Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam

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mercoledì 16 marzo 2011

Alleato con Israele in nome della Libertà dell'Occidente (e del MO)


08/03/2011
da israele.net
LA SPUDORATA IPOCRISIA ONU VERSO LIBIA E ISRAELE Ignorare gli infamanti attacchi contro Israele non aiuta né la democrazia né la paceDi Moshe Arens http://www.israele.net/articolo,3080.htm L’ETERNO NEMICO La libertà che nel mondo arabo tanti desiderano non può fondarsi su un castello di menzogneEditoriale del Jerusalem Post http://www.israele.net/articolo,3079.htm L’INDIFENDIBILE TESI DEL RITIRO IMMEDIATO SULLE LINEE DEL ‘67 Un tale ritiro non metterebbe a repentaglio solo Israele, ma anche i sogni di pace e democrazia in M.O.Di Ari Harow http://www.israele.net/articolo,3078.htm SOMMOSSE IN MEDIO ORIENTE E IPOCRISIA DELLA STAMPA OCCIDENTALEDa quando i mass-media hanno iniziato ad occuparsi sul serio del vero Medio Oriente?Di Carmel Gould http://www.israele.net/articolo,3077.htm SALAM NON È SHALOM, PER IL REGIME SIRIANOOggi, perseguire l’accordo con un altro dittatore arabo è un atto di pura cecitàDi Yoaz Hendel http://www.israele.net/articolo,3076.htm MA COSA ASPETTA LA NATO?La crisi libica offre l’occasione di ridisegnare la politica in MO, ridando credibilità e deterrenza all’occidenteDi Giora Eiland http://www.israele.net/articolo,3075.htm QUEL (PICCOLO) FIORE NEL DESERTOI tumulti in Medio Oriente suscitano interrogativi sull’ossessione del mondo per il minuscolo IsraeleDa un articolo di Hagai Segal http://www.israele.net/articolo,3074.htm DEPUTATI ARABI COME MERCENARI POLITICI DI GHEDDAFIDovrebbero chiedere scusa al popolo libico e ai loro stessi elettori arabo-israelianiDi Salman Masalha http://www.israele.net/articolo,3072.htm Nella sezione ISRAELE OGGI:A TEL AVIV, UNA SCUOLA DA PREMIO OSCARPremiato a Hollywood il documentario sulla scuola Bialik-Rogozin che accoglie bambini da quarantotto paesi diversi http://www.israele.net/sezione,,3073.htm Grazie per l’attenzioneLa Redazione di www.israele.net
Con alcuni software i caratteri accentati potrebbero non essere rappresentati correttamente

lunedì 7 marzo 2011

Ben Ali


[stanti i recenti fatti di Tunisia, questa voce o sezione potrebbe soffrire di recentismo]

Zine El-Abidine Ben Ali, arabo: زين العابدين بن علي‎ (Hammam-Sousse, 3 settembre 1936), è un militare e politico tunisino. È stato il secondo presidente della Repubblica di Tunisia dal 7 novembre 1987, succedendo ad Habib Bourguiba. Il suo mandato, protrattosi per più legislature, si è concluso dopo 23 anni, il 14 gennaio 2011, quando un crescendo di proteste popolari, iniziate nel 2010, ha indotto Ben Alì ad essere esiliato all'estero.
Indice[nascondi]
1 Biografia
1.1 Infanzia
1.2 Elezioni a Presidente
1.3 Regime autoritario
1.4 Fine del regime
2 Note
3 Altri progetti
4 Collegamenti esterni
[modifica] Biografia
[modifica] Infanzia
Nacque ad Hammam-Sousse il 3 settembre 1936. Mentre era studente alla Sousse Secondary School si unì alla resistenza contro il dominio coloniale francese svolgendo funzioni di collegamento con il partito regionale Neo-Destour: per questo fu temporaneamente espulso dalla scuola e imprigionato[1].
Al termine della scuola secondaria Ben Ali si guadagnò i gradi nella Special Inter-service School a Saint-Cyr, in Francia, nella Scuola di Artiglieria a Châlons-sur-Marne, in Francia, nella Senior Intelligence School in Maryland, e nella School for Anti-Aircraft Field Artillery in Texas. La sua carriera militare professionale iniziò nel 1964 come ufficiale dello Stato Maggiore tunisino, ed in questo periodo fondò il Dipartimento della Sicurezza militare e ne diresse le operazioni per 10 anni. Brevemente servì come addetto militare in Marocco e in Spagna prima di essere nominato direttore generale della Sicurezza nazionale nel 1977[2]. Nel 1980 fu nominato ambasciatore a Varsavia, in Polonia, dove rimase quattro anni. Fu poi ministro degli interni ad interim, prima di essere nominato ministro dell'interno il 28 aprile 1986 e poi Primo Ministro dal presidente Habib Bourguiba, nell'ottobre 1987[3].
[modifica] Elezioni a Presidente
Ben Ali divenne Presidente della Tunisia il 7 novembre 1987, dopo aver spinto i medici di Bourguiba a dichiarare che il presidente era inabile ed incapace di adempiere i doveri della presidenza.[4][5] La transizione si svolse in modo pacifico, in conformità con l'articolo 57 della Costituzione tunisina.[6] Lo Stato era sull'orlo del collasso economico (inflazione al 10%, debito estero che raggiungeva il 46% del PIL) e a rischio di un attacco militare da parte dell'Algeria, cui si aggiunse la scoperta di un progetto di colpo di stato da parte del radicale "Movimento di Tendenza Islamico", per il quale 76 membri dell'organizzazione furono condannati nel 1987.
In quello che passò alla storia come il "colpo di Stato medico", fu agevolato da alcuni servizi segreti tra cui il SISMI su indicazione di Bettino Craxi[7].
Nel 1999 Fulvio Martini, ex capo del servizio segreto militare italiano, ha dichiarato ad una commissione parlamentare che "Nel 1985-1987 abbiamo organizzato una sorta di golpe in Tunisia, mettendo il presidente Ben Ali come capo di Stato in sostituzione di Bourguiba ". Bourguiba, anche se era un simbolo della resistenza anticoloniale, era stato ritenuto non più in grado di governare il suo paese e la sua reazione all'integralismo islamico era stata ritenuta "un po' troppo energica" da Martini. Agendo sotto le direttive di Bettino Craxi, primo ministro italiano, e Giulio Andreotti, ministro degli esteri, Martini afferma di aver mediato l'accordo che ha portato alla transizione pacifica del potere nelle mani di Zine El-Abidene Ben Ali.[8]
[modifica] Regime autoritario
Il nuovo leader proseguì la politica filo-occidentale del predecessore. Sotto la sua presidenza l'economia tunisina nel 2007 si è classificata al primo posto in termini di competitività economica in Africa, secondo il World Economic Forum[9]. In termini di libertà, le organizzazioni non governative e i media stranieri hanno regolarmente criticato la sua politica in materia di diritti umani, l'inclinazione verso la dittatura, compresa la repressione dei suoi oppositori, e gli attacchi alla libertà di stampa. Il suo regime è stato anche caratterizzato da una generalizzazione della corruzione, della quale ha beneficiato in primo luogo la famiglia della sua seconda moglie Leila, i Trabelsi, descritta dagli osservatori come "un clan para-mafioso" [10]. La sua fortuna personale, stimata in cinque miliardi di euro depositati in conti esteri o investiti nel settore immobiliare, sarebbe soprattutto il risultato di appropriazione indebita effettuata durante i 23 anni della sua presidenza.[11].
Il partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), erede del Partito Socialista Destouriano, ha dominato la scena politica nazionale dal 1987 al 2010: nel 1999, in occasione delle prime elezioni presidenziali con due candidati, il partito ottenne il 99,66% dei suffragi. Nel 2002 Ben Ali impose una riforma costituzionale che abolì ogni limite di durata alla carica presidenziale, permettendo la sua rielezione nel 2004 con il 94,5% dei consensi.
[modifica] Fine del regime

