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FUSIORARI NEL MONDO
Majai Phoria
UN UOMO GIACE TRAFITTO DA UN RAGGIO DI SOLE, ED E’ SUBITO SERA
Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam
VILLA BERTI VIA BEL POGGIO N. 13 IMOLA http://www.villaberti.it/
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We Too Are One è un album degli Eurythmics, pubblicato nel 1989
Peace è un album degli Eurythmics, uscito nel 1999. Gli Eurythmics si riunirono nel 1999 e pubblicarono Peace, la loro ultima registrazione in studio. Peace ha messo in evidenza il perdurante legame e la creatività del duo. All'inizio del 2003 la BMG rivelò alla stampa il progetto di far uscire versioni estese degli otto album registrati dal gruppo in studio, una compilation di 18 brani intitolata Ultimate Collection e un cofanetto di due dischi di pezzi rari, il tutto rimasterizzato da Stewart. L'uscita di questi dischi fu prevista per l'autunno ma venne procrastinata quando la BMG e la Sony fusero le loro attività musicali in Sony BMG Music Entertainment. All'inizio della riorganizzazione l'uscita del disco nei negozi fu spostata più volte, e alla fine del 2005 vide la luce.
Amazzonia, l’urlo disperato degli Yanomami Una mostra e un convegno portano alla nostra attenzione i pericoli che sta correndo la regione brasiliana, al centro delle mire economiche di molti e a rischio distruzione Pubblicato: 03 dicembre 2009 di Cristina Lonigro dal sito web http://www.cattolicanews.it/2634.html
«Noi Yanomami, popolo indigeno di queste terre, genitori delle generazioni esistenti e future, responsabili della sopravvivenza dei popoli indigeni, chiediamo con forza la tutela dei nostri diritti». Così gli Yanomami rivendicano il rispetto per la loro identità, il diritto a un’esistenza possibile, alla proprietà della terra. Sono indigeni dell’Amazzonia e abitano il Roraima, uno stato nella parte settentrionale del Brasile. Grazie alle immagini della mostra Amazzonia. Una diversa prospettiva l’urlo degli Yanomami è arrivato a Milano. Allestita dell’associazione Impegnarsi serve e dai Missionari della Consolata, presenti in Brasile, la rassegna è ospitata nel primo chiostro dell’Università Cattolica. «La mostra - spiega Viviana Premazzi, volontaria di Impegnarsi serve – prende il nome dal libro omonimo scritto da un gruppo di sette volontari dell’associazione, che hanno raccolto una serie di testimonianze di viaggio nell’estate del 2008». La mostra, densa, nonostante le ridotte dimensioni, è organizzata in tre parti. Ogni sezione è accompagnata dalla proiezione di un video e da un ricco apparato iconografico. La prima parte, dedicata alla foresta e ai suoi abitanti, dà conto della devastazione compiuta ai danni della selva e degli indigeni fino a comportarne l’estinzione. Per millenni le tribù locali sono riuscite a convivere con la foresta rispettandola e traendone nutrimento. Padre e madre degli indios, la selva è da cinque secoli oggetto del desiderio dei predatori forestieri. Solo negli ultimi trent’anni la foresta ha perso 520 mila km quadrati, e ogni giorno ne spariscono ben 52. Proseguendo, nella seconda sezione, ci si scontra con i crimini commessi da conquistadores antichi e moderni contro la foresta e le sue genti. I fazenderos e i garimperos prima, con le loro aziende e la frenetica ricerca dell’oro; le multinazionali e le compagnie petrolifere poi. Tutti predatori di una terra appetita per la presenza di legname, petrolio, oro e giacimenti minerari. La costruzione di grandi dighe, gli incendi dolosi appiccati per favorire l’allevamento, gli impianti per l’estrazione militare, hanno condotto nel passato a uno spietato genocidio degli indios e, nel presente, a una corsa alle risorse naturali sul territorio. Il prezzo da pagare – altissimo – è la dispersione di quell’ultimo centinaio di tribù indigene superstiti. Il percorso si chiude con un ultimo segmento dedicato agli Yanomami, il popolo simbolo della presenza parlante degli indigeni, in grado di associarsi e combattere per i propri diritti. Hutukara è l’associazione fondata dalla popolazione con la finalità di portare a Brasilia le proprie richieste e di difendere la futura generazione dal flagello che ha colpito e continua a colpire le tribù amazzoniche: la dispersione della cultura, della lingua, dei rituali, di se stesse. Infatti, gli Yanomani parlano portoghese per rivendicare la propria identità ma hanno conservato la loro lingua. Conoscono l’uomo bianco, hanno imparato a utilizzare gli strumenti delle cultura occidentale, ma senza snaturarsi, e senza smettere di educare i bambini nella ritualità della loro storia. Le tre sezioni della mostra sono state oggetto di riflessione anche in occasione del convegno Lasciamoci educare dagli Indios. I professori Giovanna Salvioni e Giancarlo Rovati hanno sottolineato la ricchezza dell’area amazzonica e il suo essere in bilico tra modernità e tradizione. Gli interventi di padre Giovanni Saffirio e monsignor Augusto Castro si sono addentrati nel rapporto tra natura, spiritualità e umanità in quel luogo unico che è la Selva. Infine, Davi Kopenawa, leader degli Yanomani, e Corrado Dalmonego, hanno portato la testimonianza diretta e il dubbio: cosa è possibile fare (presto) per slavare il futuro degli Yanomani e per evitare i pericoli che cancelleranno la foresta e la sua gente?
