Pietro Berti

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Anchorage

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mercoledì 2 marzo 2011

Agorafobia


Il termine Agorafobia deriva dalla parola greca Agorà che significa piazza; infatti, i primi utilizzi della parola in psicologia e psichiatria si rivolgevano a persone che avevano paura di recarsi in posti affollati. In realtà, i pazienti con Agorafobia temono le situazioni in cui è difficile scappare o ricevere soccorso; di conseguenza, essi evitano tali luoghi al fine di controllare l’ansia legata alla prefigurazione di una nuova crisi di panico. Infatti, nella maggior parte dei casi, l’Agorafobia è un problema che emerge secondariamente all’insorgenza di attacchi di panico o crisi d’ansia minori; si instaura quando il soggetto comincia ad evitare sistematicamente tutti i luoghi, le situazioni ed i contesti nei quali ci potrebbero essere ostacoli alla possibilità di essere aiutati. Tra le situazioni che più frequentemente vengono evitate si riscontrano: uscire da soli o stare a casa da soli; guidare o viaggiare in automobile; frequentare luoghi affollati come mercati o concerti; prendere l’autobus o l’aeroplano; essere su un ponte o in ascensore. Quando questi evitamenti iniziano a compromettere le attività quotidiane ed il funzionamento socio-lavorativo della persona allora si parla di Agorafobia. Talvolta, il problema è più difficile da individuare perché il soggetto non evita certe situazioni temute ma diviene incapace di affrontarle senza l’assistenza di una persona di fiducia.L’Agorafobia può essere diagnosticata all’interno del Disturbo di Panico con Agorafobia o come Agorafobia senza anamnesi di Disturbo di Panico. In questo ultimo caso, le crisi che il paziente evita sono caratterizzate da sintomi d’ansia tipo panico, ma senza tutte le caratteristiche dell’Attacco di Panico vero e proprio. L’Agorafobia è in sintesi caratterizzata da:• Ansia legata al trovarsi in luoghi in cui sarebbe difficile allontanarsi, fuggire oppure chiedere e ricevere soccorso, nel caso in cui si verificasse un Attacco di Panico o una crisi d’ansia.• Le situazioni temute vengono evitate o affrontate con molta difficoltà oppure tramite il supporto di un accompagnatore.• L’ansia e l’evitamento limitano il funzionamento socio-lavorativo del soggetto e non derivano da altri tipi di paura o fobie (evitare gli ascensori per un Claustrofobico, evitare le situazioni sociali per il Fobico Sociale, evitare stimoli che ricordino un evento traumatico nel Disturbo Post-Traumatico da stress). All’interno della Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, le tecniche di esposizione si sono dimostrate utili nel ridurre i comportamenti che alimentano l’ansia agorafobica. Altri autori suggeriscono metodi combinati con tecnche cognitivo-comprtamentali e addestramento al rilassamento


Sintomi e Diagnosi di Agorafobia


L'agorafobia, così come l'attacco di panico, non è di per se un disturbo, lo diventa quando, in presenza di ricorrenti sintomi agorafobici, possiamo escludere la presenza di un disturbo da attacchi di panico (anche se gli attacchi di panico sono spesso presenti) altrimenti parleremo di Disturbi di Panico con agorafobia.
L'agorafobia è definita come ansia relativa all'essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un Attacco di Panico inaspettato o sensibile alla situazione, o di sintomi tipo panico. I timori agorafobici riguardano tipicamente situazioni caratteristiche che includono l'essere fuori casa da soli; l'essere in mezzo alla folla o in coda, l'essere su un ponte ed il viaggiare in autobus, treno o automobile.
Nella diagnosi differenziale lo psicologo dovrà considerare la diagnosi di Fobia Specifica se l'evitamento è limitato ad una o solo a poche situazioni specifiche, o la Fobia Sociale se l'evitamento è limitato alle situazioni sociali.
Le situazioni vengono evitate oppure sopportate con molto disagio o con l'ansia di avere un Attacco di Panico o sintomi tipo panico, o viene richiesta la presenza di un compagno, di un partner solidale, di una persona in grado di rassicurare.Per una diagnosi corretta di agorafobia in psicologia è necessario tenere in considerazione che l'ansia o l'evitamento fobico non siano meglio giustificabili da altre condizioni psicopatologiche.
Comprensione del Paziente AgorafobicoL'agorafobia, quando è ricorrente, è un disturbo d'ansia molto frequente anche se, come spesso accade, la persona che ne soffre può ritenere di essere se non l'unico almeno uno dei pochi.
In genere le persone che soffrono di stati ansiosi ritengono di essere eccezioni. Dopotutto la tendenza della persona che soffre di agorafobia è quella di evitare. Pertanto se la maggior parte degli individui agorafobici evita sarà molto improbabile che si incontrino. Visto anche l'imbarazzo la comunicazione relativa al disturbo diventa piuttosto complessa. L'isolamento e l'evitamento sono tendenze tipiche di chi soffre di agorafobia.Evitare di parlarne ed evitare situazione non permette alla persona di sapere quanto il problema e diffuso e soprattutto quanto sia possibile migliorare e risolvere la maggior parte dei sintomi con terapie psicologiche non farmacologiche brevi e mirate.
Troppo spesso il farmaco ansiolitico (esistono preparati molti diffusi come en, lexotan, xaxan, ecc.) viene utilizzato o portato con se anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
I farmaci, nella maggior parte dei casi, non aiutano la cura e sono necessari, dal punto di vista psicologico, soltanto in casi rari in cui ci sia un reale rischio di problemi cardio-vascolari. Nella maggior parte dei casi l'uso del farmaco diviene "patogenetico" ovvero si inserisce nel "loop disfunzionale" che caratterizza il paziente con agorafobia.Significa che se il farmaco potrebbero ridurre il sintomo poco dopo la sua assunzione, difficilmente la persona riuscirà a fare a meno di essi, ovvero si potrebbe creare una forma secondaria di dipendenza. In questi casi il farmaco viene visto come una "ancora di salvezza" e sarà portato sempre con sé perché, in fondo, diremo a noi stessi "non si sa mai". Quando ciò avviene ecco che il farmaco non permette alla persona di "risolvere" realmente il problema.
Terapia Psicologica indirizzo di Psicologia Emotocognitiva: Curare l'AgorafobiaL'intervento psicologico l'agorafobia, utilizzando le nuove metodologie cliniche prodotte grazie alle innovazioni in psicologia emotocognitiva, è mirato alla risoluzione e al miglioramento della situazione di disagio attraverso una riorganizzazione delle risorse della persona al fine di risolvere tutti quei processi circolari ridondanti, definiti in psicologia emotocognitiva come loop disfunzionale, che continuano a mantenere i sintomi agorafobici.L'intervento psicologico mirato alla remissione sintomatologica è generalmente di breve durata e con altissime aspettative di efficacia. Lo scopo della terapia psicologica ad orientamento di psicologia emotocognitiva è quello di risolvere ciò che sostiene il disturbo e la sofferenza psicofisiologica associata lasciando inalterato tutto il resto.L'obiettivo della terapia psicologica è quindi teso alla risoluzione dei sintomi di agorafobia attraverso la valutazione dei processi di mantenimento del disturbo. Si valuta cosa il disturbo causa, quindi come si organizza la persona in funzione del sintomo, e non tanto quale sia la causa inconscia o remota del disturbo. L'approccio psicologico in psicologia emotocognitiva, diremo che è orientato al futuro agendo sul qui-e-ora. Si ricorda che la terapia psicologica non breve l'uso di alcun farmaco che, dalla nostra casistica clinica, risulta in realtà non soltanto inefficace ma anche patogenetico, ovvero di sviluppare e mantenere i sintomi a lungo termine. L'azione dei farmaci ansiolitici non risolve in genere il problema ma ne crea di secondari.La persona che prende il farmaco infatti tende a livello psicofisiologico a mantenere la percezione di sé come malato e ciò tende a generare azioni, pensieri e comportamenti coerenti con tale percezione. Di fatto la persona si comporta da malato.La terapia secondo l'approccio della psicologia emotocognitiva scardina, in tempi brevi, tali processi portando la sintomatologia a remissione in tempi, oggi, molto brevi e nella quasi totalità dei casi trattati.
Il problema del paziente agorafobico non è cosa ha fatto ieri, ma cosa potrà fare domani. Anche per l'agorafobia le sedute non avranno una frequenza elevata ma saranno dilazionate nel tempo.
a cura delDott. Marco Baranello
fonte: http://www.psicologiapsicoterapia.com/ansia/agorafobia.htm


