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giovedì 3 marzo 2011

Il potere di grazia del Presidente della Repubblica











Il potere di grazia del Presidente della Repubblica

Questo documento è la sintesi di un documento più ampio che è possibile trovare nella “prima pagina” del sito www.ildirittoamministrativo.it

A chi spetta il potere di grazia?

La grazia, in passato riservata al Re, è oggi una prerogativa del Presidente della Repubblica.

L’art. 87, undicesimo comma della Costituzione prevede che “Il presidente della Repubblica può concedere grazia e commutare le pene “.

Dal tenore letterale di tale norma il potere di grazia è riservato espressamente ed in via esclusiva al Capo dello Stato, quale organo super partes rappresentante dell’unità nazionale.

Tuttavia, l’articolo 89 della Costituzione dispone “nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che se ne assumono la responsabilità”.
La concessione della grazia è, quindi, un atto formalmente presidenziale ma sostanzialmente misto, che presuppone la compartecipazione fra Capo dello Stato e Ministro proponente.
Il Ministro della Giustizia, è cioè, competente ad effettuare l’istruttoria sulla grazia, a predisporre il relativo decreto di concessione che da forma al provvedimento di clemenza, a controfirmarlo ed a curarne l’esecuzione.
La decisione finale su tale atto, che per ragioni umanitarie mitiga o elide il trattamento sanzionatorio - come ribadito dalla Corte Costituzionale nella Sentenza n. 200 del 2004 - è di esclusiva competenza “del Capo dello Sato”. Spetta cioè unicamente al Presidente della Repubblica valutare la “sussistenza in concreto dei presupposti umanitari che giustificano l’adozione del provvedimento di clemenza”.


Perché può essere concessa la grazia?
La grazia è un istituto connotato da una finalità (come riconosciuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 134 del 1976 e nell’ordinanza n. 388 del 1987) “umanitaria ed equitativa” che si sostanzia nello “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa viene a configgere con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”.

Inoltre dalla relazione governativa al progetto preliminare del codice di procedura preliminare del 1988, a commento dell’articolo 672, si evince che la grazia funge da “strumento di risocializzazione “ del condannato “alla luce dei risultati del trattamento rieducativo” al quale egli sia stato sottoposto.
“L'esercizio del potere di grazia risponde a finalità essenzialmente umanitarie, da apprezzare in rapporto ad una serie di circostanze (non sempre astrattamente tipizzabili), inerenti alla persona del condannato o comunque involgenti apprezzamenti di carattere equitativo, idonee a giustificare l'adozione di un atto di clemenza individuale, il quale incide pur sempre sull'esecuzione di una pena validamente e definitivamente inflitta da un organo imparziale, il giudice, con le garanzie formali e sostanziali offerte dall'ordinamento del processo penale.
La funzione della grazia è, dunque, in definitiva, quella di attuare i valori costituzionali, consacrati nel terzo comma dell'art. 27 Cost., garantendo soprattutto il «senso di umanità», cui devono ispirarsi tutte le pene, e ciò anche nella prospettiva di assicurare il pieno rispetto del principio desumibile dall'art. 2 Cost., non senza trascurare il profilo di «rieducazione» proprio della pena.
È evidente, altresì, come – determinando l'esercizio del potere di grazia una deroga al principio di legalità – il suo impiego debba essere contenuto entro ambiti circoscritti destinati a valorizzare soltanto eccezionali esigenze di natura umanitaria”[1].

Il potere di grazia viene esercitato sempre meno: mentre nel 1966, furono concessi 1003 provvedimenti di clemenza, ne sono stati adottati appena 17 nel 2006 [2].


Qual è il procedimento per concedere la grazia?
1.Iniziativa:
Il procedimento di grazia si instaura, salva l’ipotesi della proposta proveniente dal Presidente del Consiglio di disciplina, con la domanda di grazia sottoscritta, dal condannato o da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore, dal curatore, da un avvocato, diretta al Presidente della Repubblica e presentata al Ministro della Giustizia; oppure con l’iniziativa assunta direttamente dal Presidente della Repubblica.
2. Istruttoria:
Vi è poi la fase dell’istruttoria, che prevede l’invio, al Ministro di Giustizia, da parte del Magistrato di sorveglianza (se il condannato è detenuto o internato) o del Procuratore generale (se il condannato non è detenuto o internato) delle informazioni e degli “elementi di giudizio” utili ai fini della determinazione circa la concessione, o meno della clemenza.
Il Ministero della Giustizia valuta gli elementi forniti e i pareri espressi dagli organi giurisdizionali, e conclude con un provvedimento di archiviazione o con la formulazione di una proposta “motivata” di grazia.
Nel primo caso, qualora il Ministro della Giustizia decida di disporre l’archiviazione se il Capo dello Stato abbia, a seguito della comunicazione e/o conoscenza della decisione di archiviazione, sollecitato, previa eventuale acquisizione di una apposita informativa orale o scritta (c.d. “relazione obiettiva”), il compimento dell'attività istruttoria, “il Ministro non ha il potere di impedire la prosecuzione del procedimento, può soltanto rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento”[3].
3. La fase finale
Il Presidente della Repubblica, dal canto suo, nell’ ipotesi in cui il Ministro Guardasigilli gli abbia fatto pervenire le sue motivate valutazioni contrarie all'adozione dell'atto di clemenza, ove non le condivida, concede la grazia, esternando nell'atto le ragioni per le quali ritiene di dovere concedere ugualmente la grazia, malgrado il dissenso espresso dal Ministro.
Nel secondo caso, invece, alla proposta “motivata” di grazia segue la predisposizione dello schema del provvedimento.
Sulla base degli elementi trasmessi dal Ministro di Giustizia, il Presidente della Repubblica valuta la sussistenza, in concreto, delle ragioni essenzialmente umanitarie giustificatrici dell’adozione del provvedimento di clemenza.
Alla valutazione positiva del Capo dello Stato segue la controfirma del decreto di grazia da parte del Guardasigilli, il quale provvede, altresì, agli adempimenti esecutivi.
_________________________

[1] Corte Costituzionale Sentenza n. 200 del 2006
[2] A titolo semplificativo si riportano i provvedimenti di concessione della grazia concessi negli ultimi 6 anni. Sul sito della giustizia sono, altresì, liberamente consultabili le grazie concesse fin dal 1950.
[3] Corte Costituzionale Sentenza n. 200 del 2006