Milioni di Indios stono stati sterminati, dopo l'arrivo degli Europei, dalle guerre, dai lavori massacranti che venivano loro imposti e dalle malattie portate dai conquistatori. Al tempo della loro scoperta, si suppone che nella foresta Amazzonica vi fossero sparsi dai due ai cinque milioni di indios. Oggi, in Brasile, ne sopravvivono circa 250.000, suddivisi in 200 gruppi etnici. Rischiano l'estinzione perché molti si lasciano morire di fame o compiono suicidi di massa per non abbandonare la loro terra o le loro tradizioni, altri vengono uccisi dai colonizzatori senza scrupoli che cercano oro nella foresta. Nella foresta amazzonica in 400 anni sono scomparsi più di 700 gruppi etnici e, dall'inizio del secolo, più di 90 tribù di Indios su 230. Otto milioni di ettari di terra appartenenti alle tribù indie sono in pericolo, e in questi ultimi anni le invasioni delle riserve sono aumentate del 95%. La metà dei 325.000 Indios brasiliani vive sotto il limite di povertà assoluta e dipende dallo stato per la sua sopravvivenza quotidiana. Questi sono dati che ci dovrebbero far riflettere: gli Indios, gruppi etnici con un'enorme cultura alle spalle, stanno scomparendo dall'Amazzonia per colpa dei bianchi che sfruttano inverosimilmente il loroterritorio. Praticamente solo gli Indios dell'Amazzonia, grazie alla vastità della selva, riescono a sopravvivere con i propri mezzi, tra cui la caccia, la raccolta e le colture rudimentali, nonostante le distruzioni e gli attacchi di garimpeiros (cercatori d'oro) e latifondisti. Invece, gran parte delle tribù del resto del Paese, nonostante dispongano di milioni di ettari di riserve, non riescono a sostenersi da soli e sono ormai completamente dipendenti dall'aiuto del governo. I garimpeiros minacciano pericolosamente la riserva degli indios Yanomami, che si trova all'estremo nord della foresta amazzonica brasiliana. Quest'antica tribù indigena sudamericana è minacciata dalla malaria e dalle altre malattie dei bianchi. Per colpa dei garimpeiros la malaria e la tubercolosi hanno fatto stragi nei Shabono (le grandi case-villaggio a forma ovale caratteristiche della cultura dei Yanomami). L'acqua sporca di mercurio ha allontanato la cacciagione di questa tribù, che non può neppure bere. Solo in questi ultimi dieci anni, più di 2000 Yanomami sono morti di malattie portate dai garimpeiros. Un incontro infausto, quello con i garimpeiros, che insieme alle malattie - prima fra tutte la malaria - hanno portato la violenza e l'alcolismo, scuotendo per sempre la stabilità del popolo. E ora gli Yanomami non restano che in 8000. Mentre la malaria continua ad imperversare fra gli indigeni, la tubercolosi è più sotto controllo rispetto a pochi anni fa. Nel bacino amazzonico l'epatite A e D sono altamente endemiche. La scarsa alimentazione, la mancanza di acqua potabile, e quindi di igiene, sono le principali cause delle numerose malattie presenti in Amazzonia. Fortunatamente ci sono anche alcune case di cura per gli Indios, costruite da missionari in varie parti del territorio. Ad esempio quella costruita nel 1994 a Boa Vista da Aldo Mangiano (a quel tempo vescovo di Roraima) ha permesso di salvare la vita a centinaia di Yanomami. In altre regioni meno accessibili, come l'alto Rio Negro, dove operano dei missionari italiani, gli Yanomami sopravvivono in condizioni più precarie, con alti indici di mortalità infantile per malaria ma anche per semplici epidemie di morbillo, una malattia letale per gli anticorpi degli indios contattati dall'uomo bianco solo a partire dal 1957. I garimpeiros hanno portato via anche le donne agli indios, così da compromettere le generazioni future. Molte sono state cedute ai minatori fin da bambine in cambio di bermuda e berretti con la visiera. Prostituite al seguito dei garimpeiros hanno portato anche l'AIDS. Il governo ha abbandonato la tribù brasiliana degli Xavantes non risolvendo i loro problemi di territori e allentando il sistema di assistenza medica. Secondo questa tribù 10 bambini su 25 che nascono nei loro sei territori protetti muoiono entro il primo anno di vita. I dati sulla mortalità infantile, infatti, sono altissimi rispetto ai Paesi del Nord del mondo. La polmonite fa strage anche fra i più anziani. Nella riserva degli Indios Mbya Guarani, nel territorio di Jacunda la malaria endemica ha avuto il sopravvento. Gli Indios sono stati duramente colpiti dalla malattia, che ne ha paralizzato le attività negli ultimi due anni. Solo ora si stanno riprendendo, grazie a una pausa dell'epidemia e grazie al progetto di allevamento di vacche da latte sostenuto da un'associazione umanitaria. Nel parco indigeno di Tumucumaque invece le malattie più comuni sono la malaria, l'influenza, la diarrea e i vermi. Anche il lavoro minorile costituisce la base per delle malattie: infatti bambini anche piccoli sono costretti a portare pesi enormi che rovinano la schiena e provocano malattie allo scheletro in età adulta. Le condizioni in cui sono costretti a vivere alcuni Indios "colonizzati" sono favorevolissime per lo svilupparsi di malattie e di epidemie: malaria, colera, malattie intestinali, poliomielite,… Queste popolazioni hanno pochissimi centri di soccorso sanitario, poco personale medico, pochissime medicine ed attrezzature. Nel mondo ci sono moltissime malattie, molte delle quali hanno poche conseguenze sulle persone come noi perché le medicine, i vaccini, i medici, le strutture sanitarie riescono a curare o a prevenire queste malattie. Al contrario, nei Paesi poveri, l'alto costo dei medicinali, la povertà della gente, la mancanza di prevenzione, di dottori e di ospedali fanno sì che molte persone muoiano, soprattutto i bambini che sono i più deboli e quindi soffrono molto di più la scarsità o lo scarso potere nutritivo del cibo. Mangiare poco e con poca varietà, infatti, indebolisce il fisico e le difese immunitarie. In conclusione, l'uomo bianco oltre a sfruttare enormemente le risorse naturali dell'Amazzonia lascia anche che la gente del posto muoia per delle malattie da noi già debellate da tempo.
POPOLAZIONE Popolazione 151 310 000 Densità 18/kmq Popolazione urbana 75% Capitale Brasília, 1 513 470 Gruppi etnici bianchi 55%, meticci 38%, negri 6% Lingue portoghese, spagnolo, inglese, francese Religioni cattolica romana 90% Speranza di vita 69 anni le donne, 64 gli uomini Alfabetizzazione 81% TERRITORIO Posizione Sudamerica orientale Superficie 8 511 996 kmq Punto più alto Pico da Neblina, 3 014 m Punto più basso a livello del mare DATI POLITICI Governo repubblica Partiti Movimento Democratico, Fronte Liberale, Democratico Sociale, altri Diritto di voto universale, dopo i 18 anni Membro di OAS, ONU Divisioni amministrative 26 stati, 1 distretto federale ECONOMIA PNL $ 369 000 000 000 Per abitante $ 2 354 Unità monetaria cruzeiro Rapporti commerciali esportazioni: USA, Paesi Bassi, Giappone; importazioni: USA, Germania, Argentina, Iraq Prodotti esportati ferro, soia, succo d'arancia, calzature, caffè Prodotti importati petrolio, macchinari, prodotti chimici, alimentari, carbone Popolazione Il Brasile, la più grande nazione sudamericana, è anche la più popolata. Indios, coloni portoghesi, schiavi negri africani, immigrati