Pietro Berti

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sabato 25 dicembre 2010

Padre Giuseppe Puglisi: l'antimafia


da wikipedia
Padre Giuseppe Puglisi meglio conosciuto come Pino, (Palermo, 15 settembre 1937Palermo, 15 settembre 1993) è stato un presbitero italiano, ucciso dalla mafia il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Il 15 settembre 1999 il cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio .
Biografia [modifica]
Nasce il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio, la madre sarta).
A 16 anni, nel 1953 entra nel seminario palermitano da dove ne uscirà prete il 2 luglio 1960 ordinato dal cardinale Ernesto Ruffini.
Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della Chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.
Nel 1963 è nominato cappellano presso l'orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. È in questi anni che Padre Puglisi comincia a maturare la sua attività educativa rivolta particolarmente ai giovani.
Il 1º ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano un paesino della provincia palermitana che in quegli anni è interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L'opera di evangelizzazione del prete riesce a far riconciliare le due famiglie. Rimarrà parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978.
Dal 1978 al 1990 riveste diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l'Azione cattolica, e la Fuci.
Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Qui inizia la lotta antimafia di Don Pino Puglisi.
Nel 1992 viene nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo.
Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione.
Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56º compleanno viene ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa. Il 2 giugno qualcuno mura il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino la porta.
Le circostanze della morte [modifica]
Il 19 giugno 1997 viene arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli comincia a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembra intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso ha raccontato le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo"[1]. Condannato a 16 anni dalla Corte d'Assise di Palermo, è stato scarcerato nel 2000 dopo aver scontato una pena effettiva inferiore a due anni di reclusione. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano viene condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, viene condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete[2].
Sulla sua tomba, nel Cimitero di Sant'Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Il 15 settembre 2003, per la commemorazione del X anniversario del martirio di Padre Pino Puglisi, le poste italiane hanno concesso due annulli speciali all'ufficio postale di Godrano e all'ufficio postale Palermo 48. Quest'ultimo porta il ricordo del centro Padre Nostro, mentre quello godrNote [modifica]
^ Intervista Salvatore Grigoli a Famiglia Cristiana, [1]
^ Cronologia della Mafia
^ Don Giuseppe Puglisi: vita, insegnamento e martirio - cap IV - Si, ma verso dove? in padrepinopuglisi.diocesipa.it. URL consultato il 13 luglio 2010.
Bibliografia [modifica]
Francesco Anfossi. E li guardò negli occhi. Milano, Edizioni Paoline, 2005.
Francesco Anfossi. Puglisi-un piccolo prete tra i grandi boss. Milano, Edizioni Paoline, 1994.
Francesco Deliziosi. Don Puglisi, vita del prete palermitano ucciso dalla mafia. Milano, Mondadori, 2005.
Francesco Deliziosi. 3P-Padre Pino Puglisi, la vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia. Milano, Edizioni Paoline, 1994.
Roberto Faenza. Alla luce del sole. Un film di Roberto Faenza. Roma, Gremese, 2005.
Bianca Stancanelli. A testa alta. Don Puglisi: storia di un eroe solitario. Torino, Einaudi, 2003.
Lia Cerrito. Come in cielo così in terra. Milano, San Paolo, 2001.
Augusto Cavadi, in Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Candida Di Vita, Don Pino Puglisi, Francesco Lo Sardo, Lucio Schirò D'Agati, Giorgio La Pira, Peppino Impastato), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004.
Suor Carolina Iavazzo. I figli del vento. San Paolo Edizioni, marzo 2007.
Voci correlate [modifica]
Alla luce del sole, film di Roberto Faenza sulla vita di Don Puglisi, con Luca Zingaretti.
A testa alta. Don Giuseppe Puglisi: storia di un eroe solitario, libro di Bianca Stancanelli sulla vita di Don Puglisi, edito da Einaudi
Altri progetti [modifica]
Wikiquote contiene citazioni di o su Pino Puglisi anese riporta la frase "Si, ma verso dove?", motto preferito da padre Pino[3].
