Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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mercoledì 23 marzo 2011

Sentenza italiana contro Yahoo"Basta link ai siti di film pirata"

COPYRIGHT
Sentenza italiana contro Yahoo"Basta link ai siti di film pirata"
Il Tribunale di Roma: il motore di ricerca è responsabile se nei risultati appaiono collegamenti a pagine che violano il diritto d'autore: "Interpretazione unica al mondo, ora tocca a Google e Youtube" di ALESSANDRO LONGO

Per la prima volta la magistratura ha stabilito il principio della responsabilità dei motori di ricerca nel mancato contrasto alla pirateria online. La nona Sezione del Tribunale di Roma "inibisce a Yahoo! la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico sul film 'About Elly' mediante il collegamento a mezzo dell'omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l'opera, diversi dal sito ufficiale del film". Dunque i giudici obbligano Yahoo! a offrire, nei risultati, solo risultati "ufficiali".Il giudice ha riconosciuto che i motori di ricerca non possano esercitare "un controllo preventivo sui contenuti dei siti sorgente a cui è effettuato il link". Nondimeno, ha deciso in tal senso perché Yahoo! sapeva della violazione del copyright ma non ha rimosso comunque i link ai siti pirata. Per questo motivo il giudice ne ha riconosciuto la responsabilità. La società di produzione cinematografica PFA, che distribuisce il film in Italia, aveva infatti mandato a Yahoo! una diffida, senza successo, chiedendo di ripulire i risultati della ricerca dai "siti riproducenti in tutto o in parte l'opera diversi dal sito ufficiale del film", si legge ancora nella sentenza. E' intervenuta quindi Open Gate Italia, società che segue le controversie sul copyright, portando avanti la causa in rappresentanza di Pfa. Open Gate ha fatto notare al tribunale che, facendo una ricerca con le parole "About Elly" su Yahoo!, il sito ufficiale del film
non era nemmeno tra le prime posizioni, scalzato da link a pagine che consentivano di scaricare il film. La sentenza avrà forse un impatto a catena su tutti i siti internet contenenti un motore di ricerca. ''Dopo questo primo importante successo, che apre la strada a tutti i detentori di diritti, i prossimi obiettivi saranno Google e YouTube", ha annunciato infatti Tullio Camiglieri, presidente di Open Gate Italia. "Il tribunale di Roma - sottolinea Camiglieri in una nota - ha sancito un principio fondamentale a tutela di tutta la produzione culturale: cinema, editoria, musica, giornali. Chi investe in cultura, informazione e intrattenimento ha diritto di vedere tutelato il proprio lavoro". Youtube in realtà già da tempo rimuove sistematicamente i video pirata, sempre su segnalazione. Google per ora si limita a bloccare le parole che rinviano alla pirateria dal proprio sistema di auto completamento (cioè quella frasetta che compare in automatico, come suggerimento, quando digitiamo parole da cercare).Gli esperti cominciano a chiedersi se adesso diventerà più difficile trovare link a siti pirata tramite i motori di ricerca. E se questi saranno chiamati a una maggiore collaborazione con i detentori di copyright. "Il tribunale di Roma ha seguito una strada diversa da quelle tentate sino ad ora per affermare la responsabilità di un prestatore di servizi della società dell'informazione", commenta Andrea Monti, avvocato esperto di diritto d'autore nei nuovi media e fondatore di Alcei (Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva). "Yahoo! è stata condannata perché tollerando la presenza di quei risultati nel suo motore ha facilitato la violazione dei diritti d'autore", ricorda Monti. Finora però questo principio si è applicato solo agli hosting provider, cioè ai siti che contengono direttamente il contenuto pirata, pubblicato in autonomia dai loro utenti, e rimuovono il link su segnalazione dei detentori di copyright. Estendere la responsabilità ai motori - prima interfaccia dell'utente con il web - è un passo avanti notevole. "Questa sentenza è discutibile e pericolosa soprattutto perché recupera un concetto di iper-responsabilità da link che già da almeno un decennio sembrava definitivamente archiviato", continua Monti. "Se già è discutibile che qualcuno possa essere considerato responsabile dei contenuti linkati su un'altra risorsa, al di fuori del suo controllo, a maggior ragione è inammissibile far valere un discorso del genere per un sistema che i link li genera automaticamente, sulla base di un algoritmo e dunque, in automatico, senza alcuna consapevolezza della liceità o meno dello specifico contenuto".Per quanto riguarda Yahoo!, l'azienda fa sapere che al momento non può commentare la vicenda. Contattati da Repubblica.it, i rappresentanti della società affermano di voler leggere prima le motivazioni ufficiali della sentenza.

