Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam

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Visualizzazione post con etichetta rito funebre. Mostra tutti i post
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mercoledì 23 marzo 2011

Rito Funerario Ebraico

Il Giudaismo e la morte
Per il Giudaismo è centrale l'idea della salvezza, anche se soggetta ad evoluzione. Il vero problema, da un punto di vista religioso, dovrebbe riguardare non tanto la morte, ma ciò che avviene dopo di essa. Però, per gli ebrei, anche oggi, non è così. Si privilegia la vita, una vita saggia e felice; sul "poi" la freccia oscilla incerta. Le porte dell'aldilà ci sono, ma immettono nello sheol, il soggiorno dei morti, dove tutti ci daremo appuntamento, ma dove Dio non arriva. Per concepire un luogo del genere, occorre ammettere che l'uomo sia in possesso di qualcosa che vada al di là della morte. Questo "qualcosa" che sembra sopravvivere non è l'anima (nephes), che è il principio della vita, l'"io". Quando l'uomo muore, la nephes ritorna a Dio o sparisce? Sparisce. Date tali premesse, per l'ebreo lo scopo dell'esistenza è di vivere onestamente, secondo la legge e le sante tradizioni, indipendentemente da possibili premi o castighi. È più importante agire che credere: l'ebreo non si preoccupa di fissare troppi principi di fede; mira a mete pratiche, attuando la carità e la giustizia. Il passaggio dal "qui" ad una salvezza aperta al "là", che sopprima lo sheol, è la svolta più strabiliante dell'ebraismo. Però, si tratta di uno sviluppo lento e complesso. Dove vanno i morti una volta sepolti? Giacobbe prima di morire esclama: "Ora sto per raggiungere i miei antenati" (Gen 49, 29-33).Così è di Abramo: "Andrai in pace presso i tuoi padri" (Gen 15, 15). Nella diatriba con i sadducei, negatori di ogni sopravvivenza dopo la morte, Gesù riprende questo filone, ricordando: "Non avete letto quello che vi è stato detto dal Signore "Io sono il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe"? Non è il Dio dei morti, ma dei vivi" (Mt 22, 31-32). Nella tradizione ebraica è vivissima la "memoria". Il verbo "ricordare" si ripete molto. È nello stile biblico che un evento importante (ad esempio, la liberazione dall'Egitto) debba essere ricordato con riti che lo perpetuano nel tempo. In questo contesto va vista l'istituzione dell'eucaristia da parte di Gesù ("Fate questo in memoria di me"). Finché c'è qualcuno che si ricorda di noi si è in un certo senso presenti. Così morire è venire meno nella memoria di Dio; ma, quando Egli si ricorda, qualcosa avviene sempre. Seppellire i morti con rispetto e' una Mitzvah. Il Talmud include l'accompagnamento di un defunto tra gli atti, il cui compimento riceve ricompensa sia in questo mondo che in quello a venire. Per quanto riguarda la responsabilità della sepoltura, essa incombe ai figli o al coniuge. Genesi 23 e' il primo riferimento biblico a una sepoltura. Questo passaggio sottolinea quanto era importante per Abramo acquisire un posto per seppellire Sarah e come lui stesso si occupò di tutto. Se il defunto non ha ne' figli ne' coniuge, questa Mitzvah incombe ai parenti piu' prossimi. Se non ve ne sono, questo dovere cade sulla comunità. Il servizio funebre e il seppellimento non devono essere ritardati senza motivo. Il principio e' di procedere al servizio funebre e alla sepoltura appena possibile (in generale due o tre giorni dopo il decesso). Le sepolture non possono aver luogo ne' di Shabbat ne' nei giorni di festa (cfr. E 2). Fuori Israele gli ebrei ortodossi e alcuni ebrei liberali osservano un secondo giorno di festa, per questo se ne terrà conto e verrà consultato il rabbino. Bisogna espletare le disposizioni funerarie con semplicità e dignità, infatti, è usanza utilizzare una semplice bara di legno bianco e di non mettere ne' fiori ne' corone, è una Mitzvah esprimere simpatia verso il defunto compiendo un gesto di Tzedakah in sua memoria. Nell'avviso funebre le famiglie possono esprimere il