Pietro Berti

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Visualizzazione post con etichetta Attacchi di panico. Mostra tutti i post
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mercoledì 2 marzo 2011

Agorafobia


Il termine Agorafobia deriva dalla parola greca Agorà che significa piazza; infatti, i primi utilizzi della parola in psicologia e psichiatria si rivolgevano a persone che avevano paura di recarsi in posti affollati. In realtà, i pazienti con Agorafobia temono le situazioni in cui è difficile scappare o ricevere soccorso; di conseguenza, essi evitano tali luoghi al fine di controllare l’ansia legata alla prefigurazione di una nuova crisi di panico. Infatti, nella maggior parte dei casi, l’Agorafobia è un problema che emerge secondariamente all’insorgenza di attacchi di panico o crisi d’ansia minori; si instaura quando il soggetto comincia ad evitare sistematicamente tutti i luoghi, le situazioni ed i contesti nei quali ci potrebbero essere ostacoli alla possibilità di essere aiutati. Tra le situazioni che più frequentemente vengono evitate si riscontrano: uscire da soli o stare a casa da soli; guidare o viaggiare in automobile; frequentare luoghi affollati come mercati o concerti; prendere l’autobus o l’aeroplano; essere su un ponte o in ascensore. Quando questi evitamenti iniziano a compromettere le attività quotidiane ed il funzionamento socio-lavorativo della persona allora si parla di Agorafobia. Talvolta, il problema è più difficile da individuare perché il soggetto non evita certe situazioni temute ma diviene incapace di affrontarle senza l’assistenza di una persona di fiducia.L’Agorafobia può essere diagnosticata all’interno del Disturbo di Panico con Agorafobia o come Agorafobia senza anamnesi di Disturbo di Panico. In questo ultimo caso, le crisi che il paziente evita sono caratterizzate da sintomi d’ansia tipo panico, ma senza tutte le caratteristiche dell’Attacco di Panico vero e proprio. L’Agorafobia è in sintesi caratterizzata da:• Ansia legata al trovarsi in luoghi in cui sarebbe difficile allontanarsi, fuggire oppure chiedere e ricevere soccorso, nel caso in cui si verificasse un Attacco di Panico o una crisi d’ansia.• Le situazioni temute vengono evitate o affrontate con molta difficoltà oppure tramite il supporto di un accompagnatore.• L’ansia e l’evitamento limitano il funzionamento socio-lavorativo del soggetto e non derivano da altri tipi di paura o fobie (evitare gli ascensori per un Claustrofobico, evitare le situazioni sociali per il Fobico Sociale, evitare stimoli che ricordino un evento traumatico nel Disturbo Post-Traumatico da stress). All’interno della Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, le tecniche di esposizione si sono dimostrate utili nel ridurre i comportamenti che alimentano l’ansia agorafobica. Altri autori suggeriscono metodi combinati con tecnche cognitivo-comprtamentali e addestramento al rilassamento