europei e giapponesi formano la sua popolazione mista. Oggi gli Indios compongono meno dell'1% della popolazione e stanno scomparendo rapidamente a causa del contatto con le culture moderne e di altri fattori. Il Brasile è il solo Paese che parla portoghese e il cattolicesimo romano è la religione più diffusa. Economia e Territorio La prosperosa economia brasiliana si basa su un'agricoltura diversificata, sull'estrazione dei minerali e sull'industria. Le fattorie e gli allevamenti più redditizi si trovano nella regione dell'altopiano meridionale: il caffè, il cacao, la soia, e la carne sono i più importanti prodotti. I giacimenti di minerale ferroso si trovano per la maggior parte nella regione centrale e nell'altopiano meridionale. Recentemente sono stati scoperti altri giacimenti nel territorio dell'Amazzonia. Durante e dopo la II Guerra Mondiale il Paese puntò sull'espansione industriale nel sudest e nel 1960 trasferì la capitale da Rio de Janeiro a Brasília per ridistribuire le attività. Le foreste ricoprono circa la metà del Paese e il bacino del Rio delle Amazzoni è la più grande foresta pluviale del mondo. Il nordest è formato da pascoli semiaridi; il centro-ovest e il sud sono caratterizzati da colline, montagne e pianure ondulate. In tutto il territorio il clima è semitropicale con abbondanti piogge. Storia e Politica Il Portogallo ottenne i diritti sulla regione con un trattato stipulato con la Spagna nel 1494 e rivendicò il Brasile nel 1500. Poiché vi era un'alta mortalità tra le popolazioni indigene native vennero portati dall'Africa i negri per lavorare nelle piantagioni. Nel XIX sec., durante le guerre napoleoniche, la famiglia reale portoghese fuggì a Rio de Janeiro e nel 1815 la colonia divenne un regno. Nel 1821 il re portoghese ritornò in Portogallo, lasciando il governo del Brasile al proprio figlio che dichiarò il Paese indipendente e nominò se stesso imperatore nel 1822. Lo sviluppo economico, verso la metà del 1800, coincise con l'arrivo degli Europei. In seguito alla presa di potere dei militari nel 1889, il Brasile divenne una repubblica. Negli anni recenti i principali problemi politici sono stati l'enorme debito con l'estero e la preoccupazione del mondo intero per la distruzione della foresta pluviale. Brasile: la foresta pluviale minacciata Prospetto 1973. Viene completata l'autostrada Transamazzonica. 1979. L'oro trovato nella Serra Pelada richiama i minatori in Amazzonia. 1987. Inizia la corsa all'oro di Roraima. 13 ottobre 1988. Il governo blocca gli incentivi per lo sviluppo dell'Amazzonia. 22 dicembre. Viene assassinato Chico Mendes. Gennaio 1990. I minatori vengono scacciati dal territorio degli Yanomami. Febbraio 1991. Il primo di molti ambientalisti viene ucciso. 24 giugno. Il governo acconsente al patto "debito-per-natura". Novembre. Il governo crea numerose riserve indiane. 3 giugno 1992. Si riunisce a Rio de Janeiro il vertice mondiale. 29 settembre. Il Presidente Fernando Collor de Mello viene incriminato e sostituito dal vice presidente Itamar Franco. Agosto 1993. Vengono alla luce rapporti su un massacro di Indios Yanomami fatto dai cercatori d'oro. Le preoccupazioni per la foresta pluviale amazzonica continuano a essere posposte a quelle che sono le più immediate preoccupazioni del brasiliano medio: la politica, l'economia e i diritti personali. Nel frattempo ricche e potenti forze che traggono enormi profitti dallo sfruttamento dell'Amazzonia sono ostili a ogni interferenza nei loro interessi. Appoggiati dai governi, questi sostenitori dello "sviluppo della foresta" prendono di mira Indios, ambientalisti e gruppi internazionali che sostengono la necessità di proteggere la foresta, usando un argomento non del tutto ingiustificato: quello che gli stranieri non dovrebbero predicare sul destino dell'Amazzonia, visti i crimini ambientali commessi dalle altre nazioni. Oltre alla foresta pluviale stessa, le più grandi vittime dello sfruttamento sono gli indigeni della regione. Rapporti di Indios trucidati dagli allevatori di bestiame e dai cercatori d'oro sono filtrati dalla giungla per decenni. Proposte del governo brasiliano di destinare ampie porzioni dell'Amazzonia esclusivamente agli Indios hanno incontrato resistenza e violenze. Con il Brasile che sta ancora tentando di trovare la sua strada verso la democrazia, dopo decenni di dittatura, e con una economia continuamente allo sfascio, la maggiore attenzione della nazione resta centrata su altre questioni che non la preservazione dell'Amazzonia. Ma con un disboscamento di più di cento acri al giorno la situazione non potrà essere ignorata per sempre. Problemi e Avvenimenti Nel 1988, dopo che più di 6 000 incendi dolosi furono registrati in un solo giorno lungo la nuova strada che attraversa l'Amazzonia, il governo del Brasile ammise che lo sfruttamento della foresta pluviale era sfuggito di mano. Il Brasile era soggetto a crescenti critiche internazionali, riguardanti la sua politica ambientale, proprio nel momento in cui la sua economia era in difficoltà e gli investimenti stranieri gli erano enormemente necessari. Gli scienziati credono che la distruzione della foresta pluviale contribuisca a provocare il surriscaldamento del globo, chiamato "effetto serra", che potrebbe alla fine rendere il pianeta inabitabile. Nel 1988 il governo iniziò a promulgare leggi per controllare, ma non per ridurre, lo sfruttamento dell'Amazzonia: sussidi per coloro che vi lavoravano, programmi di informazione e penalità per chi abbatteva la foresta senza permesso. Queste misure hanno incontrato una violenta resistenza. Francisco (Chico) Mendes, un ambientalista che fu ucciso dagli allevatori, resta un esempio di martire nella lotta per salvare l'Amazzonia. Numerosi agenti governativi, come altri capi degli ambientalisti brasiliani, sono stati uccisi. Oltre a essere distrutti dalla fame e dalle malattie portate dall'uomo bianco, le popolazioni indie sono soggette a violenze e uccisioni da parte di coloro che le ritengono un freno per lo sviluppo. Quando entrò in carica, nel 1990, il Presidente Fernando Collor de Mello iniziò una politica tesa a proteggere la foresta pluviale. Egli organizzò incursioni militari che scacciarono migliaia di cercatori d'oro dalla terra che appartiene agli Indios. Nel 1991 il governo brasiliano progredì nei suoi sforzi per la conservazione, aderendo a un patto "debito-per-natura", secondo il quale una grande parte del debito estero sarebbe stato cancellato se il Brasile avesse usato quel denaro per la protezione ambientale. Inoltre venne creata una enorme riserva, delle dimensioni dell'Indiana, per gli Yanomami, una delle ultime tribù veramente primitive del mondo. Più di settanta riserve furono create durante l'anno. Inoltre il Brasile iniziò a incoraggiare il turismo ambientalista e a commerciare i prodotti della foresta pluviale per aiutare la disastrosa economia della regione. Chico Mendes sarebbe stato felice di sapere che nel 1992 il Brasile ha ospitato il vertice mondiale, il più grande raduno dei leader del mondo mai riunito. Il loro fine era quello di discutere i modi per salvare l'ambiente della foresta dai danni provocati dall'industrializzazione