desiderio che delle donazioni siano indirizzate a opere di loro scelta.La famiglia incontrerà il rabbino per mettere a punto i dettagli del servizio funebre e se desidera che una persona particolare prenda parte al servizio, si deve consultare il rabbino. Parlare del defunto in termini elogiativi e' una Mitzvah. L'orazione funebre e' una pratica antica gia' menzionata dalla Bibbia (2 Samuele 1:17-27 e 3:33-34). In epoca talmudica era pratica corrente: ascoltando l'orazione funebre si può sapere se il defunto avrà diritto alla vita eterna o no (B. Shabbat 153a). Saranno consultati i membri della famiglia per avere una idea piu' esatta della vita del defunto e non per non commettere errori.. Nelle comunita' ortodosse e' usanza abbreviare il servizio e alcuni non pronunciano orazioni funebri il venerdì mattina, la vigilia delle feste e durante Hanukah, Purim e il giorno di Rosh Hakhodesh. Nelle nostre comunita' l'elogio funebre e' sempre pronunciato e il rito non e' abbreviato.Assistere al servizio funebre e' una Mitzvah. Si chiama Halvayat hamet (accompagnamento del morto - cfr. K 1), a meno che la famiglia desideri che la sepoltura avvenga nell'intimità'.I servizi funebri si tengono nella abitazione del defunto (levata del corpo), sulla tomba o nell'oratorio del cimitero. La pratica più estesa e' quella della inumazione del corpo. Il testo biblico ricorda che il nostro corpo deve disintegrarsi naturalmente: polvere sei e alla polvere ritorni (Genesi 3:19). In epoca biblica si seppellivano spesso i defunti in nicchie scavate all'interno di caverne come fece Abramo o sui pendii (Genesi 23, Isaia 22:16, m. Baba batra 6:8). In epoca post-mishnaica i rabbini dichiararono che la sepoltura in terra era il modo corretto e tale e' diventata la norma (c.a. Yore deah 362). Ma la sepoltura in un loculo e' esistita da sempre. Per questo nelle nostre comunita' e' accettato la sepoltura in un mausoleo o in un colombario dopo l'incenerimento. Il corpo del defunto deve, se possibile, essere seppellito in un cimitero ebraico o nel settore ebraico di un cimitero municipale. L'ebraismo liberale ammette che i congiunti non ebrei siano sepolti in cimiteri o mausolei ebraici. Verrà chiesto allora che nessun servizio religioso non ebraico venga celebrato e che non sia posto in loco nessun simbolo non ebraico.L'ebraismo liberale non esige la presenza di un minyan (gruppo di 10 persone). Secondo la concezione ortodossa il Minyan (10 uomini ebrei) e' necessario per la recita di alcune preghiere, come il Kaddish. Nelle comunita' liberali nel minyan contano anche le donne. Il Kaddish deve essere recitato dai figli, dal coniuge o dai genitori del defunto. Gli altri membri della famiglia e gli amici possono unirsi alle persone in lutto durante la recitazione. Se il defunto non ha parenti, il Kaddish può essere recitato dagli amici o dal rabbino. La famiglia e gli amici buttano tre palate di terra sulla bara e, generalmente, rimangono presso la tomba fino a quando la bara non sia completamente ricoperta di terra. É permesso l'uso di un loculo quando questo e' previsto dalla legge civile o dai regolamenti locali. Non si deve impedire ai bambini di assistere ai funerali., ma nel dubbio, si può consultare il rabbino. Inoltre, bisogna rispondere alle domande dei bambini riguardo alla morte, i servizi funebri e la sepoltura, aiutandoli così, ad affrontare la realtà della morte e ad accettarla.Pronunciare il rituale per ogni ebreo e' una Mitzvah. La Mishnah afferma che per colui che pone fine ai suoi giorni volontariamente e coscientemente non si ha l'obbligo di organizzare dei funerali ne' di pronunciare una orazione funebre... (M. Semakhot 2:1). Il problema e' allora di stabilire cosa significa coscientemente. Numerose autorità rabbiniche hanno ritenuto che una persona che commette suicidio non possa essere considerata in possesso di tutte le sue facoltà al momento di questo atto, e pertanto non rientrerebbe nelle cose previsto dalla mishnah. Era quindi possibile