Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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lunedì 21 febbraio 2011

Bonanno Family


La famiglia Bonanno è una delle Cinque Famiglie che controllano le attività della Mafia italo-americana a New York. Prende il nome da uno dei suoi primi boss: Joseph Bonanno.
Indice[nascondi]
1 Joseph "Joe Bananas" Bonanno: 1931-1964
2 Natale Evola 1971-73
3 Philip Rastelli 1973-75
4 Carmine "Lilo" Galante 1975-1979
5 Salvatore Farruggia 1979-83
6 Phillip "Rusty" Rastelli 1979-1991
7 Joseph Massino 1991-2005
8 Anthony Urso 2003-2004
9 Vincent Basciano 2004
10 Michael Mancuso 2004-2006
11 Salvatore Montagna 2006 - Oggi
12 Boss della famiglia Bonanno
13 Voci correlate
//
[modifica] Joseph "Joe Bananas" Bonanno: 1931-1964
A seguito dell'assassinio di Salvatore Maranzano durante la guerra Castellammarrese del 1931, Joseph Bonanno sviluppò la sua organizzazione con base a Brooklyn e diventò ben presto uno dei più giovani esponenti del Sindacato nazionale del crimine all'età di 26 anni. Nonostante fosse una delle famiglie più piccole, grazie all'abilità e alle grandi doti organizzative di Bonanno, diventò la più importante delle cinque famiglie newyorkesi per quasi un trentennio. Pur tuttavia la famiglia era piccola, con pochi affiliati, ragion per cui Joseph Bonanno iniziò ad avere rapporti con Joe Profaci e con la mafia di Buffalo controllata da suo cugino Stefano Magaddino.
[modifica] Natale Evola 1971-73
Natale "Joe Diamonds" Evola fu il primo Boss della famiglia Bonanno dopo la fine della guerra di Banana. Philip "Rusty" Rastelli fu il successore della famiglia Bonanno dopo la morte di Natale Evola nel 1973.
[modifica] Philip Rastelli 1973-75
Dopo la morte di Natale Evola nel 1973, tutti i capodecina della famiglia nominarono come successore Philip "Rusty" Rastelli. Rastelli fu arrestato nel 1973 e condannato nel 1975 a dieci anni.
[modifica] Carmine "Lilo" Galante 1975-1979
Dopo la fine della detenzione di Carmine Galante nel 1974, Phillip Rastelli si impose quale nuovo capo della famiglia. Le aspirazioni della Commissione di creare una famiglia subordinata sotto il controllo dei Gambino vennero distrutte dal ritorno del boss Carmine Galante. Galante lottò per il controllo della famiglia con Rastelli e diede nuovo vigore alla faida contro i Gambino. Dopo la morte di Carlo Gambino nel 1976, Galante iniziò una nuova faida con la famiglia Genovese per quanto riguardava il traffico di droga che sfociò nella morte di alcuni membri del clan Genovese. A seguito di una riunione fra le famiglie, Galante fu assassinato in un ristorante di Brooklyn nel luglio del 1979.
[modifica] Salvatore Farruggia 1979-83
Salvatore "Sally Fruits" Farruggia era il boss reggente della famiglia dopo la morte di "Lilo" Galante. Farruggia era stato nella Commissione di Cosa Nostra, e anche Rastelli ritornò alla guida della famiglia nel 1983.
[modifica] Phillip "Rusty" Rastelli 1979-1991
A seguito della morte di Carmine Galante, Rastelli si ripropose come leader, espandendo le operazioni della famiglia fino ad includere ristoranti e caffè dove, dietro una facciata apparentemente legale, si espanse anche il narcotraffico attraverso la cosiddetta Pizza Connection. Alcuni anni dopo, nella famiglia entrò l'agente FBI infiltrato Joseph D. Pistone, meglio conosciuto come Donnie Brasco. Grazie alla sua collaborazione, circa 120 membri della famiglia furono arrestati e condannati, arrivando quasi alla distruzione della stessa verso la fine degli anni '70.
