Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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domenica 27 febbraio 2011

L’Onu vuol processare Gheddafi all’Aia

L’Onu vuol processare Gheddafi all’Aia
Ventitré tra familiari di Gheddafi e dignitari del suo regime: sono i destinatari delle sanzioni che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si appresta a votare. Gli otto figli del raìs (Khamis, Hannibal, Muhammad, Seif el Islam, Seif el Arab, Mutassim, Saadi e Aisha, l’unica femmina), i cugini Sayyed e Ahmed Gadhaf al-Dam (al vertice dei servizi segreti libici), il comandante dell’esercito, il ministro della Difesa e il capo dell’intelligence non potranno varcare i confini della Libia e si vedranno bloccare i loro beni all’estero. Deciso anche un embargo sulla vendita di armi. Provvedimenti che ricalcano quelli presi alcune ore prima con un decreto presidenziale da Barack Obama per conto degli Stati Uniti. Il presidente ha rotto ogni indugio, attaccando frontalmente il dittatore libico chiedendogli per la prima volta in modo diretto ed esplicito di lasciare subito il potere. Un passo - ribadito con forza in una conversazione con la cancelliera tedesca Merkel - che molti in America aspettavano con ansia. La risoluzione Onu sarebbe già stata votata se non fosse per un punto molto delicato, che riguarda il rinvio di Gheddafi alla Corte Penale Internazionale dell’Aia in quanto responsabile di crimini contro l’umanità nei confronti del suo stesso popolo. Su questo aspetto della risoluzione si sono scontrate le diverse sensibilità degli occidentali e dei cinesi: i primi volevano che la risoluzione decidesse di «riferire sulla situazione in Libia al procuratore della Corte Penale Internazionale», ma Pechino - evidentemente consapevole che la propria condotta nei confronti dei suoi stessi cittadini potrebbe un giorno costarle lo stesso trattamento - insiste per un più generico riferimento a una possibile azione della Corte stessa.Le dichiarazioni dei leader dei principali Paesi del mondo testimoniavano ieri di una volontà ormai comune di chiudere l’epoca gheddafiana in Libia: per usare le chiare parole del capo della diplomazia tedesca Guido Westerwelle, «Gheddafi non può più restare al potere: una dinastia che dichiara una guerra brutale al suo stesso popolo è finita». Il ministro degli Esteri Franco Frattini si mantiene in contatto con i colleghi delle maggiori potenze mondiali con il fine condiviso di «metter fine al più presto all’orribile violenza cui stiamo assistendo in Libia». Frattini ricorda però che per l’Italia «la Libia resta un Paese importante e di riferimento per l’approccio multilaterale della nostra politica estera che guarda all’Africa non più come un problema, bensì come un’opportunità». Domani il responsabile della Farnesina sarà a Ginevra per la sessione ministeriale del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu e coglierà l’occasione per spiegare la posizione dell’Italia (chiara condanna delle violenze ma giusta preoccupazione per una serie di possibili ricadute di una situazione molto delicata) ai colleghi stranieri, tra cui l’americana Hillary Clinton.Sul terreno in Libia la situazione resta complessa. I rivoltosi controllano buona parte del Paese e l’ex ministro della Giustizia Mustafa Abdeljalil ha detto di esser pronto a formare un nuovo governo a interim che avrà sede a Bengasi. La posizione di Gheddafi non sembra però così compromessa dal punto di vista militare. Un contrattacco delle forze fedeli al Colonnello sulla città di Misurata sarebbe stato respinto ieri dai ribelli, mentre a Tripoli regna una calma apparente, interrotta da qualche occasionale sparatoria; anche a Sabratha, celebre località archeologica non lontano dal confine tunisino, si è sparato e ci sarebbero stati dei feriti.
In questo contesto il figlio di Gheddafi Seif el Islam ha preso la parola tentando di avviare un negoziato con i ribelli, che rifiutano l’approccio. Il presunto delfino riformista del raìs ha rilasciato diverse interviste a televisioni straniere, nelle quali ha cercato di sdrammatizzare il clima: ha per esempio definito «barzellette» i resoconti sulle migliaia di morti e feriti nella repressione e sui raid aerei contro i manifestanti ostili al regime e ha negato che mercenari africani abbiano partecipato agli scontri. Il figlio del Colonnello asserragliato a Tripoli ha detto chiaramente che «la Cirenaica non può separarsi dal resto della Libia» e ha invitato i rivoltosi ad accordarsi con il governo. Curiosamente però si è contraddetto su un punto fondamentale, quello del rischio di una guerra fratricida in Libia. Parlando dapprima con l’inglese Channel Four ha detto che suo padre «è di buonumore perché non c’è più un rischio di guerra civile», poi con Al-Arabiya ha sostenuto il contrario: «Tutto è possibile: sono visibili i segni di una guerra civile e di interferenze straniere».
fonte: http://www.ilgiornale.it/interni/lonu_vuol_processare_gheddafi_allaia/27-02-2011/articolo-id=508632-page=1-comments=1

domenica 16 gennaio 2011

Il campo di prigionia di Guantánamo







Il campo di prigionia di Guantánamo è una struttura detentiva di massima sicurezza statunitense interna alla base navale di Guantanamo sull'isola di Cuba.
Indice[nascondi]
1 Apertura ufficiale
2 Detenuti e modalità di detenzione
3 Chiusura
4 Note
5 Bibliografia
6 Voci correlate
7 Altri progetti
8 Collegamenti esterni