Incontro con Colin Powell (a sinistra)

Per approfondire, vedi la voce Sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011.
A partire dal dicembre 2010 una serie di proteste popolari si è allargata a numerose città della Tunisia. I partecipanti sono scesi in rivolta per manifestare contro disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita. Le proteste, iniziate nel dicembre 2010, hanno costituito la più drammatica ondata di disordini sociali e politici in tre decenni e hanno provocato decine di morti e feriti. Ben Ali si è trovato quasi sorpreso e spiazzato da quest'insurrezione popolare, in quanto sino a quel momento mai nessuno avrebbe potuto osare così tanto e in ogni caso avrebbe trovato una repressione violenta da parte delle forze di polizia. Questa volta l'impresa di eliminare dalla scena politica Ben Ali appariva possibile. In uno scenario pieno di scontri continui (alla fine si conteranno più di 100 vittime tra civili e forze armate), il 14 gennaio 2011 il presidente ha infine abbandonato il Paese, fuggendo in esilio a Jedda in Arabia Saudita.
[modifica] Note
^ Biography in Tunisia Online. URL consultato il 11 November 2010.
^ Ben Ali’s Biography: Zine El Abidine Ben Ali, President of the Tunisian Republic, Changement.tn
^ Zine el-Abidine Ben Ali Biography Biography.com
^ Tunisian Constitution United Nations, 2009.
^ Bourguiba Described in Tunis New York Times, November 9th, 1987
^ Tunisian Constitution United Nations, 2009.
^ Sul ruolo del SISMI, allora guidato da Fulvio Martini, nel "colpo di Stato medico" del 1987, si veda, tra l'altro, Carlo Chianura, "L'Italia dietro il golpe in Tunisia". L'ammiraglio Martini: Craxi e Andreotti ordinarono al Sismi di agire. "La Repubblica" 10-10-1999. URL consultato il 22-12-2009., La Repubblica, 11 ottobre 1999, e Pierre Lethier, Argent secret: l'espion de l'affaire Elf parle, Paris, Albin Michel, 2001, p. 66 (ISBN 2-226-12186-2).
^ http://www.repubblica.it/online/fatti/afri/tuni/tuni.html
^ (EN) Africa Competitiveness Report 2007 (Forum économique mondial)
^ Julie Calleeuw, « Tunisie : les Trabelsi, une « quasi-mafia » », RTBF, 14 janvier 2011
^ « La fortune des Ben Ali en question », Europe 1, 17 janvier 2011
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Zine El-Abidine Ben Ali
[modifica] Collegamenti esterni
(AR) Sito di Ben Alì in Arabo (versione cache da www.archive.org perché il sito è stato rimosso)
estratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Zine_El-Abidine_Ben_Ali