Agorafobia
Che cos’è?
Quanto è diffusa?
Quali sono le cause?
Quali sono le conseguenze?
Trattamento

Che cos’è?
La parola agorafobia viene dal greco e letteralmente significa: “paura degli spazi aperti”. Le persone che ne soffrono temono perciò lo spazio esterno, vissuto come ostile. Ad esempio, hanno paura di guidare in autostrada, temono – nelle forme più gravi – di allontanarsi dai posti che sono loro familiari, di andare in giro da soli, ecc. Ma, nonostante il significato della parola, chi soffre di questo disturbo di solito teme anche gli spazi chiusi come le banche, gli ascensori, gli aerei, ha paura di usare i mezzi pubblici, specialmente la metropolitana, ha paura della folla, di entrare nei supermercati, di guidare nei tunnel, sui ponti.La definizione corretta di agorafobia, perciò, è la paura di trovarsi in situazioni in cui non sia possibile ricevere soccorsi o dalle quali sia difficile la fuga in caso di necessità.

Quanto è diffusa?
È stato stabilito che fino a una persona su dieci può avere difficoltà in una o due delle situazione elencate qui sopra.

Quali sono le cause?
Non sono state individuate della cause precise dell’agorafobia.Questo disturbo è spesso legato agli attacchi di panico: almeno il 60% dei pazienti che hanno attacchi di panico soffre anche di agorafobia. Non è ancora stato stabilito con certezza se siano gli attacchi di panico a provocare l’agorafobia o se l’agorafobia semplicemente sia spesso associata con il panico. In genere, comunque, la paura di avere un nuovo attacco di panico alimenta anche il disturbo dell’agorafobia.

Quali sono le conseguenze?
La principale conseguenza dell’agorafobia riguarda la qualità della vita di chi ne soffre. Queste persone non hanno la possibilità di avere una vita serena perché progressivamente evitano un gran numero di situazioni che creano loro disagio. Ad esempio, la paura di prendere l’ascensore o la paura di guidare in autostrada o di prendere la metropolitana può rendere disagevole la vita di tutti i giorni, o può impedire addirittura di raggiungere certi luoghi. Nelle forme più gravi alcuni arrivano persino a non uscire di casa, se non in compagnia di una persona di fiducia. Scelgono così un compagno-accompagnatore (genitore, partner, ecc.) insieme al quale riescono ad affrontare meglio le situazioni temute. Una modalità comportamentale di questo tipo risulta, ovviamente, dannosa per i rapporti inter-personali (amicizie, legami sentimentali, relazioni professionali).

Il trattamento
La terapia cognitivo-comportamentale si serve di diverse tecniche per fronteggiare l’agorafobia (desensibilizzazione sistematica, flooding, modelling…). Una delle più efficaci è quella dell’esposizione. Questa tecnica prevede un’esposizione sistematica, anche se molto graduale, del paziente alle situazioni che teme, in modo da far scendere progressivamente l’ansia. Ad esempio, volendo fronteggiare la paura di prendere l’ascensore verranno insegnate prima di tutto tecniche di rilassamento e di corretta respirazione, poi il paziente comincerà a prendere l’ascensore magari solo per un piano e in compagnia di una persona che gli dia sicurezza. Dopo averlo fatto per diverse volte senza provare ansia, prenderà l’ascensore per due piani e così via, fino ad arrivare ad usare l’ascensore da solo senza difficoltà.Trattamento farmacologicoGli ansiolitici sono in genere efficaci nella cura dell’agorafobia. Risultano utili soprattutto quando i sintomi dell’ansia sono così gravi da costituire una seria limitazione alle attività quotidiane. Vanno comunque presi per il più breve periodo possibile e sempre sotto stretto controllo medico. Va comunque evidenziato il fatto che negli ultimi venticinque anni le terapie psicologiche si sono dimostrate estremamente efficaci nella cura dell’agorafobia.
fonte: http://www.istitutobeck.it/Clinica/Agorafobia.asp

Claustrofobia



Claustrofobia:Paura degli spazi chiusi. Definizione ampliata: È definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata di permanere in uno spazio chiuso.Questa fobia può essere conseguenza di una cattiva esperienza (ad esempio, essere rimasto chiuso in uno spazio chiuso) o anche indirettamente (aver ascoltato racconti di persone a cui sia successo qualcosa di simile). Le persone che patiscono la paura degli spazi chiusi (si stima che tra un 2 e un 5% della popolazione) di solito evitano di conseguenza gli ascensori, la metro, i tunnel, le case piccole, fino alle porte girevoli possono presentare difficoltà, così come anche l'uso di equipaggiamenti per tecniche di diagnosi medica come la TAC. Non temono lo spazio chiuso in se stesso, ma le possibili conseguenze negative derivanti dal fatto di trovarsi in quel luogo. Ad esempio, temono di restare chiusi per sempre o morire soffocati, ciò dovuto al fatto che credono che non vi è sufficiente aria in spazi chiusi. Allo stesso modo, molti spazi piccoli e chiusi implicano poca libertà di movimenti, ciò fa che le persone claustrofobiche si sentano molto vulnerabili.Tra coloro che soffrono di questa fobia chi entre in uno spazio chiuso sente un'ansietà intensa e sintomi quali la mancanza di aria, capogiri, palpiti, ecc. I fobici tendono a evitare gli spazi chiusi, che descrivono con la sensazione di essere intrappolati senza uscita.Si può riconoscere una persona che soffre di claustrofobia se presenta alcune delle seguenti condotte: entrando in una stanza, controlla dove sono le uscite, si colloca vicino ad esse e si sente secondo se le porte o le finestre sono chiuse; evita di guidare o entrare in un'automobile durante l'ora di picco del traffico; evita di usare l'ascensore e sceglie le scale, anche se sono molti i piani; in una festa piena di gente, sceglie di situarsi vicino alle uscite; sente panico se si chiude una porta nella stanza dove si trova.La claustrofobia si tratta con psicoterapia, tecniche di rilassamento e visualizzazione, terapia cognitiva comportamentale e in alcuni casi medicine, come gli antidepressivi o gli ansiolitici.Alcuni specialisti mettono in relazione la claustrofobia con l'agorafobia (paura degli spazi aperti) perchè le considerano le due faccie della stessa moneta. Entrambe le fobie, chi le patisce riconosce che i loro timori sono irrazionali, ma non possono controllarli. I sintomi di ansietà sperimentati sono simili. e in entrambi i casi, la soluzione alla fobia inizia facendo fronte ai propri timori.
fonte: http://www.fobie.org/Claustrofobia.html


