Pietro Berti

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Anchorage

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domenica 12 dicembre 2010

Politica e mafia: Chi si occupa delle accuse strumentali? il processo Andreotti

estratto dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Andreotti#Vicende_giudiziarie

Vicende giudiziarie


Rapporti con la mafia


Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre la sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste, la sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa Nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione». Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto.
L'obiter dicta (parte di una sentenza che non "fa diritto") della sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»[18].
Interrogato dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell'allora ministro degli Esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all'epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina.
Lo stesso Andreotti ammise in aula l'incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca.
La sentenza di primo grado definì «inverosimile» la «ricostruzione dell'episodio offerta dall'imputato». Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980, il tribunale stabilì che mancava «qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio». La versione fornita dall'onorevole Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta «al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato».
Sia l'accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l'una contro la parte assolutiva, e l'altra per cercare di rifiutare la prescrizione e consentire di indagare a fondo (come poté fare solo il giudice di primo grado). Tuttavia la Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004 rigettò la richiesta di poter rifiutare la prescrizione (possibile solo nel processo civile) confermando la prescrizione per qualsiasi ipotesi di reato prima del 1980 e l'assoluzione per il resto[19].
Nella motivazione della sentenza di appello confermata dalla cassazione si legge (a pagina 211):
« Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione. »
Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro il 20 dicembre 2002 (termine per la prescrizione), Andreotti avrebbe potuto essere condannato in base all'articolo 416, cioè all'associazione "semplice" (poiché quella aggravata di stampo mafioso (416-bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, grazie ai relatori Virginio Rognoni (Dc) e Pio La Torre (Pci) oppure assolto con formula piena con la conferma della sentenza di primo grado.
Nel dettaglio, il giudice di legittimità, scrive:
« Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l'imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall'imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza. »
Ai fini di una valutazione più approfondita, anche sul piano storico, bisogna tenere presente che la Cassazione in più punti sottolinea l'opinabilità della ricostruzione fornita dalla Corte d'Appello. In particolare in due passi della sentenza afferma:
« al termine di questo articolato excursus, il Collegio ritiene di dover riprendere l'osservazione iniziale: i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse; non rientra tra i compiti della Corte di Cassazione, come già reiteratamente precisato, operare una scelta tra le stesse perché tale valutazione richiede l'espletamento di attività non consentite in sede di legittimità »
« La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito, ma non in sede di legittimità. »
[20]
La Cassazione, come risulta dai passi citati, afferma che rispetto a quella della Corte d'Appello sono possibili altre interpretazioni "dotate di uguale forza logica", pur non potendo per questo cassare la sentenza d'appello in quanto ciò richiederebbe un giudizio di merito che è sottratto alle competenze della Suprema Corte, giudice della sola legittimità delle sentenze.
Omicidio Pecorelli [modifica]
Andreotti è stato anche processato per il coinvolgimento nell'omicidio Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979.
Secondo i magistrati investigatori Andreotti commissionò l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli - che aveva già pubblicato notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR sotto la sua gestione alla Difesa - aveva predisposto una campagna di stampa su finanziamenti illegali del partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo il rapimento e l'uccisione dell'ex primo ministro Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse. In particolare, il giornalista aveva denunciato connessioni politiche dello scandalo petroli, con una copertina intitolata "Gli assegni del Presidente" con l'immagine di Andreotti, ma accettò di fermare la pubblicazione del giornale già nella rotativa.
Il pentito Tommaso Buscetta testimoniò che Gaetano Badalamenti gli raccontò che "l'omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti", il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica.
In primo grado nel 1999 la corte di assise di Perugia prosciolse Andreotti, il suo braccio destro Claudio Vitalone (ex ministro del commercio con l'estero), Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera. Successivamente, il 17 novembre 2002 la corte di appello ribaltò la sentenza di primo grado e Badalamenti ed Andreotti furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d'appello venne quindi annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione, annullamento che rese definitiva la sentenza di assoluzione di primo grado.
Caso Almerighi
È stato condannato in via definitiva il 4 maggio 2010 per aver diffamato il giudice Mario Almerighi definendolo "falso testimone, autore di infamie e pazzo"[21][22][23].
Coinvolgimenti in altre vicende oscure
La figura di Andreotti è oggetto di interpretazioni e polemiche di varia natura. Le numerose contestazioni che gli sono state volte hanno riguardato praticamente tutti i campi della sua attività e sono venute anche da politici e giornalisti illustri (come Indro Montanelli[24]). In parte ciò è ascrivibile all'assolutamente inedito curriculum ministeriale accumulato, che fece sì che anche senza più rivestire cariche formali egli fosse referente di alti funzionari e burocrati ministeriali e dei servizi di sicurezza, con un coinvolgimento personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale[25].
Accuse e sospetti gli sono stati rivolti a proposito delle sue relazioni con la loggia P2, Cosa Nostra, la Chiesa cattolica e con alcuni individui legati ai più oscuri misteri della storia repubblicana. Tali voci - e specialmente il reato relativo al rapporto con Cosa Nostra - hanno certamente danneggiato la sua immagine pubblica: come s'è visto nel 1992, scaduto il mandato del dimissionario Francesco Cossiga come Presidente della Repubblica, la candidatura di Andreotti sembrava destinata ad avere la meglio finché, durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro.
Andreotti e Dalla Chiesa
Nel 1982 Andreotti spinge molto sulla disponibilità del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ad accettare l'incarico propostogli di Prefetto di Palermo. In un diario un appunto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa datato 2 aprile 1982 al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini scriveva che la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la famiglia politica più inquinata da contaminazioni mafiose.[26]
Sempre Dalla Chiesa, nel suo taccuino personale scrive: «Ieri anche l'on. Andreotti mi ha chiesto di andare [da lui, ndr] e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[...] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno [...] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze.»[27]