Nel 1985 Rastelli iniziò a perdere il controllo sulle attività della famiglia, in particolare quando grossi gruppi di affiliati rimasero coinvolti sempre più nel traffico di droga, contravvenendo ai suoi ordini. Nel 1986 Rastelli fu arrestato e condannato in base al Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act. Morì in prigione al 1991.
[modifica] Joseph Massino 1991-2005
Successore di Rastelli, Joseph "Big Joey" Massino fu il fautore del ritorno della famiglia sulle scene dopo l'oblio degli anni '70 e '80, complice anche il declino delle altre famiglie. Venne arrestato nel 2003 per racket ed omicidio e condannato nel luglio del 2004. Nel 2005 confessò otto omicidi di mafia, per i quali è stato condannato all'ergastolo senza possibilità di appello. Massino era il primo boss pentito delle cinque famiglie a New York.
[modifica] Anthony Urso 2003-2004
Anthony "Tony Green" Urso era il Boss dopo l'arresto di Massino nel gennaio 2003. Venne arrestato nel gennaio 2004 per racket ed omicidio.
[modifica] Vincent Basciano 2004
Vincent "Vinny Gorgeous" Basciano era il Boss dopo l'arresto di Urso nel gennaio 2004. Basciano venne arrestato nel novembre 2004 per racket ed omicidio, è stato condannato nel settembre 2006.
[modifica] Michael Mancuso 2004-2006
Michael "Mikey Nose" Mancuso sarebbe il nuovo Don della famiglia Bonanno dopo l'arresto di Basciano, secondo quanto riportato dai giornali. Mancuso è stato arrestato nel 2006.
[modifica] Salvatore Montagna 2006 - Oggi
Dal 2006 Salvatore Montagna sarebbe il nuovo Boss.
[modifica] Boss della famiglia Bonanno
Nicola Schiro1925 - 1930
Salvatore Maranzano1930 - 1931
Joseph Bonanno1931 - 1964
Gaspar DiGregorio1965 - 1968
Paul Sciacca1968 - 1970
Natale Evola1971 - 1973
Phillip Rastelli1973 - 1991
Joseph Massino1991 - 2005
Vincent Basciano2005 - 2006
Salvatore Montagna2006 - Attualmente
[modifica] Voci correlate
Joe Pistone
v · d · mCosa Nostra americana
Le 5 famiglie
Bonanno · Colombo · Gambino · Genovese · Lucchese

venerdì 28 gennaio 2011

Il clan dei Corleonesi

Il clan dei Corleonesi era un gruppo di mafiosi provenienti dalla cittadina di Corleone (Palermo), protagonista dello scenario malavitoso di Cosa Nostra dalla metà degli anni quaranta ai primi anni novanta.
Indice[nascondi]
1 Storia
1.1 Gli inizi
1.2 La faida interna: 1958-1963
1.3 La scalata al potere
1.4 Il dominio dei Corleonesi
2 Collusioni con l'industria mediatica
3 Collusioni con la politica
4 I Corleonesi
5 Mafiosi legati o alleati ai Corleonesi
6 Note
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Storia [modifica]
Gli inizi [modifica]
Dopo la Seconda guerra mondiale, la mafia di Corleone ebbe come boss Michele Navarra, soprannominato "Padre nostro", vero e proprio padrino d'altri tempi. Tornato dalla guerra nel 1942, si dedica dapprima alla sua professione di medico. Poi però si lega alla mafia di Corleone: nel 1942-1943, Navarra organizza la cosca dei Corleonesi, diventandone definitivamente il boss indiscusso il 29 aprile 1946. Tra i più spietati killer del gruppo emerge Luciano Liggio.