procedere a una sepoltura rituale con tutte le preghiere e una orazione funebre.Ognuno deve essere trattato con il rispetto dovuto a ogni membro della comunita' e ha il diritto di essere sepolto in mezzo alla sua famiglia. La tradizione precisa che per un bambino di meno di 30 giorni non si deve osservare alcun rito funebre. Ciononostante ogni bambino che ha vissuto deve essere sepolto con un servizio semplice. Se il corpo non e' stato ritrovato o identificato, o se il corpo e' stato dato alla scienza (e non restituito), un servizio funebre sara' tenuto al domicilio del defunto. La Mishnah precisa che il rito funebre deve essere rispettato nella sua integralita' per colui che e' caduto in mare, che e' stato portato via dalle correnti o divorato da una bestia feroce (M. Semakhot 2: 12).Nel caso in cui il corpo non viene ritrovato, il periodo di lutto inizia dal momento in cui non vi sono più speranze di ritrovarlo. Il problema della persona dispersa riguarda anche il caso della Agunah (donna il cui marito e' scomparso e di cui non si ha alcuna notizia o che l'ha lasciata senza concederle il divorzio). Nelle nostre comunita' si considera che il periodo di lutto inizi dal momento in cui le autorità civili dichiarano una persona deceduta, allora,la vedova e' libera anche di risposarsi.
J - Dalla morte ai funerali
J 1 Tziduk Hadin
É una Mitzvah per la famiglia pronunciare, all'annuncio della morte di un familiare, la benedizione seguente: Benedetto sia tu eterno, nostro D-o re del mondo, giudice di verita' (cfr. Siddur sefat haneshamah pag. 243). Questa preghiera, nella forma ridotta barukh dayan haemet, e' prescritta nella Mishnah (M. Berakhot 9:2). Viene recitata quando si apprende una notizia triste. Nella sua forma completa deve essere recitata dai parenti quando sopraggiunge la morte. (c.a. Yore deah 339).
Questa formula tradizionale e' chiamata Tziduk Hadin. È l'affermazione della ineluttabilita' della morte. Il termine tziduk hadin e' utilizzato in ricordo di Rabbi Hanania Ben Teradion che, per essersi dedicato allo studio della Torah, fu condannato a morte da un tribunale romano, con sua moglie e sua figlia. Uscendo dal tribunale, accettarono il giudizio citando dei versetti biblici: Lui, nostra roccia, la sua opera e' perfetta, tutte le sue vie sono la giustizia stessa, D-o di verita', mai iniquo, costantemente equo e diritto (Deuteronomio 32:4) e grande nel disegno, sovrano nell'esecuzione, i tuoi occhi sono aperti su tutte le vie degli umani (Geremia 32:19). Rabbi aggiunse: Come erano grandi questi tre giusti, perche' siano giunti alle loro labbra questi tre versetti di sottomissione al giudizio divino, al momento stesso in cui vi si sottomettevano (B. Avodah Zarah 18a).
Si deve informare il rabbino del decesso.
J 2 I preparativi del funerale
Non bisogna stabilire i dettagli del funerale di una persona prima che questa sia morta. Nel caso in cui il defunto abbia lasciato delle istruzioni contrarie alla tradizione, si prenderanno in considerazione i sentimenti e la sensibilita' della famiglia in lutto e si consultera' il rabbino.
J 3 Informare la famiglia
Informare tutti i membri della famiglia di un decesso e' una Mitzvah. Questo si applica anche in caso di famiglie i cui legami sono allentati, perche' il periodo di lutto puo' e deve promuovere la riconciliazione.
J 4 Preparazione del corpo
Molte sono le tradizioni legate alla preparazione del corpo e alla toeletta mortuaria (Taharah). L'ebreo liberale puo' sciegliere di applicarle. In ogni caso il corpo deve essere trattato con il massimo rispetto.
Dato che l'ebraismo vuole che il corpo ritorni alla polvere da cui e' venuto, non si procedera' ad alcuna imbalsamazione, salvo che non sia richiesto dalla legge o dalle circostanze.
J 5 La vestizione del corpo
Il defunto puo' essere sepellito in un lenzuolo o con degli abiti ordinari. Se il defunto ha precisato di voler essere sepellito nel suo talit e/o con un sacco di terra di Israele, la sua volonta' deve essere rispettata.