e dallo sviluppo incontrollato. Come capo dell'unione dei battitori della gomma del Brasile, Mendes aveva lavorato per preservare la grande foresta pluviale amazzonica, quando ancora non era di moda. Ciò pose Mendes sulla via di collisione con gli allevatori di bestiame della regione che, con i minatori, in questi recenti anni sono i principali fautori della distruzione su vasta scala della foresta pluviale. Nel 1988 gli allevatori uccisero Mendes. Cinque anni più tardi, nel febbraio 1993, gli assassini, condannati, misero in crisi il sistema giudiziario del Brasile, fuggendo di prigione e sparendo senza lasciare tracce: una nuova prova dell'esistenza di potenti forze determinate a sfruttare l'Amazzonia. Quando Collor fu travolto dal grande scandalo per corruzione, nel 1992, gli allevatori e i minatori gioirono. Il nuovo presidente, Itamar Franco, concentrò i suoi sforzi per sistemare la debole economia del Brasile. Con l'inflazione in aumento, un enorme debito estero e un bilancio in crescente deficit la questione dell'Amazzonia passò in secondo piano. Nell'agosto 1993 l'attenzione del Brasile e del mondo si rivolse nuovamente alla foresta pluviale, quando si venne a sapere che gli indiani Yanomami, nello stato rurale di Roraima, erano stati trucidati dai minatori. Il governo promise una giustizia veloce e i politici nazionali fecero il giro dei villaggi Yanomami distrutti dal fuoco. Più tardi, comunque, si seppe che le uccisioni si erano verificate proprio sui confini con il Venezuela. Nel frattempo venne rivelato che nessun processo era mai scaturito dalle 16 indagini della polizia per le stragi di Yanomami dal 1980. Anche se per gli Yanomami, più mortali delle violenze dei coloni sono state le malattie da questi importate. Più di 1500 Yanomami del Brasile sono morti per malattie, come la tubercolosi, introdotte nella regione dai bianchi. A complicare il problema sta il fatto che molti brasiliani pensano che la pressione internazionale per preservare la foresta pluviale sia solo una scusa per permettere ad altre nazioni, come gli Stati Uniti, di sfruttare esse stesse il territorio. Molti generali dell'esercito hanno pubblicamente affermato che gli Stati Uniti e le altre nazioni cercano una scusa per invadere l'Amazzonia e mettono in pericolo la sovranità del Brasile. Precedenti Il governo militare che prese il potere nel 1964 decise una politica ufficiale per incoraggiare l'insediamento e lo sviluppo economico in Amazzonia. La Transamazzonica, completata nel 1973, faceva parte del grande progetto di colonizzazione della regione. I contadini furono attirati verso le zone selvagge da offerte di terre libere e i ricchi fecero fortune ancora maggiori sfruttandole. Nel 1979 migliaia di contadini ridotti alla miseria arrivarono in Amazzonia per trovare l'oro nella Serra Pelada. In pochi brevi anni più di 60 000 cercatori, usando rozzi attrezzi manuali, scavarono un enorme cratere per cercare una ricchezza immediata. Nel 1987 45 000 cercatori d'oro iniziarono a riversarsi nelle terre degli indiani Yanomami, una delle ultime tribù isolate del mondo. I minatori vennero scacciati dalla regione nel 1990, ma non prima che il 10% della tribù morisse a causa dell'invasione. La foresta pluviale è un delicato equilibrio di migliaia di forme di vita: una volta distrutta non si rigenera nella sua precedente forma. La quasi totalità del territorio che è stato trasformato per l'agricoltura è produttivo solo per pochi anni, prima di dover essere abbandonato. Si calcola che ormai il 12% della totalità della foresta pluviale sia andata perduta. Più di un terzo di tutti i prodotti farmaceutici sono ricavati da sostanze trovate in natura. Per gli scienziati, l'Amazzonia, con la sua incredibile varietà di piante e vita animale, è come una grande farmacia i cui contenuti stanno aspettando di essere scoperti. Un argomento comune usato dagli ambientalisti è che una pianta per la cura del cancro potrebbe crescere, proprio ora, nella foresta pluviale. Gli scienziati temono anche che il surriscaldamento del globo sarà accelerato dalla distruzione dell'Amazzonia, che molti chiamano "i polmoni della Terra". La sua vasta area di vegetazione è una delle maggiori fonti di ossigeno dell'atmosfera.
(San Bonifacio, 17 luglio1971) è un criminaleitaliano. È il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, il 17 aprile1991 nella sua casa di Montecchia di Crosara uccise entrambi i suoi genitori, Antonio Maso e Mariarosa Tessari, servendosi di un tubo di ferro e di altri corpi contundenti tra cui spranghe e un bloccasterzo. La motivazione era intascare subito la sua parte di eredità. Fu condannato a 30 anni di reclusione, scontata in carcere fino ad ottobre2008, quando ha ottenuto il regime di semilibertà.
Biografia [modifica] Nato a San Bonifacio ma sempre vissuto a Montecchia di Crosara, entrambi in provincia di Verona, Pietro Maso è il terzo e ultimo figlio di Antonio Maso (56 anni) e Rosa Tessari (48 anni) dopo due femmine di nome Nadia e Laura. I genitori sono molto religiosi anche se non eccessivamente rigidi; Pietro stesso fa il chierichetto da bambino e frequenta la prima media in seminario. La sua vita scorre normale fino a circa un anno prima del delitto, quando alla scuola (abbandonata al terzo anno dell'istituto agrario) ed a lavori del tutto insoddisfacenti, il giovane comincia a preferire un modo di vivere ben più stimolante ed a lui congeniale, facendo una vita consumistica da viveur del tutto in linea coi canoni del periodo. Lavora come intermediario di una concessionaria d’auto quando scopre la vita notturna di alcuni locali pubblici del veronese e dello stesso capoluogo scaligero; gioca d’azzardo al Casinò di Venezia. Il suo amico più caro, nonché principale complice del delitto, è Giorgio Carbognin, 18 anni. A lui si uniranno anche il diciottenne Paolo Cavazza e l'unico minore del gruppo, Damiano Burato, che avrebbe raggiunto la maggiore età due mesi dopo. Pianificazione del delitto e tentativi non riusciti [modifica] Le prime riflessioni sul disegno criminale risalgono a circa sei mesi prima, nell'autunno del 1990. Pietro non ha problemi, coi genitori; dichiarerà che le discussioni in famiglia non erano fuori dall’ordinario, e che a loro voleva bene. Negli ultimi mesi, però, i genitori si mostrano preoccupati più del dovuto, poiché Pietro ha lasciato da poco un lavoro dipendente come commesso in un supermercato; la collaborazione nelle concessionarie auto è solo saltuaria e le sue uscite serali e possibili compagnie dubbie fanno temere Antonio e soprattutto Rosa. È infatti la madre, che due volte in poco tempo, scopre due fatti. Il 3 marzo, la signora Maso trova, nella taverna del villino in cui abita col marito e il figlio, due bombole di gas. Accanto ad esse vi sono una centralina di luci psichedeliche che si accendono nel captare un forte suono (l'uso è nelle feste in casa privata, se si vuole creare un effetto da discoteca con la musica) e una sveglia puntata sulle nove e trenta, vale a dire pochi minuti dopo la scoperta. La cosa ancora più strana sono un mucchio di vestiti che ostruiscono il camino. Pietro dirà poi che serviva tutto per una festa, che le bombole