Rapporti con Michele Sindona
Secondo la Corte di Perugia ed il Tribunale di Palermo «Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona.»[28]

Andreotti con Licio Gelli (al centro) all'inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone
Tali rapporti si intensificarono nel 1976, al momento del crac delle banche di Sindona: Licio Gelli, capo della loggia P2, propose un piano per salvare la Banca Privata Italiana all'allora Ministro della Difesa Andreotti. Quest'ultimo, nonostante le dichiarazioni pubbliche di stima verso Sindona, definito "il salvatore della lira"[senza fonte], non riuscì a fare accettare il piano di salvataggio al Ministro del Tesoro Ugo La Malfa. In seguito, Andreotti negò ogni suo coinvolgimento, sostenendo che il suo interessamento per il salvataggio della Banca Privata Italiana era solo di natura istituzionale. Tuttavia, anche durante la lunga latitanza di Sindona all'hotel Pierre di New York, Andreotti continuò a mantenere contatti con il banchiere, pur rivestendo il ruolo di Presidente del Consiglio.
Solo dopo il falso rapimento di Sindona, la sua estradizione e conseguente arresto per bancarotta fraudolenta e per l'omicidio del liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, Andreotti se ne distanziò pubblicamente.
Su Ambrosoli, Andreotti ha in seguito dichiarato: «è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».[29], per poi precisare: "intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto"[30].
Sindona morì avvelenato da un caffè al cianuro il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera, due giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ambrosoli. Tale morte venne archiviata come suicidio, poiché le prove e le testimonianze riguardo il veleno utilizzato ed il comportamento di Sindona stesso facevano supporre un tentativo di auto-avvelenamento: tale atto sarebbe stato compiuto nella speranza di una re-estradizione negli Stati Uniti, paese con il quale l'Italia aveva un accordo sulla custodia del banchiere legato alla sicurezza e incolumità di quest'ultimo. Sindona, quindi, avrebbe messo in scena un avvelenamento e sarebbe morto a causa di un errore di dosaggio.
Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d'appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: "fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto."[31]. Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona.
Ancora nel 2010, Giulio Andreotti dava un giudizio positivo su Sindona: "Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona". Il fatto "che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene"[32].