J 6 Chiusura della bara
Il corpo, dopo essere stato preparato per il seppellimento, deve essere messo nella bara che deve essere chiuso. La tradizione non e' favorevole a che si veda il il defunto nella bara aperta. Accade a volte che un membro della famiglia debba identificare il morto prima della chiusura della bara. In tal caso si procede alla identificazione.
J 7 Keriah
La lacerazione dell'abito, indossare abiti neri o altri segni di lutto sono a discrezione della famiglia. Il Talmud (Moed Katan 24a) e il Shulkhan arukh (Yore Deah 340:1) prescrivono di lacerare una parte dell'abito (spesso la camicia all'altezza del cuore) per la morte di un pernte prossimo. Questa antica usanza e' gia' ricordata nella Bibbia (Genesi 37:34). Alcuni tengono a compiere questo atto, ma non e' obbligatorio.
J 8 Aiutare la famiglia in lutto
É una Mitzvah aiutare la famiglia in lutto nelle formalita' e nelle decisioni per il funerale.
Si deve offrire il proprio aiuto in questi momenti diufficili. E’ consigliabile di recarsi presso la famiglia
K – Sepoltura
K 1 Seppellire i morti
Seppellire i morti con rispetto e' una Mitzvah. Il Talmud include l'accompagnamento di un defunto tra gli atti il cui compimento riceve ricompensa sia in questo mondo che in quello a venire (M. Peah 1:1 e B. Shabbat 127a, citato nel Siddur sefat haneshamah p.16).
K 2 Responsabilita' per la sepoltura
La responsabilita' per la sepoltura incombe ai figli o al coniuge. Genesi 23 e' il primo riferimento biblico a una sepoltura. Questo passaggio sottolinea quanto era importante per Abramo acquisire un posto per seppellire Sarah e come lui stesso si occupo' di tutto.
Se il defunto non ha ne' figli ne' coniuge, questa Mitzvah incombe ai parenti piu' prossimi. Se non ve ne sono, questo dovere cade sulla comunita' (cfr. Il terzo principio nella introduzione di questo capitolo).
K 3 Momento della sepoltura
Il servizio funebre e il seppellimento non devono essere ritardati senza motivo. Il principio e' di procedere al servizio funebre e alla sepoltura appena possibile (in generale due o tre giorni dopo il decesso).
Maimonide, basandosi sulla obbligazione biblica di seppellire un condannato a morte subito dopo l'esecuzione (Deuteronomio 21:23), fa derivare l'obbligo di procedere al seppellimento il giorno stesso della morte (Sefer haMitzvot positive 231). Il Shulhan Arukh fa rimarcare che tale rapidita' non sempre e' possibile, ne' consigliata: si puo' attendere una notte se si deve procurare un lenzuolo o una bara decente o per attendere l'arrivo dei parenti... La Torah vieta ogni indugio, salvo quando questo sia in onore del defunto (B. Yore deah 357). Il rabbino deve essere avvertito del decesso e consultato per stabilire la data del servizio funebre.
K 4 Shabbat e feste
Sepolture non possono aver luogo ne' di Shabbat ne' nei giorni di festa (cfr. E 2). Fuori Israele gli ebrei ortodossi e alcuni ebrei liberali osservano un secondo giorno di festa, per questo se ne terra' conto e verra' consultato il rabbino.
K 5 Semplicita' e dignita'
Bisogna espletare le disposizioni funerarie con semplicita' e dignita'. È usanza utilizzare una semplice bara di legno bianco e di non mettere ne' fiori ne' corone (cfr. Quarto principio nella introduzione di questo capitolo).
K 6 Tzedakah
É una Mitzvah esprimere simpatia verso il defunto compiendo un gesto di Tzedakah in sua memoria.
Nell'avviso funebre le famiglie possono esprimere il desiderio che delle donazioni siano indirizzate a opere di loro scelta.
K 7 partecipazione al servizio funebre
La famiglia incontrera' il rabbino per mettere a punto i dettagli del servizio funebre. Se desidera che una persona particolare prenda parte al servizio, si deve consultare il rabbino.
