prepositi provinciali, che nominano a loro volta quelli delle comunità locali.
La Compagnia di Gesù non comprende un terz'ordine né un ramo femminile. Benché nel 1545 Ignazio avesse accettato, su pressioni di Paolo III, la possibilità di istituire un ramo femminile della Compagnia, nel 1549 i gesuiti vennero dispensati dall'obbligo di assistere spiritualmente le religiose (forse, Ignazio temeva che dover fornire cappellani fissi e governare i monasteri femminili avrebbe distolto i religiosi dalla loro missione apostolica); tuttavia nel 1554, caso unico nella storia dell'ordine, a Giovanna d'Asburgo, figlia di Carlo V, venne consentito di emettere segretamente i voti degli scolastici con il nome di Mateo Sánchez.[132]
Attività [modifica]
Lo scopo della Compagnia di Gesù è la difesa e la propagazione della fede, lavorare per il progresso spirituale dei fedeli mediante tutte le forme del ministero della parola (esercizi spirituali, sacramenti) e l'assistenza ai bisognosi (soprattutto in ospedali e carceri).[1]
I gesuiti sono impegnati nell'istruzione e nella ricerca scientifica, nella formazione dei sacerdoti, nella catechesi per gli adulti, nell'apostolato verso il mondo giovanile e le comunità di vita cristiana, nei mass media, nell'assistenza spirituale a categorie svantaggiate (profughi, persone emarginate).[118]
La loro forma preferita di attività sono le case per esercizi spirituali: gli esercizi vengono generalmente dati a gruppi omogenei di persone per tre o otto giorni (anche meno, secondo le necessità). È tuttavia possibile compiere l'intero ciclo mensile.[133]
Il principale centro di studio diretto dai gesuiti[134] è la Pontificia Università Gregoriana, fondata nel 1553 a Roma da Ignazio di Loyola e Francesco Borgia con il nome di Collegio Romano, eretta in università da papa Paolo IV nel 1556 e restaurata da papa Leone XII nel 1824;[135] a essa nel 1924 papa Pio XI ha consociato il Pontificio Istituto Biblico, fondato da papa Pio X nel 1909, e il Pontificio Istituto Orientale, fondato da papa Benedetto XV nel 1917.[136]
L'ordine pubblica numerose riviste come Gregorianum, Analecta Bollandiana e Archivum Historicum Societatis Iesu, semestrale fondato nel 1932 che pubblica articoli di ricerca storica, documenti inediti, recensioni, bibliografie.[137] Tra gli altri periodici nati per iniziativa della Compagnia: La Civiltà Cattolica, Etudes, Recherches de science religieuse, Revue d'ascétique et de mystique, Stimmen der Zeit, Letture, Popoli, Aggiornamenti sociali, Messaggio del Sacro Cuore.
Nel loro apostolato missionario viene data sempre maggiore importanza al tentativo di incarnare nelle diverse culture l'annuncio del messaggio di Gesù (inculturazione).[138]
Negli ultimi decenni del XX secolo il numero dei gesuiti ha continuato a diminuire: nel 1980 erano in totale 27.053 e nel gennaio 1984 25.724.[140] Alla fine del 2008 l'ordine contava complessivamente 18.516 membri, 13.096 dei quali sacerdoti, in 1.718 case;[1] al 31 dicembre 2009 l'ordine contava complessivamente 18.266 membri, 12.887 dei quali sacerdoti.[141]
Note [modifica]
^ a b c d Ann. Pont. 2010, p. 1438.
^ Poiché la versione ufficiale in latino del Vangelo utilizzava la lettera "J" per il nome di Gesù (Jesus, anziché Iesus), sovente si utilizza la sigla "S.J."
^ a b c W.V. Bangert, op. cit., p. 33.
^ a b M. Inglot, op. cit., p. 158.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 29-30.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 30-31.
^ Iserloh, Glazik, Jedin, op. cit., p. 536.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 32-33.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 246.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 34-36.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 36-37.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 37.
^ C. de Dalmases, op. cit., pp. 125-126.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 38.
^ a b J.W. O'Malley, op. cit., p. 39.
^ C. de Dalmases, op. cit., pp. 148-149.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 38-40.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 31.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 32.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 41.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 34.
^ a b c G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 256.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 254-255.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 254.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 255.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 149.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 151-152.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 159.
^ O. Niccoli, op. cit., pp. 195-196.
^ O. Niccoli, op. cit., pp. 196-197.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 187.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 187-189.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 189-193.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 198.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 207.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 208-212.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 222.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 223.
^ a b J.W. O'Malley, op. cit., p. 225.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 226-227.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 228-229.
^ a b C. Capra, op. cit., pp. 113-115.
^ J.W. O'Malley, op. cit., pp. 248-249.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., pp. 253-254.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 40-41.
^ a b c J.W. O'Malley, op. cit., pp. 86-87.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., p. 257.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., p. 168.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 99.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 100.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 169.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., p. 355.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 170-171.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 357.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 171.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 172.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 258.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., pp. 44-48.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 102.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., pp. 173-175.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 175-176.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., pp. 176-177.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., p. 179.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 263.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 264.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 265.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 265-266.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 177.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 267.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 361-362.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 362-363.
^ a b W.V. Bangert, op. cit., p. 50.
^ a b c W.V. Bangert, op. cit., p. 51.
^ a b Iserloh, Glazik, Jedin, op. cit., pp. 711-712.
^ A. Rayez, in BSS, op. cit., vol. X (1968), coll. 818-821.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 282.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 284-285.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 286.
^ C. Testore, in BSS, op. cit., vol. III (1962), coll. 730-731.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 103-104.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 104-105.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 105-106.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 181-183.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 271-272.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 370.
