Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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Anchorage

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martedì 28 dicembre 2010

La Baronessa di Carini



LA BARONESSA DI CARINI
di Olga Foti dal sito web http://www.universitadelledonne.it/foti.htm
In Italia l’abrogazione del delitto d’onore è solo del 1981: 5 agosto 1981. La mala accoppiata delitto-onore ha resistito per secoli, e mariti-fratelli-padri padroni hanno potuto ammazzare sicuri della quasi completa impunità.
Un passato che non passa, e i maschi di famiglia si arrogano ancora il diritto di decidere come devono vivere le “loro” donne e di punirle. Una globale sottocultura che si perpetua e aggiunge ai delitti di ieri quelli di oggi: la ragazza pachistana uccisa dal padre, la donna di Messina accoltellata dal fratello, mogli ed ex-mogli, fidanzate ed ex fidanzate ammazzate quasi giornalmente.
Certo, tanti parrucconi della Corte di Cassazione, questa sottocultura l’hanno ben alimentata affermando, in barba alla Costituzione che sancisce la parità fra i sessi, che l’adulterio della moglie è ben più grave di quello del marito (1961), che “le botte maritali” non raffigurano maltrattamenti” (1996), per non parlare della jus corrigendi che regna fino all’approvazione del Nuovo diritto di famiglia (1975).
Questi assurdi parrucconi ancora oggi assolvono stupratori in nome della verginità o dei jeans. Ma, per fortuna, tutto il mondo ride di loro. Era affacciata ‘inta lu so balcuniE vidi arrivari a cavalleria:“Chistu è me patri chi vieni pi mia.”
La vecchia strada a zig-zag tutta in ombra e i pipistrelli che piombavano dall’alto, oscillando, sembravano una premonizione.
Davanti al castello l’uomo scese da cavallo con un salto, toccò terra davanti alla grande porta di quercia rinforzata con lamine di ferro, cominciò a camminare lentamente, a passi pesanti. Serrava e disserrava i pugni percotendoli l’uno contro l’altro, e a tratti guardava verso il balcone ora vuoto. La luce del tramonto metteva in risalto la sfera del suo viso e i neri mustacchi che accentuavano la piega della bocca contratta dalla collera. Restò qualche istante fermo, immobile come un giustiziere, poi fece un segno d’intesa ai suoi soldati e entrò da solo nel castello.
La baronessa gli venne incontro:
“Signuri patri chi vinisti a fari?”“Signura figghia, vi vinni ammazzari”

Con un’aria quasi cortese il padre le annunciava la decisione di ucciderla.
Cinque anni prima le aveva annunciato allo stesso modo la sua volontà di maritarla.

“Balia, hai saputo, mi vogliono maritare.” “Tutti si maritano, figlia, e tu hai già quattordici anni. Non puoi più venire a raccogliere babalucci con me nei campi. Gli uccelli di Gesù becchettavano nel prato non più impregnato d’acqua e non ancora duro e secco come in agosto, la balia prese il bracciale che la ragazza le porgeva, lo tenne nel palmo della mano, lo soppesò, lo rigirò come fosse un pesce prelibato che non aveva ancora deciso come cucinare.“E’ di gran valore questo bracciale, almeno due onze, un gioiello degno della futura baronessa di Carini.”“Sì balia, ma lui, il mio futuro marito, a te come sembra?”“Gli uomini sono tutti uguali, figlia, quasi tutti, puzzano di stalla e di cavalli e nelle vene hanno per metà sangue, per metà vino.”Tutti uguali. E pensò al padre e al fratello del padre, il signor zio, e al marchese cugino che abitava a Palermo. Avevano uno sguardo così deciso che quando parlavano nessuno si permetteva di verificare se dicevano cose sensate o no.La moglie del signor zio era morta in circostanze sospette, schiacciata sotto una trave. Lei l’aveva sempre vista paziente, esangue, e anche da morta sembrava chiedere scusa per il disturbo.Con il bracciale in mano la balia guardava l’albero di carrubo pieno di carrube e di uccelli che cantavano, un canto bellicoso a minaccia degli invasori della privata proprietà.Anche lei, la balia, sapeva di carrube ed era grande e serena, dava sicurezza...Balia, avrebbe voluto dirle, non voglio sposarmi, andiamo via, io e te, andiamo a Licunisi.Invece disse: “Balia, ricordi quando siamo stati a Licunisi? Io giravo con un vecchio cappello da mietitore sulla testa, e tu ti toglievi le scarpe per non sciuparle sui sassi, le legavi e te le appendevi alla cintura. Cercavamo babalucci. Niesci niesci babalucci, chi l’acquata listiu e lu suli riluci.L’aveva davanti agli occhi quei campi con alberi in piena fioritura malgrado dai rami pendessero ancora baccelli dell’anno prima, e la casa della balia. La stalla era crollata e nello spazio vuoto crescevano papaveri rossi e ortiche gigantesche.“Abbiamo anche ballato una sera…”Si festeggiava non sapeva più cosa, ma ricordava le sottane della balia che roteavano sull’aia liscia e dura come fosse di marmo.“Com’era bello quel posto, balia!”