Don Giuseppe Puglisi: vita, insegnamento e martirio - VIII - Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II il 17 settembre '93 alla Verna, il monte dove San Francesco ricevette le stimmate, pronunciò queste parole: "Da un luogo di pace e di preghiera, non posso che esprimere il dolore con il quale ho appreso ieri mattina la notizia dell'uccisione di un sacerdote di Palermo, don Giuseppe Puglisi. Elevo la mia voce per deplorare che un sacerdote impegnato nell'annuncio del Vangelo e nell'aiutare i fratelli a vivere onestamente, ad amare Dio e il prossimo, sia stato barbaramente eliminato. Mentre imploro da Dio il premio eterno per questo generoso ministro di Cristo, invito i responsabili di questo delitto a ravvedersi e a convertirsi. Che il sangue innocente di questo sacerdote porti pace alla cara Sicilia". Un anno dopo, nel novembre '94, per due volte - durante le visite a Catania e a Siracusa - il Pontefice, mentre invocava la protezione di alcuni santi e beati siciliani, rammentò il sacrificio di "3P" definendolo "coraggioso testimone del Vangelo". L’estate del ’93, immediatamente precedente al delitto Puglisi, era stata la stagione delle bombe di mafia: a Roma in via Fauro (14 maggio), a Firenze in via dei Georgofili, nei pressi degli Uffizi (27 maggio), a Milano in via Palestro (27 luglio) e di nuovo a Roma, in quella stessa notte, avanti alle chiese di San Giovanni in Laterano (sede del vicario del Papa a Roma, il cardinale Camillo Ruini) e San Giorgio: 10 morti (tra cui due bambini), 95 feriti, danni per miliardi al patrimonio artistico. Secondo i collaboratori di giustizia, un altro attentato era stato preparato per settembre: un’auto imbottita di tritolo doveva esplodere davanti allo stadio Olimpico di Roma. Era già pronta una Lancia Thema rubata, carica di tritolo: rimase parcheggiata per lungo tempo in un piazzale. Il piano saltò proprio per la pressione delle forze dell’ordine successiva al delitto Puglisi.Le inchieste e i processi per gli attentati, riunificati a Firenze, si sono conclusi con una raffica di ergastoli. Secondo i magistrati, si trattò dell’estremo “tentativo di ricatto allo Stato” da parte di Salvatore Riina (che era stato arrestato, tra mille misteri, il 15 gennaio del ’93) e dei suoi fedelissimi, tra cui i boss di Brancaccio. Ebbene, il carcere a vita è stato inflitto a Firenze anche ai fratelli Graviano e agli altri uomini del loro gruppo di fuoco, le stesse persone condannate a Palermo per l’omicidio Puglisi, Grigoli compreso. Padre Pino era dunque un sacerdote oltremodo scomodo per quanto faceva nel quartiere, - denunce, battaglie per i diritti civili e marce antimafia – ma “pericoloso” soprattutto nel momento in cui il clan radunava le forze, trasportava armi ed esplosivi, organizzava attentati, lanciava l’assalto (la proposta di trattativa?) al cuore dello Stato partendo dal controllo militare di tutte le attività a Brancaccio.Il delitto può quindi essere valutato come una risposta delle cosche a Giovanni Paolo II, insieme con le bombe dell’estate piazzate accanto alle chiese. In quei lunghi mesi del ’93 tutta l’Italia – già scossa dagli arresti di Tangentopoli - piombò in un clima di paura. La matrice mafiosa dietro le esplosioni si andò delineando molto lentamente: era la prima volta che Cosa Nostra portava il suo sanguinoso attacco alle istituzioni lontano dalla Sicilia. Anche la Chiesa avvertì di essere nel mirino: nella monumentale biografia di Karol Wojtyla scritta dal teologo americano George Weigel – che ha avuto l’opportunità di una serie di colloqui riservati col Pontefice – dopo la ricostruzione della visita in Sicilia e dell’omelia di Agrigento (definita “la più vibrata protesta pubblica contro la mafia”) viene ricordata la tragica sequenza degli attentati e si osserva: “Non è possibile credere che la scelta del momento fosse frutto del caso… Gli attentati, così come la visita del Pontefice in Sicilia che pareva averli motivati, avevano luogo in un momento di eccezionale inquietudine nella vita pubblica italiana. Gli accordi, spesso informali e talora al di fuori della legalità, che avevano plasmato la vita politica del Paese durante la Guerra fredda stavano venendo meno”.Ancora più esplicito è questo intervento pubblico del cardinale Camillo Ruini, presidente dei vescovi italiani, pochi giorni dopo l’omicidio: “Don Puglisi era un prete esemplare, che ha testimoniato con la realtà della sua vita e della sua stessa morte come la Chiesa sulla via che conduce da Cristo all’uomo non possa essere fermata da nessuno… Non solo a Palermo una mano criminale ha colpito direttamente la Chiesa, ma anche nella capitale. San Giovanni è il cuore della Roma cristiana. Non consideriamo questi attacchi come disgiunti dagli altri che hanno ancora insanguinato il nostro Paese. Vi è infatti non solo una unità nel disegno criminale, ma anche un intimo legame tra la Chiesa e l’Italia”. Come senza precedenti era stato il discorso del Papa ad Agrigento, così senza precedenti fu la risposta dei boss, da Roma a Brancaccio.
