Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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Anchorage

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Visualizzazione post con etichetta Putin. Mostra tutti i post
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mercoledì 9 febbraio 2011

L'emiro del Caucaso rivendica attentato Domodedovo


Doku Umarov, il sedicente "Emiro del Caucaso del Nord", ha dichiarato di avere ordinato l'attentato kamikaze che il 24 gennaio ha provocato 36 vittime all'aeroporto moscovita di Domodedovo. In un video postato sul sito islamico http://www.kavkazcenter.com/, Umarov minaccia ulteriori attacchi allo scopo di istituire uno stato islamico nella regione russa del Caucaso, un territorio che comprende tra l'altro la Cecenia e il Daghestan.

Sempre sul sito Kavkaz Center, Umarov ha preannunciato che ci saranno altre sanguinose azioni nella strategia che punta a creare uno Stato musulmano indipendente governato dalla Sharia nella regione caucasica della Russia (un territorio che abbraccia Cecenia, Daghestan e le aree limitrofe).
Umarov, uno degli uomini più braccati dalle forze di sicurezza russe e che aveva già avvertito che il 2011 sarebbe stato un anno di "lacrime e sangue", appare nel video, apparentemente registrato proprio il 24 gennaio, giorno dell'attaco all'aeroporto di Domodedovo, in una tuta da conmbattimento e parla con voce calma e lievemente esitante. "Queste operazioni continueranno per mostrare al regime sciovinista del (premier Vladimir) Putin a Mosca che siamo in grado di effettuare queste operazioni dove e quando vogliamo".

venerdì 3 dicembre 2010

Anche Prodi aveva "solidi legami" con Putin e Gheddafi

Anche Prodi aveva "solidi legami" con Putin e Gheddafi


Lo sottolineava il NYTimes nel 2008 raccontando una lusinghiera offerta fattagli da Gazprom.
In quell’anno Gazprom aveva offerto all’ex premier italiano la presidenza di South Stream, il progetto di gasdotto russo in società con l’Eni. Prodi declinò. Nel raccontarlo - come segnala un blog"eretico" - il NewYorkTimes del 28 aprile metteva in luce i "solidi legami" del nostro da poco ex premier con Putin, grazie ai quali Eni e Gazprom stringevano accordi, fra cui l’intesa appena siglata per portare il gas della Libia in Europa attraverso il Mediterraneo. Enfatizzandoli. Non solo Berlusconi, insomma, nel mirino degli Usa per le sinergie petrolifere con Russia e Libia.

Ma solo in Italia critiche e/o ironie dell'Alleato d'Oltreatlantico fanno scalpore ( o si approfitta per indebolire lteriormente Berlusconi, senza riguardo agli interessi dell'Italia)Certo, la teatralità del nostro non paga. Nessun premier europeo si sognerebbe di esibire platealmente foto e gesti di dubbio gusto, e perfino regali (il famoso lettone) come prova d intimità con questo o quel leader. Tanto meno con i più scomodi e/o chiacchierati, come appunto Putin e Gheddafi. Eppure, con loro in tanti fanno affari. Per limitarci a gas & petrolio, Gazprom, la società petrolifera che Putin ha ri-statalizzato (sottraendola alle mani straniere dell'era Eltsin) e fornisce all’Europa 1/4 del suo fabbisogno energetico, ha già molti rapporti operativi con la Germania. Coopera con società tedesche nell’estrarre petrolio in Siberia e in Libia, e nel 2005 si è consorziata con petrolifere germaniche nel progetto North Stream capeggiato dall’ex cancelliere Schroeder, socialdemocratico. Mentre l’anglo-olandese Royal Dutch Shell ha da poco stretto con Gazprom un importante accordo strategico di cooperazione in Russia e in altri paesi. NorthStream è un gasdotto di 1223 Km che dal 2011 porterà il gas russo nell’Europa centrale attraverso il mar Baltico, bypassando Bielorussia e Ukraina che negli anni scorsi hanno creato grandi problemi, con una guerra dei prezzi che ha bloccato i rifornimenti e danneggiato mezza Europa. Fortemente appoggiato dalla Russa, ma mal visto dagli Usa, il progetto è stato infine approvato dalla Ue, ed è già in costruzione.Vi partecipano le tedesche BASF SE e E.On Ag, più società finlandesi e olandesi. Ultimamente anche la francese GDF Suez. Ma torniamo a Prodi e al NewYorkTimes del 2008.