Sintomi e Diagnosi di Agorafobia


L'agorafobia, così come l'attacco di panico, non è di per se un disturbo, lo diventa quando, in presenza di ricorrenti sintomi agorafobici, possiamo escludere la presenza di un disturbo da attacchi di panico (anche se gli attacchi di panico sono spesso presenti) altrimenti parleremo di Disturbi di Panico con agorafobia.
L'agorafobia è definita come ansia relativa all'essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un Attacco di Panico inaspettato o sensibile alla situazione, o di sintomi tipo panico. I timori agorafobici riguardano tipicamente situazioni caratteristiche che includono l'essere fuori casa da soli; l'essere in mezzo alla folla o in coda, l'essere su un ponte ed il viaggiare in autobus, treno o automobile.
Nella diagnosi differenziale lo psicologo dovrà considerare la diagnosi di Fobia Specifica se l'evitamento è limitato ad una o solo a poche situazioni specifiche, o la Fobia Sociale se l'evitamento è limitato alle situazioni sociali.
Le situazioni vengono evitate oppure sopportate con molto disagio o con l'ansia di avere un Attacco di Panico o sintomi tipo panico, o viene richiesta la presenza di un compagno, di un partner solidale, di una persona in grado di rassicurare.Per una diagnosi corretta di agorafobia in psicologia è necessario tenere in considerazione che l'ansia o l'evitamento fobico non siano meglio giustificabili da altre condizioni psicopatologiche.
Comprensione del Paziente AgorafobicoL'agorafobia, quando è ricorrente, è un disturbo d'ansia molto frequente anche se, come spesso accade, la persona che ne soffre può ritenere di essere se non l'unico almeno uno dei pochi.
In genere le persone che soffrono di stati ansiosi ritengono di essere eccezioni. Dopotutto la tendenza della persona che soffre di agorafobia è quella di evitare. Pertanto se la maggior parte degli individui agorafobici evita sarà molto improbabile che si incontrino. Visto anche l'imbarazzo la comunicazione relativa al disturbo diventa piuttosto complessa. L'isolamento e l'evitamento sono tendenze tipiche di chi soffre di agorafobia.Evitare di parlarne ed evitare situazione non permette alla persona di sapere quanto il problema e diffuso e soprattutto quanto sia possibile migliorare e risolvere la maggior parte dei sintomi con terapie psicologiche non farmacologiche brevi e mirate.
Troppo spesso il farmaco ansiolitico (esistono preparati molti diffusi come en, lexotan, xaxan, ecc.) viene utilizzato o portato con se anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
I farmaci, nella maggior parte dei casi, non aiutano la cura e sono necessari, dal punto di vista psicologico, soltanto in casi rari in cui ci sia un reale rischio di problemi cardio-vascolari. Nella maggior parte dei casi l'uso del farmaco diviene "patogenetico" ovvero si inserisce nel "loop disfunzionale" che caratterizza il paziente con agorafobia.Significa che se il farmaco potrebbero ridurre il sintomo poco dopo la sua assunzione, difficilmente la persona riuscirà a fare a meno di essi, ovvero si potrebbe creare una forma secondaria di dipendenza. In questi casi il farmaco viene visto come una "ancora di salvezza" e sarà portato sempre con sé perché, in fondo, diremo a noi stessi "non si sa mai". Quando ciò avviene ecco che il farmaco non permette alla persona di "risolvere" realmente il problema.
Terapia Psicologica indirizzo di Psicologia Emotocognitiva: Curare l'AgorafobiaL'intervento psicologico l'agorafobia, utilizzando le nuove metodologie cliniche prodotte grazie alle innovazioni in psicologia emotocognitiva, è mirato alla risoluzione e al miglioramento della situazione di disagio attraverso una riorganizzazione delle risorse della persona al fine di risolvere tutti quei processi circolari ridondanti, definiti in psicologia emotocognitiva come loop disfunzionale, che continuano a mantenere i sintomi agorafobici.L'intervento psicologico mirato alla remissione sintomatologica è generalmente di breve durata e con altissime aspettative di efficacia. Lo scopo della terapia psicologica ad orientamento di psicologia emotocognitiva è quello di risolvere ciò che sostiene il disturbo e la sofferenza psicofisiologica associata lasciando inalterato tutto il resto.L'obiettivo della terapia psicologica è quindi teso alla risoluzione dei sintomi di agorafobia attraverso la valutazione dei processi di mantenimento del disturbo. Si valuta cosa il disturbo causa, quindi come si organizza la persona in funzione del sintomo, e non tanto quale sia la causa inconscia o remota del disturbo. L'approccio psicologico in psicologia emotocognitiva, diremo che è orientato al futuro agendo sul qui-e-ora. Si ricorda che la terapia psicologica non breve l'uso di alcun farmaco che, dalla nostra casistica clinica, risulta in realtà non soltanto inefficace ma anche patogenetico, ovvero di sviluppare e mantenere i sintomi a lungo termine. L'azione dei farmaci ansiolitici non risolve in genere il problema ma ne crea di secondari.La persona che prende il farmaco infatti tende a livello psicofisiologico a mantenere la percezione di sé come malato e ciò tende a generare azioni, pensieri e comportamenti coerenti con tale percezione. Di fatto la persona si comporta da malato.La terapia secondo l'approccio della psicologia emotocognitiva scardina, in tempi brevi, tali processi portando la sintomatologia a remissione in tempi, oggi, molto brevi e nella quasi totalità dei casi trattati.
Il problema del paziente agorafobico non è cosa ha fatto ieri, ma cosa potrà fare domani. Anche per l'agorafobia le sedute non avranno una frequenza elevata ma saranno dilazionate nel tempo.
a cura delDott. Marco Baranello
fonte: http://www.psicologiapsicoterapia.com/ansia/agorafobia.htm