Nel 1948, i Corleonesi si macchiano d'un famoso delitto: l'uccisione di Placido Rizzotto, per mano di Liggio. Per contrastare i Corleonesi, lo Stato manda a Corleone l'allora giovane capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Non è mai stato accertato, ma sembra che dietro l'omicidio del famoso bandito Salvatore Giuliano ed il suo vice Gaspare Pisciotta, i due leader della banda Giuliano, ci siano proprio i Corleonesi, ed in particolare lo stesso Liggio. Questa è una delle ipotesi mai scartate dagli inquirenti.[1]
La faida interna: 1958-1963 [modifica]
Nel 1958, scoppiò all'interno del clan una faida organizzata e capeggiata da Liggio, famoso luogotenente di Navarra, che già contendeva al boss la leadership della cosca. Il boss Navarra fu ucciso dagli uomini di Liggio poco dopo lo scoppio della faida. Liggio si dimostrò abile e spietato: dopo decine di omicidi s'impose nel 1963 come unico boss incontrastato dei Corleonesi. La faida fu soprannominata la "mattanza di Corleone", poiché causò oltre settanta vittime.
La nuova generazione dei Corleonesi, detti spregiativamente viddani ("contadini"), era abile, feroce ed ambiziosa. Era composta dal boss Luciano Liggio, i suoi luogotenenti Totò Riina, Calogero Bagarella e Bernardo Provenzano e da killer spietati quali, Leoluca Bagarella, Giuseppe Ruffino, Giovanni Provenzano (cugino di Bernardo) e Giacomo Riina (zio di Totò).
Alla fine della faida (1963), i nuovi Corleonesi erano tutti piuttosto giovani ed avevano molta voglia d'emergere ed arricchirsi. Basti pensare agli esponenti principali della cosca all'epoca: Luciano Liggio (38 anni, classe 1925), Totò Riina (33 anni, classe 1930), Calogero Bagarella (28 anni, classe 1935), Bernardo Provenzano (30 anni, classe 1933), Leoluca Bagarella (21 anni, classe 1942), Giovanni Provenzano (35 anni, classe 1928), Giuseppe Ruffino (46 anni, classe 1917) e Giacomo Riina (55 anni, classe 1908).[2]
Fino all'arrivo di Liggio ed i suoi uomini, i Corleonesi erano una cosca di provincia ed ebbero un ruolo marginale all'interno di Cosa Nostra, ma ben presto divennero sempre più potenti e giunsero ad avere in essa il potere assoluto ed incontrastato.
Il loro appoggio politico era il potente Vito Ciancimino, anch'egli natio di Corleone. Il connubio tra i Corleonesi e Ciancimino fu tale che il pentito di mafia Tommaso Buscetta non esitò a definire Ciancimino organico alla cosca dei Corleonesi.
I Corleonesi una volta finita la faida interna puntarono alla conquista di Palermo. Nella prima guerra di mafia ebbero un ruolo marginale e si legarono ai fratelli Angelo La Barbera e Salvatore La Barbera. A metà degli anni sessanta vennero arrestati Liggio, Totò Riina e 64 membri della cosca dei Corleonesi per delitti avvenuti dal 1955 al 1963, compresi quelli della faida. Nel 1968-1969, 116 affiliati alla cosca di Corleonesi, tra cui tutti i membri di spicco, vennero assolti dai tribunali di Catanzaro e Bari per insufficienza di prove. La sentenza fu emanata l'11 giugno 1969 dal giudice Cesare Terranova,[senza fonte] che verrà ucciso qualche anno più tardi dagli stessi Corleonesi.
La scalata al potere [modifica]
Tornati in libertà, i Corleonesi tornarono in attività. Già il 10 dicembre 1969 misero in atto la strage di Viale Lazio, in cui perse la vita Calogero Bagarella. Lo scopo, riuscito, era quello di eliminare il boss Michele Cavataio ed ereditarne gli appalti.
In tutti gli anni sessanta e anni settanta, il potere dei Corleonesi crebbe notevolmente grazie alla loro caparbia ferocia ed insaziabile bramosia di potere, ma soprattutto grazie alla scalata di potere di Ciancimino, che dal 1959 al 1964 ricoprì la carica di assessore comunale ai lavori pubblici di Palermo, finendo per diventarne sindaco tra il 1970 e il 1971.
Nel 1970, i Corleonesi, con le famiglie di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, costituirono il triumvirato che ricreò la Cupola mafiosa scioltasi con la Prima guerra di mafia.