avrebbero dovuto alimentare due stufe per il riscaldamento e che quella sveglia l'aveva trovata nella macchina e, non interessandogli, se n'era voluto disfare posandola distrattamente sul tavolo della taverna. In realtà l'insieme di quegli oggetti avrebbe dovuto causare la distruzione della casa; le bombole sarebbero infatti dovute esplodere, dopo aver sprigionato gran parte del loro gas nella taverna, per via delle scintille causate dall'accensione delle lampadine psichedeliche, a loro volta alimentate dall'impulso sonoro della sveglia una volta scattate le ore nove e trenta. L'esplosione non è avvenuta poiché le sicure delle bombole erano state tolte, ma le loro manopole erano rimaste chiuse. A causa della sua inesperienza pratica, Pietro non porta quindi a termine il suo primo piano di sterminare la famiglia. Pochi giorni prima del delitto, Rosa trova diverse banconote nella tasca di un paio di pantaloni di Pietro Maso. Subito gliene chiede conto; il figlio si era appena licenziato anche dall'autosalone e quindi difficilmente avrebbe potuto procurarsele onestamente. Sospettando un suo coinvolgimento in qualche losco affare, la madre insiste, così Pietro prova a tirar fuori come giustificazione che si trattava di una sorta delle ultime provvigioni che il suo ultimo datore di lavoro gli doveva ancora, e anzi le propone di andarglielo a chiedere all'autosalone. Rosa accetta e si fa accompagnare in automobile dal figlio e da Giorgio Carbognin, armato di uno schiaccia-bistecche da scagliare sul capo della donna prima che arrivino a destinazione. Giorgio non ha il coraggio di agire, così Pietro è costretto a inventarsi un'altra menzogna sulle banconote affinché Rosa rinunci a parlare col proprietario dell'autosalone. Quei soldi li avrebbe avuti da un conoscente che aveva scoperto, casualmente, essere responsabile di un traffico di computer; questo conoscente lo avrebbe pagato perché non lo denunciasse. Rosa vuole credere a questa versione, ma la sua preoccupazione continua. Un terzo tentativo vede Giorgio Carbognin ancora una volta rinunciatario; avrebbe dovuto colpire i genitori di Pietro nel garage di casa loro, con Pietro. Il quarto progetto, al quale prendono parte anche Cavazza e Burato, avrà invece successo. Il delitto [modifica] Questa voce o sezione sull'argomento criminalità non cita alcuna fonte o le fonti presenti sono insufficienti. Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull'uso delle fonti. Prologo [modifica] Le banconote ritrovate dalla madre di Maso provenivano da un prestito bancario (24 milioni di lire) chiesto da Giorgio Carbognin, per il quale aveva fatto da garante il suo datore di lavoro Aleardo Confente. I soldi, in origine, servono al giovane per acquistare una Lancia Delta integrale, usata ma come nuova; successivamente però, la famiglia di Giorgio si oppone all'acquisto. Il ragazzo ubbidisce e rinuncia all'automobile, ma non restituisce subito il denaro alla banca, e con Pietro, lo utilizza in ristoranti di lusso, bar e gioiellerie. Al momento della restituzione, Carbognin ricorre a vari tentativi di procurarsi il denaro, ma tutti falliscono. Pietro, allora, decide di staccare un assegno del conto intestato alla madre, imitandone la firma e consegnando così 25 milioni all'amico. Il delitto deve quindi essere messo in atto prima che la signora Rosa si accorga dell'ammanco. Esecuzione [modifica] Il delitto avviene nella notte fra il 17 e il 18 aprile 1991. Quella sera Maso, Carbognin, Cavazza e Burato si ritrovano nel Bar John di Montecchia che usavano frequentare, e discutono gli ultimi dettagli. Un loro amico, Michele, è informato del progetto affinché ne prenda parte, ma crede che i quattro ragazzi stiano scherzando. Quando poi i ragazzi lasciano il bar, Michele li accompagna in casa di Pietro, ma seguita a non credere, finché decide di rinunciare. Alle 23, i genitori di Pietro non si trovano ancora in casa, poiché stanno tornando da Lonigo dove avevano preso parte a un incontro dei neo-catecumenali. Pietro è al corrente di questo in quanto aveva domandato al padre il prestito della sua automobile per recarsi in discoteca. Sa quindi che a minuti, i genitori faranno ritorno a casa. Alle 23.10 infatti l'auto giunge nel garage. Antonio accende la luce ma si accorge che manca la corrente. Così sale le scale per raggiungere, al primo piano, il contatore. Giunto in cucina, viene subito colpito dal figlio, armato di un tubo di ferro; Damiano lo colpisce a sua volta con una pentola. Poco dopo arriva Rosa e viene aggredita da Paolo e Giorgio, armati rispettivamente di un bloccasterzo e un'altra pentola. La madre di Pietro non muore sul colpo, così il figlio interviene e oltre a colpirla lui stesso, cerca di soffocarla mettendole in gola del cotone e chiudendole la faccia in un sacchetto di nylon. Nel frattempo Paolo si accanisce contro il signor Maso premendogli il piede sulla gola. Cinquantatré minuti dopo i primi colpi, le due vittime cessano definitivamente di respirare. A delitto compiuto, i ragazzi si disfanno degli oggetti serviti allo scopo, e anche delle tute utilizzate per proteggersi dal sangue. Da notare che Burato, Carbognin e Cavazza avevano indossato delle maschere. Paolo e Damiano rientrano a casa. Pietro, invece, ha bisogno di crearsi un alibi, così con Giorgio si reca in due diverse discoteche (nella prima non riescono ad entrare perché piena). Alle 2 del mattino rientra a casa per fare la finta scoperta. Avverte i vicini di aver visto, salendo le scale, "due gambe". Appare scosso e impaurito. Uno dei vicini entra in casa, sale le scale e scopre la scena. Indagini giudiziarie [modifica] Dapprima, come si auguravano i ragazzi, viene battuta la pista di un omicidio a scopo di rapina. Ma ci si accorge ben presto che si trattava di un furto simulato. Un carabiniere anziano sospetta di un particolare: i cassetti sono stati trovati aperti e il contenuto gettato intorno alla stanza quando un ladro, di solito, usa aprirli, limitarsi a cercarvi denaro e roba di valore e poi richiuderli. Questo e altri aspetti deviano gli inquirenti verso la pista più atroce, che l'assassino sia appunto il figlio, il cui atteggiamento, tra l'altro non pare tanto simile allo choc, alla rabbia ed alla disperazione che colpiscono chi apprende di aver perso entrambi i genitori. Le stesse sorelle, Nadia e Laura, ne sono chiaramente stupite, e devono lor malgrado rendersi più sospette allorché Laura si accorge dell'uscita di 25 milioni dal conto della madre e trova, lo stesso giorno, la firma falsa di Rosa Tessari e la scritta della cifra per esteso sulla rubrica telefonica di casa; Pietro le rivela dell'assegno intestato a Giorgio Carbognin, aggiunge che era stata la loro madre a firmarlo, ma non sa spiegare il perché di quelle scritte di prova sulla rubrica. Queste e altre incongruenze vengono fuori di ora in ora, così come le contraddizioni di Pietro durante i numerosi interrogatori. Stanco e pressato dagli inquirenti, il ragazzo confessa a tarda sera del 19 aprile, due giorni dopo il delitto. A ruota, anche i tre amici ammettono le loro responsabilità. Conseguenze giudiziarie [modifica] Tutti vengono arrestati per omicidio volontario, accusa che a