Il potere di grazia
L’art. 87 della Costituzione prevede, al comma undicesimo, che il Presidente della Repubblica può, con proprio decreto, concedere grazia e commutare le pene. Si tratta di un istituto clemenziale di antichissima origine che estingue, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza irrevocabile o la trasforma in un'altra specie di pena prevista dalla legge (ad esempio la reclusione temporanea al posto dell’ergastolo o la multa al posto della reclusione). La grazia estingue anche le pene accessorie, se il decreto lo dispone espressamente; non estingue invece gli altri effetti penali della condanna (art. 174 c.p.). Ai sensi dell’art. 681 del codice di procedura penale può essere sottoposta a condizioni.
Il procedimento di concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale. La domanda di grazia è diretta al Presidente della Repubblica e va presentata al Ministro della Giustizia. È sottoscritta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato. Se il condannato è detenuto o internato, la domanda può essere però direttamente presentata anche al magistrato di sorveglianza. Il presidente del consiglio di disciplina dell’istituto penitenziario può proporre, a titolo di ricompensa, la grazia a favore del detenuto che si è distinto per comportamenti particolarmente meritevoli.
Sulla domanda o sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello o, se il condannato è detenuto, il Magistrato di sorveglianza. A tal fine, essi acquisiscono ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari …. Acquisiti i pareri, il Ministro trasmette la domanda o la proposta di grazia, corredata dagli atti dell’istruttoria, al Capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario alla concessione del beneficio. Come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 200 del 2006, al Capo dello Stato compete la decisione finale. L’art. 681 del codice di procedura penale prevede anche che la grazia possa essere concessa di ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che è stata compiuta l’istruttoria.
Se il Presidente della Repubblica concede la grazia, il pubblico ministero competente ne cura l’esecuzione, ordinando, se del caso, la liberazione del condannato.
Le indicazioni della sentenza 200/2006 e le iniziative del Presidente Napolitano
Il 18 maggio 2006, la Corte costituzionale depositò la sentenza n. 200 sul potere di grazia e affermò, nella sostanza, che il Capo dello Stato ne era titolare non solo formale.
Lo stesso 18 maggio, e a tre giorni dal suo insediamento, il Presidente Napolitano comunicò la sua intenzione di istituire un Ufficio deputato (l’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia), tra l’altro, alla trattazione delle pratiche di grazia e di commutazione delle pene: una trattazione che, sulla base delle conclusioni prese dalla sentenza, si poteva prevedere particolarmente delicata e complessa anche sotto l’aspetto delle prassi organizzative da individuare e delle procedure da seguire.
Con la sentenza 200/2006, infatti, la Corte costituzionale ha risolto il conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del Ministro della giustizia Roberto Castelli in relazione alla titolarità del potere di grazia. Nella sentenza si legge che l'esercizio del potere di grazia risponde a finalità essenzialmente umanitarie e serve “a temperare il rigorismo dell'applicazione pura e semplice della legge penale favorendo l'emenda del reo e il suo reinserimento nel tessuto sociale”. Nella sentenza, la Corte sottolinea anche che l’istituto della grazia ha ora perso le connotazioni legate a “fini di politica penitenziaria” e ha recuperato la funzione di strumento destinato a soddisfare solo straordinarie esigenze umanitarie. Da ciò si deduce la necessità di riconoscere che, nell'esercizio del potere di clemenza individuale, il Capo dello Stato ha potestà decisionale perché organo super partes e “rappresentante dell'unità nazionale”, estraneo al “circuito” dell'indirizzo politico-governativo.
Nella sentenza, la Corte ha inoltre chiarito che spetta al Ministro svolgere l’attività istruttoria e comunicarne gli esiti al Capo dello Stato con le sue “proposte”. Se il Capo dello Stato non condivide le valutazioni contrarie del Ministro, “adotta direttamente il decreto concessorio esternando nell’atto le ragioni per le quali ritiene di dovere concedere egualmente la grazia, malgrado il dissenso espresso dal Ministro”
La esclusione del carattere “duale” del potere di grazia ha indotto a individuare nuove procedure idonee ad agevolare l’esercizio dei poteri-doveri che, nella materia, la Corte ha attribuito al Capo dello Stato e al Ministro. Negli oltre quattro anni decorsi dalla sentenza della Corte (e durante i quali si sono succeduti tre Ministri della Giustizia e due Ministri della Difesa) la cooperazione tra le strutture ministeriali e quelle della Presidenza della Repubblica è stata piena e leale. Grazie a essa si è pervenuti alla elaborazione di prassi condivise tese a sviluppare in modo sistematico i principi enucleabili dalla sentenza 200/2006.
Per la Presidenza della Repubblica, dunque, il primo effetto “organizzativo” determinato dalla sentenza è stato quello della costituzione di un apposito Ufficio cui è stata affidata sia la trattazione delle pratiche relative alla concessione delle grazie e alla commutazione delle pene sia la trattazione di tutti gli altri affari in materia di giustizia connessi alle competenze del Capo dello Stato.
La costituzione dell’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia e la organizzazione del Comparto Grazie
L’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia è stato istituito dal Presidente Napolitano con decreto del 31 maggio 2006 (art. 10 - bis D.P. 26 luglio 2005, n. 60/N introdotto dal D.P. 1/N del 2006). A esso, è affidato il compito di curare i rapporti con il Consiglio Superiore della Magistratura e di trattare le pratiche relative all’amministrazione della giustizia e alla concessione delle grazie nonché, infine, di svolgere attività istruttoria - in collegamento con l’Ufficio per gli Affari Giuridici e le Relazioni Costituzionali della Presidenza - sui disegni di legge da autorizzare, sulle leggi da promulgare e sui decreti da emanare in materia di giustizia.
L’Ufficio, che è diretto dal Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia, si articola in quattro settori: Comparto Rapporti con il Consiglio Superiore della Magistratura, Comparto Istanze dei cittadini in materia di giustizia, Comparto Grazie, Comparto Normativo. A questo ultimo, è affidato il compito di esaminare i provvedimenti legislativi o regolamentari fin dal loro annuncio di presentazione e di seguirne l’iter di approvazione.
Al Comparto Grazie1 sono affidati, in particolare, i compiti appresso elencati:
esame sia delle domande (o proposte: art. 681 comma 3 c.p.p.) di grazia o commutazione delle pene pervenute al Capo dello Stato sia delle comunicazioni che il Ministero competente (Difesa o Giustizia) invia alla Presidenza della Repubblica in relazione a quelle che a esso sono state presentate
ricerca di eventuali precedenti e fascicolazione delle pratiche
trasmissione al Ministero competente delle domande o proposte pervenute al Capo dello Stato, perché di esse si avvii la istruttoria
richiesta al Ministero di assicurare priorità alla istruttoria di domande o proposte che prospettano situazioni obiettivamente meritevoli di trattazione urgente
richiesta di notizie al Ministero sullo stato della istruttoria quando sono decorsi otto mesi dalla trasmissione della domanda o proposta
esame e valutazione delle “proposte” formulate dal Ministro all’esito della istruttoria ed eventuale richiesta di integrazioni
predisposizione della Relazione da inviarsi al Capo dello Stato per le sue determinazioni
comunicazione al Ministero delle determinazioni del Capo dello Stato
tenuta e aggiornamento dell’archivio (cartaceo e informatico) con elaborazione ed esame dei dati sul numero e le tipologie delle determinazioni del Capo dello Stato
studio delle problematiche attinenti all’istituto della grazia e, in rapporto con gli uffici ministeriali, individuazione di prassi che consentano la tempestiva definizione delle pratiche e il rispetto delle esigenze di riservatezza e trasparenza2.
Il direttore dell’Ufficio provvede alla stesura definitiva della Relazione da rimettere al Capo dello Stato per le sue determinazioni. La relazione sintetizza le informazioni desumibili dalla domanda oppure dalla proposta di grazia o di commutazione delle pene, dalla istruttoria svolta e dalla “proposta” del Ministro3 . Nella sua parte finale, la Relazione riporta le valutazioni dell’Ufficio sulla opportunità di concedere, rigettare o archiviare la richiesta dell’atto di clemenza. In genere, la Relazione contiene:
la indicazione della data di presentazione della domanda o proposta e delle generalità del condannato
la descrizione dei motivi posti a sostegno della domanda o proposta
gli estremi della condanna, i reati per i quali è stata pronunciata e lo stato della esecuzione (con indicazione degli eventuali benefici penitenziari concessi)
il tenore del parere del magistrato di sorveglianza e delle osservazioni del procuratore generale presso la corte di appello oltre che delle considerazioni espresse dalle autorità di polizia e, quando del caso, dalle persone offese o danneggiate dal reato
eventuali altre emergenze di rilievo
le conclusioni prese dal Ministro e le ragioni poste a sostegno della sua “proposta”
le valutazioni dell’Ufficio.
La Relazione è redatta in forma semplificata quando la richiesta di clemenza è priva dei presupposti di ammissibilità.
Le determinazioni del Capo dello Stato sono apposte in calce alla Relazione che viene con esse custodita nel fascicolo relativo alla pratica di grazia o commutazione delle pene presente in archivio. Delle determinazioni è data notizia al Capo di Gabinetto del Ministro competente anche per i conseguenti adempimenti4.
Se il Capo dello Stato ritiene di concedere la grazia o di commutare la pena, gli uffici ministeriali predispongono lo schema del relativo decreto. Il decreto è adottato dal Capo dello Stato e trasmesso al Ministro per la controfirma e la esecuzione5.
Se il Capo dello Stato ritiene che non ricorrano i presupposti di merito richiesti per la concessione del provvedimento di clemenza oppure che la domanda o la proposta non può essere accolta per difetto di alcuno dei suoi presupposti di ammissibilità, ne dispone – rispettivamente – il rigetto o l’archiviazione (c.d. “messa agli atti”).
Tra le cause di archiviazione rientrano ad esempio, la rinuncia alla domanda di clemenza, la sopravvenuta morte dell’interessato, la circostanza che la domanda è stata presentata in relazione a detenzioni cautelari, a condanne non definitive, a misure di sicurezza o di prevenzione personale. Tra le cause di archiviazione rientrano anche la sopravvenuta carenza di interesse (come accade quando la pena detentiva è stata espiata - anche per effetto dell’indulto - oppure quando è avvenuto il pagamento della pena pecuniaria).
In applicazione dei principi enunciati dalla Corte costituzionale, si ritiene che il provvedimento di clemenza individuale non possa mai risolversi in un improprio rimedio volto a sindacare la correttezza della decisione del giudice, ma, in presenza di eccezionali esigenze umanitarie, possa invece mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio da essa fissato. A seguito di rigorosi e approfonditi accertamenti, la grazia viene perciò concessa solo quando il senso di umanità cui le pene debbono ispirarsi - sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali della persona e sotto quello della emenda - non può essere garantito ricorrendo agli strumenti ordinari apprestati dal sistema penale e dall’ordinamento penitenziario (artt. 2 e 27 comma 3 della Costituzione)6 7.
Ogni decisione sul merito è adottata dopo aver valutato:
la peculiarità umanitaria che il caso presenta (ad esempio, per la risalenza nel tempo del delitto commesso, per la età e incensuratezza del suo autore, per il contesto - “storico”, personale, familiare, - in cui si è verificato …)
il periodo di pena espiato e la fruizione eventuale di benefici penali o penitenziari.
l’assenza di elementi dai quali dedurre l’attuale pericolosità del condannato
gli esiti del processo rieducativo e, specie per le domande di grazia relative a pene accessorie, l’intervenuto reinserimento sociale del condannato
la condotta inframuraria tenuta
le osservazioni delle vittime del reato o, in caso di loro morte, dei loro familiari
la incompatibilità delle condizioni di salute del condannato con lo stato detentivo e la inattitudine a fronteggiarne la precarietà con i benefici ordinari (penali e penitenziari).
1Al Comparto Grazie è attualmente preposto un magistrato ordinario collocato fuori del ruolo organico della magistratura, coadiuvato da tre unità di personale amministrativo.
2Alle unità di personale non addette al Comparto Grazie è fatto divieto di accedere ai dati e alle informazioni sulle pratiche di grazie, anche se definite, salvo che l’accesso sia autorizzato dal direttore dell’Ufficio o dal responsabile del Comparto. Se richiesto, il personale del Comparto può fornire notizie, relativamente alla sola fase in cui si trova il procedimento, all’interessato o al soggetto legittimato che ha presentato la domanda o la proposta. Anche al personale del Comparto è però fatto divieto di fornire notizie su ogni altro dato o informazione presente nell’archivio e, in particolare, sui contenuti della istruttoria ministeriale, delle eventuali integrazioni richieste dall’Ufficio, della “proposta” del Ministro e delle determinazioni del Capo dello Stato. I dati e le notizie sulle pratiche di grazia sono immessi nel sistema informatico della Presidenza della Repubblica secondo procedure che ne garantiscono la riservatezza.
3Le risultanze della istruttoria sono allegate dalle strutture ministeriali alla “proposta” del Ministro.
4Il principale adempimento a rilevanza esterna è quello della comunicazione - all’interessato o, quando del caso, al direttore dell’istituto penitenziario - del rigetto o archiviazione della domanda o proposta. In caso di concessione della grazia, il principale adempimento è ovviamente quello di provvedere per la esecuzione del decreto presidenziale.
5Le copie dei provvedimenti di clemenza individuale custoditi presso il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica non recano perciò la controfirma del Ministro.
6Quanto alle condanne a pene pecuniarie, si ritiene in via generale, che le “straordinarie esigenze umanitarie” sussistono solo quando il pagamento delle pene stesse ha una incidenza sulla situazione personale e familiare del condannato così immediata e assoluta da non poter essere fronteggiata ricorrendo all’istituto della rateizzazione. Va poi rilevato che, ferma la possibilità di rateizzazione della pena pecuniaria inflitta, la declaratoria di estinzione della pena detentiva conseguente all’affidamento in prova al servizio sociale non impedisce al tribunale di sorveglianza di dichiarare anche la estinzione della pena pecuniaria, una volta accertato che l’interessato si trova in disagiate condizioni economiche (Cass. 15184/2009 e Cass. 1375/2009).
7Come si deduce da quanto già esposto, la fruizione di benefici non è in sé ostativa alla concessione del provvedimento di clemenza specie nei casi in cui fatti sopravvenuti o la ricorrenza di situazioni eccezionali ne fanno emergere la inadeguatezza. Non si ritiene invece che la grazia e la commutazione delle pene possano essere concesse quando risulta pendente procedimento per la revisione della condanna; in questo caso, il provvedimento di clemenza si configurerebbe come un suppletivo grado di giudizio, escluso dalla sentenza 200/2006 della Corte costituzionale.
I provvedimenti di clemenza individuale e le pratiche di grazia dal 15 maggio 2006
Dal suo insediamento (15 maggio 2006), il Presidente Napolitano ha adottato 16 provvedimenti di clemenza individuale. Di essi, 6 sono stati emessi nel primo anno del settennato; 7 nel secondo; 2 nel terzo; 1 nel quarto1 . Si è trattato di 4 decreti di grazia per pene detentive temporanee; 1 decreto di grazia per pena detentiva temporanea e la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici; 10 decreti di grazia per la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici; 1 decreto di grazia per pena detentiva temporanea (reclusione militare) relativa a reato militare (diserzione) ( tabelle 1 e 2 e grafico 3). Non è stato dunque emesso alcun decreto di grazia per condannati all’ergastolo. Non sono stati poi emessi decreti di commutazione di pena e decreti di grazia relativi esclusivamente a pene pecuniarie. Non sono state infine concesse grazie parziali (anche a ragione della concessione dell’indulto: L. 31 luglio 2006, n. 241)2 .
Nessuno dei provvedimenti di grazia è stato adottato su difforme avviso del Ministro competente e solo in tre casi il Capo dello Stato ha ritenuto di non dover concedere la grazia pur se il Ministro aveva espresso avviso favorevole3 4 . Cinque decreti sono stati emessi in assenza di domanda o proposta. Quattro di essi per la sola pena accessoria; uno per la pena detentiva temporanea e per la pena accessoria5 .
Al 15 maggio 2010 (vale a dire, decorsi quattro anni dall’insediamento del Presidente Napolitano), i provvedimenti di clemenza individuali dei Capi dello Stato risultano essere 42.267 di cui (almeno) 3.610 per reati militari. Il dato non è mutato.
Dal 15 maggio 2006 al 30 novembre 2010, sono state sottoposte all’attenzione del Presidente Napolitano sia le pratiche che hanno dato luogo all’adozione dei 16 provvedimenti di grazia sia altre 1533 domande o proposte di grazia oppure di commutazione di pene. Di esse 898 sono state rigettate (5 per reati militari) e 635 archiviate o “poste agli atti” (1 per reato militare)6 . Nel primo anno del settennato ne sono state rigettate o poste agli atti 294; nel secondo, 325; nel terzo, 288; nel quarto, 366. Ulteriori 260 domande o proposte sono state rigettate o poste agli atti dal 16 maggio 2010 al 30 novembre 2010 ( tabelle 3 - 4 , grafico 3 e grafico4).
In 104 ulteriori casi, l’archiviazione della pratica è stata disposta direttamente dall’Ufficio. E’ accaduto quando la domanda di clemenza era palesemente priva dei requisiti che potevano consentirne la trattazione (per esemplificare, domande provenienti da soggetti non legittimati, domande prive di sottoscrizione, domande del tutto generiche la cui finalità non è stata chiarita dall’interessato pur dopo sollecitazione da parte dell’Ufficio).
Durante la Presidenza Napolitano, quindi, sono state a oggi trattate e definite n. 1.653 pratiche di grazia o commutazione di pena ( grafico 2).
1Se si fa riferimento all’anno solare, 6 provvedimenti sono stati emessi nel 2006; 7 nel 2007; 3 nel 2009. Nessun provvedimento è stato emesso nel 2008 e fino al 31 ottobre 2010.
2La concessione dell’indulto (nella misura di tre anni di pena detentiva) ha inciso in modo significativo sulle determinazioni del Capo dello Stato. In 481 casi (vale a dire, circa il 30% dei casi sottoposti all’attenzione dell’Ufficio), le domande di grazia non sono state esaminate nel merito, ma archiviate (“poste agli atti”) in quanto la esecuzione della pena era cessata a segiuto dell’applicazione dell’indulto (in 269 casi) oppure “anche” in applicazione di esso (in 212 casi). Inoltre, l’indulto ha esercitato, in via generale, la stessa funzione individualizzante solitamente rimessa alle grazie parziali. Da qui, l’assenza finora di quelle grazie parziali alle quali, nel precedente settennato, il Presidente Ciampi aveva invece fatto ricorso in ben 25 casi (sui complessivi 72 provvedimenti di clemenza adottati), quasi sempre per “ridurre” la pena del periodo necessario a consentire al giudice di sorveglianza di applicare al condannato benefici penitenziari. Può infine rilevarsi che la L. 241/2006 ha escluso la possibilità di concedere l’indulto ai condannati per i delitti più odiosi e di grande criminalità. Proprio da tali condannati – come da quelli sulla cui lunga carcerazione l’indulto non aveva influito in modo determinante – è stato presentato l’83% delle domande di grazia (si veda anche la nota n. 6).
3Il 31 maggio 2006, a poco più di dieci giorni dal deposito della sentenza 200/2006 della Corte costituzionale (18 maggio 2010), il Ministro della Giustizia, trasmise il decreto di grazia in favore di Ovidio Bompressi, non ribadì il dissenso espresso dal suo predecessore e non evidenziò altre ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si opponevano alla concessione della grazia. Rese, invece dichiarazioni pubbliche favorevoli alla clemenza. Non essendo pervenute motivate valutazioni ministeriali contrarie all’adozione del provvedimento di grazia, il Capo dello Stato adottò direttamente il decreto concessorio senza esternare nell’atto le ragioni di esso, come la Corte costituzionale afferma debba all’inverso avvenire in caso di dissenso espresso dal Ministro.
4Da ciò si desume, sotto altro aspetto, che in 1530 dei 1533 casi sottoposti al suo esame, le determinazioni contrarie alla clemenza del Capo dello Stato hanno coinciso con l’avviso contrario espresso dal Ministro competente.
5I cinque decreti furono emessi nel luglio 2007 nei confronti di cittadini austriaci che in epoca risalente - anni ’60 (generalmente 1963-1968) -, in giovane età e senza essere gravati da precedenti., erano stati autori di attentati terroristici. Per tre di loro le pene detentive temporanee erano state dichiarate prescritte nel 2002; per uno nel 2005. Per uno di loro, infine, la pena detentiva temporanea (reclusione) si sarebbe comunque prescritta appena cinque mesi dopo. Per tutti non sussistevano poi elementi dai quali dedurre l’attuale pericolosità. Nella occasione, il Presidente Napolitano ritenne di non concedere la grazia ad altri tre cittadini austriaci condannati all’ergastolo (e non alla sola reclusione) perché autori, nello stesso periodo, di attentati che avevano avuto la stessa finalità, ma che, a differenza degli altri, avevano cagionato la morte di una o più persone.
6La massima parte (attorno all’83%) delle domande o proposte di grazia (anche per pene accessorie) ha riguardato persone già condannate (avendo riferimento al delitto più grave addebitato) per delitti di omicidio volontario (attorno al 36%), di mafia (attorno all’10%), di traffico di stupefacenti (attorno al 21 %), di violenza sessuale aggravata (attorno al 10%), di sequestro di persona a scopo di estorsione (attorno al 6%). Poco più del 14% delle domande o proposte ha invece riguardato persone già condannate (nella gran parte plurirecidive) per altri delitti contro il patrimonio (rapina, estorsione, usura nonché furto, ricettazione, truffa). Le restanti richieste hanno infine prevalentemente riguardato persone già condannate per delitti come la strage, il procacciamento di notizie sulla sicurezza dello Stato, il peculato, la bancarotta fraudolenta.