K 8 L'elogio funebre
Parlare del defunto in termini elogiativi e' una Mitzvah. L'orazione funebre e' una pratica antica gia' menzionata dalla Bibbia (2 Samuele 1:17-27 e 3:33-34). In epoca talmudica era pratica corrente: ascoltando l'orazione funebre si puo' sapere se il defunto avra' diritto alla vita eterna o no (B. Shabbat 153a). Saranno consultati i membri della famiglia per avere una idea piu' esatta della vita del defunto e non per non commettere gaffes.
Nelle comunita' ortodosse e' usanza abbreviare il servizio e alcuni non pronunciano orazioni funebri il venerdi mattina, la vigilia delle feste e durante Hanukah, Purim e il giorno di Rosh Hakhodesh. Nelle nostre comunita' l'elogio funebre e' sempre pronunciato e il rito non e' abbreviato.
K 9 Assistere alla sepoltura
Assistere al servizio funebre e' una Mitzvah. Si chiama Halvayat hamet (accompagnamento del morto - cfr. K 1), a meno che la famiglia desideri che la sepoltura avvenga nell'intimita'.
K 10 Luogo dei servizi funebri
I servizi funebri si tengono nella abitazione del defunto (levata del corpo), sulla tomba o nell'oratorio del cimitero.
K 11 Modi di sepoltura
La pratica piu' estesa e' quella della inumazione del corpo. Il testo biblico ricorda che il nostro corpo deve disintegrarsi naturalmente: polvere sei e alla polvere ritorni (Genesi 3:19). In epoca biblica si seppellivano spesso i defunti in nicchie scavate all'interno di caverne come fece Abramo o sui pendii (Genesi 23, Isaia 22:16, m. Baba batra 6:8). In epoca post-mishnaica i rabbini dichiararono che la sepoltura in terra era il modo corretto e tale e' diventata la norma (c.a. Yore deah 362). Ma la sepoltura in un loculo e' esistita da sempre. Per questo nelle nostre comunita' e' accettato la sepoltura in un mausoleo o in un colombario dopo l'incenerimento.
Il corpo del defunto deve, se possibile, essere seppellito in un cimitero ebraico o nel settore ebraico di un cimitero municipale.
K 12 Sepoltura di non ebrei
L'ebraismo liberale ammette che i congiunti non ebrei siano sepolti in cimiteri o mausolei ebraici. Verra' chiesto allora che nessun servizio religioso non ebraico venga celebrato e che non sia posto in loco nessun simbolo non ebraico.
K 13 Kaddish sulla tomba
L'ebraismo liberale non esige la presenza di un minyan (gruppo di 10 persone). Secondo la concezione ortodossa il Minyan (10 uomini ebrei) e' necessario per la recita di alcune preghiere, come il Kaddish. Nelle comunita' liberali nel minyan contano anche le donne.
Il Kaddish (vedi appendice) deve essere recitato dai figli, dal coniuge o dai genitori del defunto. Gli altri membri della famiglia e gli amici possono unirsi alle persone in lutto durante la recitazione. Se il defunto non ha parenti, il Kaddish puo' essere recitato dagli amici o dal rabbino.
K 14 Ricopertura della bara
La famiglia e gli amici buttano tre palate di terra sulla bara e, generalmente, rimangono presso la tomba fino a quando la bara non sia completamente ricoperta di terra.
K 15 Loculo mortuario
É permesso l'uso di un loculo quando questo e' previsto dalla legge civile o dai regolamenti locali.
K 16 Presenza di bambini alla sepoltura
Non si deve impedire ai bambini di assistere ai funerali. Nel dubbio consultare il rabbino. Si deve rispondere alle domande dei bambini riguardo alla morte, i servizi funebri e la sepoltura. Bisogna aiutarli ad affrontare la realta' della morte e ad accettarla.
K 17 Nessuno deve essere escluso
Pronunciare il rituale per ogni ebreo e' una Mitzvah. La Mishnah afferma che per colui che pone fine ai suoi giorni volontariamente e coscientemente non si ha l'obbligo di organizzare dei funerali ne' di pronunciare una orazione funebre... (M. Semakhot 2:1). Il problema e' allora di stabilire cosa significa coscientemente. Numerose autorita' rabbiniche hanno ritenuto che una persona che commette suicidio non possa essere considerata in possesso di tutte le sue facolta' al momento di questo atto, e pertanto non rientrerebbe nel cose previsto dalla mishnah. Era quindi possibile procedere a una sepoltura rituale con tutte le preghiere e una orazione funebre.