C’era nata e si era maritata in quel posto maledetto, casupole e carrubi, vespe e capre, gli uomini nei campi con la zappa, le donne al fiume a lavare, tutti con il loro diavolo. E le estati senza un filo d’acqua nei torrenti, non un’ombra per miglia e miglia, la terra spaccata dal sole, le vespe, le mosche, il pane che non bastava mai e il bastone.Ma l’aveva preso lei quel giorno il bastone e al primo colpo gli aveva spezzato il naso, al bastardo, doveva sopportarsi le corna, la fame e le botte, secondo lui.Il marito era rimasto imbesuito, col naso che penzolava, senza muoversi, senza nemmeno gridare, e lei si era messa a cantare mentre faceva un fagotto dei suoi pochi stracci.
“Balia, oh balia, cosa fai, canti?” Aveva alzato gli occhi mostrando di non sapere che stava cantando e si era diretta verso la grande cucina con le Madonne e i Sacri cuori di Gesù alle pareti. Doveva raccomandare loro la bambina che andava sposa.

Signuri patri chi vinisti a fari?”“Signura figghia, vi vinni ammazzari.”
Sentì come un pugno alla bocca dello stomaco e cominciò a correre sulle assi di legno del corridoio quasi buio, malgrado il vestito lungo l’impacciasse, le cordelle del busto la stringessero. Il corridoio sembrava interminabile, la porta della foresteria così lontana, mentre l’uomo era sempre più vicino, più vicino, con il suo puzzo di stalla e di sudore.
Stridi di uccelli notturni trafissero l’aria all’improvviso, affondarono nel crepuscolo, lo lacerarono, e il fiato dell’inseguitore le fu sul collo, le mani quasi l’afferrarono.
Terrorizzata urlò.
E l’uomo inciampò, perse l’equilibrio, gridò a sua volta, di collera e di scorno.
La baronessa continuò a correre, raggiunse la foresteria, spinse la porta, la richiuse facendola sbattere con forza alle sue spalle.
“Carinisi, gente di Carini…!”
Affacciata alla finestra chiedeva aiuto, e altre finestre si aprirono, porte di casupole, la gente venne fuori armata di bastoni ma davanti al castello trovò i soldati con le spade.
“Gente di Carini, aiutatemi…”
Il rumore della porta che cedeva, lo schianto, un grido acuto subito strozzato.
Lu primu colpu la donna cariul’appressu colpu la donna muriu
E poi più niente. L’uomo uscì dalla stanza, ripercorse il corridoio buio, attraversò un piccolo cortile dove i resti di un’armatura sanguinavano ruggine in una pozzanghera.
Ciumi, muntagni, arburi, cianciti. Pi la bella barunissa chi pirditi. Chianci Palermu, chianci Siracusa. A Carini c’è lu luttu in ogni casa.