La mafia e il Vangelo sono incompatibili. Oggi può sembrare una affermazione ovvia, ma così non era negli anni Cinquanta e Sessanta. In Sicilia non tutti i sacerdoti, non tutti i vescovi avvertirono per tempo come il male si stesse annidando nei gangli vitali della società. Molti storici, anche di parte ecclesiale, parlano di una “sottovalutazione”, se non di una “coabitazione”, andata avanti per decenni, con i boss impegnati in una funzione di pacificazione sociale delle campagne e di controllo del voto in chiave anti-comunista che non dispiacque a molti esponenti della comunità cattolica. L’anatema del Papa, la morte di don Puglisi segnano un punto di non-ritorno, una eredità preziosa, messa nero su bianco in un documento del maggio ’94 dai vescovi siciliani: “Tale incompatibilità con il Vangelo è intrinseca alla mafia per se stessa, per le sue motivazioni e per le sue finalità, oltre che per i mezzi adoperati. La mafia appartiene, senza possibilità di eccezione, al regno del peccato e fa dei suoi operatori altrettanti operai del Maligno. Per questa ragione tutti coloro che, in qualsiasi modo deliberatamente, fanno parte della mafia o a essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa, debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, di essere fuori della comunione della sua chiesa”. Dopo questa inequivocabile e assoluta condanna religiosa, i vescovi proponevano il modello di azione pastorale sul territorio di don Puglisi come traguardo per tutti i sacerdoti. Alla fine del ’94 anche la Chiesa di Palermo elaborava un proprio documento di svolta nella lotta contro la mafia: il testo ricordava l’impegno a “non dimenticare Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e a ricordarli come nostri familiari, per noi caduti”. Di fronte a una società cristiana solo formalmente, il documento rammentava a tutto il clero le costanti dell’impegno di don Puglisi: “Bisogna costruire una Chiesa viva, fatta di credenti più che di praticanti”; “occorre una pastorale d’insieme sul territorio”; bisogna “purificare tutte le espressioni della devozione popolare, rianimando di valori cristiani le processioni, sciogliendo comitati di festa religiosa dove prevale l’interesse economico” e “vigilare affinché si eviti ogni possibile collateralismo tra realtà ecclesiali ed uomini e partiti politici”. Occorre “rendere in ogni modo protagonisti i poveri, evitando ogni forma di marginalità ed emarginazione”.Durante il Giubileo del 2000 il nome di Puglisi è stato inserito nella lista ufficiale vaticana dei “testimoni della fede”, il cui sangue ha tristemente irrorato il Novecento.Infine, dopo aver rifiutato di costituirsi parte civile nel processo penale – con una decisione che alla fine del ’95 suscitò non poche polemiche e pesanti accuse da parte del pm Lorenzo Matassa – la Chiesa di Palermo ha avviato le procedure per il riconoscimento del martirio. Trascorsi i cinque anni canonici dalla morte, l’annuncio (dicembre ’98) è stato dato dal cardinale Salvatore De Giorgi, che ha fortemente creduto in questo “processo”. Si è insediata una commissione che ha riunito i testimoni e raccolto numerosi documenti: la fase diocesana del processo si è conclusa il 6 maggio del 2001, ora l’incartamento è all’esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano.Ma, prima ancora di diventare santo, "3P" rischia di diventare un "santino", di subire una imbalsamazione, un brusco allontanamento dalla vita dei fedeli? Ha scritto don Francesco Michele Stabile, coordinatore della commissione diocesana per il riconoscimento del martirio ("La Comunità", aprile 1999): "Qualcuno potrebbe pensare che la beatificazione allontanerebbe Puglisi dalla vita comune, favorendo una sua mitizzazione che accentuerebbe processi di ritualizzazione devota, anziché renderlo modello di imitazione e di testimonianza. Consapevole di questo, ritengo che in questa nostra terra di Sicilia il riconoscimento ecclesiale di questo martirio abbia invece valore di segno e costituisca una svolta verso una pietà popolare orientata alla esemplarità evangelica. Al modello taumaturgico tradizionale dobbiamo accostare i modelli dei martiri della carità, della giustizia, della