Andreotti e il Golpe Borghese

Per approfondire, vedi la voce Golpe Borghese.
A seguito delle rivelazioni sull'indagine legata al tentativo di Golpe da parte di Junio Valerio Borghese, il 15 settembre 1974 Giulio Andreotti, all'epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura romana un dossier del SID diviso in tre parti che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni. Il dossier fu redatto dal numero due del SID, il generale Gianadelio Maletti, che avviò un'inchiesta sulle cospirazioni mantenendolo nascosto anche a Vito Miceli, direttore del servizio. Scoperto il progetto Maletti fu costretto a scavalcare Miceli e a parlare direttamente con Andreotti.
Andreotti per questo destituì Miceli e altri 20 generali e ammiragli. Ma nel 1991 si scoprì che le registrazioni consegnate nel 1974 da Andreotti alla magistratura non erano in versione integrale. Vi erano infatti i nomi di numerosi personaggi di spicco in ambito politico e militare, per cui Andreotti stesso ha recentemente dichiarato che ritenne di dover tagliare quelle parti per non renderle pubbliche, in quanto tali informazioni erano "inessenziali" per il processo in corso e, anzi, avrebbero potuto risultare "inutilmente nocive" per i personaggi ivi citati. Nelle parti cancellate vi era il nome di Giovanni Torrisi, successivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1980 e il 1981; ma anche riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; infine si facevano rivelazioni circa un "patto" stretto da Borghese con alcuni esponenti della mafia siciliana, secondo cui alcuni sicari della mafia avrebbero ucciso il capo della polizia, Angelo Vicari. L'esistenza di tale patto sarebbe poi stata confermata da vari pentiti di mafia, tra cui Tommaso Buscetta.
Grazie al Freedom of Information Act nel 2004 si è inoltre scoperto che il piano di Borghese era noto al governo degli Stati Uniti e che esso aveva l'"avallo" a condizione che fosse assicurato il coinvolgimento di un personaggio politico italiano "di garanzia". Il nome indicato fu quello di Andreotti, che sarebbe dovuto diventare una sorta di presidente "in pectore" del governo post-golpe. Tuttavia non è accertato che Andreotti fosse al corrente dell'indicazione statunitense. Il dottor Adriano Monti, complice di Junio Valerio Borghese nel tentato golpe, afferma che il suo nome, come "garante politico" del colpo di stato, sarebbe stato fatto da Otto Skorzeny, promotore dell'organizzazione Geleme, una branca dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, poi inserita tra le organizzazioni di intelligence fiancheggiatrici della CIA.