sabato 26 febbraio 2011

Continuano gli scontri in Tunisia

Oltre 100mila manifestanti hanno sfilato ieri nelle strade di Tunisi per chiedere lo scioglimento del governo provvisorio diretto dal primo ministro Mohamed Ghannouchi. E’ la più grande manifestazione dopo le dimissioni del presidente Ben Ali, un mese fa. Se durante la giornata non si sono registrati scontri, la violenza è esplosa durante la notte: negozi saccheggiati, incendi nei commissariati di polizia, auto distrutte. Lungo il viale Habib Bourguiba, la principale arteria della capitale, decine di poliziotti e un centinaio di manifestanti si sono dati battaglia sino alle prime ore di sabato mattina. L’aria è ancora irrespirabile, satura dei gas lacrimogeni e del fumo degli incendi appiccati dai rivoltosi.Da stamani soldati, forze di sicurezza e poliziotti in civile pattugliano la città armati di manganelli, pistole e gas lacrimogeni. Gli elicotteri dell’esercito sorvolano Tunisi a bassa altitudine.Malgrado l’ingente spiegamento di forze, almeno 200 manifestanti proseguono nel loro intento di assaltare il Ministero degli Interni, protetto da filo spinato, soldati e carri armati. Nel parcheggio del Ministero sono state incendiate le auto della polizia.
Data: 26 febbraio 2011 Ora 13:02
fonte: http://www.ticinolive.ch/esteri/tunisia-in-100000-sfilano-contro-il-governo-del-premier-ghannouchi-11380.html

Muammar Gheddafi, un leader controverso al potere dal 1969


Muammar Gheddafi, un leader controverso al potere dal 1969
Il leader libico, dal panarabismo al panafricanismo


Roma, 19 feb. (TMNews) - Muammar Gheddafi, uno tra i più longevi leader arabo-musulmano, è nato a Sirte, in pieno deserto libico, in un giorno imprecisato del 1942 (si ipotizza fra giugno e settembre) da una famiglia di poveri beduini. All'età di nove anni si trasferì a Sebha dove andò a scuola e assorbì le idee provenienti dal vicino Egitto, teatro della rivoluzione di Gamal Abdel Nasser, uno dei massimi esponenti del nazionalismo arabo.
Proprio a Sebha, l'adolescente Gheddafi cominciò la sua marcia verso la rivoluzione contro il re Idris El-Senussi: l'attività politica del giovanissimo Muammar continuò all'Università di Tripoli, dove ottenne un diploma in Storia, prima di essere ammesso all'Accademia militare di Bengasi, in cui non pochi cadetti si mostrarono sensibili alle sue idee di nazionalismo panarabo ed anti-occidentale. Dopo un periodo di addestramento in un'Accademia militare inglese, Gheddafi rientrò in Libia, dove nel frattempo i fermenti di ribellione erano sempre più accesi.
Il primo settembre 1969, i libici appresero dalla radio che re Idris - da alcuni giorni partito per l'estero - era stato estromesso e che il loro paese aveva cessato di essere una monarchia. A guidare la rivolta contro il sovrano - nel ruolo di leader del Consiglio del Comando della rivoluzione - era proprio il giovanissimo Gheddafi. I suoi primi atti di governo erano in linea con i progetti coltivati in segreto negli anni precedenti: nazionalizzazione delle banche estere e delle compagnie petrolifere, nonchè la chiusura di tutte le basi militari occidentali. Panarabismo ed accentuazione dell'aderenza ai precetti islamici in tutti i settori - tra cui la proibizione della vendita e del consumo di alcolici - caratterizzano la Libia dei primi anni della rivoluzione gheddafiana. Uno dei primi provvedimenti della Libia rivoluzionaria - ormai trasformata in uno stato di polizia - fu, nel luglio 1970, l'espulsione e la confisca dei beni dei circa 20.000 italiani rimasti nell'ex "Quarta Sponda", nel periodo successivo alla fine dell'occupazione coloniale italiana, le cui tracce sono ancora presenti nell'architettura urbana e rurale di un paese che ospita anche eccelsi resti d'epoca classica greca e romana. Sempre sulla scia delle sue idee coltivate prima di giungere al potere, il colonnello di Tripoli diventò paladino di numerosi movimenti di liberazione nazionale ma anche di gruppi terroristici di tutto il mondo, che nella capitale libica trovarono sostegno morale e, soprattutto, finanziario. Parallelamente al distacco dall'alleanza politico-militare con gli occidentali, si realizzò l'avvicinamento all'Unione Sovietica e ai paesi del blocco comunista.
Sin dai primi anni di governo di Gheddafi, i rapporti con l'Italia furono tanto instabili politicamente quanto stabili - anche se a volte irti di problemi ed incomprensioni - dal punto di vista degli scambi. L'annuncio, nel dicembre del 1976, che una Banca libica - la Libyan Arab Foreign Bank - aveva acquisito circa il 13% delle azioni Fiat pagandole il doppio della quotazione di mercato, che allora era di circa 3.000 lire, suscitò profonda meraviglia nella penisola. Ma anche preoccupazioni - rivelatesi infondate - per eventuali colpi di testa di un imprevedibile dittatore arabo, ormai entrato a suon di petrodollari nel salotto buono della finanza italiana. Nella primavera del 1977, Muammar Gheddafi decise che era arrivato il momento di dare una scossa all'impianto ideologico-statuale della sua rivoluzione varando due iniziative: il cambiamento del nome ufficiale del paese da Libia in "Jamahiriyah" (letteralmente:"Stato delle Masse"); l'esposizione di una sua originale teoria politica nel "Libro Verde", in base al quale il potere reale risiederebbe nei "Comitati popolari", mentre la sua permanenza alla testa del Paese avrebbe solo lo scopo di eseguire la volontà delle masse.Il risultato principale di questo cambiamento della politica gheddafiana è stato quello di fare piazza pulita di tutte le ideologie importate e di far risaltare solo quella che lo stesso leader definisce la "Terza Via", partorita dalla sua mente senza alcun prestito all'estero. Da questo momento, la caratterizzazione islamica del paese diventò meno accentuata - pur restando la Libia nell'ambito dei paesi musulmani più osservanti - ma ciò che conta di più è l'affermazione delle idee contenute nel "Libro Verde" e dell'autore, oggetto di un culto della personalità non riscontrabile in altri paesi mediterranei contemporanei.Nonostante le innumerevoli esternazioni ufficiali che enfatizzano il ruolo delle masse, non ci sono dubbi che, a Tripoli, il potere continui a restare fermamente nelle mani del colonnello di Sirte, i cui parenti e membri della stessa tribù - un'aggregazione primaria che continua a mantenere la sua validità in tutti i Paesi arabi - sono incontestabilmente installati in tutti i centri nevralgici del Paese.Presunti coinvolgimenti di Tripoli in attentati terroristici portarono, nel 1986, al bombardamento aereo americano di Tripoli: alcune bombe cadono sulla stessa caserma che funge da abitazione di Gheddafi, causando la morte di una sua figlia adottiva. L'attentato contro un aereo di linea americano Pan Am -precipitato sulla località scozzese di Lockerbie e la cui responsabilità è attribuita ai servizi segreti di Tripoli - ebbe come conseguenza l'imposizione di sanzioni economiche sulla Libia, il cui isolamento si riflette soprattutto sulle condizioni di vita della popolazione, non certamente degne di un paese grande esportatore di "oro nero". Un altro attentato aumentò l'isolamento internazionale della Libia: quello contro un aereo della compagnia