pace, del servizio all'uomo e alla città". In conclusione, in una prospettiva di fede (e pur nel rispetto di quanti, con spirito laico, guarderanno con diffidenza a queste riflessioni), cosa è il martirio cristiano? E’ un particolare modo di morire, il compimento e il coronamento di una esistenza tutta ispirata all’emulazione del Cristo fin nelle sofferenze del Calvario. Il morire da martire per amore dell’uomo (“Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici” scrive l’evangelista Giovanni), per amore della Verità, è il carisma eccelso che assimila definitivamente al Cristo.Il mistero che porta in sé questa morte è allora l’imperscrutabile progetto di Dio che ha permesso il compiersi di un piano criminoso. Per trarre anche dal male, volontariamente ideato e portato a termine dagli uomini, un sigillo soprannaturale segno di salvezza.Secondo questa visione, il delitto Puglisi non è stato solo frutto di una brutale, incomprensibile violenza contro un uomo inerme che sorride. Ma un segreto di vita, un dono sconvolgente di purificazione attraverso il quale Dio ha parlato, ha provato e ha provocato tutta la comunità. Se il martirio verrà accertato, la Chiesa non avrà bisogno di constatare miracoli o guarigioni da attribuire a don Puglisi per includerlo nel novero dei beati. La manifestazione dello Spirito Santo, qui e ora, nella Palermo di oggi, sarà quello sparo: con un paradosso da vertigine l’ortodossia del magistero cattolico affida proprio al segno dell’apparente resa il messaggio, il “kèrygma”, l’annuncio di fede rigeneratore. Il seme divino che entra nella storia dell’uomo. E se la Chiesa, tutta la Chiesa - al di là dei documenti -, saprà fare propria questa lezione, allora – per davvero – la figura del piccolo prete di Brancaccio, caduto sotto i colpi della violenza omicida, non porterà più su di sé i segni cruenti della sconfitta, ma le stimmate di una dignità feconda, carica della forza della risurrezione.

mercoledì 22 dicembre 2010

I processi al Generale Mori: chi perseguita un eroe dell'antimafia?


Mario Mori (Postumia, 16 maggio 1939) è un generale e prefetto italiano. È stato comandante del ROS e direttore del SISDE. dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mori
Biografia [modifica]
Nato a Postumia (TS) il 16 maggio 1939, si diploma a Roma, al liceo classico Virgilio, e, successivamente, presso l’Accademia Militare di Modena, completa gli studi e la formazione militare, fino a conseguire, nel 1965, la nomina al grado di tenente dei Carabinieri.
Primi incarichi nell’Arma dei carabinieri [modifica]
Come primo incarico, nel 1965, assume il comando di una Compagnia del IV Battaglione carabinieri di Padova, per poi essere destinato, nel 1968, alla tenenza di Villafranca di Verona, sempre come comandante. Dal 1972, per tre anni, svolge servizio presso il SID (Servizio Informazioni Difesa), a Roma, quindi, nel 1975, con il grado di capitano, viene trasferito al Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Napoli, dove rimarrà per altri tre anni.
L’antiterrorismo e gli anni con il generale Dalla Chiesa [modifica]
Il 16 marzo del 1978, il giorno del sequestro dell’on. Aldo Moro, Mori viene nominato comandante della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo di Roma, iniziando un lungo periodo che lo vedrà protagonista nella lotta al terrorismo. Sulla scia dei gravissimi fatti di quell’anno, culminati con il ritrovamento del corpo dell’on. Moro il 9 maggio in via Caetani a Roma, il successivo 9 agosto, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa viene nominato dal governo "coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta al terrorismo". Le Sezioni anticrimine - reparti creati dall’Arma dei carabinieri per il contrasto al terrorismo e dislocati nei centri più sensibili al fenomeno - vengono a costituire la componente operativa ed investigativa più efficace e specialistica nel settore. Sono numerosi gli arresti effettuati in quel periodo dalla Sezione anticrimine guidata da Mori, tra questi spiccano quelli di Barbara Balzerani, Luciano Seghetti, Remo Pancelli, Francesco Piccioni, Walter Sordi, Pietro Mutti, Fabrizio Zani ed altri estremisti di destra e sinistra.