^ «Andreotti assolto in appello "Non è un boss mafioso"». La Repubblica, 02 05 2003. URL consultato in data 08-11-2008.
^ «Andreotti, la Cassazione conferma l'appello». Panorama, 28 12 2004. URL consultato in data 13-11-2008.
^ Suprema Corte di Cassazione, Sezione Seconda penale, sentenza n.49691/2004 (Presidente: G.M.Cosentino; Relatore:M.Massera)Depositata in cancelleria il 28 dicembre 2004.http://www.avvisopubblico.it/categorie/pubblicazioni/allegati/sentenza_cassazione_assoluzione_andreotti_2005.pdf
^ IlSole24ORE.com - Andreotti condannato, diffamò il giudice Almerighi, 4 maggio 2010
^ ANSA.it - Cassazione: Andreotti condannato per diffamazione, 4 maggio 2010
^ Guida al Diritto (IlSole24ORE.com) - Andreotti con Almerighi andò oltre il diritto di critica (con il testo della sentenza)
^ http://it.wikiquote.org/wiki/Giulio_Andreotti#Citazioni_su_Giulio_Andreotti
^ Massimo Teodori, P2: la controstoria (SUGARCO EDIZIONI - Dicembre 1985), ricorda ad esempio che il "dossier M.Fo.Biali rimase chiuso nelle casseforti del SID senza che nessuno ne venisse a conoscenza. Solo Andreotti nell'aprile del 1975 ricevette una visita del generale Maletti che gli riferì il contenuto esplosivo del fascicolo apprestato. L'allora ministro del Bilancio, che non aveva più alcuna giurisdizione sul SID, nega di aver saputo della parte riguardante il generale Giudice e la Guardia di Finanza, ma è contraddetto dai suoi interlocutori"; alla Commissione d'inchiesta sulla P2 il generale Maletti depose che riferì ad Anfdreotti della indagine "per cortesia , cioè ad uso personale", trattandosi della persona che aveva commissionato gli accertamenti contenuti nel dossier, nella veste di ministro della difesa, anche se al momento del completamento del dossier egli non rivestiva più quella carica. Anche nel caso Enimont l'ex direttore generale delle Partecipazioni statali Sergio Castellari scelse di fare visita a Giulio Andreotti, alle ore 8,30 della mattina del 18 febbraio 1993 in cui scomparve: Andreotti non aveva più incarichi ministeriali, Castellari non era più al soppresso ministero delle Partecipazioni statali, eppure come ultima persona con cui consigliarsi, prima del suicidio, Castellari scelse l'ex capo corrente del suo ministro, Franco Piga.
^ Sono quattro le domande che restano senza risposta, articolo de "La Repubblica", del 2 settembre 2002
^ Di Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8, 9788881126330, pag 287
^ [1]
^ [2] 8 settembre 2010, nel corso della registrazione di una puntata di "La storia siamo noi" di Giovanni Minoli, su Rai Due
^ Ansa, 10 settembre 2010
^ Sergio Turone sui rapporti tra Andreotti e Sindona
^ Ansa, 9 settembre 2010
^ Le donne di Andreotti, dall'archivio storico del Corriere della Sera, riga 31. URL consultato il 02-04-2009.
^ Andreotti diventa un eroe dei cartoni animati, dal Corriere, 28 settembre 2000
^ Film su Calvi, soldi bloccati. Corriere della Sera, 20 luglio 2001
^ articolo di Repubblica del 15 maggio 2008
^ articolo del Corriere della Sera dell'8 giugno 2008
Bibliografia
Massimo Franco, Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca, Mondadori, 2008 ISBN 978-88-04-58150-5
Tiziano Torresi, L'altra giovinezza. Gli universitari cattolici dal 1935 al 1940, Cittadella editrice, 2010 ISBN 978-88-308-1032-7
Antonio Nicaso, "Io e la mafia, la verità di Giulio Andreotti", Monteleone, 1995 ISBN 88-8027-016-8
Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, "Il Ritorno del Principe", Chiarelettere, 2008 ISBN 978-88-6190-056-1
Nicola Tranfaglia, La sentenza Andreotti. Politica, mafia e giustizia nell'Italia contemporanea, Garzanti, 2001 ISBN 9788811738985
Voci correlate
Governo Andreotti I
Governo Andreotti II
Governo Andreotti III
Governo Andreotti IV
Governo Andreotti V
Governo Andreotti VI
Governo Andreotti VII
Operazione Gladio
Crisi di Sigonella
Stanotte e per sempre, racconto grottesco di Daniele Luttazzi su Andreotti e il caso Moro
Il divo (film)
Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Giulio Andreotti
Wikiquote contiene citazioni di o su Giulio Andreotti
Collegamenti esterni
Scheda personale all'Assemblea Costituente
Scheda di attività senatoriale, sul sito istituzionale del Senato
Gli atti del processo Andreotti
Gli atti del processo Andreotti usati come materiale didattico per gli studenti di legge
Testo della sentenza del processo di Palermo
La sentenza Andreotti-Badalamenti della Corte di assise di appello di Perugia, 13-02-2003
Il processo Andreotti secondo Marco Travaglio
Intervista a Gian Carlo Caselli sul caso Andreotti
Scheda su Openpolis
Almerighi diffamato: Andreotti condannato in appello
Centro Studi Politici e Sociali Franco Maria Malfatti

per gli atti processuali di primo grado http://www.clarence.com/contents/societa/memoria/andreotti/

e http://www.radioradicale.it/processo/processo-andreotti dove è possibile leggere ed ascoltare i provvedimenti processuali e le dichiarazioni dei protagonisti

per la sentenza della S. C di Cassazione

http://www.diritto.net/il-foro-penale/181/709.html

Curiosità, battute e polemiche sul sito http://www.fionline.it/informaz/giulio/ga-home.html

1 commento:

  1. e chi potrà mai ripulire l'immagine di una persona massacrata dai media che devono pur vendere il proprio prodotto?

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