chiusura d'istruttoria diventerà duplice omicidio volontario premeditatopluriaggravato. Le aggravanti sono infatti la crudeltà, i futili motivi e, per Pietro, anche il vincolo di parentela. Per la perizia psichiatrica, richiesta dal pubblico ministero Mario Giulio Schinaia, viene chiamato lo psichiatra, docente e scrittore veronese Vittorino Andreoli. Il responso del professore contempla la sanità mentale per tutti e tre gli imputati (Burato, non essendo ancora diciottenne, verrà giudicato dal tribunale dei minori che lo condannerà a 13 anni) e quindi la piena capacità di intendere e di volere. Nello specifico caso di Maso, leader indiscusso oltre che figlio delle vittime, Andreoli parla di disturbo narcisistico della personalità, ma non si tratta di vera e propria infermità. Al processo, presso la Corte d'Assise di Verona, il pubblico ministero chiede quindi il massimo della pena per Maso e poco meno di trent'anni per gli altri due. La sentenza viene emessa il 29 febbraio1992, con la condanna di Pietro Maso a 30 anni e 2 mesi di reclusione; Cavazza e Carbognin sono condannati a 26 anni ciascuno. Nelle motivazioni vi è il riconoscimento di un vizio parziale di mente. Ad alimentare l'indignazione pubblica vi è pure l'atteggiamento freddo e distaccato dei tre imputati al processo. Oltretutto, per diversi mesi, Maso pretende insistentemente la propria parte di eredità; solo il sollecito del suo avvocato difensore, al fine di accrescere la possibilità di evitare l'ergastolo in primo grado, lo convincerà a rinunciarvi ufficialmente. In secondo grado, la Corte d'appello di Venezia conferma la sentenza del primo. La Corte di Cassazione conferma poi a propria volta. La condanna passa quindi in giudicato. Conseguenze mediatiche [modifica] Il "caso Maso", naturalmente, è all'origine di numerosi dibattiti in giornali e televisioni. Da sedici anni, per la cronaca (la diciottenne vercellese Doretta Graneris, che nel 1975 assieme al fidanzato uccise padre, madre, nonni e fratellino), non si registrava un caso simile in grandezza e gravità fra quelli i cui colpevoli avessero meno di 20 anni, e qualcosa del genere accadrà solo dieci anni dopo col delitto di Novi Ligure. Pietro Maso oggi [modifica] Attualmente Pietro Maso sconta la sua pena in regime di semilibertà nel carcere di Opera, in provincia di Milano. In passato ha ottenuto alcuni permessi-premio: il primo nell'autunno 2006 e il secondo, per Pasqua, dal 7 al 9 aprile2007. Con l'indulto, il termine ufficiale della sua pena è fissato al 2015 e non più al 2018. Maso ha preso parte ai programmi rieducativi, studia e si è riavvicinato alla fede. Ha anche partecipato ad un corso teatrale di musical (tra cui una rappresentazione del celebre musicalJesus Christ Superstar dove interpretava un angelo. [1] Nell'intervista a La Repubblica del 5 febbraio2007 Maso dichiara che molti ragazzi gli scrivono perché avrebbero voglia di fare quanto ha fatto lui, e che lui li invita a frenarsi e a cercare di ricucire i loro rapporti: «Non ho potuto salvare me stesso: almeno ci provo con gli altri».[2] Tuttavia, la scrittrice Cinzia Tani, esperta di storia sociale del delitto, afferma che «in carcere le sue preoccupazioni sono la cura della propria persona, dal profumo all'abbronzante, dalla ginnastica a prendere il sole. Non prova alcun rimorso. Riceve lettere da migliaia di fans.»[3] Il 14 ottobre2008, a Maso è stata concessa la semilibertà dai giudici della sorveglianza di Milano[4][5]. Dal 22 ottobre2008, Pietro Maso lavora a Peschiera Borromeo in una ditta di assemblaggio computer e componentistica varia, uscendo alle 7:30 e dovendo rientrare in carcere entro le 22:30. Nel suo primo giorno di lavoro non è mancata la folla di giornalisti e curiosi all'esterno della ditta. Un passante ha urlato: "Ammazzatelo, quell'assassino"[6]. Filmografia [modifica] Al caso Maso è ispirato il film del 1994 di Luciano ManuzziI pavoni. Simile nell'argomento anche un film per la televisione statunitense del 1992, Il freddo cuore di Chris (titolo originale: Honor thy mother). Note [modifica] ^pubblicazione Ansa del 25 ottobre 2002 «{{{titolo}}}». ^ La Repubblica, 5 febbraio 2007 ^Cinzia Tani home. URL consultato il 25-05-2008. ^«Sì alla semilibertà per Pietro Maso: "Fuori dal carcere"». Il Giornale.it, 14 10 08. URL consultato in data 14 ottobre 2008. ^«Pietro Maso torna in semilibertà». Corriere della Sera, 14 10 2008, p. 15. URL consultato in data 14 ottobre 2008. ^Corriere della Sera, 23 ottobre2008 Bibliografia [modifica] Gianfranco Bettin, L'erede – Pietro Maso, una storia dal vero (Milano, Feltrinelli, 1992). Vittorino Andreoli, Il caso Maso (Roma, Editori Riuniti, 1994). Voci correlate [modifica] Delitto di Novi Ligure Caso Graneris Ferdinando Carretta Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Maso" Categorie: Criminali italianiNati nel 1971Nati il 17 luglioCasi giudiziari[altre]
I quotidiani
Semilibertà per Pietro Maso, nel '91 uccise i genitori Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha concesso la semilibertà a Pietro Maso, oggi trentasettenne. Nel 1991, quando ne aveva 19, uccise entrambi i genitori per intascare la sua parte di eredità 15 ottobre, 2008
Massacrò i genitori per impossessarsi dell'eredità. Oggi, a distanza di 17 anni, il Tribunale di sorveglianza di Milano ha concesso a Pietro Maso il regime di semilibertà. L'uomo, che godeva già di permessi premio, uccise il padre e la madre nella loro casa di Montecchia di Crosara, in provincia di Verona, il 17 aprile del 1991. Al momento del delitto aveva diciannove anni. Per l'omicidio dei genitori Pietro Maso è stato condannato a 30 anni di reclusione il 29 febbraio 1992, pena confermata sia in appello che in Cassazione, dove la condanna divenne definitiva nel 1994
NEL VERONESE Maso, nozze segrete in chiesa E da marzo potrebbe essere libero Il veronese che uccise entrambi i genitori si è unito in matrimonio con Stefania, milanese di buona famiglia
VERONA - Pietro Maso si è sposato in gran segreto in una chiesetta in provincia di Verona. Il giovane di Montecchia di Crosara che il 17 aprile del 1991 uccise entrambi i genitori per appropriarsi dell’eredità, secondo il settimanale «Chi» è convolato a nozze alcuni mesi fa. Il periodico mostra le foto di Maso a spasso per Milano con la neomoglie Stefania. Oggi gode della semilibertà ed è proprio nelle ore fuori dal carcere che nel 2008 ha conosciuto Stefania, una ragazza milanese di buona famiglia. La coppia ha scelto il rito del matrimonio canonico, cioè solo religioso; alla cerimonia erano presenti il parroco che ha celebrato il matrimonio, due suore e don Guido Todeschini, guida spirituale dello sposo. Maso nel marzo 2011 potrebbe ottenere la libertà totale, con alcune restrizioni: l’obbligo di firma, di residenza o il divieto di espatrio e allora potrà decidere di sposarsi in Comune e depositare ufficialmente gli atti del matrimonio. (Ansa) 14 dicembre 2010(ultima modifica: 29 dicembre 2010)
Ferdinando Carretta
(Parma, 7 novembre1962) è un criminaleitaliano. È il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Il 4 agosto1989, nella sua casa di Parma in via Rimini 8, uccise da solo entrambi i suoi genitori e il fratello.