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I dati numerici dei provvedimenti di clemenza individuale adottati dai Capi dello Stato fino al 14 maggio 2006
Si riportano i dati numerici – basati sulla documentazione custodita nell’Archivio storico – relativi ai destinatari di decreti di grazia e commutazione delle pene nelle Presidenze precedenti
Einaudi (dal 12 maggio 1948), n. 15.5787
Gronchi (dall’11 maggio 1955), n. 7.4238
Segni/Merzagora (dall’11 maggio 1962, Presidente Segni; dal 10 agosto 1964 al 6 dicembre 1964, Presidente supplente Merzagora), n. 926
Saragat (dal 29 dicembre 1964), n. 2.925
Leone (dal 29 dicembre 1971), n. 7.498 (7.373 per reati comuni e 125 per reati militari)
Pertini (dal 9 luglio 1978), n. 6.095 (2.805 per reati comuni e 3.290 per reati militari)
Cossiga (dal 3 luglio 1985), n. 1.395 (1.240 per reati comuni e 155 per reati militari)
Scàlfaro (dal 28 maggio 1992), n. 339 (302 per reati comuni e 37 per reati militari)
Ciampi (dal 18 maggio 1999), n. 72 (70 per reati comuni e 2 per reati militari).8
Al 15 maggio 2006, data di insediamento del Presidente Napolitano, i provvedimenti di clemenza individuale erano stati dunque 42.251 di cui (almeno) 3.609 per reati militari (grafico 4).