Agorafobia
Che cos’è?
Quanto è diffusa?
Quali sono le cause?
Quali sono le conseguenze?
Trattamento

Che cos’è?
La parola agorafobia viene dal greco e letteralmente significa: “paura degli spazi aperti”. Le persone che ne soffrono temono perciò lo spazio esterno, vissuto come ostile. Ad esempio, hanno paura di guidare in autostrada, temono – nelle forme più gravi – di allontanarsi dai posti che sono loro familiari, di andare in giro da soli, ecc. Ma, nonostante il significato della parola, chi soffre di questo disturbo di solito teme anche gli spazi chiusi come le banche, gli ascensori, gli aerei, ha paura di usare i mezzi pubblici, specialmente la metropolitana, ha paura della folla, di entrare nei supermercati, di guidare nei tunnel, sui ponti.La definizione corretta di agorafobia, perciò, è la paura di trovarsi in situazioni in cui non sia possibile ricevere soccorsi o dalle quali sia difficile la fuga in caso di necessità.

Quanto è diffusa?
È stato stabilito che fino a una persona su dieci può avere difficoltà in una o due delle situazione elencate qui sopra.

Quali sono le cause?
Non sono state individuate della cause precise dell’agorafobia.Questo disturbo è spesso legato agli attacchi di panico: almeno il 60% dei pazienti che hanno attacchi di panico soffre anche di agorafobia. Non è ancora stato stabilito con certezza se siano gli attacchi di panico a provocare l’agorafobia o se l’agorafobia semplicemente sia spesso associata con il panico. In genere, comunque, la paura di avere un nuovo attacco di panico alimenta anche il disturbo dell’agorafobia.

Quali sono le conseguenze?
La principale conseguenza dell’agorafobia riguarda la qualità della vita di chi ne soffre. Queste persone non hanno la possibilità di avere una vita serena perché progressivamente evitano un gran numero di situazioni che creano loro disagio. Ad esempio, la paura di prendere l’ascensore o la paura di guidare in autostrada o di prendere la metropolitana può rendere disagevole la vita di tutti i giorni, o può impedire addirittura di raggiungere certi luoghi. Nelle forme più gravi alcuni arrivano persino a non uscire di casa, se non in compagnia di una persona di fiducia. Scelgono così un compagno-accompagnatore (genitore, partner, ecc.) insieme al quale riescono ad affrontare meglio le situazioni temute. Una modalità comportamentale di questo tipo risulta, ovviamente, dannosa per i rapporti inter-personali (amicizie, legami sentimentali, relazioni professionali).

Il trattamento
La terapia cognitivo-comportamentale si serve di diverse tecniche per fronteggiare l’agorafobia (desensibilizzazione sistematica, flooding, modelling…). Una delle più efficaci è quella dell’esposizione. Questa tecnica prevede un’esposizione sistematica, anche se molto graduale, del paziente alle situazioni che teme, in modo da far scendere progressivamente l’ansia. Ad esempio, volendo fronteggiare la paura di prendere l’ascensore verranno insegnate prima di tutto tecniche di rilassamento e di corretta respirazione, poi il paziente comincerà a prendere l’ascensore magari solo per un piano e in compagnia di una persona che gli dia sicurezza. Dopo averlo fatto per diverse volte senza provare ansia, prenderà l’ascensore per due piani e così via, fino ad arrivare ad usare l’ascensore da solo senza difficoltà.Trattamento farmacologicoGli ansiolitici sono in genere efficaci nella cura dell’agorafobia. Risultano utili soprattutto quando i sintomi dell’ansia sono così gravi da costituire una seria limitazione alle attività quotidiane. Vanno comunque presi per il più breve periodo possibile e sempre sotto stretto controllo medico. Va comunque evidenziato il fatto che negli ultimi venticinque anni le terapie psicologiche si sono dimostrate estremamente efficaci nella cura dell’agorafobia.
fonte: http://www.istitutobeck.it/Clinica/Agorafobia.asp