Seduti davanti il porticciolo i pescatori cantavano per i villeggianti come avevano sentito fare ai cantastorie.
“Una notte” disse il più vecchio “c’era la luna, luna piena, e ho visto la baronessa passeggiare sulla spiaggia. Era uscita dall’acqua e aveva i vestiti asciutti, e anche un ombrellino, il parasole.”
Il Vecchio amava raccontare ma amava anche la bottiglia, si sapeva, e a quell’ora doveva averne scolate più di una. Tutti sapevano però che la storia della baronessa era una storia vera, esistevano ancora i documenti, e il castello, a pochi chilometri, nel borgo di Carini. Là era stata uccisa Laura Lanza, il 5 dicembre del 1563.
E in dicembre, nel bosco di Carini, mentre il vento soffia si sente ancora il lamento della baronessa perché il suo assassinio non era mai stato punito. Delitto d’onore, aveva spiegato il padre in tribunale, la figlia tradiva il marito.
I pescatori ora tacevano. C’era la luna, luna piena, e non sembrava impossibile che la baronessa potesse uscire dal mare e passeggiare sulla spiaggia.
Anche i villeggianti tacevano, qualcuno pensava alla madre della baronessa costretta a vivere accanto all’assassino di sua figlia.
Di lei nessuno aveva mai parlato, nemmeno i cantastorie.

*** *** ***

Questa tragedia è stata poi trasposta anche in uno sceneggiato tv.

dal sito web http://it.wikipedia.org/wiki/L

L'amaro caso della baronessa di Carini è uno sceneggiato tv del 1975, diretto da Daniele D'Anza e scritto da Daniele D'Anza e Lucio Mandarà.
Lo sceneggiato si ispira ad una ballata popolare siciliana che narra di un delitto avvenuto nel '500: il 4 dicembre 1563 la baronessa di Carini, Donna Laura Lanza, moglie di Don Vincenzo La Grua – Talamanca, venne uccisa per motivi di onore dal padre, Don Cesare Lanza.