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7La clemenza fu concessa dal Presidente Einaudi con 479 decreti cumulativi riferibili complessivamente a 15.578 persone. Inizialmente, anche il Presidente Gronchi concesse clemenza con decreti cumulativi. Si trattò di 659 decreti riferibili complessivamente a 4.730 persone. I decreti successivi furono invece individuali e si riferirono a 2.693 persone. Il conteggio è stato effettuato presso l’Archivio Storico dal Servizio Studi del Segretariato.
8Dai dati forniti dall’Archivio Storico, non risulta che grazie per reati militari siano state concesse dai Presidenti Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat e dal Presidente supplente Merzagora.

mercoledì 12 gennaio 2011

Le dimissioni di Giovanni Leone





La storia del sesto presidente della Repubblica Italiana, Giovanni Leone. Il 15 giugno 1978, le sue clamorose dimissioni dalla piu’ alta carica dello Stato chiudono in modo traumatico la carriera di uno dei padri della Costituzione, tre volte Presidente della Camera, due volte Presidente del Consiglio, giurista di fama mondiale e penalista tra i piu’ apprezzati d’Italia. Un’indagine per capire i retroscena di quelle ingiuste dimissioni, attraverso la testimonianza esclusiva della moglie di Giovanni Leone, Vittoria Michitto Leone, e attraverso le Memorie inedite del Presidente della Repubblica. Da Presidente della Repubblica Leone è stato sottoposto a diverse accuse: come quella di prendere tangenti, di abuso edilizio o di frode fiscale. Tutte insinuazioni poi rivelatesi infondate, ma che durante gli ultimi mesi del suo mandato hanno fatto sì che si creasse contro di lui una campagna d'informazione spietata. Le ultime parole pubbliche del Presidente Leone, prima di lasciare il Quirinale, sono state: “La mia scelta non poteva essere che questa. Voi cittadini italiani avete avuto come Presidente della Repubblica un uomo onesto.”A combatterlo allora sfurono giornalisti (su tutti, Camilla Cederna) e politici, con i radicali in prima fila, cui si aggiunsero i comunisti. Che si prepararono a chiedere le dimissioni del capo dello Stato, ma quasi controvoglia. «La direzione era molto perplessa», racconta a La storia siamo noi Emanuele Macaluso. In seguito sia la giustizia che la storia hanno dato ragione all'ex Presidente. Qui ne fuoriesce il ritratto di una persona straordinaria, ricca di sentimenti e di humor, privo di odio verso le prossimo; un padre affettuoso, un uomo legatissimo alla moglie e un attento studioso. La sua vita politica Giurista eccellente e penalista, a soli 38 anni, nel 1946, viene eletto nelle liste della DC all'Assemblea Costituente: è l'inizio della sua carriera. Come membro della cosiddetta Commissione dei 75, ha l'importante funzione di scrivere i primi articoli della Costituzione. Il 10 maggio 1955 Leone diviene Presidente della Camera, secondo Francesco Cossiga.“ il più grande Presidente della Camera della Repubblica italiana”. Nel giugno del '68 è Presidente del Consiglio. Ma quasi più importante per lui rimane l'insegnamento e la sua carriera di giurista. Il suo Corso di Procedura Penale è stato studiato da decine di generazioni. Viene nominato senatore a vita dal Presidente Saragat il 27 agosto 1967. Un anno dopo, dal giugno al novembre 1968 guida il suo secondo governo. Continua la carriera universitaria come ordinario di diritto processuale; è autore di numerosi studi e svolge un'intensa attività forense fino al 21 dicembre del 1971, quando Leone si presenta all'appuntamento più importante della sua carriera politica: il Parlamento deve eleggere il Presidente della Repubblica. Dopo molte fumate nere, la DC si riunisce per proporre un nuovo candidato: la scelta è tra Aldo Moro e Giovanni Leone. Leone viene eletto ma con il voto determinante del Movimento Sociale. Già nel 1962 i voti dell'MSI avevano definito l'elezione del Presidente Segni. I primi anni del settennato di Leone sono un successo. Ad amarlo non è solo la gente comune. Giornalisti e politici di fama internazionale sembrano mostrare un'affettuosa simpatia nei confronti del Presidente partenopeo. Sull'Europeo Oriana Fallaci scrive: “Ora mi chiedevo perché mi piacesse. […] l'assenza di ogni presunzione.” Sono però anni difficili: gli anni della crisi economica, delle stragi, del terrorismo. Il 14 ottobre 1975 il Presidente Leone invia un messaggio importante alle camere di cui riportiamo qui un frammento (il testo completo nella voce “materiali”) : “Se la crisi che attraversiamo non sarà superata per volontà comune, non vi saranno vincitori, ma solo sconfitti perchè nessuna forza politica che si sia sottratta ad un impegno costruttivo, può pensare di poter dare assetto domani, con i mezzi che il sistema democratico consente, ad una società disarticolata e sconvolta.” La presidenza Leone, infatti, coincide con la crisi petrolifera, con l'austherity, con il referendum sul divorzio ma anche con l'escalation del terrorismo. Il 16 marzo del 1978 le brigate rosse rapiscono Aldo Moro, amico e collega di partito di Giovanni Leone. Per il Presidente della Repubblica è un colpo durissimo da sopportare, soprattutto di fronte alla presa di posizione, al muro della linea della fermezza da parte delle forze politiche. Giovanni Leone si rivelerà un battitore: dal Quirinale farà tutto il possibile per contribuire alla salvezza di Aldo Moro riferendo alla sua famiglia di essere pronto a firmare qualsiasi trattativa, qualsiasi grazia per la liberazione del suo amico democristiano. «Ho già la penna in mano», spiega Leone a Eleonora Moro, che gli aveva chiesto un intervento in extremis. «La telefonata- racconta Leone nelle sue memorie- mi dava l' opportunità di un intervento diretto. Io ero nel mio studio e c' era con me Cossiga. Gli dissi che stavo per telefonare a Zaccagnini. Cossiga mi bloccò la cornetta, dicendomi che tutto era registrato e che bisognava valutare bene il peso della mia telefonata».Ma gli eventi andarono diversamente. Le dimissioni del 15 giugno 1978 Nelle memorie riservate di Leone si legge: «Politicamente le mie dimissioni furono volute dal Pci e accettate, o subite, dalla Dc, che mi lasciò solo, mi abbandonò». Un esempio di quella solitudine affiora dalle annotazioni sui giorni più difficili, quando il capo dello Stato già in bilico chiede aiuto al segretario del partito, che gli nega perfino il diritto di difendersi cestinando una sua intervista all' Ansa. Leone continua: «Sono convinto che Zaccagnini agì in quell' occasione in maniera ostile e che alla base del suo atteggiamento, oltre alla malcelata ostilità politica di sempre, ci fu anche il risentimento per il forte contrasto che avevamo avuto nella conduzione di tutta la vicenda Moro» Quel 15 giugno Leone “uscì dal quirinale con la pioggia battente e nessuno andò a salutarlo”, racconta Francesco Cossiga. Secondo la moglie Vittoria quella fu “la pagina più brutta della storia italiana”. Le accuseAl Presidente veniva addebitata la sostanziale familiarità con i fratelli Lefevbre, rappresentanti italiani della Lockheed. Lo scandalo Lockheed- come venne chiamato- fu il primo grande scandalo nazionale. Finì in galera il ministro socialdemocratico Mario Tanassi e fu costretto alle dimissioni il suo collega dc Luigi Gui. L’accusa era di aver incassato mazzette dagli americani perché l'Italia acquistasse i grandi aerei da trasporto di truppa Hercules, i famosi C-130. Il sospetto era fondato su un appunto degli ufficiali pagatori venuti dall'America per foraggiare, tra gli altri, un misteriosissimo uomo politico nascosto sotto il nomignolo di Antelope Cobbler. Traduzione: ciabattino di antilopi, che, in realtà, non significava nulla. La parola cobbler venne scambiata con gobbler: in questo senso la frase si trovò ad assumere un altro significato: sbranatore di antilopi, cioè un leone. Le copertine dei più importanti giornali nazionali iniziarono infatti a rappresentarlo a metà tra uomo ed un animale. La campagna stampa fu spietata – alimentata dal settimanale Op di Mino Pecorelli - che coinvolse anche i familiari del Presidente.Arrivarono anche voci su presunte irregolarità fiscali e immobiliari. A soffiare sul fuoco furono i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino e un libro di Camilla Cederna Giovanni Leone - Carriera di un presidente. Il libro venne accusato di diffamazione, sequestrato, tolto dalla circolazione. Venne querelata la Cederna e il direttore dell'Espresso Livio Zanetti. Il processo si rivelerà però un boomerang che culminerà con plateali manifestazioni dei Radicali davanti al Quirinale, invocando le dimissioni del Presidente. Anche il segretario del Pci Enrico Berlinguer fece sapere al segretario della Dc Benigno Zaccagnini che per il bene comune e delle istituzioni, era necessario che Piazza del Gesù agisse immediatamente per spingere Leone alle dimissioni. Quella mattina del 15 giugno del '78 Leone chiamò la Rai per il commiato e lasciò il Quirinale. Negli anni, la giustizia gli darà ragione. Tutte le accuse contro la sua persona saranno messe a tacere. Il Presidente verrà “riabilitato”- come scrissero i giornali- molti anni dopo con una cerimonia solenne al Senato per i suoi 90 anni.
testo estratto dal sito http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=596 ove è possibile vedere la puntata dedicata al Presidente Leone
Le memorie inedite a 100 anni dalla nascita
Giovanni Leone e il «complotto» «Il Pci volle le mie dimissioni Ma fu la Dc ad abbandonarmi»