A Palermo [modifica]
Nel 1986, con il grado di tenente colonnello, dopo due anni di servizio presso lo Stato Maggiore dell’Arma dei carabinieri, Mori assume il comando del Gruppo carabinieri Palermo 1, incarico che manterrà fino al settembre 1990. Sono anni difficili in Sicilia, anni in cui la mafia, capeggiata da Salvatore Riina, non esita ad eliminare chiunque venga considerato un ostacolo per “cosa nostra” e per le sue numerose attività illecite. Proprio in questo periodo passato a Palermo Mario Mori inizia a conoscere la mafia, le origini e il suo radicamento sul territorio che deriva dalla forza dell’intimidazione prodotta dal vincolo associativo che la caratterizza e da cui scaturiscono condizioni di assoggettamento ed omertà per chi è costretto a conviverci. Mori capisce che contro un fenomeno di questo tipo i metodi investigativi utilizzati per disarticolare altre organizzazioni criminali, da soli, non possono essere pienamente efficaci e comunque non risolutivi . Per combattere la mafia occorre uscire dal classico schema investigativo fino al momento adottato, mirando piuttosto e soprattutto ad individuare e disarticolare le connessioni e le collusioni stabilmente intrecciate da “cosa nostra” con il mondo politico-imprenditoriale. In poche parole colpire la mafia nel suo principale centro d’interesse: quello economico. Negli anni passati a Palermo, oltre a sviluppare un’approfondita conoscenza del fenomeno mafioso, il tenente colonnello Mori incontra alcuni giovani ufficiali, in quel periodo alle sue dipendenze, che si distinguono per capacità ed impegno, tanto da diventare, nel vicino futuro, l’asse portante del costituendo ROS dei carabinieri.
Il ROS [modifica]
Il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) nasce il 3 dicembre del 1990, e il tenente colonnello Mori ne è uno dei fondatori. La struttura, individuata quale Servizio Centrale Investigativo, assume, per l’Arma dei carabinieri, la competenza a livello nazionale delle indagini nel settore della criminalità organizzata e terroristica. Affidato inizialmente al comando del generale Antonio Subranni, è Mori a curarne la definizione della struttura ordinativa e della dottrina d’impiego, assumendo anche il comando del I Reparto, quello con competenza investigativa sulla criminalità organizzata. Il periodo passato al ROS sarà lungo, impegnativo e ricco di soddisfazioni; nel tempo Mori ne diventerà prima vice comandante, agosto 1992, con il grado di Colonnello, e poi, promosso Generale di Brigata nel 1998, comandante. L’esperienza maturata nei quattro anni passati a Palermo si rivela fondamentale e le indagini, per quanto riguarda il contrasto a “cosa nostra”, già avviate in passato, proseguono con nuovo impulso, sempre orientate, come indirizzo strategico, verso il settore economico-imprenditoriale. Ne deriva così anche un’articolata informativa che, curata dall’allora capitano Giuseppe De Donno, viene consegnata, il 20 febbraio del 1992, alla Procura di Palermo. La specifica indagine, divenuta nota come “mafia ed appalti”, viene inizialmente sostenuta dal dr. Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, dal dr. Paolo Borsellino che la considera non solo un salto di qualità nella lotta a “cosa nostra”, ma anche e soprattutto la causa scatenante della strage di Capaci, dove perdono la vita l’amico magistrato, la moglie Francesca Morvillo e due agenti di scorta. Tale indagine, tuttavia, non trova pari accoglienza nei responsabili della Procura della Repubblica di Palermo, tanto che si producono una serie di contrasti tra la Procura stessa ed il Comando del ROS in merito alla conduzione delle indagini, contrasti destinati a perdurare nel tempo. In particolare le incomprensioni iniziali si riferiscono a quell’aspetto dell’indagine che prende in esame le connivenze tra “uomini d’onore” da una parte e politici dall’altra, per i quali la Procura di Palermo chiederà ed otterrà l’archiviazione dell’inchiesta il 20 luglio 1992, il giorno dopo la morte di Paolo Borsellino nella strage di via D'Amelio. Da quella parte dell’informativa “mafia e appalti” sopravvissuta, scaturiscono diverse vicende investigative che portano all’arresto dei una serie di imprenditori considerati molto vicini ai vertici di “cosa nostra”, come Angelo Siino, Giuseppe Li Pera, Giuseppe Lipari, Antonio Buscemi, Filippo Salamone ed altri, tutti coinvolti in attività imprenditoriali illecite riconducibili ad interessi mafiosi. Questa tipologia d’indagine, riproposta, d’intesa con le Direzioni Distrettuali Antimafia competenti, anche nel contrasto alle altre forme di delinquenza mafiosa, quali la ‘ndrangheta, la camorra e la criminalità pugliese, confermerà la sua validità ottenendo eccellenti risultati pratici con lo smantellamento di pericolosi ed agguerriti sodalizi criminali.