Claustrofobia
La claustrofobia è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, scompartimenti dei treni, cabine telefoniche…
Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l'impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica.
La claustrofobia e le sensazioni che ad essa si associano ricordano le risposte di terrore tipiche degli animali intrappolati senza alcuna via di scampo. Si tratta quindi del residuo di un'antica paura, che un tempo era funzionale, ma al giorno d'oggi si manifesta in situazioni apparentemente innocue. Detto in parole più semplici, non porta alcun vantaggio sentirsi in pericolo ogni qual volta si prende l'ascensore.
La claustrofobia e l'agorafobia sono considerati due facce della stessa medaglia in quanto le situazioni che spaventano sono simili, ma con la motivazione sottostante differente: l'agorafobico ha timore dell'attacco di panico, di non poter essere soccorso in caso di malessere e apprezza di essere accompagnato e rassicurato da una persona di fiducia, il claustrofobico si sente soffocare se attorno a sé non ha uno spazio da lui considerato sufficientemente ampio.
Il claustrofobico e l'agorafobico hanno strutture di personalità opposte: il primo è in genere una persona autonoma, ama avere i propri spazi, la propria indipendenza, è infastidito da chi si preoccupa per lui, mentre l'agorafobico in genere è una persona passiva e dipendente che ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui, ama i legami stabili.Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d'ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena. In genere prediligono mansioni da svolgere all'aperto, che garantiscano una discreta dinamicità, mentre soffrono a eseguire lavori sedentari all'interno di una struttura. Quando sono in casa, amano stare con le porte delle stanze spalancate, non riescono a dormire con la porta della camera da letto chiusa e, in alcuni casi, esigono che le finestre stiano aperte, anche in inverno per avere la garanzia che circoli sufficiente aria. Possono sentirsi soffocati da persone troppo opprimenti e questo si ripercuote anche nei legami affettivi.
L'agorafobico può diventare claustrofobico per reazione, ovvero, magari inconsapevolmente, si sforza di superare le sue paure esponendosi talmente a situazioni ansiogene che lo portano a sviluppare il disturbo opposto! Alessandra Banche


La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. II claustrofobico è un soggetto affetto dalla paura eccessiva e irrazionale degli spazi stretti e chiusi come tunnel o ascensori. In situazioni simili, il soggetto farà di tutto per uscire all'aperto e godere pienamente di quel senso di libertà che solo il sentirsi "libero di respirare" gli può consentire. Le paure correlate più frequenti sono il timore che il soffitto e il pavimento si chiudano, schiacciando le persone che si trovano nella stanza, il timore che il rifornimento d'aria si esaurisca e si muoia soffocati, il timore di svenire a causa della mancanza di aria e luce.Il cinema, inteso ovviamente come locale, è un posto poco piacevole per chi soffre di questa fobia: non vi sono finestre, le uscite non sempre sono controllabili, c'è molta gente in sala, e spesso non ci si può muovere con libertà per non disturbare le altre persone. Tutte queste sensazioni sgradevoli fanno spesso rinunciare alla frequentazione di queste sale. Uno degli eventi più temuti dal claustrofobico è quello di doversi sottoporre ad una risonanza magnetica, esame che prevede l'inserimento dell'intera persona in un tubo molto stretto e totalmente chiuso. Non sono rari, ovviamente, coloro che soffrono di questo disturbo in ascensore. Altro posto che mette in crisi tanta parte della popolazione è la metropolitana. Qui c'è proprio di tutto: oscurità, sotterranei, cunicoli, affollamento, odori sgradevoli, ventate improvvise d'aria e rumori stridenti dei treni.Oltre alle classiche manovre di evitamento o di fuga di fronte alla situazione fobica, il claustrofobico tiene a bada l'ansia cercando delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri considerano un po' strana o quanto meno poco usuale. E così queste persone preferiscono salire le scale, adducendo i più svariati motivi: l'opportunità di fare del moto per tenersi in forma, la necessità di raccogliere le idee prima di andare a parlare con qualcuno (l'ascensore è sempre troppo veloce!), e via dicendo. La claustrofobia deve essere tenuta distinta dall'agorafobia, tipica di chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico, che non si limita alla paura degli spazi chiusi, ma riguarda tutte le situazioni, anche all'aperto, da cui non vi sia una rapida via di fuga (es. un ponte, una lunga coda o l'autostrada).
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La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. Essa è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, cinema, metropolitane… Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l'impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica. La claustrofobia e l'agorafobia sono considerati due facce della stessa medaglia in quanto le situazioni che spaventano sono simili, ma con la motivazione sottostante differente: l'agorafobico ha timore dell'attacco di panico, di non poter essere soccorso in caso di malessere e apprezza di essere accompagnato e rassicurato da una persona di fiducia, il claustrofobico si sente soffocare se attorno a sé non ha uno spazio da lui considerato sufficientemente ampio. Il claustrofobico e l'agorafobico hanno strutture di personalità opposte: il primo è in genere una persona autonoma, ama avere i propri spazi, la propria indipendenza, è infastidito da chi si preoccupa per lui, mentre l'agorafobico in genere è una persona passiva e dipendente che ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui, ama i legami stabili.Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d'ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena. In genere prediligono mansioni da svolgere all'aperto, che garantiscano una discreta dinamicità, mentre soffrono a eseguire lavori sedentari all'interno di una struttura. Quando sono in casa, amano stare con le porte delle stanze spalancate, non riescono a dormire con la porta della camera da letto chiusa e, in alcuni casi, esigono che le finestre stiano aperte, anche in inverno per avere la garanzia che circoli sufficiente aria. Possono sentirsi soffocati da persone troppo opprimenti e questo si ripercuote anche nei legami affettivi.L'agorafobico può diventare claustrofobico per reazione, ovvero, magari inconsapevolmente, si sforza di superare le sue paure esponendosi talmente a situazioni ansiogene che lo portano a sviluppare il disturbo opposto!
Il trattamento sintomatico della claustrofobia è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale di breve durata (spesso entro i 3-4 mesi).La psicoterapia della claustrofobia, dopo un periodo di esame del caso che si esaurisce in breve, passa necessariamente attraverso l'utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall'oggetto o situazione centrale (es. l'immagine di una stanza chiusa ma piena di luce). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l'abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all'esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori. In questo modo, nell'arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato "neutro".Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una claustrofobia, poiché implica affrontare direttamente l'oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l'aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nella stragrande maggioranza dei casi.In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e lo si invita ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l'organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.
Nel caso di claustrofobia invalidante è molto diffuso l'uso di farmaci ansiolitici "al bisogno", per gestire l'ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute (es. prima di entrare in metropolitana). Tale strategia consente di sopravvivere all'evento, ma non ottiene altro che l'effetto di rafforzare la fobia


La claustrofobia è l'estrema, eccessiva e disabilitante paura dello stare, anche per poco, in spazi chiusi ed angusti come ascensori, piccole stanze, grotte, gallerie, sale di cinema, cabine telefoniche, scomparti del treno, etc.

L'intenso timore della persona è dovuto alla paura che da tali luoghi non si possa più uscire e/o non vi sia aria sufficiente, e che ciò possa addirittura portare alla morte.

Per quanto descritto l'individuo inizia ad avere sintomi di panico con sensazione di soffocamento ed oppressione o di imprigionamento, iniziando da subito a mettere in atto qualsiasi comportamento per uscire dal luogo.

Questa paura degli spazi chiusi finisce per danneggiare le aree sociali, familiari, lavorative ed affettive della persona creando insormontabili e patologici problemi nella vita di tutti i giorni.