mercoledì 19 gennaio 2011

I COSTI DEI PROCESSI DEI PM CONTRO BERLUSCONI

I NUMERI PARLANO CHIARO NON SOLO SI E' BUTTATA VIA UNA MAREA DI SOLDI MA QUANDO SI PARLA DI 10 ASSOLUZIONI, 13 ARCHIVIAZIONI, DI 5 PROCESSI IN ATTO DI CUI 2 DESTINATI ALLA PRESCRIONE MOLTO PRIMA DELL'APPELLO , FORSE E' IL CASO CHE IL SIG. BERSANI ED IL SIG. DI PIETRO FACCIANO UN'AMPIA RIFLESSIONE PRIMA DI PARLARE. FERMO RESTANDO CHE IN OGNI CASO PER QUANTO RIGUARDA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SIA DAL PUNTO DI VISTA MEDIATICO CHE POLITICO ASSOLUZIONE DOPO ASSOLUZIONE, ARCHIVIAZIONE DOPO ARCHIVIAZIONE, MAI E' VALSO IL PRINCIPIO DI PRESUNZIONE DI INNOCENZA, MA SI E' SEMPRE FATTO PREVALERE IL PRINCIPIO DI COLPEVOLEZZA A PRIORI E A PRESCINDERE DALLE DECISIONI GIUDIZIARIE. Pietro Berti