francese UTA nel cielo del Sahara.Gli smacchi sul fronte arabo - o gli eventi da lui percepiti come tali - suggerirono a Gheddafi, dall'inizio degli anni '90, a spingere sull'acceleratore dell'unità africana. In un'intervista, non ebbe paura di affermare che il continente nero gli è "più vicino dell'Iraq o della Siria". E la retorica panafricana si fece sempre più insistente con l'avvento del terzo millennio. Il nuovo colpo di scena di un leader che ama stupire arriva nel 2003: nel dicembre di quell'anno, il colonnello decise di abbandonare il programma per la costruzione di armi di distruzione di massa. Risultato: riprendono le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e le compagnie petrolifere Usa ritornano in massa in Libia. La fine delle sanzioni economiche - alle quali erano addebitati quasi tutti i problemi del paese negli ultimi quindici anni - fanno sognare ai libici un immediato futuro sempre più roseo, la fine dell'incubo di appartenere a quelli che Washington chiama gli "Stati canaglia".Ma il nuovo "vento di Tripoli" si è finora dimostrato avaro di favori nei confronti del popolo di uno dei paesi più ricchi di petrolio e gas naturale. La grande maggioranza dei libici - ad eccezione dei vicinissimi al potere e al mondo degli affari - vive (o, meglio, sopravvive) nella precarietà, senza la possibilità di acquistare quei prodotti importati dall'Europa e dagli Stati Uniti, che impreziosiscono le vetrine di città come Tripoli e Bengasi.

lunedì 14 febbraio 2011

Rispediti a Crotone i 118 tunisini fermati a Bologna


Rispediti a Crotone i 118 tunisini fermati a Bologna
I 118 tunisini fermati alle 7 di stamani dalla Polfer in un Intercity giunto alla stazione di Bologna sono stati rispediti esattamente da dove erano partiti. Terminate le procedure di identificazione, infatti, tramite un aereo partito dall’aeroporto “Guglielmo Marconi”, i tunisini sono stati fatti tornare a Crotone.


Ospitati presso la struttura del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo), i 118 tunisini avevano preso l’Intercity notte diretto a Milano. I primi controlli sono stati effettuati a Bari, dove alcuni dei 118 tunisini sono risultati essere provvisti di biglietti, mentre coloro che non ne erano in possesso lo hanno fatto a bordo.
Solamente quando il convoglio è arrivato nel capoluogo emiliano la Polfer ha deciso che quel treno non sarebbe più ripartito alla volta di Milano, facendo scendere i tunisini e facendoli accomodare nell’atrio dell’uscita posta lungo viale Masini. Le procedure d’identificazione, unitamente al rifocillamento dei 118 tunisini, sono durate fino al primo pomeriggio, vale a dire sino al momento in cui sono stati approntati i voli che li avrebbero ricondotti in Calabria.
Intanto non si placano le polemiche tra il Governo italiano e l’Ue circa gli sforzi da mettere in campo per affrontare la nuova ondata di cittadini tunisini che dal caos del loro paese si stanno riversando a migliaia a Lampedusa. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha avuto un colloquio col presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy durante il quale ci si è detti d’accordo nel fissare un vertice dei capi di Stato e di Governo.
Donato Capozzi

sabato 5 febbraio 2011

Egitto, lascia vertice del partito al governo

Domani riaprono le banche e la borsa
Egitto, lascia vertice del partito al governo

ultimo aggiornamento: 05 febbraio, ore 21:58
Il Cairo - (Adnkronos/Ign) - Si è dimessa tutta la direzione del PND, ma non Mubarak. Il presidente incontra i ministri economici. Ancora proteste, i manifestanti riuniti nel centro di piazza Tahrir al Cairo hanno annunciato una nuova manifestazione per domani, battezzata la 'Domenica dei Martiri'. Un bambino a capo della rivolta ad Alessandria (VIDEO).Manifestazioni anti Mubarak anche a Roma e Milano (FOTO). Vai al FORUM