Ad esempio utilizzare l'ascensore di casa e dell'ufficio, attraversare un tunnel in auto, fare una risonanza magnetica (esame che prevede lo stare fermi in un tubo stretto e chiuso per diverso tempo), andare a vedere un film con le persona cara, prendere la metropolitana, fare una telefonata urgente da una cabina, e così via.
Nel claustrofobico oltre ai sintomi psico-fisici di paura vi è un atteggiamento di continuo evitamento dello stimolo fobico, anche con la ricerca di spiegazioni e giustificazioni solo però apparentemente logiche.
Occorre sottolineare la sostanziale differenza che intercorre tra la Claustrofobia e l'Agorafobia (situazione psicopatologica spesso riscontrata in chi è afflitto da Attacchi di Panico).
L'Agorafobia non è solo la paura degli spazi chiusi, come la Claustrofobia, ma anche di situazioni all'aperto dalle quali non è facile e veloce allontanarsi e trovare una via di fuga.

Se vuoi approfondire clicca pure qui sotto
Vai alla Fobia
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fonte: http://www.cpsico.com/paura_degli_spazi_chiusi_claustrofobia.htm

lunedì 28 febbraio 2011

Gli incubi


SONNO, SOGNO E INCUBO

di Giuseppe G. Perfetto
Il sogno è l'infinita ombra del Vero G. Pascoli, Alexandros
IL SOGNO: UN ITINERARIO NEI GIACIMENTI DELL' ANIMA
Se sommiamo le ore che nell'arco di tutta una vita dedichiamo al sonno, risulta che complessivamente trascorriamo 23 anni a dormire e ne impieghiamo ben 4 sognando. Passiamo un terzo della nostra vita dormendo. Ma di tutto questo tempo non ne abbiamo coscienza, il più delle volte non serbiamo nessun ricordo delle nostre esperienze notturne. Dormire non è tempo perso ma un processo, biologico e psicologico assieme, utile per il nostro benessere e per la salute. Tutti i mammiferi hanno bisogno di sognare e l'uomo si ammala o va incontro a gravi squilibri se non può dormire in modo soddisfacente e sognare con regolarità.
Il sonno dona all'uomo il ristoro del corpo e la magia dei sogni. Nel sonno l'anima si rifugia in un luogo interno e nel sogno entriamo in un mondo tutto nostro. Imparando ad ascoltare la voce del sogno che proviene dai livelli più profondi della nostra anima, è possibile raggiungere un'autoconoscenza di tipo molto particolare, ovvero apprendere informazioni su di noi che celiamo a noi stessi. I sogni, anche quelli più angosciosi, costituiscono un importante patrimonio interiore. Uno sterminato giacimento d'informazioni su di noi è sepolto nel nostro mondo onirico (dal greco òneiros = sogno). C'è un tesoro nascosto in quel misterioso paese che è il mondo del sogno, nel quale ad ogni nostro viaggio notturno ci è data la possibilità di avventurarci.
Conoscere i processi del sonno e il significato dei propri sogni significa conoscere sé stessi.
In questo affascinante campo sono due gli indirizzi di studio: da una parte la psicoanalisi che si interessa del sogno e dei suoi significati, dall'altra le neuroscienze, e in particolare quella scienza che si occupa dello studio delle funzioni del sistema nervoso che è la neurofisiologia, che invece sono interessate ai meccanismi del sonno in sé e per sé. Fra i due indirizzi di ricerca non c'è incompatibilità o contrasto poiché entrambi studiano l'uomo ma da un diverso punto di vista, con un differente livello di conoscenza, dal momento che anche gli scienziati più estremisti sono oramai convinti che l'anima e il cervello non siano esattamente la stessa cosa; si riconosce che non vi è una relazione univoca fra un determinato stato del cervello e una specifica attività psichica.
FREUD: IL SOGNO COME TRAVESTIMENTO SIMBOLICO DEI DESIDERI
Il merito storico di Sigmund Freud fu quello di assegnare al sogno un significato psicologico, individuabile attraverso il lavoro analitico dell'interpretazione, concependo il sogno come il risultato di un processo psichico e non esclusivamente come un prodotto somatico.
Secondo Freud è dall'inconscio dell'individuo che si originano i sogni. L'inconscio esprime essenzialmente desideri, generalmente di carattere sessuale, che nel sogno trovano una loro "realizzazione allucinatoria". Però tali desideri, sentimenti e pensieri dell'io inconscio risultano angoscianti per l'io cosciente, ma il nostro sonno non è turbato da questi contenuti perché su di loro interviene una terza istanza, la Censura, che camuffa, maschera ed elabora i messaggi latenti dell'inconscio trasformandoli in immagini manifeste tollerabili dalla coscienza.
I nostri desideri e impulsi profondi, che sono prevalentemente di natura sessuale ed aggressiva, sono rifiutati dalla coscienza perché immorali, e attraverso il lavoro dell'istanza di controllo della personalità, la censura appunto, sono deformati sino a renderli irriconoscibili e trovano, nel contesto del sogno, una loro rappresentazione puramente simbolica.
Il sogno è quindi la rappresentazione dell'appagamento mascherato di desideri repressi in un modo tale, e tramite immagini, che assicurano che loro intima natura non sia svelata.
Il principale meccanismo di cui si serve la Censura per imporre restrizioni all'espressione dei desideri inconsci è la simbolizzazione.
Il significato del sogno si scopre attraverso un processo inverso a quello operato dalla Censura ovvero tramite l'interpretazione che dal contenuto manifesto, il sogno in quanto ricordato e riferito dal soggetto, perviene ai pensieri latenti inconsci, il testo originale del sogno costituito da quei desideri e da quelle idee che hanno provocato il sogno medesimo. L'interpretazione mette a nudo le distorsioni imposte dalla Censura onirica. In psicoanalisi, oltre all'interpretazione, ci si serve di un altro metodo: l'associazione libera, nella quale il paziente in terapia è invitato ad associare i suoi pensieri in relazione alle immagini e alle emozioni del suo sogno, pervenendo così a rintracciare i motivi inconsci originari.
Attualmente gli psicoanalisti sono più propensi a considerare i sogni come una rappresentazione della situazione psicologica esistente nel soggetto nel momento in cui il sogno viene fatto, e le figure che compaiono nell'esperienza onirica oltre che rappresentare oggetti o persone verso i quali il sognatore dirige i propri desideri, possono anche simboleggiare aspetti della personalità dell'individuo.
IL SOGNO DI JUNG: SIMBOLI DALL'INCONSCIO COLLETTIVO
Secondo l'altro grande psicanalista, Carl Gustav Jung, i sogni potevano essere letti oltre che col metodo causalistico del suo maestro Freud, che dal sogno perveniva ai motivi inconsci connessi alla storia del soggetto, anche con quello prospettico, con uno sguardo sul futuro, il che consentì a Jung di osservare nel vissuto onirico le linnee di sviluppo della crescita psicologica a partire dalla potenzialità che nel sogno si manifestino "cose non ancora realizzate". Sin dall'inizio Jung aveva concepito i sogni come creazioni.
Un'altra differenza rispetto al modello freudiano sta nel fatto che secondo Jung il sogno può rappresentare oltre che contenuti dell'inconscio personale anche temi propri dell'inconscio collettivo che è quella parte della nostra psiche che conserva simboli universali detti archetipi che non provengono da acquisizioni personali, ma che sono ereditati dalla specie come risultato della storia dell'umanità a partire dalle origini. Secondo la concezione junghiana all'inconscio collettivo vanno ascritte la produzione dei miti, delle idee religiose, delle visioni e dei sogni, poiché persone di culture differenti possono spontaneamente attingere da un comune immaginario simbolico. Jung scrive trattarsi di " "grandi" sogni, ossia di sogni ricchi di significato che provengono da questo strato più profondo della psiche. La loro significatività trapela già dalla loro plasticità che mostra non di rado forza e bellezza poetica. Tali sogni si presentano perlopiù in periodi decisivi della vita, vale a dire nella prima giovinezza, durante la pubertà, a mezzo del cammino (fra i 36 e i 40 anni) e in conspectu mortis. Non si tratta più, nel caso delle immagini archetipi che, d'esperienze personali, ma in certo qual modo d'idee generali il cui significato fondamentale va ricercato nel senso che è loro caratteristico e non in qualche contesto di eventi personali".
Jung giunse a formulare il concetto di inconscio collettivo proprio grazie all'interpretazione di un suo sogno, in cui compare un classico simbolo onirico: la casa. Egli sognò di trovarsi in un comodo salotto arredato in stile settecentesco, al primo piano di un'abitazione ignota che però sentiva essere la sua casa. Si diresse ad esplorare il resto della casa. Scorse un pesante portone che dava su una scalinata, scese al piano sottostante che immetteva in una cantina. Questa cantina era un grande locale dall'aspetto antico con uno splendido soffitto a volta; sotto di essa, passando per un'altra scala, si ritrovò in una sorta di caverna simile ad una tomba preistorica piena di ossami, con teschi e frammenti di ceramiche. Jung interpretò il sogno così: "Mi era chiaro che la casa rappresentava una specie di immagine della psiche, cioè della condizione in cui era allora la mia coscienza, con in più le integrazioni inconsce fino allora acquisite. La coscienza era rappresentata dal salotto: aveva un'atmosfera di luogo abitato. Col pianterreno cominciava l'inconscio vero e proprio. Quanto più scendevo in basso, tanto più diventava estraneo e oscuro. Nella caverna avevo scoperto i resti di una primitiva civiltà, cioè il mondo dell'uomo primitivo in me stesso, un mondo che solo a stento può essere raggiunto o illuminato dalla coscienza. Il mio sogno rappresentava pertanto una specie di diagramma di struttura della psiche umana. Il sogno divenne per me una immagine guida. Fu la mia prima intuizione dell'esistenza, nella psiche personale, di un a priori collettivo che ritenni fosse costituito da tracce di primitivi modi d'agire. In seguito, con la più vasta esperienza e sulla base di più ampie conoscenze, ravvisai in quei modi d'agire delle forme istintive, cioè degli archetipi".