^ O. Niccoli, op. cit., pp. 164-165.
^ O. Niccoli, op. cit., p. 166.
^ A. Prosperi, op. cit., pp. 570-571.
^ A. Prosperi, op. cit., p. 551.
^ A. Prosperi, op. cit., p. 622.
^ O. Niccoli, op. cit., p. 167.
^ O. Niccoli, op. cit., p. 168.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 140.
^ P. Bianchini (cur.), op. cit., p. 7
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 391-393.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 399.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 407.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 411.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 417.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 418.
^ M. Inglot, op. cit., p. 6.
^ M. Inglot, op. cit., p. 7.
^ M. Inglot, op. cit., p. 5.
^ M. Inglot, op. cit., pp. 8-9.
^ M. Inglot, op. cit., p. 9.
^ M. Inglot, op. cit., pp. 9-10.
^ M. Inglot, op. cit., p. 29.
^ F. Morlot, in DIP, op. cit., vol. V (1978), coll. 1672-1678.
^ M. Fois, in DIP, op. cit., vol. VIII (1988), coll. 1682-1683.
^ M. Colpo, in DIP, op. cit., vol. VIII (1988), coll. 1609-1611.
^ M. Inglot, op. cit., p. 33.
^ Documento edito da R. de Martinis, Iuris pontificii de propaganda fide. Pars prima, tomo IV, Romae 1891, p. 454.
^ P. Bianchini (cur.), op. cit., pp. 89-108
^ M. Inglot, op. cit., p. 35.
^ Documento edito da R. de Martinis, Iuris pontificii de propaganda fide. Pars prima, tomo IV, Romae 1891, p. 520.
^ a b c G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 258.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 259.
^ a b c G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 260.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 250-251.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 230.
^ W.V. Bangert, op. cit., pp. 488-489.
^ I. Parraguirre, in DIP, op. cit., vol. II (1975), coll. 1287-1293.
^ R. García, in BSS, op. cit., vol. VII (1966), coll. 674-705.
^ F. Baumann, in BSS, op. cit., vol. VIII (1967), coll. 348-353.
^ M. Fois, in DIP, op. cit., vol. II (1975), coll. 1262-1265.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 250.
^ a b c G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., pp. 252-253.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 382.
^ C. Testore, in BSS, op. cit., vol. I (1961), coll. 861-863.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 53.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 61.
^ J.W. O'Malley, op. cit., p. 85.
^ A. Martini, in M. Escobar (cur.), op. cit., vol. I (1951), pp. 765-769.
^ Ann. Pont. 2010, p. 1756.
^ Ann. Pont. 2010, p. 1909.
^ Ann. Pont. 2010, p. 1910.
^ M. Fois, in DIP, op. cit., vol. I (1974), col. 874.
^ G. Switek, in G. Schwaiger, op. cit., p. 261.
^ Dati riportati in DIP, op. cit., vol. II (1975), col. 1280.
^ W.V. Bangert, op. cit., p. 545.
^ Gesuiti nel mondo. Vol. XIV, N. 7, 12 aprile 2010. URL consultato il 612-2010.
Bibliografia [modifica]
Annuario Pontificio per l'anno 2010, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010. ISBN 978-88-209-8355-9.
William V. Bangert, Storia della Compagnia di Gesù, Marietti, Genova 1990. ISBN 88-211-6806-9.
Paolo Bianchini (cur.), Morte e resurrezione di un ordine religioso, Vita e pensiero, Milano 2006. ISBN 88-343-1287-2.
Carlo Capra, Età moderna, Le Monnier, Firenze 1996. ISBN 88-00-45103-9.
Filippo Caraffa e Giuseppe Morelli (curr.), Bibliotheca Sanctorum (BSS), 12 voll., Istituto Giovanni XXIII nella Pontificia Università Lateranense, Roma 1961-1969.
Cándido de Dalmases, Il padre maestro Ignazio, Jaca Book, Milano 1994. ISBN 88-16-30265-8.
Mario Escobar (cur.), Ordini e congregazioni religiose, 2 voll., SEI, Torino 1951-1953.
Marek Inglot, La Compagnia di Gesù nell'Impero Russo (1772-1820), EPUG, Roma 1997. ISBN 88-7652-722-2.
Erwin Iserloh, Josef Glazik, Hubert Jedin, Riforma e Controriforma (vol. VI della serie Storia della Chiesa, diretta da H. Jedin), Jaca Book, Milano 2001. ISBN 88-16-30246-1.
Ottavia Niccoli, La vita religiosa nell'Italia moderna, Carocci editore, Roma 2002. ISBN 88-430-2412-4.
John W. O'Malley, I primi gesuiti, Vita e pensiero, Milano 1999. ISBN 88-343-2511-7.
Guerrino Pelliccia e Giancarlo Rocca (curr.), Dizionario degli Istituti di Perfezione (DIP), 10 voll., Edizioni paoline, Milano 1974-2003.
Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza, Giulio Einaudi editore, Torino 1996. ISBN 88-06-12670-9.
Georg Schwaiger, La vita religiosa dalle origini ai nostri giorni, San Paolo, Milano 1997. ISBN 978-88-215-3345-X.
Voci correlate [modifica]
Controriforma
Preposito generale della Compagnia di Gesù
Congregazioni generali della Compagnia di Gesù
Membri illustri della Compagnia di Gesù
Gesuitesse
Missione gesuita in Cina
Missioni gesuite in Nord America
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
(EN) Il sito web ufficiale della Compagnia di Gesù
(IT) Il sito web ufficiale della provincia italiana dell'ordine

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