Claustrofobia



Claustrofobia:Paura degli spazi chiusi. Definizione ampliata: È definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata di permanere in uno spazio chiuso.Questa fobia può essere conseguenza di una cattiva esperienza (ad esempio, essere rimasto chiuso in uno spazio chiuso) o anche indirettamente (aver ascoltato racconti di persone a cui sia successo qualcosa di simile). Le persone che patiscono la paura degli spazi chiusi (si stima che tra un 2 e un 5% della popolazione) di solito evitano di conseguenza gli ascensori, la metro, i tunnel, le case piccole, fino alle porte girevoli possono presentare difficoltà, così come anche l'uso di equipaggiamenti per tecniche di diagnosi medica come la TAC. Non temono lo spazio chiuso in se stesso, ma le possibili conseguenze negative derivanti dal fatto di trovarsi in quel luogo. Ad esempio, temono di restare chiusi per sempre o morire soffocati, ciò dovuto al fatto che credono che non vi è sufficiente aria in spazi chiusi. Allo stesso modo, molti spazi piccoli e chiusi implicano poca libertà di movimenti, ciò fa che le persone claustrofobiche si sentano molto vulnerabili.Tra coloro che soffrono di questa fobia chi entre in uno spazio chiuso sente un'ansietà intensa e sintomi quali la mancanza di aria, capogiri, palpiti, ecc. I fobici tendono a evitare gli spazi chiusi, che descrivono con la sensazione di essere intrappolati senza uscita.Si può riconoscere una persona che soffre di claustrofobia se presenta alcune delle seguenti condotte: entrando in una stanza, controlla dove sono le uscite, si colloca vicino ad esse e si sente secondo se le porte o le finestre sono chiuse; evita di guidare o entrare in un'automobile durante l'ora di picco del traffico; evita di usare l'ascensore e sceglie le scale, anche se sono molti i piani; in una festa piena di gente, sceglie di situarsi vicino alle uscite; sente panico se si chiude una porta nella stanza dove si trova.La claustrofobia si tratta con psicoterapia, tecniche di rilassamento e visualizzazione, terapia cognitiva comportamentale e in alcuni casi medicine, come gli antidepressivi o gli ansiolitici.Alcuni specialisti mettono in relazione la claustrofobia con l'agorafobia (paura degli spazi aperti) perchè le considerano le due faccie della stessa moneta. Entrambe le fobie, chi le patisce riconosce che i loro timori sono irrazionali, ma non possono controllarli. I sintomi di ansietà sperimentati sono simili. e in entrambi i casi, la soluzione alla fobia inizia facendo fronte ai propri timori.
fonte: http://www.fobie.org/Claustrofobia.html