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Apertura ufficiale [modifica]
Dall'11 gennaio 2002, il governo degli Stati Uniti ha aperto un campo di prigionia all'interno della base[1][2].
Detenuti e modalità di detenzione




Vi sarebbero detenute, secondo stime non ufficiali, oltre 250 persone (circa 550 sono state rilasciate nel 2002) che il governo americano riterrebbe collegate ad attività terroristiche. Solo per 10 di queste è stato formalizzato un capo d'imputazione con conseguente rinvio a giudizio.
Circa le modalità di funzionamento della parte carceraria della base, si sono levate polemiche circa le condizioni di reclusione e l'effettivo status giuridico-fattuale dei reclusi. Da parte di alcuni osservatori si sostiene infatti che i reclusi non sarebbero classificati dal governo USA come prigionieri di guerra, né come imputati di reati ordinari (il che potrebbe garantire loro processi e garanzie ordinarie), ma sarebbero invece ristretti come detainees (detenuti) senza dichiarato titolo.
Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha diffuso alcune fotografie dei detenuti nella base militare. L'ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha dichiarato che questi prigionieri sarebbero "combattenti irregolari" cui non si applica "alcuno dei diritti della Convenzione di Ginevra". Essi "non saranno considerati come prigionieri di guerra, perché non lo sono", ha precisato.
L'Alto Commissario per i Diritti dell'Uomo dell'ONU, Mary Robinson, ha protestato contro l'atteggiamento degli Stati Uniti. L'ex-presidente della Repubblica d'Irlanda ha insistito sugli "obblighi internazionali, che vanno rispettati". Rispondendo il 21 gennaio alle critiche mosse da altri paesi (alcuni dei quali alleati) contro il trattamento inflitto ai prigionieri, Rumsfeld ha infine affermato che esso sarebbe conforme "nelle parti essenziali" alla Convenzione di Ginevra.[senza fonte]
Il 29 giugno 2006, in occasione dell'appello di un detenuto, Salim Ahmed Hamdan, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito la violazione della Convenzione di Ginevra e il Codice di Giustizia Militare statunitense dovuta:
alle modalità di detenzione dei prigionieri all'interno della base di Guantánamo ed
ai tribunali militari speciali istituiti per giudicarne i detenuti.
La legislazione approvata a dicembre 2005 (legge sul trattamento dei detenuti del 2005) ha revocato il diritto dei detenuti di Guantánamo di presentare istanze di habeas corpus presso corti federali statunitensi contro la loro detenzione o trattamento, permettendo soltanto limitati appelli contro le decisioni dei Tribunali di revisione dello status di "combattente" e delle commissioni militari. È così stato messo in discussione il futuro di circa 200 casi in corso in cui i detenuti avevano presentato ricorso contro la loro detenzione in seguito a una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2004 che aveva decretato il loro diritto a presentare tali ricorsi.
Amnesty International, nel rapporto 2006[3] riporta che:
I Tribunali di revisione dello status di combattente (CSRT) istituiti dal governo nel 2004, hanno reso noto, nel marzo 2004, che il 93% dei 554 detenuti esaminati erano da considerarsi a tutti gli effetti “combattenti nemici”. I detenuti non avevano un rappresentante legale e molti di loro hanno rinunciato a partecipare alle udienze dei CSRT, che potevano avvalersi di prove segrete e di testimonianze estorte sotto tortura.
nell'agosto 2005, un imprecisato numero di reclusi ha ripreso lo sciopero della fame già iniziato a giugno per protestare contro la perdurante mancanza di accesso a una corte indipendente e contro le dure condizioni di detenzione, che sarebbero state caratterizzate anche da violenze e pestaggi. Più di 200 detenuti (cifra contestata dal Dipartimento della Difesa) avrebbero partecipato almeno a una fase della protesta. Diversi detenuti hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni fisiche e verbali e venivano alimentati a forza: alcuni hanno riportato lesioni causate dall'inserimento brutale di cannule e tubi nel naso. Il governo ha negato qualsiasi maltrattamento. A fine anno lo sciopero della fame era ancora in corso.
a novembre 2005 tre esperti in diritti umani delle Nazioni Unite hanno declinato l'offerta di visitare la base di Guantánamo presentata dal governo degli Stati Uniti, poiché quest’ultimo aveva posto restrizioni contrastanti con quanto normalmente stabilito dagli standard internazionali sulle ispezioni di questo tipo.
Per quanto desti scandalo la prigione, alcuni detenuti sembrano preferirla a quelle dei propri paesi. Due ex-detenuti tunisini hanno chiesto aiuto a Human Rights Watch per le torture ricevute in patria. Un prigioniero algerino ha fatto ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti invocando il suo diritto a non essere scarcerato, temendo torture nel suo paese d'origine.[4]
Chiusura [modifica]