Con l'arresto definitivo di Luciano Liggio nel 1974, il boss dei Corleonesi divenne Totò Riina, il cui braccio destro divenne Bernardo Provenzano ed il suo braccio sinistro il cognato Leoluca Bagarella.
Nel 1978 scoppiò la seconda guerra di mafia ad opera proprio dei Corleonesi, che volevano chiudere i conti con le storiche famiglie mafiose di Palermo e Catania ed avere il potere assoluto su Cosa Nostra. Questa guerra vide da una parte i Corleonesi (Riina, Provenzano e Bagarella) e dall'altra le famiglie Buscetta, Bontade, Badalamenti, Inzerillo, Di Cristina e Calderone.
Tra gli alleati dei Corleonesi, c'erano Michele Greco e Giuseppe Calò. Soprannominato il "papa" Michele Greco, leader della Cupola mafiosa, prese atto della situazione e si alleò ai Corleonesi sottomettendosi ad essi.
La seconda guerra di mafia fu violentissima, una vera e propria mattanza, e vide all'opera tutta la ferocia dei Corleonesi. Solo negli anni 1979 e 1980 la sola provincia di Palermo ebbe più di mille morti ad opera dei Corleonesi.[3] La guerra si concluse nel 1983 con la vittoria assoluta dei Corleonesi che ebbero il controllo incontrastato di Cosa Nostra. I superstiti delle famiglie sconfitte scapparono negli Stati Uniti.
In questi anni operò al soldo dei Corleonesi e della Cupola mafiosa la "squadra della morte", comprendente diversi killer della mafia, tra cui primeggiavano Leoluca Bagarella e Pino Greco (detto "Scarpuzzedda"), seguiti a ruota da Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, Vincenzo Puccio, Gianbattista Pullarà, Giuseppe Lucchese Miccichè, Giuseppe Giacomo Gambino e Nino Madonia. Ciascuno di questi killer fece dozzine di morti, ma i più spietati furono Bagarella (oltre 100 omicidi) e Greco (oltre 60 omicidi). Secondo il pentito Salvatore Contorno, tra il 1983 e il 1984 i killer più spietati furono Giuseppe Lucchese Miccichè e Antonino Madonia; sempre a suo dire, per i delitti eccellenti il Lucchese Miccichè ed il Madonia intascarono più di tre miliardi di lire.
Nel 1984 i Corleonesi diventarono i leader della Cupola mafiosa e Totò Riina divenne il boss di Cosa Nostra. I Corleonesi furono l'unica cosca ad avere due rappresentanti nella commissione. Essi erano, per l'appunto, Totò Riina e Bernardo Provenzano. I pupilli dei due capimafia corleonesi erano i palermitani Nino Madonia e Giuseppe Lucchese Miccichè, che visto la giovane età Totò Riina chiamava "u' nico".
La seconda guerra di mafia vide una violenza mai vista prima ed ebbe migliaia di morti tra cui i più celebri furono: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Peppino Impastato, Mario Francese, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Emanuele Basile, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Leonardo Vitale, Gaetano Costa, Ninni Cassarà e Beppe Montana.
La Seconda guerra di mafia venne soprannominata anche la "mattanza di Palermo". La stessa violenza i Corleonesi l'adopereranno negli anni novanta con le stragi attuate per colpire lo Stato ed i suoi simboli.
Il dominio dei Corleonesi [modifica]
Dall'inizio della Seconda guerra di mafia all'arresto di Bernardo Provenzano (2006) la storia della Mafia siciliana s'intreccia strettamente con quella dei Corleonesi. È negli anni ottanta che la magistratura riesce a rispondere con maggiore forza: protagonisti di questa lotta alla mafia furono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rocco Chinnici, proprio quest'ultimo istituì il Pool antimafia che portò al Maxiprocesso del 1987.