Claustrofobia
La claustrofobia è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, scompartimenti dei treni, cabine telefoniche…
Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l'impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica.
La claustrofobia e le sensazioni che ad essa si associano ricordano le risposte di terrore tipiche degli animali intrappolati senza alcuna via di scampo. Si tratta quindi del residuo di un'antica paura, che un tempo era funzionale, ma al giorno d'oggi si manifesta in situazioni apparentemente innocue. Detto in parole più semplici, non porta alcun vantaggio sentirsi in pericolo ogni qual volta si prende l'ascensore.
La claustrofobia e l'agorafobia sono considerati due facce della stessa medaglia in quanto le situazioni che spaventano sono simili, ma con la motivazione sottostante differente: l'agorafobico ha timore dell'attacco di panico, di non poter essere soccorso in caso di malessere e apprezza di essere accompagnato e rassicurato da una persona di fiducia, il claustrofobico si sente soffocare se attorno a sé non ha uno spazio da lui considerato sufficientemente ampio.
Il claustrofobico e l'agorafobico hanno strutture di personalità opposte: il primo è in genere una persona autonoma, ama avere i propri spazi, la propria indipendenza, è infastidito da chi si preoccupa per lui, mentre l'agorafobico in genere è una persona passiva e dipendente che ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui, ama i legami stabili.Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d'ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena. In genere prediligono mansioni da svolgere all'aperto, che garantiscano una discreta dinamicità, mentre soffrono a eseguire lavori sedentari all'interno di una struttura. Quando sono in casa, amano stare con le porte delle stanze spalancate, non riescono a dormire con la porta della camera da letto chiusa e, in alcuni casi, esigono che le finestre stiano aperte, anche in inverno per avere la garanzia che circoli sufficiente aria. Possono sentirsi soffocati da persone troppo opprimenti e questo si ripercuote anche nei legami affettivi.
L'agorafobico può diventare claustrofobico per reazione, ovvero, magari inconsapevolmente, si sforza di superare le sue paure esponendosi talmente a situazioni ansiogene che lo portano a sviluppare il disturbo opposto! Alessandra Banche


La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. II claustrofobico è un soggetto affetto dalla paura eccessiva e irrazionale degli spazi stretti e chiusi come tunnel o ascensori. In situazioni simili, il soggetto farà di tutto per uscire all'aperto e godere pienamente di quel senso di libertà che solo il sentirsi "libero di respirare" gli può consentire. Le paure correlate più frequenti sono il timore che il soffitto e il pavimento si chiudano, schiacciando le persone che si trovano nella stanza, il timore che il rifornimento d'aria si esaurisca e si muoia soffocati, il timore di svenire a causa della mancanza di aria e luce.Il cinema, inteso ovviamente come locale, è un posto poco piacevole per chi soffre di questa fobia: non vi sono finestre, le uscite non sempre sono controllabili, c'è molta gente in sala, e spesso non ci si può muovere con libertà per non disturbare le altre persone. Tutte queste sensazioni sgradevoli fanno spesso rinunciare alla frequentazione di queste sale. Uno degli eventi più temuti dal claustrofobico è quello di doversi sottoporre ad una risonanza magnetica, esame che prevede l'inserimento dell'intera persona in un tubo molto stretto e totalmente chiuso. Non sono rari, ovviamente, coloro che soffrono di questo disturbo in ascensore. Altro posto che mette in crisi tanta parte della popolazione è la metropolitana. Qui c'è proprio di tutto: oscurità, sotterranei, cunicoli, affollamento, odori sgradevoli, ventate improvvise d'aria e rumori stridenti dei treni.Oltre alle classiche manovre di evitamento o di fuga di fronte alla situazione fobica, il claustrofobico tiene a bada l'ansia cercando delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri considerano un po' strana o quanto meno poco usuale. E così queste persone preferiscono salire le scale, adducendo i più svariati motivi: l'opportunità di fare del moto per tenersi in forma, la necessità di raccogliere le idee prima di andare a parlare con qualcuno (l'ascensore è sempre troppo veloce!), e via dicendo. La claustrofobia deve essere tenuta distinta dall'agorafobia, tipica di chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico, che non si limita alla paura degli spazi chiusi, ma riguarda tutte le situazioni, anche all'aperto, da cui non vi sia una rapida via di fuga (es. un ponte, una lunga coda o l'autostrada).
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La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. Essa è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, cinema, metropolitane… Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l'impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica. La claustrofobia e l'agorafobia sono considerati due facce della stessa medaglia in quanto le situazioni che spaventano sono simili, ma con la motivazione sottostante differente: l'agorafobico ha timore dell'attacco di panico, di non poter essere soccorso in caso di malessere e apprezza di essere accompagnato e rassicurato da una persona di fiducia, il claustrofobico si sente soffocare se attorno a sé non ha uno spazio da lui considerato sufficientemente ampio. Il claustrofobico e l'agorafobico hanno strutture di personalità opposte: il primo è in genere una persona autonoma, ama avere i propri spazi, la propria indipendenza, è infastidito da chi si preoccupa per lui, mentre l'agorafobico in genere è una persona passiva e dipendente che ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui, ama i legami stabili.Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d'ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena. In genere prediligono mansioni da svolgere all'aperto, che garantiscano una discreta dinamicità, mentre soffrono a eseguire lavori sedentari all'interno di una struttura. Quando sono in casa, amano stare con le porte delle stanze spalancate, non riescono a dormire con la porta della camera da letto chiusa e, in alcuni casi, esigono che le finestre stiano aperte, anche in inverno per avere la garanzia che circoli sufficiente aria. Possono sentirsi soffocati da persone troppo opprimenti e questo si ripercuote anche nei legami affettivi.L'agorafobico può diventare claustrofobico per reazione, ovvero, magari inconsapevolmente, si sforza di superare le sue paure esponendosi talmente a situazioni ansiogene che lo portano a sviluppare il disturbo opposto!
Il trattamento sintomatico della claustrofobia è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale di breve durata (spesso entro i 3-4 mesi).La psicoterapia della claustrofobia, dopo un periodo di esame del caso che si esaurisce in breve, passa necessariamente attraverso l'utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall'oggetto o situazione centrale (es. l'immagine di una stanza chiusa ma piena di luce). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l'abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all'esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori. In questo modo, nell'arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato "neutro".Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una claustrofobia, poiché implica affrontare direttamente l'oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l'aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nella stragrande maggioranza dei casi.In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e lo si invita ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l'organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.
Nel caso di claustrofobia invalidante è molto diffuso l'uso di farmaci ansiolitici "al bisogno", per gestire l'ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute (es. prima di entrare in metropolitana). Tale strategia consente di sopravvivere all'evento, ma non ottiene altro che l'effetto di rafforzare la fobia