Il conto dei pm: 300 milioni
Le indagini sul premier hanno costi giganteschi. 105 procedimenti avviati, 1.000 magistrati coinvolti, 530 perquisizioni. E mai una condanna. [COMMENTO Non è giustizia se sa di politica]
È il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini a fare i conti. «Sono i numeri a dimostrare la persecuzione giudiziaria di cui è vittima ormai da diciassette anni Silvio Berlusconi: 105 procedimenti avviati, 1.000 magistrati coinvolti, 530 perquisizioni, 2.500 udienze, 10 assoluzioni e 13 archiviazioni. Nonostante questo spiegamento di forze un solo numero manca all'appello, quello di una condanna. Per questo motivo la maggioranza degli italiani ha capito da tempo da che parte stare e rinnova la sua fiducia nei confronti del premier e del suo governo che continuerà - conclude il ministro - a lavorare per il bene del Paese». Le cifre fornite dal ministro sono impressionanti. Ma quanto costa allo Stato, e dunque a noi contribuenti, la campagna giudiziaria contro il Cavaliere? In realtà a comunicare i primi dati sull'offensiva era stato lo stesso Berlusconi lo scorso 14 gennaio in un messaggio inviato ai promotori della libertà riferendosi a «una persecuzione che si è articolata su 105 indagini e in 28 processi, il record assoluto credo di tutta la storia dell'uomo in qualunque paese del mondo. Questi processi hanno impegnato i miei difensori in 2.560 udienze, con più di 1.000 magistrati intervenuti con un costo, per me, di oltre 300 milioni di euro in avvocati e consulenti e credo con un costo di pari importo per lo Stato e quindi per i contribuenti» ha detto il premier. In tutto 28 processi – aveva ricordato il premier – che hanno dato luogo a 10 assoluzioni, 13 archiviazioni mentre sono 5 i processi ancora in corso. Inoltre «nessuno di questi processi è collegato alla mia attività di governo come presidente del Consiglio».
In realtà, il costo sostenuto dallo Stato potrebbe risultare molto più alto rispetto ai 300 milioni di euro stimato da Silvio. Cui andrebbero aggiunte le spese effettuate per le intercettazioni. In generale sono costate oltre 272 milioni di euro le intercettazioni telefoniche e ambientali nel corso del 2009: sotto controllo 119.553 telefoni e 11.119 ambienti. Questi, almeno, gli ultimi dati del ministero della Giustizia comunicate lo scorso 16 giugno dall'Associazione nazionale magistrati sulle intercettazioni. L'unico numero che è stato invece ricavato con un ragionamento è quello delle persone intercettate: sono meno di 40mila, cioè lo 0,07 della popolazione italiana; un dato questo che si ottiene dividendo il numero delle utenze sottoposto a controllo per tre, visto che in media ogni persona intercettata utilizza tre o più numeri telefonici. Complessivamente i «bersagli» sono stati 132.384, poco meno dell'anno precedente, quando si erano attestati su 137.086. Rispetto al 2008 però c'è stato un aumento di spesa, visto che allora le intercettazioni erano costate poco più di 233 milioni di euro.
La gran parte della spesa è rappresentata dal noleggio degli apparati per intercettare (computer, server o altro materiale informatico) costato nel 2009 ben 214 milioni di euro. Altri 45 milioni di euro sono stati pagati alle compagnie telefoniche per il noleggio delle linee. Linee che invece in Paesi come la Francia e la Germania vengono fornite a costo zero. Non solo. Secondo un recente articolo apparso sul Sole24Ore, Il budget dell'Italia per la giustizia, circa 7 miliardi di euro, è il più alto d'Europa. Oltre due terzi degli stanziamenti – più di 5 miliardi – sono assorbiti da capitoli di spesa che hanno a che fare con gli stipendi e più in generale con il costo del lavoro. Intanto, i 7,2 miliardi destinati dall'Italia al comparto giustizia (nel 2006 erano il 7% in più), nel 2010 sono saliti a 7,4 miliardi. Tra il 2011 e il 2013, le previsioni indicate nella legge di stabilità riportano i fondi intorno ai 7 miliardi. di Camillla Conti
dal sito web http://www.iltempo.it/politica/2011/01/17/1230648-conto_milioni.shtml
Non è giustizia se sa di politica Contro Berlusconi quindici anni di inchieste inutili
L’idea di dover subire un nuovo capitolo della telenovela politico-giudiziaria è sconfortante. Fra le cose di cui l’Italia ha bisogno non c’è un’ennesima inquisizione, con l’ennesima accusa di strumentalizzazione. Basta. Tutte le persone intelligenti sanno che si tratta di una patologia pericolosa, sebbene tutti restino prigionieri di una faziosità dissennata, talché le inchieste su Silvio Berlusconi portano a tutto, tranne che a ragionamenti razionali. Si passa dalla mafia al pecoreccio, senza in nulla scalfire le contrapposte tifoserie. Forse si crede che la materia, proprio perché licenziosa, intrighi il pubblico ed ecciti la fantasia. Credo, all'opposto, che annoi e ammosci. E' tutto inutile, già scritto, scontato. Anche deprimente. Dal punto di vista formale e istituzionale esiste un solo modo serio di affrontare la questione: a. nessun cittadino può mai essere considerato colpevole di niente, fino ad una sentenza definitiva che lo condanni, e un'inchiesta non somiglia, neanche minimamente, a un verdetto; b. la magistratura indaga laddove ritiene esista una notizia di reato, essendo a questo tenuta dall'obbligatorietà dell'azione penale. Ma neanche la correttezza formale ha più senso, perché quindici anni d'inquisizione inutile, inconcludente o pretestuosa stroncano qualsiasi fiducia nella giustizia. Sul caso specifico, sull'ultimo grido dell'indagine inutile, noi peripatetici da strada sappiamo già quel che c'è da sapere: 1. un presidente del Consiglio non può consentirsi una condotta così priva di rispetto per il decoro; 2. una magistratura seria non spreca tempo e denaro per indagare debolezze privatissime, che solo l'incubo inquisitorio può considerare reato. Il resto sono solo settimane e mesi di masochismo nazionale.
È scontato che si scateneranno nuove polemiche, tendenti a negare le due evidenze che abbiamo appena riassunto. Ma se si solleva la testa dal caos e dal vociare non può non essere evidente che la radice del problema sta nel biennio 1992-1994, quando l'azione delle procure si sostituì alla volontà popolare e una classe politica fu cancellata senza che abbia mai perso le elezioni. Se non si torna a esaminare e onestamente descrivere quegli eventi, se si continua nella contrapposta finzione del presupporre infondate tutte le accuse o cospiratori gli inquisitori, si resterà ad annaspare in una pozza melmosa, ove l'Italia ha disperso e continua a disperdere molte energie. La condotta privata di un governante può, e per certi aspetti deve, essere oggetto di pubblica discussione. Ma la pretesa che sia l'ordine giudiziario a utilizzare quel tema per cancellare o ribaltare i giudizi elettorali è fuori da ogni logica del diritto. Se una tale demolizione dell'ordinamento continua a esistere è perché l'Italia continua ad essere inzuppata di cultura antidemocratica, quella, per intenderci, secondo cui il «giusto» e il «vero» devono sempre trionfare, anche contro la volontà della maggioranza. Dottrina dispotica e liberticida, perché trascura un dettaglio: chi stabilisce cosa siano il giusto e il vero? Se la risposta è: un pubblico ministero, la controrisposta può lecitamente essere una pernacchia. È non solo normale, ma doveroso, che il governo si difenda da questo genere d'assalti. Ferma restando la necessità di condotte meno indifferenti al ruolo che si ricopre. Non è normale e non è giusto che si continui a farlo senza andare al cuore istituzionale del problema, ponendo rimedio al dilagare della malagiustizia, della giustizia negata, di quella politicizzata. Nell'interesse di tutti. www.davidegiacalone.it