La notizia sta esplodendo in queste ore. Ferdinando Carretta ha ereditato la casa in cui massacrò i propri genitori ed il fratello, per poi fuggire in Inghilterra, dandosi alla macchia per un decennio e confessare solo pochi anni fa la verità. Fu ritenuto comunque incapace di intendere e di volere. Commise il triplice delitto nel 1989, fu arrestato nel 1998 Londra, 22 novembre 1998. Un poliziotto ferma un pony express, lo multa per divieto di sosta. È Ferdinando Carretta, ha i suoi documenti, non ha cambiato nome. Vive in un appartamento nella periferia della City quasi in povertà. Gli inquirenti italiani, messi in guardia da un articolo della Gazzetta di Parma, lo interrogano. «Non so nulla dei miei - dice - non li vedo da anni» Mentiva, chiaro. E in seguito avrebbe confessato tutto, in diretta televisiva, durante la trasmissione Chi l’ha Visto. Confessa tutto Carretta, di aver sparato al padre, alla madre e al fratello, e di aver gettato in corpi in una discarica dove non sarebbero mai stati ritrovati. Oggi l’incredibile epilogo. Così leggo sulla Gazzetta di Parma: Eppure quella casa andrà in eredità proprio a lui, anche se probabilmente non tornerà mai più a viverci. Ferdinando Carretta ha trovato un accordo con le zie, chiudendo così la causa civile che si era innescata proprio a proposito dell’eredità della famiglia Carretta. Una conclusione che a molti sembrerà paradossale, ma che corrisponde a ciò che prevede la legge.
Venduta la casa dell'orrore, Carretta intasca 200mila euro Parma, nell’89 vi sterminò la famiglia: padre, madre e fratello. Ora lavora, fa l’operatore ecologico
Forlì, 23 dicembre 2010 - IERI, il solito lavoro. Passare col camion per le vie di Forlì e svuotare i cassonetti dell’immondizia. Ferdinando Carretta, 48 anni, ha spazzato via la sua anima di "mostro". Ora lavora, fa l’operatore ecologico. Metafora perfetta per chi si deve reinventare una vita-bis, dopo aver sterminato la sua famiglia. Mancava qualcosa. La sua casa. La casa del massacro. Doveva disfarsi anche di quella. L’aveva messa in vendita la scorsa primavera. Ferdinando voleva 250mila euro. Nessuno la comprava. D’altronde: mica facile starsene in pantofole sullo stesso punto in cui padre, madre e fratello sono crollati sotto i colpi di un revolver, impugnato dall’allora 27enne Ferdinando. Era il 4 agosto dell’89. Ma adesso anche quel frangente fastidioso d’un passato cupo e criminale è stato buttato via. Finalmente, casa venduta. Per 200mila euro. Un bel portafoglio, che servirà a Carretta a terminare il suo piano: la sua seconda vita. Quella perfetta. Da lavoratore impeccabile. La casa di via Rimini, a Parma (120 metri quadri, più cantina e garage, al primo piano di una palazzina di quattro appartamenti), la casa della strage, era finita nella dote di Ferdinando dopo una lunga disputa con le zie. Dopo il lavoro, ieri, Carretta s’è chiuso oltre gli uffici della sede della cooperativa forlivese per cui lavora. Inutile provare a parlargli. "È nervoso", si lascia scappare un qualcuno lì nei paraggi. "Basta, non parlo con nessuno!", è la replica (furibonda) a un collega che ha appena raccolto la telefonata di un cronista, per un commento su questi 200mila euro freschi freschi. Che ne farà Carretta di questa cascata di quattrini? "Si comprerà una casa, forse a Forlì", ipotizza uno che lo conosce un po’: sì perché ora Ferdinando vive in comunità; e non dà confidenza, a nessuno; e soprattutto, silenzio sul passato. PASSATO che comincia il 4 agosto dell’89. Ferdinando uccide a colpi d’arma da fuoco il padre Giuseppe (contabile), la mamma Marta (casalinga) e il fratello Nicola (corpi mai trovati). Ferdinando diventa di nebbia. Cancellato. Si materializza nell’estate del ’98: a pizzicarlo, le telecamere di "Chi l’ha visto". Ferdinando è a Londra. Fa il pony express. E davanti alla tivù confessa: "Ho ucciso padre, madre e fratello e poi ho nascosto i cadaveri in una discarica". Carretta viene estradato, subisce un processo e nel ’99 viene assolto per totale incapacità di intendere e volere. Viene rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Nel 2006 esce dalla struttura, viene trasferito a Forlì, dove — in libertà vigilata — comincia a lavorare come operatore ecologico. Nel 2008 torna libero. Ora che ha la dote, si rifarà una famiglia?
LA VICENDA FERDINANDO Carretta ha 27 anni quando nell’agosto ’89 spara al padre, alla madre e al fratello nella casa di Parma e nasconde i corpi (mai più trovati) in una discarica. Poi scappa in Inghilterra dove 9 anni dopo viene fermato da un poliziotto e scoperto. Rinchiuso in manicomio criminale ottiene la semilibertà nel 2004 e nel 2006 entra in comunità. di MAURIZIO BURNACCI
Le origini [modifica] La congregazione venne fondata da Giovanni Bosco (1815-1888): secondo dei figli di Francesco e Margherita Occhiena, modesti agricoltori, perse giovanissimo il padre e, all'età di sedici anni, iniziò a studiare a Chieri per diventare sacerdote. Venne ordinato prete il 6 luglio1841 dall'arcivescovo di TorinoLuigi Fransoni e per i tre anni successivi soggiornò nel capoluogo piemontese dove perfezionò la sua formazione teologica presso il Collegio ecclesiastico.[2] Grazie all'amicizia con don Giuseppe Cafasso, suo conterraneo, don Bosco conobbe la drammatica realtà delle carceri giovanili. In quegli anni Torino stava conoscendo un periodo di rapida industrializzazione e molti giovani si trasferivano dalle aree rurali in città per cercare lavoro: l'8 dicembre1841 diede inizio alla sua opera educativa in favore dei giovani iniziando a insegnare il catechismo a un apprendista muratore presso la chiesa di San Francesco. I ragazzi da lui seguiti divennero presto quasi duecento.[3] Inizialmente la marchesa di Barolo mise a disposizione di don Bosco e dei sacerdoti che collaboravano con lui dei locali presso il suo "Rifugio", una casa di accoglienza per ragazze "pericolanti" e "traviate": il 12 aprile1846 l'opera trovò una sede stabile nella tettoia messa a disposizione da Francesco Pinardi a Valdocco. La tettoia divenne anche un centro per l'assistenza ai senzatetto e per i servizi domestici don Bosco fece giungere da Chieri sua madre, che collaborò all'opera del figlio fino alla sua morte, avvenuta nel 1857.[3] Don Bosco dedicò il suo oratorio a san Francesco di Sales, in onore del quale il 20 giugno1852 venne eretta la prima chiesa della compagnia: il vescovo di Ginevra venne scelto come patrono dell'opera sia perché era uno dei santi più venerati del Piemonte, sia perché incarnava i principi di amorevolezza, ottimismo e umanesimo cristiano che erano fondamento del sistema pedagogico di don Bosco.[4] Per assicurare una buona formazione e la possibilità di trovare un lavoro ai suoi giovani, don Bosco eresse laboratori per apprendisti, una scuola serale, un ginnasio e una tipografia.[5] La nascita della congregazione [modifica] Il 26 gennaio1854 don Bosco riunì quattro collaboratori per gestire l'opera.