La claustrofobia è l'estrema, eccessiva e disabilitante paura dello stare, anche per poco, in spazi chiusi ed angusti come ascensori, piccole stanze, grotte, gallerie, sale di cinema, cabine telefoniche, scomparti del treno, etc.

L'intenso timore della persona è dovuto alla paura che da tali luoghi non si possa più uscire e/o non vi sia aria sufficiente, e che ciò possa addirittura portare alla morte.

Per quanto descritto l'individuo inizia ad avere sintomi di panico con sensazione di soffocamento ed oppressione o di imprigionamento, iniziando da subito a mettere in atto qualsiasi comportamento per uscire dal luogo.

Questa paura degli spazi chiusi finisce per danneggiare le aree sociali, familiari, lavorative ed affettive della persona creando insormontabili e patologici problemi nella vita di tutti i giorni.

Ad esempio utilizzare l'ascensore di casa e dell'ufficio, attraversare un tunnel in auto, fare una risonanza magnetica (esame che prevede lo stare fermi in un tubo stretto e chiuso per diverso tempo), andare a vedere un film con le persona cara, prendere la metropolitana, fare una telefonata urgente da una cabina, e così via.
Nel claustrofobico oltre ai sintomi psico-fisici di paura vi è un atteggiamento di continuo evitamento dello stimolo fobico, anche con la ricerca di spiegazioni e giustificazioni solo però apparentemente logiche.
Occorre sottolineare la sostanziale differenza che intercorre tra la Claustrofobia e l'Agorafobia (situazione psicopatologica spesso riscontrata in chi è afflitto da Attacchi di Panico).
L'Agorafobia non è solo la paura degli spazi chiusi, come la Claustrofobia, ma anche di situazioni all'aperto dalle quali non è facile e veloce allontanarsi e trovare una via di fuga.