Se la tecnica elettiva freudiana dell'interpretazione è l'associazione libera, il procedimento utilizzato dagli analisti junghiani è l'"amplificazione" che consiste nel richiedere al soggetto di intrattenersi sul proprio sogno, fornendo le sue impressioni su di esso, esprimendo quel che in esso lo colpisce in modo particolare, arricchendolo con altre immagini e simboli, illuminando così i temi onirici in tutte le loro sfumature di possibili significati, utilizzando anche l'"immaginazione attiva" che porta il paziente ad entrare da sveglio nello stato mentale del sogno, seguendo spontaneamente le fantasie, le immagini e i simboli che emergono.
LE FASI DEL SONNO PROFONDO DEL CERVELLO
Il sonno è uno stato fisiologico della coscienza caratterizzato da una condizione di pressoché totale interruzione dei contatti sensoriali e motori che collegano l'organismo, e quindi il cervello, all'ambiente esterno.
Il sonno e il sogno avrebbero avuto ben poche possibilità di essere studiati scientificamente se non si fosse scoperta la possibilità di osservare come funziona il cervello, e di registrare lo stato di attività elettrica dei neuroni, tramite l'elettroencefalografo (EEG).
Se ci troviamo in un ordinario stato di veglia attiva il tracciato elettroencefalografico mostra un andamento vivace, rapido, con tanti picchi, a frequenza irregolare, detto ritmo beta: questo stato si chiama desincronizzazione cerebrale. Possiamo pensare a questo stato come a una situazione simile a quella che ci ritroveremmo ad osservare se ci trovassimo all'interno di una stanza nella quale ci sono tante persone (= i neuroni) divise in gruppetti ognuno delle quali conduce una conversazione individuale, insomma un gran vociare caotico.
Man a mano che passiamo dal rilassamento al dormiveglia, al sonno vero e proprio, vediamo che il tracciato dell'elettroencefalogramma si modifica gradualmente mostrando un andamento più lento: è lo stato di sincronizzazione cerebrale. E' come se i singoli neuroni si comportassero come individui all'interno di una grande massa che tutti assieme esprimono contemporaneamente le stesse parole, parlando in modo sincronizzato fra loro, tutti i neuroni sussurrano all'unisono.
La desincronizzazione è intesa come uno stato di attivazione cerebrale, mentre la sincronizzazione riflette uno stato di riposo. Infatti, è scarsa l'informazione veicolata dal gruppo di persone che stanno dicendo la stessa cosa, il messaggio prodotto è unico, viceversa il gruppo desincronizzato trasmette molti messaggi differenti ed elabora simultaneamente molte informazioni.
Via via che procediamo dall'addormentamento al sonno passiamo da uno stato di desincronizzazione ad uno di sincronizzazione, seguendo un percorso in quattro stadi chiamati le fasi del Sonno S (dove S sta per Sincronizzazione):
- lo Stadio 1, che occupa il 7% del tempo di sonno totale, è la fase dell'addormentamento e del sonno leggero in cui l'individuo può svegliarsi facilmente, il tracciato EEG passa da un ritmo alfa, che indica rilassamento psicofisico, alla comparsa delle onde theta, in questo stadio vengono riferite fantasie simile a micro-sogni
- lo Stadio 2, che dura il 50% del sonno, oltre al ritmo theta è caratterizzato da onde più brevi e isolate chiamate complessi K che paiono correlati a stimoli provenienti dall'ambiente esterno, il contenuto mentale riferito è più simile a pensieri isolati e il loro ricordo è sparso e confuso
- negli Stadi 3 e 4, che ricoprono il 20% del sonno totale, si entra nel sonno profondo, predomina il ritmo delta che rappresenta un rallentamento ulteriore del tracciato EEG con onde a bassa frequenza, ampie e lente, ed interviene un forte calo del tono muscolare.
CERVELLO SOGNANTE
Dopo questi stadi, e dopo circa 90 minuti dall'inizio dell'assopimento, il cervello addormentato produce una desincronizzazione cerebrale simile a quella della veglia, il tracciato EEG è veloce e possono comparire particolari onde rapide che assumo la forma di dente di sega, un'intensità che indica una lavoro attivo da parte dei neuroni ma il soggetto dorme profondamente: è la fase del sonno con sogni, o sonno D (D sta per Desincronizzazione). Questo stadio viene anche chiamato fase REM, sigla da Rapid Eyes Movements, perché si caratterizza dalla presenza di rapidi movimenti degli occhi. Mentre la maggior parte dei movimenti oculari rapidi non può essere attribuita a un esame del campo visivo del mondo onirico, ci sono però occasionalmente movimenti più ampi che sembrano verificarsi in relazione con il contenuto descrittivo del sogno. Vi sono altri eventi fisiologici connessi alla significazione attivazione nel Sonno D, o sonno REM, come: forte diminuzione del tono muscolare, improvvise contrazioni muscolari spasmodiche e sussulti generalmente ricorrenti nella muscolatura dei piedi e delle mani, fenomeni detti "mioclonie muscolari", accelerazione del battito cardiaco, aumento dei ritmi respiratori, del consumo di ossigeno cerebrale e del flusso sanguigno negli strati esterni degli emisferi cerebrali.
Questo stadio di sonno con sogni occupa il 23% del tempo complessivo del sonno.
In questa fase di sonno desincronizzato, nel quale il corpo è paralizzato, il nostro cervello è come cieco e sordo rispetto agli stimoli esterni e processa le informazioni che provengono dal suo interno, creando le scene oniriche. Infatti, se si sveglia un soggetto durante una fase REM il ricordo del sogno sarà ricco e dettagliato.
I sogni del sonno REM sono caratterizzati da immagini vivide, situazioni uditive e di movimento, con esperienze oniriche complesse, bizzarre e dinamiche, con una forma narrativa.
Nei precedenti stadi di sonno sincronizzato il cervello non dorme completamente e non cessa di elaborare processi ideativi che però, rispetto al sogno, risultano meno vivaci e tendono ad assumere forme simili a frammenti di pensieri isolati, più concettuali, con situazioni statiche senza attività allucinatorio-immaginativa e privi di coinvolgimento emotivo.
I SISTEMI FISIOLOGICI DEL SONNO
Il sonno è uno stato regolato da due distinti processi. Il primo, responsabile del sistema dello stato di veglia, è regolato dalla Formazione Reticolare Ascendente, situata nella parte centrale del tronco cerebrale che si trova alla base del cervello prima del midollo spinale. L'attività della Formazione Reticolare produce desincronizzazione cerebrale, ad essa vanno ascritte alcuni aspetti della veglia quali l'attenzione e la concentrazione mentale. Il secondo sistema, responsabile del sonno, è rappresentato da varie regioni degli emisferi cerebrali e in particolari zone dei lobi frontali, che sono posti nella parte anteriore del cervello, la cui stimolazione provoca sincronizzazione elettroencefalografico e contemporaneamente sonno, rivelando così una attività opposta a quella della Formazione Reticolare.
Hobson e McCarley hanno proposto alla fine degli anni '70 una teoria sul sogno, chiamata "Modello Attivazione-Sintesi", che ha trovato vasto consenso fra i neuroscienziati. Secondo gli studiosi lo stato di desincronizzazione del sonno è un processo di attivazione operato da porzioni del tronco encefalico. Questa attivazione è generata in modo periodico, con un'alternanza di fasi di sincronizzazione e desincronizzazione, secondo un ritmo e una durata determinati da un orologio biologico interno. L'attivazione del tronco encefalico funziona come un generatore di segnali che raggiungendo il cervello producono immagini, sensazioni ed emozioni in modo del tutto casuale. Questi dati interni, caotici e disparati, vengono integrati dalle regioni superiori degli emisferi e da altre aree del cervello che presiedono alle facoltà mnestiche: la memoria fa una sintesi fra le informazioni bizzarre e slegate da cui viene bombardata e quelle immagazzinate negli archivi cerebrali. Il sogno sarebbe il risultato finale di questo processo di sintesi nel quale i dati casuali derivati dall'attivazione richiamano gli elementi più adeguati possibili presenti nelle esperienze memorizzate dell'individuo.
L'esperienza onirica è programmata dagli emisferi del cervello in modo diverso: nell'emisfero destro il sogno è organizzato nei suoi aspetti geometrico-spaziali ed emotivi, mentre il sinistro coordina la componente narrativo-sequenziale degli eventi del sogno. L'emisfero destro è maggiormente attivo durante gran parte della notte, invece il sinistro svolge un ruolo più importante nell'ultima parte del sonno, verso il mattino, quando il focus dell'attività mentale si sposta dal mondo interno alla realtà esterna.
PERCHÉ DORMIAMO E SOGNAMO?