Ognuno deve essere trattato con il rispetto dovuto a ogni membro della comunita' e ha il diritto di essere sepolto in mezzo alla sua famiglia.
K 18 Bambini non vitali
La tradizione precisa che per un bambino di meno di 30 giorni non si deve osservare alcun rito funebre. Ciononostante ogni bambino che ha vissuto deve essere sepolto con un servizio semplice. Per i riti di lutto consultare il rabbino.
K 19 Corpo irreperibile o donato alla scienza
Se il corpo non e' stato ritrovato o identificato, o se il corpo e' stato dato alla scienza (e non restituito), un servizio funebre sara' tenuto al domicilio del defunto. La Mishnah precisa che il rito funebre deve essere rispettato nella sua iuntegralita' per colui che e' caduto in mare, che e' stato portato via dalle correnti o divorato da una bestia feroce (M. Semakhot 2:12).
Nel caso in cui il corpo non viene ritrovato, il periodo di lutto inizia dal momento in cui non vi sono piu' speranze di ritrovarlo.
Il problema della persona dispersa riguarda anche il caso della Agunah (donna il cui marito e' scomparso e di cui non si ha alcuna notizia o che l'ha lasciata senza concederle il divorzio). Nelle nostre comunita' si considera che il periodo di lutto inizi dal momento in cui le autorita' civili dichiarano una persona deceduta. La vedova allora e' libera di risposarsi (cfr. E 3)
è possibile accedere al testo sacro della Torah cliccando sul link sottostante

domenica 6 marzo 2011

Il rito funebre islamico







Il rito funebre islamico
Articolo a cura di Filippo M. Ragusa
Il rito funebre islamico si svolge in modalità del tutto peculiari e tipicamente diverse da quello ebraico o cristiano ed è portatore di significati ed implicazioni proprie. Per comprenderle, occorre ricordare i modi in cui la dottrina e la prassi islamica concepiscono il rapporto fra i vivi e i morti, cosa prescrivono al fedele per garantirsi la salvezza dell'anima, qual è il senso della morte nei vari aspetti della cultura islamica.
L'Islam è sempre fortemente orientato alla comunità. Non stupisce pertanto che siano gli amici ed i parenti più prossimi del defunto a doversi occupare dei riti che ne propiziano il cammino nell'aldilà. Bisogna ricordare comunque che i rituali “classici” della tradizione arabo-islamica sono regolati dal Corano solo in minima parte; per lo più sono affidati alla Sunna e alla prassi consuetudinaria popolare. Ciò spiega la variabilità di forme del rito funebre a seconda dei differenti retroterra culturali su cui si è innestata, anche stabilmente, la religione musulmana. Un’ultima precisazione, che avremo modo di approfondire: in molti contesti la religiosità popolare si manifesta in forme decisamente eterodosse, spesso osteggiate da ‘ulama’ e altri garanti dell’ortodossia.
Già il momento del trapasso presenta connotati rituali. Se possibile, deve avvenire alla presenza di amici e parenti del moribondo: la loro presenza serve ad infondergli coraggio e confortarlo nell’estremo pentimento. Questo è indispensabile, in quanto l’Islam non conosce mediazioni fra il fedele e Dio: ogni musulmano è sacerdote di se stesso. Non esiste pertanto una figura che possa “assolvere” il credente dai suoi peccati, per la cui rimozione – ferma restando la sovrana volontà divina – è indispensabile un pentimento completo e volontario espresso finché il devoto è in vita. I suoi cari devono essere anche testimoni della sua ultima shahada o professione di fede.
Appena dopo la morte, un parente chiude occhi e bocca alla salma e si può procedere a lavarla, per purificarla in vista della sepoltura: la purezza del corpo è importante quanto quella spirituale, come in occasione delle preghiere quotidiane. Disteso su una barella, un tavolo o simili, la testa rivolta in direzione della Mecca, il corpo del defunto è lavato completamente un numero dispari di volte, da musulmani del suo stesso sesso, di norma i suoi parenti.