Se vuoi approfondire clicca pure qui sotto
Vai alla Fobia
Vai all'Aviofobia
Vai all'Agorafobia
Vai alla Fobia Sociale
Vai alla Fobia Specifica
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fonte: http://www.cpsico.com/paura_degli_spazi_chiusi_claustrofobia.htm

domenica 27 febbraio 2011

ARACNOFOBIA



L'aracnofobia (dal greco aracno (αράχνη), "ragno", e fobia (φοβία), "paura") è una fobia specifica, una irrazionale paura dei ragni. Può presentarsi in varie forme, dal semplice disgusto alla forma più forte di repulsione, fino a un livello di incontrollabile orrore che porta ad attacchi di panico, ed in alcuni casi anche una foto o un disegno molto realistici di un ragno possono evocare la paura. È una fobia molto diffusa e a essa sono legati molti dei significati che il folklore e l'immaginario associano ai ragni.
[modifica] Voci correlate
Il ragno nel folklore e nella mitologia
Entomofobia


fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Aracnofobia





Aracnofobia: Paura dei ragni. Definizione ampliata: È definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata dei ragni. E' conosciuta anche come aracnefobia.Si tratta di una fobia molto comune, probabilmente la più estesa delle fobie agli animali. Diverse persone la vivono in diversi gradi. Nei casi più seri, il panico può esplodere persino visionando una fotografia di un ragno. Le reazioni delle persone che soffrono di aracnofobia sono esagerate per gli altri, e persino per gli affetti stessi. Questi tendono a restare lontano dai luoghi dove possono trovarsi ragni, o dove hanno visto ragnatele. Nel vedere una ragno da lontano, non potranno entrare nella zona, almeno non senza un importante sforzo per superare il panico.I síntomi includono sudorazione, respiro rapido, tachicardia e nausee. Questa paura dei ragni può arrivare a toccare la vita del fobico determinando il luogo di residenza, le destinazione per le vacanze e il tipo di attività nel tempo libero.Come molte altre fobie, l'aracnofobia può essere guarita realizzando un trattamento psicologico. La cosa più comune è l'utilizzo di metodi che espongono gradatamente il fobico all'animale che lo terrorizza. Tuttavia, alcuni prediligono metodi di schock, in cui l'esposizione è intensa e si realizza in maniera improvvisa.


Links:


Sito web (in inglese) sull'aracnofobia:




Un sistema per guarire dall'aracnofobia (in inglese): http://www.phobiascured.com/fears/fear-of-spiders.htm


Sito del film“Aracnofobia” (1990): http://www.imdb.com/title/tt0099052/




Secondo alcuni orientamenti (...) La spiegazione è che la fobia è dovuta, nelle donne, al senso di angoscia provocato dalla paura di essere catturata, come una mosca, e lasciata cadere in qualche rete. Il ragno rappresenterebbe dunque simbolicamente l'uomo predatore e dominatore nella cui rete nessuna donna vorrebbe cadere; quanto alle zone geografiche ritengo che, come in tutte le fobie, il soggetto sia largamente influenzato dalla cultura e dai pregiudizi dell'ambiente nel quale vive. (...) In ogni caso, come lei sa, una fobia non è una paura motivata: il soggetto fobico ha un attacco di panico in situazioni del tutto tranquille per le altre persone.
Per superare questa fobia dunque le consiglierei di esporsi gradualmente all'evento-stimolo, che in questo caso sono i ragni. Se si farà aiutare da uno psicologo, sarà un percorso più semplice e più efficace. Oltre che una psicoterapia breve, di tipo cognitivo-comportamentale (molto efficace per combattere le fobie, di qualsiasi genere), mi consenta di consigliarle anche un bel sito sui ragni, che ho scoperto da poco e che mi sembra molto ben fatto: si chiama aracnofilia.it.
Frequentarlo ogni giorno può essere per lei un'ottima autoterapia di desensibilizzazione, ci provi e mi faccia sapere.
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venerdì 25 febbraio 2011

Attacchi di panico


Attacchi di panico
Gli attacchi di panico sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante.Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per "paura della paura" che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta "agorafobia", ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.Diventa così pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo del suo disturbo, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere "grande e grosso" ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria. La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi di panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi pssono diventare più prevedibili.Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia. Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico e disturbi di panico.
Sintomi attacchi di panico

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