Il sonno è una necessità biologica. Il sonno sincronizzato, in particolare gli stadi 3 e 4, sono indispensabili per la conservazione e il recupero delle attività metaboliche di base, con funzione di ristoro per l'organismo. Mentre il sonno con sogni, collegato alle facoltà cerebrali superiori e mentali, avrebbe la funzione di promuovere i processi di selezione ed elaborazione delle informazioni accumulate durante la giornata favorendone l'immagazzinamento nella memoria. Nel sogno il cervello recupera le memorie più antiche e le confronta con le informazioni più recenti. Secondo i neurofisiologi inglesi Evans e Newman dormire aiuterebbe a dimenticare le cose inutili e, partendo dal presupposto che il cervello umano al pari del computer non possa immagazzinare oltre una certa quantità di informazioni, esso deve perciò fare una selezione del materiale quotidianamente raccolto, archiviando e memorizzando tutto ciò che è importante ed eliminando le informazioni superflue; i due studiosi avanzano l'ipotesi che tale processo di selezione possa avvenire durante il sonno, quando cioè l'organismo non è impegnato ad interagire con l'ambiente esterno.
INCUBI E SOGNI ANGOSCIOSI: MOSTRI DALLE TENEBRE DELL'INCONSCIO
Gli incubi e i brutti sogni gettano un'ombra su tutta la giornata seguente e il loro effetto può persistere con apprensioni diurne. Da estese indagini statistiche, come quella compiuta su diecimila sogni dal professor Calvin Hall della Cleveland University, risulta che i contenuti onirici sono più spesso negativi che positivi: il 64% sono associati ad apprensione, ansia e tristezza, il 70% ha come temi l'angoscia e la paura, gli incontri caratterizzati da aggressività si verificano più spesso di quelli benevoli e confidenziali, e gli atti ostili compiuti o subiti sono il doppio di quelli amichevoli; solamente il 18% sono sogni felici ed euforici.
Originariamente per incubo si intendeva il sogno di essere sopraffatti da un mostro: nell'occultismo e nella demonologia medioevale l' "incubus" era uno spirito malvagio maschile di aspetto mostruoso che discendeva sulle donne mentre dormivano e aveva rapporti sessuali con loro, gli corrispondeva "succubus", un demone in forma femminile che seduceva gli uomini durante il sogno ed era responsabile delle loro polluzioni notturne. Nelle tradizioni popolari successive l'incubo è rappresentato sotto forma di omiciattolo gibboso che siede sul petto dei dormienti togliendo loro il respiro.
Gli incubi, in senso stretto, non sono propriamente sogni. Si verificano nel quarto stadio del sonno profondo: è tipico dell'attività mentale durante il sonno sincronizzato il fatto che le persone non riferiscano sogni ricchi di eventi, come invece fanno nel caso di un sogno vero e proprio che si verifica durante il sonno desincronizzato. Infatti, gli incubi assumono prevalentemente la forma di immagini statiche e sfuocate, situazioni isolate, alle quali si accompagnano intense sensazioni di paralisi e ansia, senso di oppressione toracica, di soffocamento e palpitazioni. Al risveglio, a causa della mancanza di vivide immagini, non si ricorda cosa esattamente terrorizzava, il ricordo di cosa è accaduto è nebuloso o più spesso assente. Rimane solo una forte paura. Nell'incubo si ha l'impressione di essersi misteriosamente trovati avvolti da un'atmosfera inconsueta, minacciosa, inquietante, o allusiva a un pericolo imminente e sconosciuto. Poiché il sonno profondo (stadi 3 e 4) è più abbondante all'inizio della nottata, l'incubo si verifica generalmente durante la prima ora e mezzo. Nell'incubo, che anche se sembra interminabile non dura più di cinque minuti, il risveglio è improvviso, la persona spalanca gli occhi, è agitatissima, in preda al panico, confusa, impaurita con evidenti reazioni somatiche come tremori, profusa sudorazione, accelerazione del battito cardiaco e dei ritmi respiratori. Di solito non ci si risveglia mai completamente e il soggetto si riaddormenta di nuovo. Gli incubi sono frequenti nei bambini, insorge generalmente fra i 4 e i 12 anni per poi scomparire nell'adolescenza. La loro comparsa in età adulta e il loro persistere nel tempo sono legati a situazioni di vita stressanti e a problemi psicologici nella sfera affettiva, in particolare relativi alla mancanza di controllo dell'ansia e degli impulsi aggressivi, oppure sono dovute alla brusca interruzione di alcuni trattamenti farmacologici (come i sonniferi barbiturici). Anche l'astinenza forzata da droghe, anfetamine e alcol può far insorgere la comparsa di incubi. La causa dell'incubo è sconosciuta, ma si tende ad attribuirla a un disturbo nel processo di risveglio dal sonno profondo.
Invece i sogni terrifici sono vere e proprie esperienze oniriche del sonno desincronizzato, o fase REM, e si verificano a notte inoltrata. Durano una quindicina di minuti e si ricordano meglio. Sono i sogni che producono reazioni di spavento: di solito nelle scene oniriche il sognatore si trova ad essere attaccato, inseguito o affogato. I sogni terrifici, più o meno ricorrenti, segnalano la presenza di un problema psicologico che preme di essere risolto in modo adeguato.
I sogni terrifici dal punto di vista soggettivo non sono molto diversi dagli incubi, si distinguono da questi ultimi solo per la dinamica e la vividezza delle immagini, per la complessità degli eventi e per la minor intensità delle reazioni ansiose suscitate. Gli incubi sono fenomeni rari mentre i sogni terrorizzanti sono molto comuni. Inoltre un'altra differenza è che i sogni terrifici, anche se ricorrenti, tendono a cambiare forma via via che l'individuo affronta i propri nuclei problematici nella vita, mentre gli incubi sono più ripetitivi sicché si hanno le stesse immagini spaventose anche per anni, come la tipica figura nera ai piedi del letto o gli occhi che fissano.
In psicoanalisi non si bada a questi dettagli psicofisiologici, così incubi e sogni terrifici sono inclusi sotto la comune denominazione di "sogni d'angoscia". Secondo Ernest Jones, uno dei primi allievi di Freud, le caratteristiche fondamentali dell'incubo sono: un terrore insopportabile, un senso di oppressione e peso sul petto che rende difficoltosa la respirazione e la convinzione di trovarsi irrimediabilmente paralizzati. Per Freud i sogni d'angoscia sono il risultato di un fallimento del lavoro della censura: senza il camuffamento operato dalla censura, l'io si trova investito dai contenuti dell'inconscio. Scrive Freud in proposito: "L'osservazione è che i sogni d'angoscia hanno un contenuto sfuggito alla censura. Il sogno d'angoscia è spesso lo scoperto appagamento di un desiderio, naturalmente non di un desiderio accettato ma di un desiderio respinto. L'angoscia è l'indizio che il desiderio represso si è mostrato più forte della censura, che il desiderio ha imposto, o era in procinto di imporre, il proprio appagamento contro la censura". Tali sogni mettono il sognatore di fronte a desideri, pensieri e ricordi che egli ha rinnegato e non riconosce come propri. Questi aspetti misconosciuti dell'io si organizzano in quella che Jung ha chiamato l'Ombra (che è la nostra parte rifiutata, somma di tutte le caratteristiche personali che, per la loro incompatibilità con la forma di vita scelta coscientemente, l'individuo nasconde agli altri e a se stesso) che può personificarsi nei personaggi onirici che si introducono nel sogno. Di fatti in psicoterapia i sogni d'angoscia offrono il mezzo più diretto per scoprire il vero problema che assilla la vita del soggetto e ci si rivolge ai sogni ordinari per giungerne alla soluzione. Nei sogni d'angoscia il sognatore si trova di fronte ad una situazione onirica che minaccia la sua identità, essi segnano momenti particolari della vita dell'individuo, hanno a che fare con i travagli connessi alle svolte personali ed è per questo che sono più frequenti durante l'adolescenza e le crisi della mezza età.
E' possibile distinguere i sogni d'angoscia in tre grosse categorie interpretative. La prima fa derivare gli incubi dalla riproduzione di esperienze traumatiche vissute dal soggetto nel passato, situazioni o pericoli alle quali non ha potuto adeguatamente reagire, nelle quali il soggetto ne fu vittima passiva. Sono invasioni violente nella continuità psicologica; rappresentano tentativi di assimilare un'esperienza inammissibile, di convertire in ricordo un'esperienza inimmaginabile. Nella seconda categoria vi sono quei sogni angoscianti che si originano da timori nei confronti dei propri impulsi, sessuali e aggressivi, e, come dicevamo in relazione all'Ombra, ognuna di queste incontrollate tendenze può trovare una rappresentazione simbolica in esseri mostruosi o animali. Rientra in questa categoria la tesi dello psicanalista Ernest Jones secondo cui l'incubus, il mostro che si insinua nel sonno (che può assumere le sembianze di essere subumano, animale, strega, vampiro, assassino pazzo, ecc.), rappresenta una persona, di solito un genitore, verso la quale il sognatore proietta tali impulsi. Nella terza categoria ci sono quei sogni, o esperienze semi-oniriche, che sono il prodotto mentale di semplici sensazioni d'origine corporea, come per esempio i morsi della fame che creano gli incubi viscerali di essere assaliti da ragni o il formicolio di una gamba che diventa l'aggressione di un esercito di formiche o l'impressione d'essere schiacciati da un grosso peso.
Nell'interpretazione junghiana, il terrore dell'incubo, oltre a rappresentare l'effetto dell'incontro con l'Ombra, potrebbe essere imputabile al mysterium tremendum della forza primordiale dell'apparizione di un potente archetipico dell'inconscio collettivo che può personificarsi al sognatore come un'entità mostruosa.