Il Cairo - (Adnkronos/Ign) - Si è dimessa tutta la direzione del PND, ma non Mubarak. Il presidente incontra i ministri economici. Ancora proteste, i manifestanti riuniti nel centro di piazza Tahrir al Cairo hanno annunciato una nuova manifestazione per domani, battezzata la 'Domenica dei Martiri'. Un bambino a capo della rivolta ad Alessandria (VIDEO).Manifestazioni anti Mubarak anche a Roma e Milano (FOTO)
Il Cairo, 5 feb. (Adnkronos/Ign) - Il presidente egiziano, Hosni Mubarak, non si è dimesso dalla carica di presidente del Partito nazionale democratico (PND), al governo nel paese. Lo ha annunciato la tv satellitare 'al-Arabiya', correggendo quanto aveva annunciato in precedenza. Secondo le ultime informazioni, si è dimessa tutta la direzione del PND, ma non Mubarak.
Hosni Mubarak rimane presidente del partito e dell'Egitto, nonostante le proteste nelle strade di tutto il paese, riporta l'emittente. "Come presidente del Partito nazionale democratico (PND), il presidente Mubarak ha deciso di nominare Hossam Badrawi segretario generale del partito", prosegue l'emittente, citando un banner comparso sulla tv di stato.
Per discutere della situazione economica Mubarak oggi ha incontrato i ministri economici e il governatore della Banca centrale egiziana. Al termine del vertice è stata decisa la riapertura delle banche e della Borsa domani. L'allarme che emerge da alcune stime è che durante le proteste sono stati persi 300 milioni di dollari al giorno.
La situazione in Egitto è stata al centro dell'attenzione internazionale durante la Conferenza per la Sicurezza di Monaco. "Naturalmente ci sono rischi anche con la transizione alla democrazia - ha detto il segretario di Stato americano Hillary Clinton - potrebbe essere caotica, potrebbe provocare una instabilità a breve termine. O ancora peggio, e questo l'abbiamo visto in passato, la transizione potrebbe scivolare indietro in un nuovo regime autoritario". Per questo il cambiamento "funzionerà solo se sarà ponderato, comprensivo e trasparente". "Chi vuole partecipare al sistema politico deve impegnarsi al rispetto di principi basilari, come la rinuncia dalla violenza come strumento di coercizione politica, il rispetto dei diritti delle minoranze e partecipare ad uno spirito di tolleranza e di compromesso", ha poi osservato a proposito della eventuale formazione di un nuovo governo. "Chi si rifiuta di assumere questi impegni non merita di sedersi al tavolo", ha detto ancora in quello che è suonato come un messaggio rivolto ai Fratelli Musulmani.
I quali a loro volta in una nota hanno replicato all'Iran che le proteste in corso in Egitto non sono segnale di un "risveglio" dell'Islam ispirato alla Rivoluzione iraniana del 1979, come affermato dalla Guida Suprema iraniana l'Ayatollah Ali Khamenei. "Le proteste non sono un risveglio islamico, ma sono proteste di massa di tutte le fasce della popolazione egiziana e di tutte le religioni, contro un regime ingiusto e non democratico" si legge in una nota dei Fratelli Musulmani. "Si tratta di una rivoluzione pacifica per chiedere la riforme e uno stato laico e civile" si legge nella nota pubblicata sul sito web del gruppo, sottolineando che le proteste non hanno alcun nesso "con tendenze islamiche".
"E' necessario un ordinato processo di transizione per evitare che vi sia un totale vuoto di potere, credo che elezioni troppo veloci per iniziare la democratizzazione siano un errore", ha osservato il cancelliere tedesco Angela Merkel. Inoltre, la cancelliera tedesca ha sottolineato come gli europei debbano evitare di cadere nella tentazione di dire agli egiziani quello che devono fare.
Per il premier britannico David Cameron, non spetta all'Europa "puntare il dito e dire che un leader deve lasciare" ma il regime egiziano "deve scegliere le riforme politiche" piuttosto che la repressione.
Le rivolte nel mondo arabo sono state provocate dalla "povertà e l'insicurezza" delle condizioni di vita, ma anche dalla "corruzione" e da una "mancanza di democrazia", ha osservato il segretario di generale dell'Onu Ban Ki moon.

mercoledì 2 febbraio 2011

Egitto/ Iran: rivolta aiuterà a creare un Medio Oriente islamico

Egitto/ Iran: rivolta aiuterà a creare un Medio Oriente islamico
Denunciate le ingerenze americane dal ministro degli Esteri

Teheran, 1 feb. (TMNews) - La rivolta in Egitto aiuterà a creare "un Medio Oriente islamico". Lo ha indicato il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi, citato dalla televisione di Stato, che ha denunciato le ingerenze americane nel movimento popolare "alla ricerca di libertà".
"Tenendo presente quello che so del grande popolo rivoluzionario dell'Egitto, che sta facendo la storia, sono sicuro che svolgeranno un ruolo nella creazione di un Medio Oriente islamico per tutti quelli che aspirano alla libertà, alla giustizia e all'indipendenza", ha dichiarato Salehi, secondo il sito internet della televisione di stato.
La rivolta in Egitto "mostra la necessità di cambiamento nella regione e la fine dei regimi impopolari", ha insistito. "Purtroppo, osserviamo l' ingerenza diretta (...) di alcuni responsabili americani", ha denunciato.
Il ministro ha garantito che l'Iran proporrà il suo aiuto ai manifestanti. "Ci schieriamo al fianco di quanti aspirano alla libertà nel mondo e sosteniamo la rivolta della grande nazione d'Egitto", ha aggiunto, con un pensiero per gli oltre 125 morti e migliaia di feriti del movimento. Domenica, l'Iran aveva già espresso il suo sostegno al "popolo coraggioso d'Egitto" e criticato la reazione "retrograda" dei Paesi occidentali.
I legami tra Teheran e Il Cairo sono tesi dalla rivoluzione islamica in Iran e dal riconoscimento da parte dell'Egitto dello stato di Israele. Nel 2009, i risultati delle elezioni presidenziali in Iran, falsate da frodi massicce secondo l'opposizione riformista, avevano scatenato manifestazioni in tutto il Paese, rigorosamente represse dal potere che ha fermato migliaia di persone e ne ha condannate centinaia.