L’offerta arriva in aprile, poco dopo le elezioniche hanno visto prevalere Berlusconi, fattapersonalmente a Roma dal capo in testa di Gazprom. E’ allettante, ma il portavoce Sircana fa sapere che Prodi“ha deciso di non accettare cariche di questo genere”. Citando analisti, il NYT sostiene che l’offerta di Gazprom a Prodi mostra “la determinazione ad affiancare il suo crescente potere energetico a un’influenza politica”. La Russia “sta capitalizzando l’incapacità dell’Europa di darsi una politica energetica chiara…”(leggi: l’Europa dovrebbe staccarsi un po’ dalla Russia, invece sta assecondando la sua politica espansiva). Sottolineato il sodalizio con la Germania, sigillato da Schroeder, e l’opposizione al North Stream di Polonia e paesi baltici (i più legati agli Usa) , si prosegue citando il coinvolgimento Eni-Gazprom nel progetto di gasdotto South Stream (che l’America vede come il fumo negli occhi). Scaroni (il presidente Eni), giudica la scelta di Prodi “eccellente”, “una grande idea, mettevi a capo un ex presidente della Commissione Ue”. “Prodi è vicino all’Eni – rimarca il NYT – che in questo mese ha stretto anche un’intesa con Gazprom per portare il gas libico all’Europa meridionale. Una decisione che corona gli stretti legami fra Prodi e il colonnello Gheddafi”.


Si ricorda che Prodi, "da presidentedella Commissione Ue, aveva invitato il leader libico a Bruxelles nel 2004, il suo primo viaggio in Europa da 15 anni". "Prodi, che aveva apprezzato la decisione di Gheddafi di rinunciare alle armi di distruzione di massa (atomiche), rompendo le convenzioni era perfino andato a riceverlo in aeroporto". Nel novembre 2006 Gazprom e Eni avevano siglato un accordo per vendere all’Italia 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno direttamente ai consumatori italiani (buon per noi). In cambio, l’Italia aveva ricevuto garanzie di rifornimenti fino al 2035, e avrebbe partecipato allo sviluppo di risorse energetichei in Russia. “Un modello di relazioni bilaterali” lo aveva definito Prodi (aveva torto?). Prodi era anche venuto in soccorso dell’Eni intercedendo con il Kazakistan che minacciava di rompere il contratto con la compagnia italiana. Prodi era andato direttamente dal premier kazako, riuscendo a salvare il contratto. Il NYT continua sottolineando che sia Schroeder che Prodi hanno anche costruito solidi legami con Putin. Il primo ha difeso Putin a spada tratta come “impeccabile democratico” (esagerato!), ha adottato una bambina russa e ha invitato Putin a casa sua. Prodi ha più volte ricevuto Putin in Italia.