di Davide Giacalone
17/01/2011

sabato 28 novembre 2009

"Donne rissose e troppi fannulloni" I vizi italiani svelati dalla Cassazione

"Donne rissose e troppi fannulloni" I vizi italiani svelati dalla Cassazione

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200911articoli/49844girata.asp

La fotografia del Paese nelle sentenze della Suprema Corte: dalle telefonate private in ufficio al cartellino timbrato per andare allo stadio a vedere la partita
ROMA
I vizi degli italiani smascherati , condannati, e a volte tollerati, dalla Cassazione. Dal dipendente pubblico che timbra il cartellino per poi andare allo stadio all’impiegato che usa impropriamente il telefono aziendale per telefonate private (gettonato anche l’invio di messaggini agli amici) i supremi giudici, negli anni, hanno smascherato tutti i comportamenti negativi del Belpaese che sfociano poi in reato.

La Suprema Corte ha bacchettato ma salvato dal licenziamento l’impiegato cafone. Non risparmiate le donne, certamente le più rissose stando alle sentenze di piazza Cavour, e più inclini ad offendersi sui loro difetti. Anche su questo argomento la Cassazione è stata tassativa: enfatizzare i difetti delle signore è ingiuria. Ne sa qualcosa una signora della capitale che, rivolgendosi a Ildegarda più in là negli anni, le ha dato della "carampana, non più in condizioni di seguire una situazione" dato il decadimento senile. In Puglia, per una lite tipicamente femminile, Maria si è rivolta a Giovanna apostrofandola "faccia da cavallo". La signora in questione, sentendosi offesa, si è rivolta al tribunale e in Cassazione ha avuto soddisfazione dell’ingiuria ricevuta ottenendo un risarcimento di 600 euro.

Sempre le donne protagoniste di offese in un condominio fiorentino. Uno "sciò sciò, gallina" è costata un’ennesima condanna per ingiuria. I vizi più eclatanti la Cassazione li ha stanati e condannati soprattutto negli uffici. A partire dall’abuso delle telefonate. Sono fioccate condanne per peculato ai danni di dipendenti della pubblica amministrazione in Sicilia (un amministrativo fece telefonte private per oltre duemila euro), ma anche a Torino, in Piemonte, senza dimenticare l’ Abruzzo e le Marche. Graziati solo i dipendenti che si sono limitati a chiamate «sporadiche» e «urgenti». Un’impiegata di un autonoleggio genovese ha pagato con il licenziamento «per giusta causa» l’eccesso di chiamate private. Il signor Lucio O., impiegato al comune di Taurisano, nel leccese, è stato condannato a sei mesi di reclusione e a 100 euro di multa per truffa, concessi i benefici di legge, per avere fatto timbrare il cartellino ad un collega che certificava la sua presenza in ufficio mentre era allo stadio a vedere una partita.