Siria, pronta la rivolta. Facebook invita a scendere in piazza

Siria, pronta la rivolta. Facebook invita a scendere in piazza

di Andrea Paparella
Non accenna a placarsi il fuoco della rivolta appiccato dal popolo tunisino. Dopo la Tunisia, l'Egitto e gli scontri registrati in Algeria, potrebbe essere la Siria il prossimo paese investito dalla voglia di libertà dei suoi cittadini. È di oggi la notizia dell'appello lanciato da un gruppo Facebook, che in poche ore ha raccolto 7.800 membri, nel quale si inneggia alla «Rivoluzione siriana 2011» e si invita a manifestare, venerdì prossimo, dopo la preghiera settimanale islamica, «contro la monocrazia, la corruzione e la tirannia».
Quella di venerdì, si legge ancora sulla pagina del social network, sarà la «prima giornata della collera del popolo siriano e delle ribellione civile in tutte le città siriane». Si riscontra, inoltre, un chiaro riferimento con i casi di Tunisia e Egitto: «Voi siete come i giovani di Tunisia ed Egitto. Noi - prosegue il testo - non vogliamo una rivoluzione violenta ma una sollevazione pacifica, perché esprimere le proprie opinioni è garantito dalla Costituzione. Non bisogna più accettare l'ingiustizia».
Come accaduto già per i paesi del Maghreb coinvolti nelle ribellioni, anche in questo caso la storia sembre ripetersi: i manifestanti inziano a coordianarsi usando i mezzi moderni, quali internet e i social network. Una similitudine che è davvero un oscuro presagio per il regime siriano.

I timori di Israele, diviso sulla sorte di Mubarak

I timori di Israele, diviso sulla sorte di Mubarak


di Eric Salerno
ROMA - C’è una parte d’Israele che ha paura. E un’altra parte, al momento una minoranza, che guarda con speranza a un nuovo Medio Oriente. Netanyahu sollecita l’Occidente a sostenere Mubarak. Il raìs è un dittatore ma condivide con il premier israeliano la paura (vera o strumentale) dell’Iran di Ahmadinejad. Corruzione e tortura sono state denunciate ormai da tutti, ma sono proprio quelle caratteristiche del regime del raìs ad aver mantenuto la stabilità nella regione e ad aver fatto accettare al popolo egiziano una politica che favorisce, a livello regionale, regimi repressivi simili. E, ovviamente, anche Israele. L’editorialista del quotidiano Haaretz ieri invocava il sostegno dell’Occidente per chi, in Egitto come in tutti gli altri Stati arabi, cerca un ordine nuovo. L’eventuale passaggio del Paese arabo più popolato, più influente e più potente militarmente, da “dittatura compiacente” a “democrazia” non sarà facile e nemmeno veloce. E’ un percorso irto di ostacoli. Il timore di un rovesciamento delle alleanze regionali è, ovviamente, la più grande preoccupazione d’Israele anche perché, come hanno rilevato gli analisti militari di Tel Aviv, il Paese avrebbe difficoltà a difendersi in un eventuale nuovo conflitto in cui l’Egitto tornerebbe a essere il maggiore protagonista. Le forze armate del Cairo, grazie agli aiuti americani, sono oggi, diversamente dalla guerra del 1973, ben addestrate e meglio armate. A Israele non mancano i mezzi (e il suo nucleare resta sempre un’opzione mai scartata), ma l’unico ufficiale superiore con esperienza di conflitto allargato è il capo di stato maggiore e c’è già chi chiede la sua sostituzione perché “inadeguato”.In questi giorni, truppe israeliane sono state spostate sul confine del Sinai, ufficialmente per impedire l’infiltrazione di terroristi e per bloccare quei flussi migratori arabi e africani che hanno interessato il Paese negli ultimi anni. Nel grande bunker sotterraneo a Tel Aviv, invece, analisti che si dicono “sorpresi” dal terremoto regionale e gli strateghi si preparano a possibili nuovi scenari regionali. Fino a quando non sarà chiaro quale indirizzo prenderà lo stato maggiore egiziano e quale tipo di governo e di leader prenderanno il posto di Mubarak e dei suoi, il futuro resterà incerto. Quanto a Washington, è ormai chiaro che Barack Obama ha favorito nell’ultimo anno la crescita dell’opposizione laica. Il suo candidato alla guida del Paese è El Baradei ma non sono pochi a dubitare del carisma dell’ex capo dell’ente nucleare dell’Onu e della sua capacità di vincere eventuali elezioni libere.La paura di Netanyahu, comunque, va oltre l’immediato. Se è vero, come abbiamo più volte sentito, che il presidente americano è convinto che soltanto la creazione di uno Stato palestinese indipendente e la pace tra arabi e Israele stabilizzeranno la regione, Obama potrebbe cominciare a esercitare pressioni forti sul premier per arrivare a una trattativa seria e a bloccare l’arrembaggio in atto nei territori palestinesi (a Gerusalemme Est ieri è stata posta la prima pietra di un nuovo insediamento-colonia). Netanyahu ha già messo le mani avanti affermando che è impossibile pensare a “concessioni” quando gli unici due Paesi con cui Israele ha firmato la pace rischiano di passare in mano “agli estremisti”. Le vicende di queste settimane confermano le preoccupazioni più volte gridate da re Abdallah: il rifiuto di Netanyahu a imboccare la via della pace non fa che indebolire i regimi arabi favorevoli a Israele. E, ammettono a Tel Aviv, presto il Paese potrebbe trovarsi nuovamente circondato da nemici.
Mercoledì 02 Febbraio 2011 - 16:07 Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=36200&sez=HOME_NELMONDO

Obama duro con Mubarak"La transizione cominci ora"

Uno così a capo del mondo libero mette a rischio la democrazia e la libertà in tutto il mondo. Decisamente, ad oggi, il peggior Presidente U.S.A. mai eletto. Ci vuole un o una repubblicano/a. Prima che sia tardi. Manca di decisionismo, spiazzato dagli eventi maghrebini, incapace di decidere. Un pericolo per il mondo. Ecco, lui rappresenta il fallimento dei democratici, e sta scavando la fossa al partito.