Puntate [modifica]
Prima puntata [modifica]
Sicilia 1812: Sta per entrare in vigore la prima costituzione liberale che metterà fine ai privilegi dei grandi feudatari. Il rappresentante più autorevole del nuovo corso politico è il Principe di Castelnuovo, ministro delle finanze, il quale incarica un suo uomo, Luca Corbara, di svolgere indagini per accertare la legittimità del possesso dei feudi.
Come punto di partenza della sua ricerca, Luca sceglie il feudo del barone di Carini. Qui giunto, il giovane assiste ad un episodio di violenza: gli uomini del barone, don Mariano D'Agrò, percuotono un cantastorie, Nele Carnazza, reo di aver cantato una canzone proibita da don Mariano: la ballata che narra la tragica morte della baronessa di Carini, Caterina La Grua - Talamanca, uccisa per motivi di onore tre secoli prima.
Dalla gente del luogo, Luca è accolto con diffidenza e sospetto, i soli a dimostrargli simpatia sono il suo ospite don Ippolito, un bizzarro e filantropo amico del principe di Castelnuovo e Cristina, la figlia del notaio del paese.
Nella canzone di Nele, Luca crede di trovare una traccia per le sue ricerche: l'attuale feudo di Carini è probabilmente costituito in parte da terre usurpate all'amante della baronessa uccisa; la legittimità del possesso del feudo da parte di don Mariano può forse essere messa in discussione.
Il barone, oscuramente minacciato da una misteriosa setta, i Beati Paoli, sospetta di Luca ritenendolo autore di un messaggio minatorio e lo fa rinchiudere nel castello abbandonato che fu teatro dell'assassinio della baronessa. Luca è poi liberato da una donna misteriosa la quale perde una preziosa spilla nel cortile del castello; il giovane crede d'identificare la sua soccorritrice nella baronessa Laura, moglie di don Mariano. Invitato a una battuta di caccia dal barone, Luca salva la vita alla baronessa, la quale nega che la spilla trovata da Luca sia di sua proprietà nonostante sia raffigurata anche su un vecchio ritratto di famiglia presente nel palazzo.
Luca, recatosi successivamente a casa di Nele per avere altre informazioni sull'antica canzone, lo trova assassinato. Sorpreso da Rosario, l'uomo di fiducia del barone, il giovane si dà alla fuga e viene catturato da alcuni misteriosi incappucciati.
Seconda puntata [modifica]
Accusato dai Beati Paoli dell'assassinio di Nele Carnazza, e assolto dopo un bizzarro processo, Luca viene rilasciato; dopo una fugace visita amorosa a Laura, il giovane si rifugia a Palermo, presso l'amico Enzo Santelia, segretario del principe di Castelnuovo. Ricevuto dal principe, Luca apprende che forse il re dovrà rinunciare al promulgare la Costituzione e così per lui si prospetta l'ipotesi di vedere annullata la sua missione.
Recatosi all'interno di una chiesa, Luca scopre, leggendo un'iscrizione tombale, che la baronessa di Carini fu uccisa non dal marito, come erroneamente si crede, ma dal proprio padre, don Cesare Lanza. Mentre Luca è preso dalle sue riflessioni, nella chiesa entra Laura, la quale gli comunica che il barone ha scoperto il suo rifugio e lo invita a nascondersi in una torre sul litorale.
A Carini, intanto, i Beati Paoli rapiscono don Mariano d'Agrò.
Terza puntata [modifica]
Il capo dei Beati Paoli offre a don Mariano la libertà, a patto che egli scagioni Luca Corbara dall'accusa di omicidio: il barone accetta e viene rilasciato; Laura informa quindi Luca che può tornare a Carini.
Tornato in paese, Luca è rimproverato da don Ippolito, il quale vede addensarsi sul giovane amico alcuni nefasti presagi: attorno all'amore tra Luca e la baronessa Laura sembra infatti crearsi una misteriosa atmosfera in cui pare rivivere il passato evocato dalla ballata: Laura è infatti una discendente della baronessa uccisa (che si è scoperto chiamarsi anch'essa Laura, e non Caterina) e, come questa, è protagonista di una segreta storia d'amore; don Ippolito, temendo che la tragica vicenda possa ripetersi, invita ripetutamente Luca a troncare la relazione.
Il barone, rese pubbliche scuse a Luca, gli offre l'incarico di riordinare i suoi documenti: Luca accetta nella speranza di trovare tra le carte del barone qualche documento che provi l'usurpazione del feudo Daina Sturi.
Nel frattempo il capo dei Beati Paoli, la cui identità è avvolta nell'ombra, impone al barone di riconoscere Domenico Galeani, un suo figlio illegittimo, e di legittimarlo come proprio erede. In seguito Luca scopre che Giuseppe Carnazza, il figlio di Nele, è un membro della setta dei Beati Paoli e lo prega d'informarlo su ogni mossa della setta. Tra i membri della setta serpeggia però il malumore in seguito alla fuga di Rosario, l'assassino di Nele, che essi avevano catturato; Giuseppe accusa il capo di tradimento e per questo viene da lui ucciso.
Intanto Luca, approfittando dell'assenza del barone dal palazzo, trascorre con Laura una notte d'amore.
Quarta puntata [modifica]
Durante una cena a palazzo, don Mariano organizza per il mattino seguente una visita al castello di Carini a cui partecipano lo stesso barone, la baronessa Laura, Luca Corbara e Cristina, la figlia del notaio. Durante l'escursione i quattro raggiungono il luogo in cui tre secoli prima fu assassinata la baronessa di Carini. Sorta una controversia tra il barone e Luca circa la dinamica dell'avvenimento, il nobiluomo illustra la propria tesi costringendo la moglie a inscenare con lui l'antico assassinio: impaurita dalla spada estratta dal marito, la giovane si tradisce invocando il nome di Luca e gettandosi tra le sue braccia. In seguito Luca apprende da Ignazio Buttera della morte di Giuseppe ed i due si accordano per vendicare l'amico e sopprimere la setta dei Beati Paoli.
Enzo Santelia si presenta sotto falso nome a palazzo d'Agrò per parlare con Luca; don Mariano, ascoltando di nascosto i loro discorsi, apprende dell'incarico governativo di Corbara. Grazie ad un suggerimento di don Ippolito, Luca comincia a sospettare che Enzo Santelia sia in realtà Domenico Galeani, il figlio illegittimo del barone. Recatosi a palazzo, Luca legge l'atto con cui il barone riconosce Domenico, lasciato in bella vista propria da don Mariano, il quale conta di servirsi di Luca per sbarazzarsi sia del figlio che dei Beati Paoli.
Incontratosi con Laura, Luca la mette al corrente di tutto, anche del suo incarico di ispettore governativo. Presentatosi in incognito alla riunione della setta a Palermo, Corbara smaschera e fa arrestare dalle truppe del principe di Castelnuovo il capo, il quale si rivela essere Enzo Santelia ovvero Domenico Galeani.
Tornato a Carini, Luca sospetta che Laura d'accordo col marito abbia tramato alle sue spalle e viene caldamente invitato da don Ippolito a troncare ogni rapporto con la donna. Luca ammette di essere un discendente di Ludovico Vernagallo e di essere intenzionato a riprendersi ciò che gli spetta: il feudo di Daina Sturi.
Convocato d'urgenza a palazzo d'Agrò per un grave malore della baronessa, Luca accorre trovando la donna in perfetta salute. Luca l'accusa di averlo attirato in una trappola e le mostra come prova le varie lettere anonime scritte da mano femminile da lui ricevute; Laura riconosce la scrittura di Cristina, che ha scoperto essere l'amante di don Mariano.
I due iniziano quindi a temere di essere le prossime vittime degli intrighi del barone. Ma è troppo tardi, è ormai il 4 aprile, e come don Ippolito aveva previsto con largo anticipo, il presagio di morte evocato dall'antica ballata finisce per avverarsi: Laura è assassinata, e stessa sorte tocca a Luca, pugnalato da Rosario. I corpi dei due sfortunati amanti, per ordine di don Mariano, sono infine adagiati sul letto, come quelli dei loro antenati tre secoli prima.