«Onorevoli colleghi, non mi fate dubitare della vostra saviezza... la Democrazia Cristiana non si lascerà processare nelle piazze». Era l' 8 marzo 1977 quando Aldo Moro pronunciò in Parlamento, con toni tra il liquoroso e il minaccioso, questa difesa del proprio partito, stretto nella morsa dello scandalo Lockheed. Un anno dopo sarebbe stato rapito e processato dalle Br, e condannato poi a morte. Destino che, qualche settimana più tardi, sarebbe toccato a un altro eccellente della Dc chiamato in causa per lo stesso affaire, il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il quale sarebbe stato anch' egli processato (nella piazza mediatica e al chiuso delle segreterie di partito, anzitutto il suo) e condannato politicamente a morte. Costretto cioè a dimettersi e a sparire dalla scena. E' un intreccio di cronologie e misteri quello che lega le sorti di Moro e Leone. E se sulla fine del primo si pretende che ogni interrogativo abbia avuto risposta - sul piano processuale - sulla parabola del secondo certi dubbi sono rimasti a lungo irrisolti. La verità è affiorata poco per volta in tempi recenti. Una verità a pezzi che è giusto rimettere insieme almeno in parte alla vigilia del centenario della nascita, che cade domani, e dei trent' anni dalla cacciata dal Quirinale. Mentre il Senato sta per onorarlo solennemente (il 12 novembre, presenti Napolitano, Schifani e Fini), La storia siamo noi gli dedica una puntata (in onda mercoledì alle 23.30 su Rai Due), nella quale affiorano stralci delle memorie inedite dell' ex capo dello Stato, incrociati con le testimonianze di alcuni protagonisti di quella stagione: da Andreotti a Cossiga e Macaluso. Le domande attorno alle quali ruota quest' ambiguo capitolo della storia repubblicana restano le stesse di sempre. Perché Leone entrò nel mirino? Erano fondate i sospetti contro di lui? Ci fu un complotto per farne il capro espiatorio di un sistema in crisi, mettendo nel tritacarne addirittura la sua famiglia? E se fu così, chi guidò la cospirazione e diede la spallata definitiva? Dopo che le accuse (corruzione, abusivismo edilizio, frode fiscale) caddero in fretta, una replica senza appelli alla questione di fondo la offre ora Cossiga, per il quale egli fu «dopo Moro, la più grande vittima della Dc». Una lettura confermata dalle stesse memorie riservate di Leone: «Politicamente le mie dimissioni furono volute dal Pci e accettate, o subite, dalla Dc, che mi lasciò solo, mi abbandonò». Un esempio di quella solitudine affiora dagli annotazioni sui giorni più difficili, quando il capo dello Stato già in bilico chiese aiuto al segretario del partito, che gli negò perfino il diritto di difendersi cestinando una sua intervista all' Ansa e suggerendo in tal modo che Leone era sacrificabile: «Sono convinto che Zaccagnini agì in quell' occasione in maniera ostile e che alla base del suo atteggiamento, oltre alla malcelata ostilità politica di sempre, ci fu anche il risentimento per il forte contrasto che avevamo avuto nella conduzione di tutta la vicenda Moro». Ecco: il caso Moro si conferma lo snodo di una partita dura e spregiudicata. Nella quale i vertici dello scudo crociato sono bloccati sulla linea della fermezza nel confronto con i terroristi, mentre il Quirinale «era pronto a firmare la grazia per la brigatista Besuschio o anche per altri», nella convinzione che quella mossa evitasse la morte dell' ostaggio. «Ho già la penna in mano», spiegò Leone a Eleonora Moro, che gli aveva chiesto un intervento in extremis. «La telefonata mi dava l' opportunità di un intervento diretto. Io ero nel mio studio e c' era con me Cossiga. Gli dissi che stavo per telefonare a Zaccagnini. Cossiga mi bloccò la cornetta, dicendomi che tutto era registrato e che bisognava valutare bene il peso della mia telefonata». C' era il rischio che il Quirinale fosse criticato per «interferenze», fu l' ammonimento di Cossiga. Senza contare che la Besuschio aveva mandati di cattura per vari reati e poteva dunque restare in carcere anche se parzialmente graziata, chiosò Andreotti, ciò che alle Br «sarebbe sembrata una provocazione». Due obiezioni tra le tante. Che comunque non fermarono il pressing del Colle sulla Dc, anche se era ormai troppo tardi per Moro. Poche settimane e, nel Paese ancora sotto shock, la campagna contro Leone divenne martellante. A combatterla furono giornalisti (su tutti, Camilla Cederna) e politici, con i radicali in prima fila, cui si aggiunsero i comunisti. Che si prepararono a chiedere le dimissioni del capo dello Stato, ma quasi controvoglia. «La direzione era molto perplessa», racconta a La storia siamo noi Emanuele Macaluso. «Ho avuto dei dubbi anch' io, poi però la logica del Pci era unitaria... Il passo fu fatto d' accordo con Andreotti e la segreteria della Dc. Non si pensi che il partito comunista da solo potesse fare questo passo, che era una cosa eccezionalissima». Inghiottito in un gorgo di intrighi nel quale compare perfino l' ombra di Gelli e senza che per lui valesse mai il minimo garantismo, Leone si arrese. Ma non senza lasciare scritto, a futura memoria: «Spero che chi non mi ha conosciuto possa cominciare a riconsiderare chi è stato veramente, dal 1971 al ' 78, il presidente della Repubblica». Marzio Breda
dal sito web http://archiviostorico.corriere.it/2008/novembre/02/Giovanni_Leone_complotto_Pci_volle_co_9_081102044.shtml
Opinioni su di lui nel 2001
Muore uno dei protagonisti della Prima Repubblica Leone, presidente notaio Dallo scandalo Lockheed alla riabilitazione morale e politica

Con Giovanni Leone scompare una delle figure più controverse della storia repubblicana. Antifascista, dc tutto d'un pezzo, presidente della Camera, del Consiglio e infine della Repubblica venne travolto dallo scandalo Lockheed e fu costretto alle dimissioni. Vent'anni dopo la piena riabilitazione morale e politica. La vita e la carriera di un emblema di cinquant'anni di potere democristiano.