Obama duro con Mubarak"La transizione cominci ora"
Telefonata del presidente Usa all'omologo egiziano poi il discorso in tv in cui si è rivolto ai giovani del Cairo: "Noi ascoltiamo la vostra voce"

NEW YORK - "La transizione cominci ora": non è stato un appello, è stato un ordine quello che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dato oggi da Washington al presidente dell'Egitto, Hosni Mubarak. In un intervento attesissimo, e durato solo quattro minuti, Obama ha pesato con estrema cautela ogni singola parola della sua dichiarazione. Ma nei confronti di Mubarak è stato chiarissimo: il suo discorso televisivo per quanto importante non è stato sufficiente, e gli Stati Uniti si aspettano che "la transizione cominci ora, subito"."Anche il presidente Mubarak ha riconosciuto che lo status quo (in Egitto) non è sostenibile e che serve un cambiamento - ha affermato Obama -. Per l'Egitto si è aperto un capitolo nuovo", Mubarak deve prenderne atto e garantire "subito" una transizione ordinata e pacifica. Per gli Usa non è una questione di mesi, come lasciato intendere da Mubarak nel suo intervento, è una questione di settimane, di giorni.Obama aveva seguito il discorso di Mubarak dalla Situation Room della Casa Bianca, dove aveva convocato una riunione speciale del suo consiglio di sicurezza per valutare la situazione in Egitto, presente tra gli altri il segretario di Stato, Hillary Clinton. Dopo aver assistito al discorso di Mubarak, Obama ha avuto con lui un discorso di mezz'ora. Poi si è presentato in tv, e ha parlato in primo luogo all'America, ma ben consapevole che il suo pubblico in quel momento non era solo l'Egitto, ma
l'intero Medio oriente. Il presidente Usa non ha riferito cosa i due leader si siano detti. Ma ha riferito che "lo stesso Mubarak ha riconosciuto che lo staus quo non è sostenibile e che serve un cambiamento". L'unica via d'uscita per lui è una iniziativa "immediata".Non spetta agli Stati Uniti indicare quale "il cambiamento" possa essere, ha precisato Obama. Ma di certo deve essere chiaro a tutti, tanto all'Egitto quanto a tutto il Medio Oriente, che gli Stati Uniti sono schierati a difesa "di tutti i diritti universali" e contro i violenti. Obama si è congratulato per la professionalità dimostrata finora dall'esercito egiziano, e ha auspicato che "continui così". Poi ha così concluso: "ai tanti giovani che sono in piazza in Egitto in questi giorni vorrei dire che noi americani ascoltiamo la vostra voce".È stata Hillary Clinton, che fino a una settimana fa aveva sostenuto che Mubarak era "stabile", a proporre a Obama l'invio in Egitto di Wisner risolvi-problemi, il diplomatico che già per Bush aveva negoziato l'indipendenza del Kosovo. Solo Wisner, amico di Mubarak e con molti agganci in Egitto, poteva recapitare il messaggio del presidente Nobel per la pace, che teme una Tienanmen araba: "Per gli Usa" ha detto "la tua presidenza è finita". Qualche ora prima, anche Benjamin Netanyahu aveva dato il benservito al vicino più prezioso, esortando la "la comunità internazionale a esigere il rispetto della pace con Israele da qualsiasi governo egiziano".
(02 febbraio 2011) fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2011/02/02/news/obama_mubarak-11945274/

Egitto caos dopo la Marcia del milione

Ma gli USA, l' Europa, il mondo non islamico cosa fa? Aspetta una carneficina ed un conseguente inizio di dittatura integralista islamica in Tunisia, Egitto, Yemen, Mauritania, Giordania (nonostante il recente rimpasto di governo), Libano, Algeria . E con le recentissime notizie di tumulti in corso nel sud del Marocco ... il quadro è destinato a completarsi in maniera drammatica. Israele ci ha messo in guardia. Ma qui tutti tacciono. Bella dimostrazione di lungimiranza economica, politica e militare!