Una volta lavato, il corpo è profumato con incenso ed avvolto in un numero ancora dispari di sudari bianchi, in genere tre per gli uomini, cinque per le donne. È prescritto che la sepoltura debba avvenire prima possibile, anche nel corso del giorno stesso: imposto in origine dal clima torrido dell’Arabia, il precetto è largamente accettato presso i musulmani di tutte le latitudini. Se oggi è meno diffuso, è perché sempre più musulmani vivono, e muoiono, da emigranti: l’esperienza quotidiana dell’essere straniero porta l’uomo a cercare un radicamento forte, definitivo, ultimo, quale può essere la sepoltura in patria, per quanto lontana essa sia. È questo, fra l’altro, il caso di Mahmoud Darwish, uno dei più autorevoli interpreti del ruolo di straniero che la letteratura dell’ultimo secolo conosca, ma determinato a farsi seppellire nella sua Palestina.
Appena la salma è pronta, si procede perciò ad una preghiera collettiva chiamata Salat al-Janaza, intesa a supplicare di nuovo il perdono per i peccati del defunto e ad invocare su di lui la misericordia divina. La partecipazione collettiva alla preghiera, intesa come elemento coesivo della comunità dei credenti, è raccomandata anche a chi non lo conosceva di persona; non è invece indispensabile la presenza di un imam. Finita la preghiera, la salma viene traslata a braccia in un cimitero, il più possibile vicino al luogo dove viveva il defunto, a meno che non sia morto all’estero; in questi casi spesso prevale il desiderio di essere sepolto in patria, o quantomeno in un Paese di osservanza islamica. Di solito le donne non prendono parte alla processione, anche se nessun precetto lo vieta.
La sepoltura islamica è definitiva, non prevede cioè riesumazioni, e ove possibile non prevede l’uso di una bara; deve tassativamente avvenire in piena terra, in una fossa in cui il defunto possa essere coricato su un fianco, di nuovo con la testa in direzione della Mecca. Sono rifiutate tutte le sepolture sopra il livello del suolo, oltre alla cremazione. Bisogna porre la massima attenzione a preservare l’integrità del corpo: al momento della resurrezione sarà riunito all’anima, ed è importante che sia sepolto intatto. Lo sfarzo dei monumenti funebri è stigmatizzato: solitamente le iscrizioni si limitano al nome e alle date di nascita e di morte del defunto, senza fiori né ritratti.
Sono, o dovrebbero essere, ispirati a sobrietà anche i sepolcri dei personaggi più in vista, come uomini di Stato, celebri letterati e chi per le più varie ragioni è ritenuto vicino a Dio: è il caso, ad esempio, dei Marabut magrebini, maestri di confraternite mistiche ritenuti in possesso di un legame unico e particolare con Dio (la radice r-b-t ha appunto il significato di legare). Attorno alle loro tombe la devozione popolare ha sviluppato un culto paragonabile a quello dei santi nel medioevo cristiano, tuttora vitale nonostante le critiche dei più ortodossi.
In realtà, conformemente all’idea dell’Islam come religione “mediana” e “mediatrice” fra gli estremi dell’esperienza umana, tutti gli eccessi sono banditi dal rito, compresi quelli di espressione del dolore. Pianti disperati, urla ed atti pubblici di autolesionismo, a dispetto delle cartoline folcloristiche propinate da certi media, sono giudicati severamente nel pensiero islamico dominante: la disperazione è considerata sintomo di poca fede nella resurrezione, e i casi in cui i presenti si abbandonano ad atti d’isteria collettiva dovrebbero essere spiegati singolarmente. Della morte, spiegano gli Hadith, non ci si dovrebbe lamentare: con essa finisce solo la breve parentesi terrena della vita di un fedele, che lascia il posto all’attesa della resurrezione.