Il testo della ballata [modifica]


La Ballata di Carini, su testo tratto da una delle innumerevoli versioni del poemetto anonimo giunte fino a noi, è musicata da Romolo Grano e cantata, in lingua siciliana, da Luigi Proietti :
« Chianci Palermu, chianci Siracusa
a Carini c'è lu luttu d'ogni casa.
Attorno a lu Casteddu di Carini,
ci passa e spassa un beddu cavaleri.
Lu Vernagallu di sangu gintili
ca di la giuvintù l'onuri teni.
"Amuri chi mi teni a tu' cumanni,
unni mi porti, duci amuri, unni?"
Vidu viniri 'na cavalleria.
Chistu è me patri chi veni pi mmia,
tuttu vistutu alla cavallarizza.
Chistu è me patri chi mi veni a mmazzà.
Signuri patri, chi vinisti a fari?
Signora figghia, vi vegnu a mmazzari.
Lu primu corpu la donna cariu,
l'appressu corpu la donna muriu.
Nu corpu a lu cori, nu corpu 'ntra li rini,povira Barunissa di Carini. »

Note [modifica]
Nello sceneggiato la data di morte della baronessa è il 4 aprile 1563 invece del 4 dicembre.
La casa di distribuzione Elleu ha pubblicato due vhs contenenti le quattro puntate dello sceneggiato. E solamente nel 2007 è uscita una versione dvd dello sceneggiato
Nel 2007 il regista Umberto Marino ne ha realizzato un remake intitolato La baronessa di Carini scritto sempre da Lucio Mandarà.

Collegamenti esterni [modifica]
Scheda su L'amaro caso della baronessa di Carini dell'Internet Movie Database
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/L%27amaro_caso_della_baronessa_di_Carini"
Categorie: Miniserie televisive italiane Miniserie televisive del 1975 Miniserie televisive drammatiche