Nei primi anni novanta, i Corleonesi, messi alle strette dal pool e dal maxiprocesso, attaccarono, con la ferocia che li contraddistinse, lo Stato. Organizzarono, innanzitutto, la strage di Capaci (23 maggio 1992) e la strage di via d'Amelio (19 luglio 1992), in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Seguirono diverse stragi: la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro). Sempre nei primi anni novanta avvennero omicidi celebri come quello di Salvo Lima (1992) e don Pino Puglisi (1993).

Per approfondire, vedi la voce Bombe del '92 e '93.
La risposta dello Stato non si fece attendere e il 15 gennaio 1993 venne arrestato Totò Riina, tradito dal suo ex-autista arrestato poco tempo prima Balduccio Di Maggio. I leader rimasti (Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella) cambiarono strategia e preferirono la strategia del silenzio a quella dell'attacco frontale.
Negli anni novanta gli arresti dei leader dei Corleonesi si susseguirono in rapida successione, grazie anche all'intervento di 20.000 soldati dell'Esercito italiano, all'interno dell'operazione "Vespri siciliani". Furono arrestati Leoluca Bagarella (1995), Giovanni Brusca (1996), Antonino Giuffrè (2002), Bernardo Provenzano (2006) e Salvatore Lo Piccolo (2007).
Il clan è stato ritenuto scomparso dopo l'arresto di Provenzano, ultimo padrino di Cosa Nostra e capo della cosca corleonese.
Collusioni con l'industria mediatica [modifica]
Il clan aveva in progetto l'acquisto di una rete televisiva Fininvest nei primi anni '90 (apice del potere dei corleonesi). Per ottenere la richiesta venne minacciato di morte con una lettera scritta a mano da Riina l'allora imprenditore Silvio Berlusconi, alla missiva si ricollegano quindi precedenti intercettazioni telefoniche in cui l'uomo parlava di violente pretese di estorsioni, e l'allontanamento dei familiari all'estero per un po' di tempo voluto dallo stesso.[4]

I Corleonesi [modifica]
Michele Navarra (boss 1942-1958)
Luciano Liggio (boss 1958-1974)
Totò Riina (boss 1974-1993)
Bernardo Provenzano (boss 1993-2006)
Leoluca Bagarella (boss 1993-1995)
Calogero Bagarella
Vito Ciancimino
Mafiosi legati o alleati ai Corleonesi [modifica]
Michele Greco
Pippo Calò
Giovanni Brusca
Pino Greco
Antonino Giuffrè
Benedetto Santapaola
Note [modifica]
^ Dato riscontrabile sui seguenti siti: ntacalabria.it e ; http://www.leinchieste.com/giuliano_perenze.htm ilcassetto.it.
^ Dati riportati dall'Inventario Corleonese: repertorio storico-bibliografico dei comuni del ... Di Antonino Giuseppe Marchese a pag 47. Rintracciabile facilmente su: http://books.google.com/books?id=vCQ8AAAAMAAJ&q=Giacomo+Riina&dq=Giacomo+Riina&lr=&hl=it&pgis=1
^ Dato riportato dallo storico Salvatore Lupo durante la puntata sulla Mafia di Blu notte condotta da Carlo Lucarelli, andata in onda il 25-6-2003 ed intitolata "La mattanza".
^ «Minacce della mafia a Berlusconi: giallo su una lettera dell'89», La Stampa, 03-07-2009. URL consultato in data 04-07-2009.
[espandi]
v · d · mCosa nostra
Struttura
Famiglia · Mandamento · Capo-mandamento · Capo-decina · Picciotto · Segretario · Commissione (interprovinciale)
Storia
Prima guerra di mafia · Seconda guerra di mafia · Maxiprocesso di Palermo · Presunta trattativa tra Stato e mafia · Storia della mafia siracusana
Capi
Palermo
Stefano Bontate · Angelo La Barbera · Salvatore Inzerillo · Michele Greco · Giuseppe Calò · Salvatore "Ciaschiteddu" Greco · Michele Cavataio
Corleonesi
Michele Navarra · Luciano Liggio · Salvatore Riina · Bernardo Provenzano · Leoluca Bagarella
Catania
Antonino Calderone · Giuseppe Calderone · Nitto Santapaola · Alfio Ferlito
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