Un politico di un'altra era Giovanni Leone è un classico esponente della "Prima Repubblica". Nel senso che, pur essendo un giurista affermato, ha sempre rivendicato con orgoglio la sua passione per la politica. Uno stile assai diverso da quello della "Seconda Repubblica", in cui sembra prevalere un atteggiamento più distaccato da parte di molti professionisti o intellettuali "prestati alla politica". Leone era sia un professionista che un intellettuale. Ma anche un politico, non uno "prestato alla politica".Il Presidente dimissionario Gli italiani lo ricordano soprattutto per le dimissioni rassegnate il 15 giugno 1978 sull'onda dello scandalo Lockheed. Un addio amaro, ma pieno di orgoglio. In tv dichiara: "In sei anni e mezzo avete avuto un uomo onesto!". Oggi in molti rivalutano la sua politica.Il giudizio degli storiciSecondo lo storico Arturo Carlo Jemolo la presidenza Leone fu assolutamente ineccepibile da un punto di vista politico e giuridico. Si limitò ad un ruolo notarile, senza uscite clamorose. L'unica decisione "politica" è lo scioglimento anticipato delle camere nel 1972, il primo nella storia della Repubblica. La difficoltà dei partiti a costituire un governo stabile era un dato accertato, ma in molti gli rimproverano ancora oggi di aver sciolto il Parlamento perché la Democrazia cristiana cercava di rimandare il referendum sul divorzio, che si terrà, infatti, solo nel 1974. Perché Leone viene scelto nel 1971Una scelta faticosa. Leone viene eletto solo al ventitreesimo scrutinio, con i voti determinanti di parte del Movimento sociale. Sette anni prima Leone era stato sconfitto dal socialdemocratico Giuseppe Saragat, sostenuto dalle sinistre. Leone fallisce il primo appuntamento con il Quirinale a causa delle divisioni all'interno della Dc. Tra lui è il Colle più alto ci sono cento "franchi tiratori" democristiani che non lo votano.La Malfa “king maker”Il vero "king maker" di Leone presidente fu, però, Ugo La Malfa che vedeva nel giurista partenopeo un candidato ideale perché non riconducibile a nessuna corrente democristiana. La Malfa (dopo aver affossato il candidato delle sinistre Nenni e strenuo oppositore di una candidatura Moro), antico antifascista, finiva per essere così il maggior sponsor elettorale di un presidente eletto coi voti determinate dei neofascisti. I comunisti non esitarono minimamente a rinfacciarglielo: anzi il solito irruento Giancarlo Pajetta (che nelle carceri fasciste e nella guerra partigiana aveva trascorso la gioventù) aggredì il leader repubblicano gettandogli addosso, in segno di disprezzo, un sacchetto di monetine da 10 lire.Il suo settennatoLa Presidenza Leone inizia nel 1971 e termina nel 1978 con sei mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato a seguito delle dimissioni richieste e ottenute da parte del Pci (entrato nell'area di maggioranza dopo le elezioni del 1976 per fronteggiare la crisi economica e l'emergenza rappresentata dal terrorismo) a seguito degli scandali e del nepotismo che da più parti si imputava agli ambienti del Quirinale e dei suoi inquilini. Uno dei sostenitori delle dimissioni anticipate di Leone fu il suo stesso grande elettore Ugo La Malfa che aspirava al Colle. A spingerlo, quegli ambienti laici progressisti favorevoli ad una partecipazione dei comunisti al governo dell'Italia, guidati da Eugenio Scalfari e dal suo nuovo quotidiano la Repubblica. Venne invece eletto presidente della Repubblica il socialista Sandro Pertini che da lì a poco dette a La Malfa l’incarico di formare il governo. Ma il leader repubblicano venne “bruciato” da uno scalpitante Bettino Craxi.Lo scandalo LockheedE’ il primo grande scandalo nazionale. Finisce in galera il ministro socialdemocratico Mario Tanassi ed è costretto alle dimissioni il suo collega dc Luigi Gui. L’accusa è di aver incassato mazzette dagli americani perché l'Italia acquistasse i grandi aerei da trasporto di truppa "Hercules", i famosi C-130.Le “colpe” di LeoneAl Presidente viene addebitata la sostanziale familiarità con i fratelli Lefevbre, rappresentanti italiani della Lockheed: possibile che Leone non sapesse dei loro traffici? Il sospetto è fondato su un appunto degli ufficiali pagatori venuti dall'America per foraggiare, tra gli altri, un misteriosissimo uomo politico nascosto sotto il nomignolo di "Antelope Cobbler". Traduzione: "ciabattino di antilopi", che non significa niente. Ma significa tante cose se, nell'appunto, c'è un errore, se invece di "cobbler" la parola inglese giusta è "gobbler". Allora la frase avrebbe un altro senso: "sbranatore di antilopi", cioè proprio un leone. E il Leone sul Colle, comincia a vacillare. Parte una campagna stampa furente – alimentata dal settimanale Op di Mino Pecorelli - che coinvolge anche i familiari del Presidente. Arrivano voci su presunte irregolarità fiscali e immobiliari. A soffiare sul fuoco sono i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino e un libro di Camilla Cederna Giovanni Leone - Carriera di un presidente. Il libro è accusato di diffamazione, sequestrato, condannato al rogo, tolto dalla circolazione. Viene querelata la Cederna e il direttore dell'Espresso Livio Zanetti. Il processo si rivela però un boomerang. Causa una feroce campagna di stampa che culmina con plateali manifestazioni dei Radicali davanti al Quirinale, che invocano le dimissioni del Presidente. Anche il segretario del Pci Enrico Berlinguer fa sapere al segretario della Dc Benigno Zaccagnini che per il bene comune, per il bene delle istituzioni, è necessario e urgente che Piazza del Gesù agisca immediatamente per spingere Leone alle dimissioni. E la “Balena bianca” lo molla. Soltanto Giulio Andreotti è contrario, ma è messo in minoranza. Leone fa chiamare la Rai-tv per il commiato e se ne va in punta di piedi. Non saranno mai provati in alcun Tribunale i sospetti sulla sua persona. E il Presidente verrà “riabilitato” molti anni dopo con una cerimonia solenne al Senato per i suoi 90 anni.E se ci fosse stato Moro...E pensare che un anno prima, il 3 marzo 1977, Aldo Moro era intervenuto alla Camera proprio sullo scandalo Lockheed (che aveva già squassato il sistema di potere centrista) difendendo accanitamente Luigi Gui: "Non ci lasceremo processare né intimidire", erano state le sue celebri parole. Ma quando è Leone sott’accusa, Moro è stato ammazzato, e la situazione politica ormai precipitata.Lo stile eccentricoMa contro Leone ha pesato il suo stesso "stile" personale, il suo modo tutto partenopeo d'atteggiarsi in pubblico, magari "facendo le corna" a un avversario, o cantando a squarciagola, spalancando le braccia, ’O sole mio in mezzo a un migliaio d'emigrati, nel Circolo italiano in Calle Florida a Buenos Aires, in una sua visita ufficiale in Argentina.Oggi – vista la propensione allo spettacolo di molti esponenti delle istituzioni – sarebbero motivo di popolarità e segno di vicinanza con la gente. Nell’Italia grigia e ancora bigotta degli anni Settanta, furono una colpa.Nasce nella borghesia partenopeaGiovanni Leone nasce a Napoli il 3 novembre del 1908 da un'antica famiglia della borghesia partenopea da sempre famosa negli ambienti forensi. Anche il giovane Giovanni decide di continuare "l'attività di famiglia" e intraprende la carriera nel mondo dell'avvocatura divenendo uno dei più stimati e vincenti "principi del foro" dei tribunali italiani, soprattutto nel centro e nel sud d'Italia. Milita clandestinamente nel movimento cattolico antifascista e nel referendum istituzionale monarchia o repubblica del 1946 si schiera, come la maggior parte dei suoi concittadini, a favore della continuazione del regno dei Savoia. Il padre è uno dei fondatori della Democrazia Cristiana a Napoli e, anche in questo caso, il figlio ne segue le orme candidandosi. La costituente del ‘46Viene eletto alla Costituente nelle liste del partito bianco. E’ uno dei rappresentanti dell'ala più conservatrice della Dc. Membro della commissione dei Settantacinque, si occupa di Giustizia e magistratura. Storici gli scontri con la costituente comunista Nilde Jotti. Leone era per il mantenimento di tutte le norme di ostracismo verso la carriera femminile in magistratura e avvocatura allora in vigore. La Jotti si batteva per un regime di pari opportunità per ambo i sessi anche nel mondo forense. Lo scontro con le sinistre e con le parti più avanzate del suo stesso partito furono duri, anche se tutti gli avversari gli riconobbero una correttezza encomiabile.Presidente a MontecitorioNel 1948 viene eletto deputato per la Democrazia Cristiana a Napoli e verrà riconfermato a Montecitorio per tutte le successive legislature fino alle elezioni del 1963. Nel 1955 il Presidente della Camera in carica Giovanni Gronchi viene eletto alla Presidenza della Repubblica e, il 10 maggio, Giovanni Leone gli subentra alla presidenza di Montecitorio dove rimarrà fino al 1963. I governi “balneari”Il Presidente della Repubblica Antonio Segni ricorre a Leone per la formazione di un governo monocolore democristiano (l'ennesimo, ma non l'ultimo) di transizione che permetta il trascorrere di alcuni mesi. Passano alla storia come “governi balneari” e Leone ne guidò più d’uno. Resta a Palazzo Chigi fino al dicembre del 1963 quando lascerà il posto a Aldo Moro e al suo primo governo di centro-sinistra organico con Pietro Nenni alla vicepresidenza del Consiglio dei Ministri.La proposta di TogliattiLeone è un uomo fedele al suo partito e alle istituzioni. Lo dimostra un episodio avvenuto nel 1962. Si deve eleggere il successore di Gronchi e nel penultimo scrutinio il candidato ufficiale dei partiti centristi (Dc, Pri, Pli e Psdi su cui convergevano in maniera determinate monarchici e missini) era il dc Antonio Segni, gradito e voluto dal segretario democristiano Aldo Moro. In tale scrutinio furono ritrovate schede in sovrannumero rispetto al numero dei votanti e si andò ad un nuovo voto. Il leader comunista Palmiro Togliatti (che temeva una Presidenza Segni nata con i voti determinanti della destra monarchica e missina) chiede di essere ricevuto da Leone e gli promette l'appoggio di comunisti e (forse) socialisti qualora si fosse rinviato al giorno successivo le votazioni, invece di farle immediatamente in notturna come volevano Moro e i capi dc per paura di ulteriori defezioni nelle file moderate. A Leone il Quirinale non dispiaceva, ma temendo di essere accusato di utilizzare la carica ricoperta per avvantaggiare la propria carriera rifiutò la proposta di Togliatti. La Dc e Moro ne furono molto soddisfatti e riuscirono a far eleggere Segni. Sconfitto da SaragatNel 1964 sembra arrivare il suo turno. Il presidente Segni si dimette in anticipo. Leone è il candidato ufficiale della Dc per la successione, ma sconta le lotte intestine alla Dc. Al Colle aspira Amintore Fanfani, ma i veti incrociati fanno sì che al Quirinale risulti eletto, con i voti delle sinistre unite dal Pci al Pri, dal Psi al Psdi, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. E proprio Saragat nel 1968 ricorre alle doti di mediatore di Leone, da pochi mesi senatore a vita, per un nuovo governo di transizione. L’ascesa al ColleLeone ce la fa nel ’71, bruciando le aspirazioni di Fanfani e Moro. Al primo risulta fatale una campagna stampa del quotidiano Il Manifesto, al secondo le “aperture” a sinistra. La Dc, infatti, temeva anche a livello nazionale quelle emorragie di voti moderati a favore del Msi di Giorgio Almirante che c’erano state in molte consultazioni elettorali amministrative nel centro-sud e in Sicilia in particolare. Così la spunta l’avvocato partenopeo. Dopo 23 scrutini viene eletto con una maggioranza di centro-destra e con la minore percentuale di voti mai ottenuta da un candidato fino ad ora: 518 voti su 996 elettori. I voti provengono dalla Dc, dal Pri, dal Pli e, in maniera determinante, dal Msi di Almirante che afferma di aver avuto "una richiesta" (mai specificata, ma riconducibile a molti probabili richiedenti) di appoggio a favore di Leone. Durante il suo settennato ci saranno alcuni degli episodi più drammatici della Repubblica, dall’ascesa delle Br (culminata con l’uccisione di Moro) allo scandalo del finanziamento occulto ai partiti, dai traffici di Sindona all’avvolgimento delle istituzioni con le trame della P2. Una delle colpe politiche che gli sono state mosse, è quella di aver sostanzialmente ignorato queste emergenze, riservandosi un ruolo troppo notarile, in contrasto con quello che sarà lo stile dei suoi successori, in primis il vulcanico Pertini.Il dopo settennatoAbbandonata la Presidenza della Repubblica torna al Senato come senatore a vita. In polemica con il suo partito non si iscrive al gruppo democristiano, ma a quello Misto. Solo nel 1987, Leone torna a dare la propria adesione al gruppo senatoriale della Dc. Nel 1994 aderisce al neonato Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli e Rosa Russo Jervolino. Dopo le elezioni del ’94 e la vittoria delle destre di Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Gianfranco Fini dà il voto al nuovo governo Berlusconi. Abbandona il gruppo del Ppi per tornare in quello misto. Dopo le elezioni del 1996 vota la fiducia al governo di centro-sinistra dell'Ulivo di Romano Prodi. Novant’anni al SenatoForse il giorno più felice dopo quel terribile 15 giugno ‘78, Leone l’ha vissuto vent’anni dopo, il 3 novembre 1998. Al Senato si celebrano i suoi 90 anni. Non è soltanto un compleanno: è una riabilitazione morale e politica. A battergli le mani, tutto l’establishment italiano di allora: il presidente Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del Senato Nicola Mancino, il senatore a vita Giulio Andreotti, il ministro dell'Interno Rosa Russo Jervolino, il ministro del Lavoro Antonio Bassolino, Giorgio Napolitano, Gianni Letta, Maria Pia Fanfani e il vicepresidente del Csm Giovanni Verde. L’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema manda un affettuoso telegramma e Marco Pannella ed Emma Bonino recitano il mea culpa con un articolo sul Corriere della sera nel quale chiedono scusa a Giovanni Leone per eventuali “eccessi” nella loro battaglia che 20 anni fa, nel 1978, costrinse il presidente alle dimissioni. Nella lettera aperta, riconoscono a Leone di essere stato “ineccepibile nei confronti della Costituzione e delle istituzioni”.Stretto intorno alla moglie Vittoria e ai tre figli Mauro, Paolo e Giancarlo, Leone si è commosso: “Tutto questo dimostra che non è sempre necessario dover aspettare la conclusione di una vita per restituire dignità a chi ha sempre operato con correttezza”.Ancora protagonistaA marzo del 2001, un malore fa temere per la sua salute, ma Leone riesce ancora a farcela e ad essere protagonista della scena politica: seppur convalescente partecipa in giugno alle consultazioni con il presidente Carlo Azeglio Ciampi per il varo del nuovo governo Berlusconi. Il 3 novembre 2001 aveva compiuto 93 anni e gli erano arrivati i messaggi d'auguri delle massime istituzioni. Muore sei giorni dopo, il 9 novembre 2001.