INCUBI, PERCHE` COMPAIONO GLI INCUBI
La comparsa di incubi è un segno della presenza di conflitti interiori non risolti, che tendono ad affiorare alla superficie della coscienza tramite l’attività onirica. Una delle caratteristiche dell’incubo è che la situazione rappresentata talora non è di per sé particolarmente pericolosa o fonte di paura (se vista in termini razionali). Quello che contraddistingue l’incubo è il modo di vivere una determinata situazione più che la situazione stessa, che di per sé può anche essere piuttosto banale. Durante un incubo si può essere angosciati ed atterriti da oggetti che, visti alla luce del sole e di una coscienza attiva e critica, non sono fonte di alcuna emozione particolare. Una persona che sta vivendo un incubo durante il sonno presenta spesso una serie di segni caratteristici. Intanto l’incubo si presenta solo durante la fase REM (Rapid Eye Movement) del sonno, durante la quale avvengono sogni e che rappresenta una forma di sonno molto “”attiva”" dal punto di vista psichico ed anche fisico. Il soggetto in preda ad un incubo mostra una irrequietezza del tutto particolare, che si esprime nel respiro, spesso concitato ed irregolare, nei movimenti dei globi oculari, che si fanno ancora più veloci, nella sudorazione che spesso è abbondante. Succede anche che le persone in preda ad un incubo emettano suoni più o meno articolati o addirittura parole invocazioni o intere frasi. Talora il soggetto si sveglia improvvisamente e fatica a riprendere contatto con la realtà. I bambini sono spesso soggetti a queste crisi, che vengono definite terrore notturno o pavor nocturnus. Le crisi di terrore compaiono spesso entro mezz’ora dall’inizio del sonno: il bambino appare vistosamente agitato, si muove nel sonno, parla o grida; il suo polso è accelerato, come la frequenza respiratoria, e la pressione arteriosa sale. Il risveglio compare bruscamente, ed è spesso accompagnato da un grido o dal pianto. Gli incubi non sono sempre innocui: in persone cardiopatiche, l’aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa possono essere responsabili di gravi conseguenze, anche se il fenomeno non dura più di due o tre minuti in complesso. É quindi importante cercare di evitare queste crisi: bisogna ricordare che molto spesso gli incubi sono provocati dalla sospensione improvvisa di una lunga terapia ansiolitica: i contenuti ansiosi a lungo repressi sono liberati, e si rivelano nella fase del sonno paradosso, in cui compaiono i sogni. La cura più efficace per prevenire gli incubi consiste nell’evitare le terapie ansiolitiche o sonnifere prolungate, soprattutto se eseguite senza stretto controllo medico. É poi evidente il consiglio di evitare letture o spettacoli capaci di indurre ansia, soprattutto alla sera. Anche i bambini possono essere impressionati da fiabe o racconti.