Nel dicembre 2008 inizia a essere affrontato il problema della chiusura della prigione, dopo che il neoeletto presidente Barack Obama ha manifestato tale intenzione.[5] Il 21 gennaio 2009 il Presidente statunitense firmò l'ordine di chiusura del carcere (ma non della base militare), che sarebbe dovuto essere smantellato entro l'anno. Tale promessa, ad un anno di distanza dall'annuncio, si è rivelata disattesa, tramutandosi forse nel primo "failure to deliver" della presidenza Obama. [6]
Note [modifica]
^ Prigionieri talebani, ponte aereo verso la Corte marziale Usa
^ Taliban in catene nella base Usa
^ Amnesty International: rapporto 2006 sugli Stati Uniti d'America
^ Corriere della sera. URL consultato il 29/10/2007.
^ Guantanamo, l'Europa accoglie i detenuti - repubblica.it
^ FoxNews Failure to Close Guantanamo Could Haunt Obama - FoxNews
Bibliografia [modifica]
Maddalena Oliva, Fuori Fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto, Bologna, Odoya 2008. ISBN 978-88-628-8003-9.
Voci correlate [modifica]
Base navale di Guantanamo
Tortura
Waterboarding
Altri progetti [modifica]
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Campo di prigionia di Guantánamo
Collegamenti esterni [modifica]
Hamdan v. Rumsfeld. Se il diritto si svuota dei suoi contenuti, di Matteo Tondini, in Forum di Quaderni Costituzionali, luglio 2005. Commento della Sentenza della Corte d'Appello USA sul caso Hamdan (Il giudizio in parola precede quello della Corte Suprema del giugno 2006).
Materiali dell'Associazione italiana dei costituzionalisti - Guantánamo: un buco nero nella “terra della libertà”
Modello Guantánamo, sullo status dei prigionieri
(IT) Rapporto da Le Monde diplomatique sulla condizione dei prigionieri di Guantanamo (19/02/2004)
Diritti umani nell'America del XXI secolo - di Roberto Oliveri del Castillo, magistrato
Immagini dal campo di Guantanamo
Inchiesta su Camp X-Ray a Guantanamo su Vera Informazione
Spot "Chiudere Guantanamo ora!" di Amnesty International e Fandango
Petizione online di Amnesty International per chiudere Guantanamo
Un tedesco a Guantanamo, Articolo su Murat Kurnaz in Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2007
LA GUERRA ALL'INFORMAZIONE, Articolo sul carcere di Guantanamo Bay su Finanza In Chiaro, 20 giugno 2008
Failure to Close Guantanamo Could Haunt Obama, FoxNews, mancata chiusura di Guantanamo entro data prevista
[espandi]
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2001–2002
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Attentati dell'11 marzo 2004 a Madrid · Strage di Beslan
2005–2006
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2007–2008
Assassinio di Benazir Bhutto · Attentati del 26 novembre 2008 a Mumbai
Vedi anche
Prigione di Abu Ghraib · Asse del Male · Dottrina Bush · Tribunali di revisione dello status di combattente · Waterboarding · Extraordinary rendition · Guantanamo · Military Commissions Act (2006) · Programma di Sorveglianza elettronica · Protect America Act (2007) · Combattenti illegali · USA PATRIOT Act
Terrorismo · Guerra
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_prigionia_di_Guant%C3%A1namo"

domenica 18 ottobre 2009

UNA PRESA DI POSIZIONE SCANDALOSA DA PARTE DEL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI DELL’ONU

UNA PRESA DI POSIZIONE SCANDALOSA DA PARTE DEL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI DELL’ONU

Venerdì 16 ottobre c.a. l’ONU ha approvato il rapporto Goldstone che accusa il movimento islamico radicale palestinese Hamas di aver commesso crimini di guerra nel conflitto del dicembre/gennaio scorsi sulla striscia di Gaza nel corso dell’operazione “Piombo Fuso” organizzata da Israele. Non ho intenzione di citare i Paesi che hanno votato a favore né tanto meno quelli che si sono astenuti. Voglio parlare del fatto che oltre ad Hamas è stata condannata anche Israele. Chi ha votato contro la sola condanna di Israele sono stati 6 Paesi : USA , Olanda, Ungheria, Slovacchia, Ucraina ed Italia. Questo documento lo possiamo dividere in due parti: una parte giusta e una parte completamente da rivedere. La parte giusta è quella in cui noi approviamo l’intervento di Israele nei confronti di terroristi integralisti islamici di Hamas; la parte che invece non condividiamo è quella in cui vengono considerati crimini le azioni che Tel Aviv ha svolto, giustamente, nei confronti di un gruppo di tagligole. Il termine “crimini di guerra” addebitato ad Israele è da ritenersi del tutto sbagliato e quanto meno inopportuno. Se non altro si sarebbero dovuti ricordare che a Gaza Israele ha svolto un’operazione sì di guerra ma al terrorismo. Conseguentemente dichiaro e confermo e mantengo la mia assoluta solidarietà nei confronti del Governo israeliano, della Stella di David e mi limito a dire che quello che è stato fatto doveva essere fatto. FORZA ISRAELE!
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