Grandinotizie.it/ 09/novembre/2001 dal sito web http://grandinotizie.com/daz/1085.htm
L'ex capo dello Stato aveva appena compiuto 93 anniDopo le dimissioni dal Quirinale si ritirò dalla vita politicaMorto Giovanni Leoneil presidente del caso MoroLa camera ardente è stata allestita al Senato mentre i funerali si svolgeranno lunedì prossimo
ROMA - Giovanni Leone è morto questa mattina nella sua casa romana. L'ex presidente della Repubblica aveva compiuto 93 anni sabato scorso. La camera ardente sarà allestita a Palazzo Madama a partire dalle 16.30 e rimarrà aperta fino alle 20 di oggi e nelle giornate di sabato e domenica dalle 9 alle 20. I familiari dell'ex presidente hanno preferito ricevere in casa, la villa alle Rughe, solo i parenti più stretti. I funerali si terranno lunedì 12 novembre alla Chiesa Nuova in Corso Vittorio Emanuele. Una delle prime telefonate di cordoglio alla vedova, Vittoria Michitto, è arrivata dal capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi e da sua moglie Franca. Giovanni Leone è stata una figura emblematica della storia della Repubblica: costituente, deputato e senatore, giurista di fama, presidente della Repubblica. La sua ascesa e la sua eclissi fanno parte di un periodo storico in cui la Dc era padrona assoluta della scena politica e sembrava destinata ad esercitare il suo potere ancora per lunghissimo tempo.Leone era nato a Napoli il 3 novembre del 1908, suo padre, Mauro, era avvocato e aveva partecipato alla fondazione del Partito popolare in Campania. Dopo la maturità classica, dove risultò primo su 300 candidati, riscattandosi così dagli insuccessi scolastici collezionati al ginnasio, Leone si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e, dopo la laurea, cominciò a lavorare a fianco di altri due futuri grandi protagonisti della vita nazionale. Entrò infatti nello studio di Enrico De Nicola, dove ebbe come collega Francesco De Martino. A 23 anni era già assistente universitario, a 32 ebbe l'incarico a Bari, dove tra i suoi assistenti c'era Aldo Moro.Dopo la caduta del fascismo fu tra i fondatori della Dc napoletana (fu il primo segretario cittadino) e cominciò a muovere i primi passi in politica. Bruciò tutte le tappe: nel '46, l'anno in cui sposò Vittoria Michitto, fu eletto alla Costituente dove si occupò della parte della Costituzione relativa al Csm. Alle elezioni del '48 fu eletto alla Camera, di cui nel '50 fu eletto vicepresidente. Nel '55 fu scelto dalla Dc e dai partiti di centro come presidente della Camera, incarico che mantenne fino al '63. La sua carriera politica continuava a svolgersi al di fuori delle correnti della Dc, anche se poteva collocarsi tra i moderati del partito. A Leone furono affidati due governi "balneari", come si chiamavano allora: esecutivi di breve durata (uno del '63, l'altro nel '68) che servivano a far calare le tensioni politiche e a preparare il terreno a governi più solidi.Già nel '64 Leone si era trovato a un passo dal Quirinale; dopo una lotta all'ultimo sangue nella Dc, il suo nome era stato preferito a quello di Amintore Fanfani come candidato da contrapporre a Giuseppe Saragat, appoggiato dalla sinistra. Ma a Leone mancarono circa 100 voti di "franchi tiratori" dc e decise di ritirarsi, consentendo così la vittoria di Saragat (che poi lo nominò nel '67 senatore a vita). Sette anni dopo riuscì a conquistare il Colle: dopo due settimane di votazioni andate a vuoto (candidato della Dc era Fanfani), il vertice dello Scudocrociato lo indicò come nuovo candidato e fu eletto di misura la mattina della vigilia di Natale, grazie anche all'aiuto di alcuni missini.Il settennato di Leone al Quirinale non fu certo pirotecnico come quelli dei suoi successori: Leone fu l'ultimo capo dello Stato a vivere fuori dalla luce dei riflettori. Dopo di lui arrivò Sandro Pertini e cominciò l'era delle esternazioni. Ciò non toglie che Leone abbia esercitato il suo ruolo politico: egli stesso rivelò il 19 marzo 1998 che il giorno prima dell'uccisione di Moro aveva deciso di concedere la grazia alla brigatista Paola Besuschio, nella speranza che servisse per salvare la vita del leader democristiano prigioniero delle BR. Era il maggio del 1978; ma da lì a poco più di un mese la situazione precipitò e lo portò alle dimissioni, sull'onda dello scandalo Lockheed. Le dimissioni furono date il 15 giugno, subito dopo che il Pci aveva deciso di chiedere l'impeachment. Leone era oggetto da due anni di una campagna di stampa, portata avanti soprattutto dall'Espresso e dai giornalisti Camilla Cederna e Gianluigi Melega, che contestavano al capo dello Stato di aver tratto benefici economici dallo scandalo Lockheed, che allora riempiva le prime pagine dei giornali. C'era il nome in codice "Antelope Cobbler", che si diceva indicasse proprio il presidente della Repubblica, c'erano i rapporti della famiglia con Antonio Lefebvre. Leone scelse una linea prudente, evitando di reagire pubblicamente; si aspettava forse il sostegno pieno della Dc, che però non ci fu e, quindi, preferì dimettersi.Leone, ritiratosi nella sua villa a Formello, vicino Roma, ha passato il resto della sua vita lontano dalla politica. Al Senato si iscrisse al gruppo Misto e non a quello della Dc, probabilmente in polemica con il partito per avergli dato un appoggio troppi tiepido nel momento delle sue dimissioni. Ma, alla fine, ha avuto almeno la soddisfazione di ricevere, nel novembre 1998, le scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino, all'epoca del caso Lockheed in prima fila nella polemica. "Tutto ciò - commentò Leone - dimostra che non è sempre necessario dover aspettare la conclusione di una vita per restituire dignità a chi ha sempre operato con correttezza".(9 novembre 2001) dal sito web http://www.repubblica.it/online/politica/leone/leone/leone.html