dal sito

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=45&ID_sezione=693&sezione

mercoledì 7 aprile 2010

Putin a Katyn, la foresta degli orrori di Stalin



Putin a Katyn, la foresta degli orrori di Stalin


http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=10&IDalbum=25555&tipo=FOTOGALLERY
I crimini dei regimi totalitari «non possono essere giustificati» e non vanno dimenticati. La condanna del primo ministro Vladimir Putin viene pronunciata durante la cerimonia di commemorazione del massacro della foresta di Katyn, dove oggi l'ex leader del Cremlino ha accolto il capo del governo polacco Donald Tusk. Di fatto il 70esimo anniversario della strage di Katyn riapre una delle pagine più controverse della storia sovietica: il massacro di 21.857 cittadini polacchi, già descritto dal regista Andrzej Wajda. Tusk e Putin hanno partecipato a una cerimonia ufficiale per le vittime nella foresta di Katyn, nella parte occidentale della Russia, dopo dinieghi, bugie e timidi passi avanti. La strage avvenne nell?aprile del 1940: vennero fucilati 22.000 soldati polacchi - detenuti del campo di prigionia di Kozielsk vicino al villaggio di Gnezdovo - dalla polizia segreta sovietica (NKVD), a seguito di un decreto approvato dal Politburo. Nell'aprile 1943 venne scoperta una fossa comune dai soldati tedeschi, ma Mosca accusò la Germania di strage nazista. Nell'aprile del 1990, Mikhail Gorbaciov aveva riconosciuto la responsabilità del regime stalinista. Ma Katyn era rimasta ugualmente una ferita aperta. Tra il 1991 e il 2004, la magistratura russa ha condotto un'indagine per accertare le responsabilità. In ultima analisi, l'inchiesta è stata chiusa senza alcuna spiegazione e il termine «crimine di guerra» non è stato accettato.«La logica è stata una sola: diffondere la paura, per risvegliare nell'uomo il più vile degli istinti, per incitare un popolo contro l'altro, e ottenere un'obbedienza cieca e stupida», ha detto Putin. Le parole del primo ministro russo suonano come una chiara accusa al regime instaurato da Stalin, ma anche una condanna dei crimini nazisti contro l'esercito sovietico. «La valutazione morale delle atrocità del regime totalitario non è oggetto di revisione» ha detto Putin, osservando che la Russia e la Polonia, come qualsiasi altro paese in Europa, hanno vissuto quasi tutte le tragedie del XX secolo e sono state costrette a pagare un prezzo pesante per le due guerre mondiali, un «conflitto fratricida armato, per la crudeltà e la disumanità del totalitarismo». Secondo lui, nella terra di Katyn giaciono i corpi di cittadini sovietici, bruciati nel fuoco della repressione di Stalin degli anni Trenta, degli ufficiali polacchi che furono fucilati per ordine segreto a partire dalla primavera del 1940, dei soldati dell'Armata Rossa che furono giustiziati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. «Non può essere cancellato il ricordo del martirio delle vittime innocenti», ha sottolineato Putin. Il passo di Putin può apparire quindi ora, dopo decenni, come un segno inequivocabile di apertura per il «lutto» polacco, ma è inevitabile notare dove il premier russo ponga l'accento: le vittime non sono state solo i polacchi ma anche i russi.
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martedì 30 marzo 2010