La cattura di Riina [modifica]
L’attività di contrasto a "cosa nostra" sviluppata da parte del ROS è ovviamente consistita anche nella ricerca dei latitanti dell’organizzazione, che ne costituiscono la vera e propria spina dorsale. Il 15 gennaio 1993 il capitano Sergio De Caprio, noto anche come capitano "Ultimo", a capo di una squadra di pochi, ben addestrati carabinieri, grazie ad attività investigativa sviluppata con intuizione, abnegazione, spirito di sacrificio e senso del dovere, opera l’arresto di Salvatore Riina, capo indiscusso della mafia siciliana. Per tale episodio Mori e De Caprio verranno processati con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di “cosa nostra”, non per la mancata perquisizione dell’abitazione del Riina dopo il suo l'arresto come i più ritengono, ma per avere omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di osservazione alla casa era stato sospeso. Il dibattimento si concluderà con l'assoluzione sancita dal Tribunale di Palermo perché "il fatto non costituisce reato", con sentenza del 20 febbraio 2006, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione - divenuta irrevocabile l'11 luglio 2006[1]. Nel dettato della sentenza i giudici, prese in considerazioni tutte le testimonianze ed i verbali disponibili, oltre ad assolvere Mori e De Caprio per i reati imputati, ribadiranno che “l'istruzione dibattimentale ha consentito di accertare che il latitante (Riina, ndr) non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio”.
L'accusa di favoreggiamento e l'assoluzione [modifica]
Mori è stato rinviato a giudizio dalla procura di Palermo insieme a Sergio De Caprio, entrambi furono poi prosciolti dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di “cosa nostra”. L'indagine era stata avviata dalla procura per accertare gli eventi che avevano portato alla ritardata perquisizione del "covo" di Salvatore Riina. Infatti, dopo l'arresto del boss, i carabinieri della territoriale di Palermo erano pronti a perquisire l'edificio, ma Ultimo ed il ROS, ritenendo di poter proseguire l’indagine in corso ed individuare le attività criminali dei fiancheggiatori del boss arrestato per disarticolare completamente l'organizzazione, chiesero la sospensione della procedura per "esigenze investigative" che fu concessa dalla procura - stando a quanto afferma l'allora procuratore Caselli - «in tanto in quanto fosse garantito il controllo e l' osservazione dell' obiettivo». [2]
Diciotto giorni dopo si scoprì che quell'osservazione era stata sospesa prematuramente dai carabinieri, all'insaputa della procura e senza che fosse stata effettuata alcuna perquisizione. Nel frattempo il "covo" era stato ormai abbandonato dalla famiglia di Riina e completamente svuotato. De Caprio e Mori sostennero che c'era stato un equivoco nella comunicazione con la procura poiché non avevano espresso l'intenzione di sorvegliare il covo in modo continuativo.
Peraltro, come riportato nelle motivazioni della sentenza del processo [3], era ben chiaro dall'inizio, sia ai carabinieri che alla procura, che decidendo di non procedere alla perquisizione, si assumeva un rischio, un rischio investigativo motivato dal raggiungimento di un obiettivo superiore. Lo stesso Tribunale di Palermo sentenzia:
« Questa opzione investigativa (la ritardata perquisizione, ndr) comportava evidentemente un rischio che l'Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l'accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell'abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell'ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella (moglie di Riina, ndr), che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina - cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell'arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo - od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell'ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti. L'osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al solo cancello di ingresso dell'intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l'allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata, e le frequentazioni del sito. »
I carabinieri definirono la sospensione dell'osservazione una «iniziativa autonoma della quale la Procura non era stata informata». Secondo i sostenitori dell'accusa di favoreggiamento sarebbero esistiti elementi indiziari per ritenere che i capi del ROS avessero mentito alla procura facendole credere che il covo sarebbe stato sorvegliato in modo continuativo. De Caprio ha sostenuto in sua difesa:
« Io non specificai se l' attività di osservazione sul complesso di via Bernini sarebbe o meno proseguita nei giorni successivi... Io non volevo fare sorveglianza... Quella lì era la casa di Riina. Per me, forse ho sbagliato le valutazioni, rimane la casa, l' abitazione del sangue di Riina, non la base logistica della latitanza di Riina. Per me non aveva valore investigativo come non lo ha oggi l' abitazione di Provenzano a Corleone dove ha la moglie e i figli »
Secondo la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia un gruppo di affiliati alla mafia entrò indisturbato portando in salvo i parenti del boss, svuotando la cassaforte e verniciando le pareti per cancellare le impronte. Tuttavia, tali dichiarazioni, giudicate “frutto di una ricostruzione certamente autorevole, ma insufficiente per trarne definitive conclusioni” dallo stesso dr. Ingroia [4] – il PM che ha sostenuto l’accusa nel relativo procedimento -, non sono mai state riscontrate nel corso di un vero e proprio dibattimento. Inoltre, nessuno di detti collaboratori ha mai dimostrato di aver personalmente verificato il contenuto della cassaforte o, quantomeno, di conoscere esattamente quanto conservato all’interno della stessa.