La caratteristica principale del Disturbo da Incubi è il continuo manifestarsi di sogni terrificanti che portano al risveglio.

Tali sogni paurosi e/o le interruzioni del sonno conseguenti ai risvegli provocano nel soggetto un forte stress e significativi danni alla sua sfera sociale e lavorativa.Gli incubi solitamente si presentano in una sequenza onirica complessa e prolungata, la quale provoca intensa ansia e terrore. Dunque vi sono più incubi ripetuti durante una stessa notte, molte volte con un tema ricorrente.

Spesso il contenuto del sogno riguarda un pericolo fisico imminente per il soggetto (ad esempio un inseguimento, un aggressione o un incidente); comunque in alcuni casi il pericolo percepito è minore e può riguardare per esempio una debolezza personale.

Inoltre al risveglio, i soggetti con questo disturbo possono descrivere la sequenza e il contenuto del sogno nei dettagli.

Va sottolineato che la maggior parte degli incubi non rappresenta eventi reali e non riedifica situazioni traumatiche vissute come avviene nel Disturbo Post Traumatico da Stress.

Gli incubi di solito terminano con un risveglio ed un ritorno alla vigilanza rapidi, e causano un protratto senso di paura e/o di ansia. Tali fattori comportano molte volte la difficoltà di riprendere sonno.

Infine se i risvegli notturni sono frequenti o se il soggetto evita di dormire per la paura di fare incubi, egli può sperimentare sonnolenza, diminuzione della capacità di concentrazione, depressione, ansia e/o irritabilità.

Proprio per quanto detto fra i soggetti con Disturbo da Incubi sono comuni sintomi depressivi o d'ansia.

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NELLA MITOLOGIA

Originariamente, secondo il folclore romano, un incubo (dal latino incubare, "giacere sopra") era un demone di aspetto maschile che giace sui dormienti, solitamente donne, per trasmettere sogni cattivi e talvolta per avere rapporti sessuali con esse[1].
Veniva anche associato, come nome secondario, a Fauno, insieme ad altri come Fatuus, Fatuclus e Inuus.
Questi demoni erano raffigurati aventi in testa un berretto conico, che talvolta perdevano mentre folleggiavano. Colui che trovava uno di questi acquistava il potere di scoprire tesori nascosti[2].
Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia ne descrive i rimedi, offerti dalla medicina popolare, per tutelarsi da incubi ricorrenti.
Gli incubi continuano ad essere presenti nelle leggende medievali dove la loro figura diventa più malvagia.
L'incubo sottrae energia dalla donna con cui giace per trarne nutrimento, e nella maggior parte dei casi uccide la sua vittima o la lascia in pessime condizioni di salute.Una versione femminile di questo demone è chiamata succubo.
Durante la caccia alle streghe, l'ammissione di aver avuto rapporti sessuali con un demone o Satana era uno dei peccati per i quali le donne venivano uccise.
Si riteneva che a volte gli incubi concepissero dei figli con le donne che possedevano; una delle leggende più famosa di un tale caso è quella del mago Merlino, il famoso mago della leggenda di re Artù.
Sembrerebbe che in alcune regioni d'Italia, questo mito sia stato modificato sino a rendere l'Incubo protagonista di molte tradizioni locali ma anche temuto personaggio notturno tutt'oggi. Ovviamente i nomi sono stati cambiati e la sua stessa natura di demone spesso viene sostituita. In Sardegna, in tempi non troppo remoti i pastori sostenevano l'esistenza di creature notturne capaci di "disturbare" chi dorme provocando inevitabilmente incubi. A volte secondo queste credenze assumono l'aspetto di esseri muniti d'artigli quindi facilmente collegabili come aspetto a lupi o cani di proporzioni gigantesche come per l'Ammuntadore sardo (il quale capita venga raffigurato in maniere differenti e spesso discordi tra loro). Altre volte però assumono l'aspetto di folletti il cui unico scopo è custodire tesori e disturbare i dormienti (generalmente sedendosi sul loro petto impedendo una respirazione regolare) che, dopo essersi dimostrati pazienti nei loro riguardi, possono entrare in possesso di immense ricchezze.
La leggenda è stata ripresa dalla scrittrice Stephenie Meyer per la sua saga di Twilight: nella saga gli Incubi sono vampiri che seducono le donne prima di ucciderle. Dato che in genere si ritiene che la Meyer non si sia sufficientemente documentata e le sue conoscenze siano generiche, non è detto che la fonte diretta sia la mitologia e la leggenda qui citate o piuttosto la letteratura vampiresca (per esempio Carmilla di Sheridan Le Fanu e non solo, in cui di fatto il vampiro che attacca la vittima, donna o bambino, nel sonno, di fatto sta su di lui e gli preme addosso) o viceversa. Altre apparizioni moderne degli incubi si trovano in vari giochi fantasy come D&D e Magic, in cui assumono però l'aspetto di cavalli diabolici.
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1 Voci correlate
2 Note
3 Bibliografia
4 Altri progetti
Voci correlate [modifica]
Demonologia
Mago Merlino
Succubo
Trauco
Folletto
Ammuntadore
Note [modifica]
^ Sant'Agostino d'Ippona De Civitate Dei XXIII,23 :Ed è notizia assai diffusa e molti confermano di averlo sperimentato o di avere udito chi l’aveva sperimentato che i silvani e i fauni, i quali comunemente sono denominati “incubi”, spesso sono stati sfacciati con le donne e che hanno bramato e compiuto l’accoppiamento con loro.
^ Petronio Arbitro Satyricon 38 :Io non lo so per certo, l’ho solo sentito, ma gira voce che abbia rubato il berretto a Incubo e ci abbia trovato dentro un tesoro.
Bibliografia [modifica]
Quinto Orazio Flacco, Epodi V,95
Ambrogio Teodosio Macrobio, Somnium Scipionis I,3,7
Gaio Plinio Secondo Naturalis Historia XXV,4,30 XXX,10,84
Sant'Agostino d'Ippona De Civitate Dei XXIII,23
Altri progetti [modifica]

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venerdì 25 febbraio 2011

Attacchi di panico


Attacchi di panico
Gli attacchi di panico sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante.Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per "paura della paura" che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta "agorafobia", ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.Diventa così pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo del suo disturbo, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere "grande e grosso" ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria. La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi di panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi pssono diventare più prevedibili.Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia. Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico e disturbi di panico.
Sintomi attacchi di panico

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