IL GIORNO DOPO LA «MARCIA DEL MILIONE»
Egitto caos, "morti e feriti" in piazza

Parlamento sospeso fino all'esitodei ricorsi elettorali. L'esercitoalla piazza: «Tornate a casa»La replica: «L'intifada continua» Ripristinato l'accesso a Internet Coprifuoco alleggerito di 2 ore
IL CAIRO La protesta, di massa ma pacifica, degli oppositori di Hosni Mubarak ha ceduto il posto oggi a un'autentica guerriglia urbana con i sostenitori del presidente-monarca, scesi oggi in campo su istigazione del regime e delle forze di sicurezza fedeli al rais: il bilancio delle vittime è ancora incerto, ma fonti ospedaliere parlano di almeno 500 feriti mentre secondo la televisione di Stato - secondo la quale i feriti sono 403 - sarebbe stato ucciso almeno un militare, "un soldato di leva delle forze armate". I feriti sono stati trasportati in una moschea della piazza, nella quale è stato allestito un piccolo ospedale da campo; secondo alcune testimonianze altre persone sarebbero tuttavia state ricoverate in un ospedale militare e il bilancio delle vittime potrebbe quindi essere più grave. Gli scontri, ancora in corso nonostante il coprifuoco, sono iniziati quando diverse centinaia di sostenitori di Mubarak - alcuni armati di bastoni e montati su cavalli e cammelli - sono entrati nella piazza dove erano presenti migliaia di manifestanti, molti dei quali vi avevano passato la notte dopo la "marcia del milione" svoltasi ieri: dopo una mattinata di tensione i due gruppi sono venuti alle mani con lanci di pietre e bottiglie, mentre alcune persone sarebbero state travolte dalla folla che cercava di allontanarsi dal luogo degli scontri. Nel mezzo dei tumulti un gruppo di dimostranti si è inginocchiato in preghiera verso la Mecca, mentre attorno a loro proseguivano le violenze; almeno sei "cavalieri" sono stati circondati dalla folla, disarcionati e picchiati a sangue. Calata l'oscurità, la piazza appare circondata dai sostenitori di Mubarak che hanno lanciato lacrimogeni e bombe molotov contro gli oppositori, che per uscire dalla Tahrir dovrebbero ora sfondare le linee dei filo-governativi. Secondo un comunicato diffuso da alcune organizzazioni dell'opposizione molti agenti in borghese si sarebbero infiltrati nei gruppi pro-Mubarak. Il Ministero degli Interni ha negato qualsiasi coinvolgimento delle forze di sicurezza ma Al Jazeera ha mostrato alcuni distintivi e documenti di identità delle forze dell'ordine che sarebbero stati strappati agli 'infiltrati'. L'esercito, schierato attorno alla piazza, non è al momento intervenuto per sedare i disordini nonostante le richieste in questo senso lanciate dall'opposizione; le forze armate aveano chiesto ieri ai manifestanti a rientrare nelle loro case dato che le loro rivendicazioni "avevano ricevuto ascolto": un invito alla normalità che sembra tuttavia non essere stato accolto. I militari si sono limitati a sparare alcuni colpi di avvertimento per allontanare la folla dal Museo Archeologico, già danneggiato nei giorni scorsi da alcuni atti vandalici: i soldati hanno anche spento un piccolo incendio scoppiato all'ingresso della struttura dopo il lancio di alcune molotov. Le autorità egiziane - che hanno parzialmente ristabilito l'accesso alla rete internet - hanno alleggerito il coprifuoco in vigore nel Paese, che inizierà un'ora più tardi, alle 16 ora italiana, per terminare un'ora prima, alle 6 del mattino. Sul fronte politico, Mubarak ha annunciato ieri di non volersi ripresentare alle prossime elezioni presidenziali, in programma a settembre, ma il Ministero degli Esteri del Cairo ha respinto al mittente l'invito della comunità internazionale - ribadita oggi ancora una volta anche dalla Casa Bianca - ad una transizione "immediata". L'opposizione, con in testa i Fratelli Musulmani, ritiene tuttavia insufficiente l'iniziativa e ha chiesto al rais di lasciare il potere immediatamente programmando una nuova manifestazione di massa per venerdì, giornata battezzata "della partenza". In Italia il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha avuto un lungo colloquio con il vice presidente egiziano, Omar Suleiman, per conoscere gli ultimi sviluppi della situazione in Egitto e le possibili soluzioni considerate da parte delle autorità egiziane. Lo riferisce una nota della Farnesina. Il ministro Frattini riferirà domani alla Camera anche sui contenuti di tali colloqui.
Gli scontri tra gruppi pro e contro Mubarak
+ Obama, subito transizione verso elezioni libere

Tunisia, la Francia era pronta all'invio di lacrimogeni

Tunisia, la Francia era pronta all'invio di lacrimogeni
Parigi stava per inviare aiuti a sostegno del regime di Ben Alì. Lo conferma il primo ministro Fillon. Fa discutere, intanto, la decisione di Vodafone di spegnere Internet in Egitto

La Francia era pronta a inviare granate lacrimogene a Tunisi per aiutare le forze dell'ordine nella repressione delle proteste contro Ben Ali. Lo ha ammesso lo stesso primo ministro, Francois Fillon, in una lettera inviata al presidente del gruppo socialista all'Assemblea Nazionale, Jean-Marc Ayrault. Dove si precisa anche che questi materiali non sarebbero mai arrivati a destinazione.Fillon ha dato il suo via libera il 12 gennaio scorso, il giorno dopo che il ministro degli Esteri, Michelle Alliot-Marie, aveva proposto l'aiuto della Francia al regime Ben Ali per gestire le manifestazioni di protesta che aveva già fatto numerose vittime da dicembre. I pacchi di lacrimogeni erano già pronti a partire dall'aeroporto di Roissy il 14 gennaio ma furono bloccati dai doganieri che chiesero al ministero se "tenuto conto del Paese di destinazione, le dichiarazioni del ministro dovevano essere considerate ancora valide". Poche ore dopo il presidente Ben Ali lasciò la Tunisia. E il 18 gennaio il ministro Alliot-Marie sospese ufficialmente l'invio di granade.Intanto fa anche discutere la disponibilità mostrata da Vodafone a chiudere i propri server egiziani. La multinazionale della comunicazione, infatti, ha deciso di acconsentire alle richieste del governo egiziano e di oscurare la rete nel paese nord africano. Una scelta che il manager del gruppo Vittorio Colao, come riporta il Corriere della Sera, ha cercato di giustificare in una lettera ai dipendenti. "In casi come questi - scrive Colao - si deve controllare che l' ordine venga dalle autorità giuste e pensare alle conseguenze per i dipendenti". Nel caso non avesse acconsentito i dipendenti egiziani del gruppo avrebbero rischiato l'arresto.

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