martedì 4 gennaio 2011

Le dimissioni di Francesco Cossiga da Presidente della Repubblica


Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928Roma, 17 agosto 2010) è stato un politico, giurista e docente italiano, ottavo presidente della Repubblica dal 1985 al 1992 quando assunse, di diritto, l'ufficio di senatore a vita. A seguito di un decreto del presidente del Consiglio dei ministri ha potuto fregiarsi del titolo di presidente emerito della Repubblica Italiana.
È stato ministro dell'interno nei governi Moro V, Andreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all'uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l'incarico perché fu eletto al Quirinale. Nella XV legislatura ha sostenuto il riconoscimento della Nazione Sarda.

La Presidenza della Repubblica [modifica]

Cossiga nel suo ufficio di presidente
Nel 1985 divenne l'ottavo presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Sandro Pertini. Per la prima volta nella storia repubblicana, l'elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti): Cossiga ricevette il consenso oltre che della DC anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra indipendente.
La presidenza Cossiga fu sostanzialmente distinta in due fasi quasi eterogenee. Assai rigoroso nell'osservanza delle forme dettate dalla Costituzione (essendo peraltro docente di diritto costituzionale) fu il classico presidente notaio nei primi cinque anni di mandato. Unico indizio della sua futura posizione di denuncia delle reticenze del sistema politico fu la sua insistente richiesta di chiarire il ruolo del Capo dello Stato nel caso di conferimento dei poteri di guerra al Governo: ne derivò la nomina della Commissione Paladin.
La caduta del muro di Berlino segnò l'inizio della seconda fase. Secondo Cossiga la fine della guerra fredda e della contrapposizione di due blocchi avrebbe determinato un profondo mutamento del sistema politico italiano che nasceva da quella contrapposizione ed era a quella funzionale. La DC e il PCI avrebbero dunque subito gravi conseguenze da questo mutamento, ma Cossiga sosteneva che i partiti politici e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Iniziò quindi una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria e volutamente eccessiva, e con una fortissima esposizione mediatica (fu detto il «grande esternatore»), al solo scopo di dare delle «picconate a questo sistema»[8], che perciò valsero a Cossiga negli ultimi due anni di mandato l'appellativo di «picconatore»[9].
Rimonta a quest'epoca l'abbandono, da parte sua, di uno dei più antichi tabù della politica democristiana, cioè quello che esorcizzava l'esistenza di illeciti: conformemente alla formazione "tavianea"[10] della sua iniziale carriera politica, egli tenne moltissimo a dimostrare (quasi "pedagogicamente") agli italiani i costi che in termini di legalità avrebbe sostenuto il mantenimento della pace pubblica durante il cinquantennio in cui in Italia vi era il più forte partito comunista d'Occidente[11]. Per converso, la caduta del muro di Berlino - da lui percepita come svolta epocale prima di molti altri statisti italiani, tanto da essere stato l'unico politico romano a presenziare alla prima seduta del Bundestag dopo la riunificazione nel 1990 - fu per lui la vera giustificazione della riduzione dei margini di tolleranza dell'alleato nordamericano verso la classe politica italiana della "Prima Repubblica": si tratta di una tolleranza che lui percepì scemare quando la CIA interferì pesantemente (ed infruttuosamente) nelle vicende politiche delle massime istituzioni italiane, nel 1989, tentando di impedire l'ascesa di Giulio Andreotti a palazzo Chigi, probabilmente a causa della sua politica filoaraba[12].
Tra le esternazioni del presidente, vi fu quella contro il magistrato Rosario Livatino, definito sprezzantemente giudice ragazzino. Livatino fu assassinato dalla mafia nel 1990.
Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, annunciando le sue dimissioni con un discorso televisivo che tenne simbolicamente il 25 aprile. Fino al 25 maggio, quando al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali furono assolte, come previsto dalla Costituzione, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini.

estratto dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Cossiga#La_Presidenza_della_Repubblica

giovedì 18 marzo 2010

Il capo dello Stato: "Evitare contrapposizioni istituzionali ed evitare drammatizzazioni"

Il capo dello Stato: "Evitare contrapposizioni istituzionali ed evitare drammatizzazioni"
Mancino, vicepresidente dell'organo di autogoverno: "Si ascolti il presidente"
Trani, Napolitano: "Rispettare indagini e ispettori"E il ministro Alfano torna all'attacco del Csm
I legali del Cavaliere: "Gli atti spettano al Tribunale dei ministri a Roma"L'Anm dura: "Con le ispezioni si vuole interferire nell'inchiesta"
http://www.repubblica.it/politica/2010/03/17/news/capristo-ispettori-2709940/

Presentazione candidature in quota UDC a Bologna - Lista Aldrovandi Sindaco

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