Il processo si concluse con l'assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”: infatti la corte, pur ritenendo la sussistenza di una erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, di gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza, pur ritenendo che “l'omessa perquisizione della casa” in cui il boss mafioso Riina aveva vissuto gli ultimi anni della sua latitanza, insieme con la sua famiglia, e “l'abbandono del sito sino ad allora sorvegliato hanno comportato il rischio di devianza delle indagini, che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera" [5] [6] [7] [8], ha stabilito la totale estraneità di Ultimo e Mori dai fatti contestati, giungendo ad una assoluzione con formula piena. La sentenza, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione - è divenuta irrevocabile l'11 luglio 2006.
Altre attività d'indagine del ROS [modifica]
L’arresto di Riina non fu certamente l’unica attività di rilievo svolta dal ROS, anche se la più eclatante. Sono numerose le indagini sviluppate, anche a livello internazionale, che hanno consentito l’arresto di pericolosi latitanti e l’eliminazioni di temibili organizzazioni criminali transnazionali. Fra le numerose operazioni vanno sicuramente citate quelle conclusesi con la cattura del boss Salvatore Cancemi, di Angelo Siino, indicato quale Ministro dei Lavori Pubblici di “cosa nostra”, dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, lo smantellamento del clan dei Cuntrera-Caruana e quello di Gaetano Fidanzati ed i suoi figli, veri snodi del traffico della droga tra l’Europa e le Americhe.
Dopo il ROS [modifica]
Nel 1999, il Comando generale dell’Arma dei carabinieri decide di sostituire Mori al comando del ROS, destinandolo a comandare la "Scuola ufficiali carabinieri" di Roma. Il trasferimento del generale viene definita una “promozione”, in quanto destinato al comando di un Reparto di prestigio e sicuro trampolino di lancio per un’ancor più brillante carriera. Tuttavia uguale considerazione non viene riservata ad alcuni dei più stretti collaboratori di Mori che, nello stesso periodo, o in altri immediatamente successivi, lasciano il ROS per l’impiego in incarichi certamente meno prestigiosi e rilevanti. Dura due anni il periodo alla Scuola ufficiali e nel gennaio del 2001 il generale Mori diventa comandante della "Regione carabinieri Lombardia", incarico che manterrà fino al 1 ottobre 2001, quando lascerà definitivamente l’Arma dei carabinieri.
Direttore del SISDE [modifica]
Il 1 ottobre del 2001 Mario Mori viene nominato prefetto e direttore del SISDE, il Servizio Informazioni per la Sicurezza Democratica, che verrà da lui diretto sino al 16 dicembre 2006. Questo periodo è caratterizzato dalla crisi originata dall’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 e dal conseguente accentuarsi del contrasto alle iniziative terroristiche portate essenzialmente dal fondamentalismo islamico. Il SISDE contribuisce in quel periodo ed in maniera significativa ad evitare che l’Italia diventi oggetto di clamorose azioni stragiste che invece colpiscono altre nazioni occidentali, individuando soggetti ed organizzazioni operanti sul nostro territorio collegati con i gruppi rifacentesi ad Al Qaeda, sventandone le iniziative illegali. Contestualmente il Servizio controlla il panorama criminale italiano e contribuisce in maniera determinante a frustrare, con l’operazione “Tramonto” i cui esiti vengono messi a disposizione dell’Autorità giudiziaria milanese, un tentativo di ricostituzione delle Brigate Rosse. Significativa anche la cattura all’estero, dopo una difficoltosa ricerca in diversi paesi del Nord-Africa, di Rita Algranati, esponente delle Brigate Rosse, uno degli ultimi responsabili dell’omicidio dell'on. Moro ancora in libertà.
Dopo il SISDE [modifica]
Dall’estate del 2008, il prefetto Mori svolge attività di consulenza nel settore della sicurezza pubblica per conto dell’on. Gianni Alemanno, Sindaco di Roma.