Colpo al cuore a Mosca e a Putin

Colpo al cuore a Mosca e a Putin
Attentato multiplo nelle stazioni del metrò. Donne kamikaze legate al capo dei ribelli dell'Inguscetia. Il premier: li annienteremo, ma la sua leadership vacilla.
http://iltempo.ilsole24ore.com/interni_esteri/2010/03/30/1143094-vento_della_vendetta_dell_odio_caucaso_giunto_mosca.shtml
di Maurizio Piccirilli
30/03/2010
Il vento della vendetta e dell'odio, dal Caucaso, è giunto a Mosca. Morte e terrore nella metropolitana della capitale della Federazione russa. Due «shahidka», le vedove martiri, delle milizie islamiche si sono fatte esplodere a distanza di quaranta minuti in due centralissime stazioni della linea rossa della metropolitana. Il primo attacco kamikaze alla fermata della Lubyanka, la famigerata sede del Kgb oggi dell'Fsb, i servizi di sicurezza della Federazione. L'altro attacco suicida al Park Kultury, poche fermate più avanti nei pressi del ministero dell'Interno. Gli attentati sono avvenuti quando la città era nel pieno del traffico mattutino: la prima alle 07,56, ora locale, l'altra alle 08,38. Oltre 35 le vittime tra i passeggeri del metrò. Un altro ordigno esplosivo, una cintura esplosiva, è stato trovato dalle forze di sicurezza nella stazione del Park Kultury già colpita dall'attentato. Due obiettivi non scelti a caso: un messaggio che i mujaheddin del Caucaso hanno lanciato a Putin e al suo braccio armato.
Il premier, dopo la strage di ieri, è tornato a dire che «i terroristi saranno annientati». Gli ha fatto eco il presidente Dmitri Medvedev che ha affermato che la lotta al terrorismo «continuerà sino alla fine senza vacillare». Nei fatti i terroristi sono tornati a colpire al cuore la capitale russa seminando la morte tra quei cittadini che Putin aveva giurato di proteggere quando, all'inizio della sua prima presidenza, i ceceni avevano compiuto le loro stragi proprio a Mosca. La sconfitta del terrorismo ceceno di matrice islamica è stata il cavallo di battaglia dell'ex agente del Kgb in questi anni. La linea dura di Putin fu chiara quando quarantun ribelli ceceni, fra i quali sei donne, fecero irruzione nel teatro Dubrovka di Mosca, mentre era in corso lo spettacolo «Nord-Ost», prendendo in ostaggio 900 persone. Fu tolleranza zero: i ribelli vennnero tutti uccisi, ma 129 ostaggi morirono. E se in Cecenia la situazione si è quasi normalizzata colpi di rastrellamenti e con buona pace dei diritti umani, la guerriglia jihadista ha infestato le altre regioni del Caucaso.
Non si può dimenticare l'orrenda strage di bambini a Beslan in Ossezia del Nord del 2004 e i ripetuti attentati in Daghestan, in Kabardino-Balkaria, in Karacievo-Cirkassia e in Inguscetia. Proprio da questa regione verrebbero le kamikaze che hanno compiuto gli attentati di ieri. Infatti le due donne, una più giovane, l'altra più anziana, di entrambe sono stati trovati i resti, sarebbero parenti di Sayeed al Buryati, nome di battaglia di Aleksandr Tikhomirov, capo indiscusso dei mujaheddin dell'Inguscientia, ritenuto tra l'altro l'autore dell'attentato al treno Nevski Express lo scorso novembre, ucciso ai primi di marzo dalle forze di sicurezza russe. L'identificazione delle kamikaze è stata possibile grazie alle immagini dei video di sorveglianza. Attraverso questi video la polizia pensa di aver individuato almeno due complici che avevano funzioni di copertura delle attentatrici. Il messaggio al premier Putin è inequivocabile. L'Emirato del Caucaso ha rivendicato l'attacco «contro le sedi dei terroristi russi». Gli ordigni sono stati collocati a tema questa volta nei pressi degli uffici che si occupano della sicurezza nazionale.
«È fin troppo chiaro il richiamo pietroburghese - afferma Kirill Koktysh, docente di teoria politica all'Università di Mosca - Uno dei due ordigni era su un vagone della metro che si chiama Krasnaja strela, Stella rossa, proprio come il tradizionalissimo treno diretto da Mosca a San Pietroburgo città natale di Putin». Doku Umarov, proclamatosi nel 2007 emiro e capo di tutti i gruppi ribelli attivi nel Caucaso, primo nella lista dei terroristi ricercati dalla Federazione russa, lo scorso 14 febbraio scorso ha lanciato con un video l'ultima minaccia, promettendo di portare la guerra «nelle case dei russi». La vendetta non si è fatta attendere. Il messaggio, in stile Bin laden, di Umarov era solo la premessa: le uccisioni di al Buryati e Astemirov, capo guerrigliero in Kabardino Balkaria, hanno dato il via all'operazione «shahidka», vedove martiri. Un appello alle donne islamiche era stato pubblicato il 17 marzo: una lunga preghiera che invitava mogli, figlie e vedove a formare un gruppo di Guerra santa per sostenere i «martiri» e seguirne l'esempio. Tutto il mondo, dagli Usa alla Cina hanno espresso il loro cordoglio alla Russia. Il terrorismo islamico si dimostra un nemico infido che sceglie obiettivi «soft», cioè civili, indifesi e difficilmente difendibili senza sottrarre libertà di movimento ai cittadini.
Ma gli attentati di ieri sono un duro colpo a Putin e alle sue aspirazioni di tornare a fare il presidente. Una scossa per l'ex inquilino del Cremlino. Medvedev resta fuori da questo dossier. Il suo impegno è stato incentrato sulla crisi economica e sulle sfide internazionali. La prossima firma sul trattato di non proliferazione con gli Stati Uniti è un successo della sua politica di dialogo. La faccia cattiva di Putin nei confronti dei ribelli islamici si specchia sul pavimento della metro moscovita sporca del sangue innocente dei russi

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