[4] Il ministro liberale Urbano Rattazzi diede al fondatore alcuni suggerimenti importanti per la struttura organizzativa della sua opera: Rattazzi propose di non dare all'istituto un carattere apertamente religioso, ma di creare di un'associazione di liberi cittadini che collaborassero volontariamente al bene della gioventù povera e abbandonata, i cui membri conservassero i diritti civili e, se sacerdoti, portassero la veste del clero secolare; suggerì inoltre che coloro che detenevano degli uffici fossero chiamati con nomi profani come ispettore o direttore.[6] Nel 1858 don Bosco venne ricevuto a Roma da papa Pio IX che ne incoraggiò l'opera. Il 18 dicembre1859 il fondatore e i suoi primi compagni si raccolsero nella nuova società religiosa impegnandosi a costituire una congregazione per promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime più bisognose di istruzione e di educazione: la professione dei voti pubblici di povertà, obbedienza e castità da parte dei primi ventidue membri ebbe luogo il 14 maggio1862.[4] Per ottenere il riconoscimento pontificio dell'istituto, il fondatore inviò presso la Santa Sede la regola da lui abbozzata e una lettera di raccomandazione firmata da cinque vescovi (non quello di Torino, in quanto l'arcivescovo Fransoni era morto esule a Lione e la sede era vacante: il vicario capitolare Giuseppe Zappata aveva però promesso il riconoscimento diocesano). La Società Salesiana ricevette il pontificio decreto di lode il 23 giugno1864.[7] Poiché la congregazione non aveva ancora ricevuto il pieno riconoscimento della curia diocesana torinese, i salesiani non vennero però autorizzati a rilasciare le lettere dimissorie, cioè il permesso per i candidati al sacerdozio formati dalla comunità a essere lecitamente ordinati da un vescovo. Il nuovo vescovo, Alessandro Riccardi di Netro, si mostrò ostile all'opera di don Bosco e rifiutò l'ordine agli aspiranti che non avessero frequentato il seminario diocesano; anche Lorenzo Gastaldi, successore di Riccardi di Netro, cercò di impedire che l'opera di don Bosco venisse sottratta alla giurisdizione della curia torinese.[8] Don Bosco decise di trattare l'approvazione del suo istituto direttamente con la congregazione per i Religiosi che modificò sensibilmente le costituzioni redatte dal fondatore ma consentì al papa di approvarle definitivamente il 3 aprile1874.[7] Solo il 28 giugno1884 la Società Salesiana ottenne dalla Santa Sede il privilegio dell'esenzione.[4] La pedagogia salesiana [modifica]
I principi educativi della Società Salesiana sono esposti in alcuni scritti del fondatore: Il giovane provveduto, Ricordi confidenziali ai direttori, Il sistema preventivo nell'educazione della gioventù, la Lettera da Roma e la Lettera circolare sui castighi.[9] Don Bosco respinge i metodi repressivi e propone il "metodo preventivo": sostiene la necessità di far conoscere agli educandi le regole e le prescrizioni della comunità e invita gli educatori a vigilare con amore per impedire ai giovani di commettere mancanze, ponendo l'educando in condizione ottimali per raggiungere uno sviluppo armonico.[9] L'anima della pedagogia salesiana è la "carità pastorale": gli educatori sono invitati ad agire con amore, cordialità e affetto. Bisogna, inoltre, far comprendere ai giovani di essere amati, poiché chi sa di essere amato ama a sua volta.[9] Le missioni [modifica] La prima richiesta ai salesiani per l'apostolato missionario giunse dall'Argentina, per l'evangelizzazione della Patagonia. Il 12 maggio1875 don Bosco scelse tra i suoi collaboratori i missionari: a capo della spedizione venne posto il futuro cardinale Giovanni Cagliero. Dall'Argentina i salesiani si diffusero negli stati più a nord (in Uruguay e in Brasile, dove ebbero un ruolo importante nelle missioni in Amazzonia e Mato Grosso) e nel 1896 giunsero negli Stati Uniti d'America.[10] L'impegno in Africa era già stato nei progetti di don Bosco, ma solo dopo la morte del fondatore i primi salesiani si stabilirono nel continente. Nel 1891 i salesiani aprirono una casa a Orano, in Algeria, ma fu in Congo che l'apostolato della società ebbe i migliori successi: i missionari giunsero nel Katanga nel 1912 e nel 1925 il territorio venne eretto in prefettura apostolica.[11] Nel 1906, con l'arrivo dei primi missionari in India, i salesiani estesero la loro missione all'Asia. Louis Mathias e Stefano Ferrando svolsero il loro apostolato nell'Assam e nelle regioni al confine con il Tibet e la Birmania. Nel 1926Vincenzo Cimatti guidò la missione salesiana in Giappone.[12] Le attività della congregazione [modifica]
La Società Salesiana di San Giovanni Bosco è una congregazione clericale composta da sacerdoti, chierici e laici che emettono i voti religiosi in forma semplice.[18] La potestà legislativa è esercitata dal capitolo generale, che si riunisce ogni sei anni; i capitoli provinciali vengono celebrati triennalmente.[19] Il governo centrale è affidato a un moderatore supremo che porta il titolo di Rettore Maggiore e che è assistito dal consiglio superiore; le province, dette "ispettorie", sono affidate a un Ispettore affiancato dal consiglio ispettoriale; le comunità locali sono rette da un Direttore con il consiglio della casa.[18] Dal 1965 le ispettorie sono raggruppate in Regioni, che garantiscono il legame tra il governo centrale e le province.[16] Il rettore maggiore (nel 2008 è stato eletto il messicano Pascual Chávez Villanueva) risiede presso la casa generalizia di via della Pisana a Roma.[1] Lo stemma della congregazione, disegnato da Boidi, venne utilizzato per la prima volta in una circolare firmata da don Bosco l'8 dicembre1885: reca i simboli delle virtù teologali (una stella raggiante per la fede, un'ancora per la speranza e un cuore ardente per la carità), l'immagine di san Francesco di Sales (titolare della congregazione) e, nella parte bassa dello scudo, un bosco (allusivo al cognome del fondatore) con le vette di alcuni monti sullo sfondo (simbolo della perfezione a cui devono tendere i membri della società). Il cartiglio reca il motto Da mihi animas, cetera tolle[20] ([Signore,] datemi anime, prendetevi tutte le altre cose).[21] La famiglia salesiana [modifica]
Pietro Berti, figlio di Domenico, nato a Imola (BO) ed ivi residente in Via Bel Poggio n. 13.
Diploma di maturità scientifica; Dott in Giurisprudenza; Master in Scienze Filantropiche e dell'Economia Solidale; Ufficiale Croce Rossa Militare Italiana in congedo; operatore presso il Centro di Identificazione ed Espulsione Mattei in Bologna Via Mattei n. 60 gestito da Confraternita delle Misericordie; ex Delegato giovanile DC ad Imola - ex Consigliere Circoscrizionale DC ad Imola (1990-1995); ex Consigliere Comunale CCD ad Imola (1995-1999); 3° dei non eletti in Consiglio Regionale E.Romagna Lista UDC nell'anno 2005; 2° dei non eletti Consiglio Comunale ad Imola nell'anno 2008 Lista Civica centro destra; 8° dei non eletti lista UDC Parlamento Reg. E. Romagna; ha riportato 494 voti (3,81%) alle elezioni provinciali a Bologna del 07/06/2009 nel collegio 12 Bologna-Massarenti nelle liste dell'Unione di Centro. Conosce 8 lingue parlate e scritte. Alle elezioni amministrative di Bologna 2011 è stato candidato per il Quartiere San Vitale nella lista di Aldrovandi