Vicende attuali [modifica]
Il gen. Mori è attualmente sotto processo da parte del Tribunale di Palermo[9], insieme al colonnello Mauro Obinu, per favoreggiamento alla mafia, a causa della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano. Secondo il testimone d'accusa, colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso (PA), indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da "cosa nostra" subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia. Nel processo si è poi aggiunta la testimonianza di Massimo Ciancimino, il quale riferisce di contatti, peraltro già ammessi in più sedi giudiziarie da Mori e da un altro ufficiale dei Carabinieri, con il padre Vito Ciancimino. Secondo il Ciancimino, per instaurare una trattativa con “cosa nostra” così da giungere ad una sospensione della strategia stragista attuata all’epoca, secondo Mori ed il suo dipendente, per acquisire notizie sull’organizzazione mafiosa e realizzare la cattura dei grandi capi mafia.
Il 27 ottobre 2010 gli ambienti investigati hanno confermato la notizia dell'inscrizione del generale nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa[10].
Onorificenze [modifica]

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana

Medaglia militare al merito di lungo comando (20 anni)

Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni)
Note [modifica]
^ http://www.laprivatarepubblica.com/overruling/Covo%20Riina%20-%20Tribunale%20-%2020-2-2006.pdf
^ http://archiviostorico.corriere.it/2005/novembre/08/Covo_Riina_Caselli_Ros_decise_co_9_051108049.shtml
^ http://www.laprivatarepubblica.com/overruling/Covo%20Riina%20-%20Tribunale%20-%2020-2-2006.pdf
^ http://archiviostorico.corriere.it/2004/maggio/27/Covo_Riina_bugie_inspiegabili__co_9_040527054.shtml
^ http://archiviostorico.corriere.it/2005/novembre/08/Covo_Riina_Caselli_Ros_decise_co_9_051108049.shtml
^ http://archiviostorico.corriere.it/2004/maggio/27/Covo_Riina_bugie_inspiegabili__co_9_040527054.shtml
^ http://www.quaderniradicali.it/agenzia/indexarchivio.php?op=read&nid=8522
^ http://www.ilquotidianosiciliano.it/articolo.php?id=746
^ ANSA. Mafia: Mori ostacolo' l'arresto di Provenzano. URL consultato il 27-10-2010.
^ «Trattativa Stato-mafia, il generale Mori indagato per «concorso esterno»». Corriere della sera, 27 10 2010. URL consultato in data 27-10-2010.
Collegamenti esterni [modifica]
La vera storia di un grande Carabiniere Il Foglio, 12 dicembre 2009
Il direttore del SISDE in carica (all'11 gennaio 2006) - Servizi di informazione e Sicurezza della Repubblica Italiana
27/10/2010 (14:1) - IL CASO
Concorso esterno, indagato Mori"Io la mafia l'ho sempre combattuta"
PALERMOLa notizia dell’iscrizione del generale del Ros Mario Mori nel registro degli indagati della Procura di Palermo, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, giunge durante una intensa giornata che ha visto protagoniste la Procura del capoluogo siciliano e quella di Caltanissetta. Al centro della vicenda vi è l’inchiesta sulla presunta trattativa fra Stato e mafia avvenuta all’indomani della stagione stragista tra il ’92 e il ’93, sulla quale pesano come macigni le dichiarazioni fatte ai magistrati da Massimo Ciancimino, indagato a sua volta insieme all’alto ufficiale dell’Arma. Intanto Mori, attraverso un comunicato diffuso dal suo legale, ha riferito di «non aver ricevuto nulla riguardo la nuova ipotesi di reato», e manifestato la sua «tranquillità» dichiarando la sua consapevolezza di avere solo e soltanto «combattuto la criminalità organizzata, ottenendo sempre lusinghieri risultati e mai venendo a patti con l’organizzazione mafiosa». La notizia della nuova inchiesta su Mori ha sollevato reazioni nel mondo politico, e se il Pdl, con Cicchitto, Gasparri e Quagliariello, fa quadrato intorno all’ufficiale definito «un eroe della lotta alla mafia», l’Idv con Sonia Alfano critica la strenue difesa dell’ex generale del Ros, ricordando come «eroe» sia stato definito anche Vittorio Mangano. Per quanto riguarda l’altro processo che vede coinvolto Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra insieme al maggiore Mauro Obinu, la Procura di Palermo ha depositato in cancelleria nuovi atti. Tra questi anche le deposizioni di due sottufficiali dei carabinieri che confermerebbero presunte anomalie durante una perquisizione effettuata a casa di Massimo Ciancimino nel 2005.

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