*** *** ***

Dopo 450 anni viene riaperto a sorpresa uno dei gialli più antichi della storia italiana. Quello di Laura Lanza, più nota, grazie ad uno sceneggiato televisivo degli anni ’70, come la Baronessa di Carini, e del suo amante Ludovico Vernagallo. Furono trovati morti nel Castello di Carini, in Provincia di Palermo, il 4 dicembre 1563. Oggi il Sindaco della cittadina siciliana affida il caso ad un pool di esperti investigatori della International Crime Analysis Association che dal 22 al 25 marzo proverà a risolvere il mistero.
di CLAUDIA MIGLIORE
Un castello arroccato su una roccia che domina l’intero paese. I colori della Sicilia, quella dei “don”, dei baroni, dei vicerè di Spagna. Il blu del mare, il verde degli alberi, l’oro del sole, il rosso del sangue. Quello dell’impronta di una mano lasciata su un muro, marchio indelebile di un atroce delitto. Una ballata popolare che si è tramandata fino ai giorni nostri e il fantasma di una donna che non trova pace e che vaga ancora oggi, di notte, tra le mura di quel castello in cerca della sua perduta gioventù. Storia, leggenda, mistero, nell’omicidio di Laura Lanza e Ludovico Vernagallo c’è tutto quello che stuzzica la fantasia degli appassionati di gialli e anche di più. C’è un mistero lungo 450 anni che adesso forse potrà essere risolto.
L’omicidio di Laura Lanza e Ludovico VernagalloDon Cesare Lanza, Barone di Trabia e Conte di Mussomeli è un uomo potente, dal carattere duro e violento, con precedenti penali sulle spalle che, nonostante tutto, continua a tenere dritte senza vergogna. Sua figlia Laura a 14 anni è già bella, bellissima e la sua bellezza nella Sicilia del 1500 può essere molto utile. Laura viene data in sposa a Vincenzo La Grua Talamanca, signore e barone di Carini, discendente di un’antica famiglia Pisana arrivata in Sicilia intorno al 1300. A soli 14 anni diviene la Baronessa di Carini. Sposa di un uomo molto più vecchio di lei, interessato esclusivamente alla caccia e alla cura dei suoi interessi economici.
La famiglia La Grua e la famiglia Vernagallo si conoscono da sempre e Laura frequenta Ludovico Vernagallo molto spesso. Sono due ragazzini. Sono giovani, troppo giovani e forse tra loro non c’è altro che una profonda amicizia. Ma non è quello che crede la gente. Non è quello che pensa Don Cesare Lanza quando quel 4 dicembre 1563 li vede assieme.
La leggenda racconta che quella notte, complice un monaco che avvisa della presenza di Ludovico nel castello, il Conte di Mussomeli, accompagnato da un seguito di cavalieri per impedire qualsiasi via di fuga agli adulteri, fa irruzione nel castello e trovando i due amanti a letto li uccide.
Ma questa è leggenda. I dettagli sono leggenda. L’adulterio, la scoperta dei due amanti. Non c’è nulla di provato, di certo. Tutto ciò che esiste agli atti è un documento firmato da Don Cesare Lanza che rende noto alla Corte di Spagna di aver ucciso la figlia Laura e il giovane Vernegallo, l’atto di morte registrato presso la Chiesa Madre di Carini recante la data del 4 dicembre 1563 e poche altre notizie riportate omettendo i nomi degli interessati.
La riapertura del casoIl sindaco di Carini, Gaetano La Fata, ha deciso che a questo mistero occorreva dare una risposta e ha affidato la riapertura del caso ad un team di criminologi dell’Icaa (International crime analysis association) di cui fa parte lo psicologo e criminologo Marco Strano considerato uno dei maggiori esperti al mondo di psicologia investigativa e criminal profiling. Dal 22 al 25 marzo la tranquillità di Carini verrà rotta dall’invasione degli investigatori e dei loro sofisticati strumenti d’indagine. Il castello si trasformerà in un vero e proprio centro d’investigazioni e le attività effettuate dagli esperti potranno essere osservate anche dalla gente interessata. Saranno organizzati corsi e seminari sulle moderne tecniche d’indagine scientifica. Un vero e proprio progetto di ricerca che richiamerà forse anche tanti turisti. Ma l’obiettivo è nobile. Fare luce sulla figura del Barone di Carini e sul suo ruolo oscuro nella vicenda. E’ stato coinvolto? Ha agito insieme al padre di sua moglie? Staremo a vedere cosa riusciranno a scoprire.
Intanto chissà se in questi quattro giorni di marzo gli investigatori avranno modo di vedere Laura aggirarsi per il castello. Sicuramente non potranno vedere palesarsi l’impronta insanguinata della sua mano che si dice appaia sul muro della stanza in cui è stata uccisa, ogni anno la notte del 4 dicembre a ricordo dell’evento.
E chissà se Laura, che ancora cerca una risposta, la chiederà a loro.
(9 febbraio 2010)
dal sito Gialli.it

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