Sempre la fertile tradizione popolare ha costruito una descrizione dettagliata dell’aldilà islamico, a partire dagli angeli Munkar e Nakir, che appena dopo la sepoltura sottopongono l’anima del defunto ad un interrogatorio sulle sue azioni e sulle sue intenzioni. Se l’esito è positivo, l’anima prosegue la sua esistenza nell’attesa del Giudizio Universale, che secondo un passo coranico sarà amministrato dal profeta Gesù. L’intercessione per i morti di chi resta al mondo è considerata gradita a Dio, ma ai fini del giudizio, più delle azioni compiute in vita, si ritengono valide le intenzioni con cui sono state compiute. D’altra parte, l’ortodossia islamica non riconosce all’uomo il libero arbitrio né l’origine degli atti compiuti, ma solo il “possesso” – e la responsabilità – per atti creati comunque da Dio. Il Corano parla invece diffusamente delle circostanze del Giudizio, e fa riferimenti al paradiso e all’inferno più dettagliati degli altri testi sacri rivelati, ma comunque legati ai modelli tradizionali delle culture mediterranee: per i meritevoli, il giardino popolato da ogni sorta di piaceri, non esclusi, come è noto, quelli sessuali; un’eternità cupa e preda delle fiamme per i dannati.
Per quanto riguarda la periodizzazione islamica del lutto, i tre giorni successivi all’inumazione del defunto sono quelli del cordoglio: in casa o presso tendoni o padiglioni allestiti per l’occasione, i parenti ricevono la visita e le condoglianze dei loro cari. Si organizzano pasti comuni, espressione di solidarietà familiare e comunitaria in cui il dolore per la perdita subita si tempera nella conferma dei legami sociali. Un esempio è il ‘asha’al-mayyit, il lauto “pranzo del morto” ancor oggi in uso al Cairo, che riprende la tradizione arcaica dei banchetti funebri: il lutto si esorcizza esibendo una vitalità data dall’abbondanza e dall’atto stesso del nutrirsi, a dispetto delle esternazioni più pacate preferite dalla cultura dominante.
Pratiche accettate più ampiamente hanno luogo nel periodo successivo al cordoglio, che culmina nel quarantesimo giorno dopo la morte. In occasione di questa ricorrenza, è comunissimo che la famiglia del defunto, in visita alla sua tomba, distribuisca cibo e offerte ai custodi del cimitero e ai bisognosi locali. Alcuni giuristi interpretano questo atto come una comune elemosina (sadaqa), opera meritoria solo per chi la compie; ma molti sono altrettanto convinti che serva da intercessione per la salvezza eterna del defunto.
Cerimonie funebri che esulano dal modello finora presentato sono piuttosto rare, e proprio perciò godono di un’attenzione particolare. Gli spettatori delle televisioni occidentali si stanno abituando alle esequie di certi combattenti classificati come martiri, testimoni del messaggio divino fino all’estremo sacrificio. Oltre che dalla malafede, la frettolosa definizione di “cultura della morte” che alcuni hanno applicato al contesto arabo-islamico può derivare da una sopravvalutazione di questi eventi, fraintesi sia nella loro eccezionalità, sia nella portata dei contenuti dottrinali attribuiti al martirio – contenuti, questi, non del tutto dissimili da quelli veicolati da qualsiasi mitologia della guerra, più o meno santa, in ogni società.
In effetti, la tensione al martirio è un elemento presente quasi solo nell’ambiente sciita, dove è inteso rievocare la tragica fine di al-Hasan e al-Husayn, figli del califfo ‘Ali: imam nel senso sciita del termine, cioè guide illuminate dell’intera comunità dei credenti, dunque meritevoli di essere imitati. D’altra parte anche fra gli sciiti l’accordo sulle modalità dell’imitazione è lungi dall’essere completo: i sostenitori del martirio non sono numerosi né, spesso, in buona fede.
Altro e ben diverso esempio di funerale atipico è quello tributato alle maggiori personalità del loro tempo, ritenute tali per motivi artistici, politici, religiosi e non solo. Si pensi ad esempio alle esequie della cantante Umm Kulthum o del presidente Nasser, caratterizzate dalla partecipazione di folle oceaniche ed eterogenee, o al recentissimo funerale del poeta Mahmoud Darwish. Oltre a dimostrare l’attaccamento della gente ai suoi idoli, simili cerimonie hanno un effetto coesivo sul corpo sociale tanto più apprezzato in società meno individualiste della nostra, che pongono accenti maggiori su interessi e bisogni collettivi.

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