«Il rimprovero -hanno detto gli "ermellini"- che si muove al dipendente non è tanto quello di essersi recato durante l’orario di servizio ad assistere ad un incontro di calcio, ma di avere percepito un ingiusto profitto, ricevendo la retribuzione anche in relazione ai tempi in cui si sia assentato, con corrispondente danno del Comune». Altro vizio condannato dai supremi giudici è quello dei proprietari dei cani che portano a spasso Fido nel parco senza guinzaglio. Beccato sul fatto, un signore di Bologna è stato multato anche se il cane non aveva aggredito nessuno. Ad ogni buon fine, la Cassazione ha spiegato che «per consentire l’ossigenazione dell’animale non è indispensabile la frequentazione di un parco pubblico in un’ora in cui è popolata da altre persone, potendo il proprietario usare l’accortezza di condurlo in luoghi non aperto al pubblico o in appositi recinti per animali, non infrequenti nei parchi pubblici».

Non solo vizi bacchettati. Sull’impiegato che fa il "lumacone" in ufficio con le colleghe, la Cassazione ha deciso di soprassedere. Su un caso accaduto a Ferrara la Suprema Corte ha avuto modo di certificare che toccare le colleghe «senza ebbrezza sessuale» è «di certo poco raffinato» ma non censurabile in quanto non c’è intenzione di «soddisfare la propria libido». In condominio, poi, è tollerata anche qualche piccola offesa se è trasversale.

venerdì 27 novembre 2009

Il nodo Giustizia - L'appello del Capo dello Stato Napolitano ai giudici: basta tensioni

Il nodo Giustizia - L'appello del Capo dello Stato Napolitano ai giudici: basta tensioni
L'Anm: "Allora stop alle aggressioni"
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200911articoli/49807girata.asp

Il Capo dello Stato invita a non drammatizzare e richiama i magistrati.
Plaudono Pd e Pdl. Le toghe: non siamo in guerra ma vogliamo parlare

giovedì 5 febbraio 2009

CESARE BATTISTI: GIUSTIZIA NEGATA

CESARE BATTISTI: GIUSTIZIA NEGATA
In merito alle recenti vicende inerenti al terrorista pluriomicida Cesare Battisti giudicato colpevole con sentenza definitiva <> [fonte Libero del 22.01.2008 in http://www.libero-news.it/adnkronos/view/41157 ] . Egli è recentemente fuggito in Brasile dal cui Governo ha richiesto ed ottenuto l’asilo politico. Colui il quale ha materialmente riconosciuto tale status al sig. Cesare Battisti è stato il Ministro della Giustizia brasiliano sig. Tarso Genro. Tutto ciò premesso, oltretutto, deve essere tenuto presente anche l’autorevolissimo parere per la sua passata esperienza vissuta “nel panorama della delinquenza eversiva” del sig. Toni Negri , che, interpellato sulle reazioni dell’Italia in relazione al caso Battisti, ha detto alla stampa brasiliana che l’Italia vuole aggredire un paese più debole, cioè il Brasile, per coprire un’umiliazione subìta nell’ottobre del 2008 dal Presidente francese N. Sarkozy che ha negato l’estradizione in Italia per ragioni di salute all’ex BR Marina Petrella e esprime totale accordo sulla concessione di status di rifugiato politico al Battisti. Immediatamente sono arrivate dichiarazioni da parte del fior fiore della numerosa comunità dei rifugiati politici degli anni di piombo a cominciare da Achille Lollo e Pietro Mancini. Inoltre, L. Pessina sostiene infine che in Italia <<è l’intransigenza dei comunisti e l’odio dei cattolici a incitare le famiglie delle vittime a non perdonare >>. Tale atteggiamento di prospettiva pare a chi scrive inaccettabile, immorale, irrispettoso nei confronti di chi ha subìto la perdita dei propri cari. Anche nel loro nome noi siamo fermamente convinti che si debbano utilizzare tutte le metodologie di uno stato democratico di diritto per far in modo che, per questi pluriomicidi, si attuino le procedure di richiesta di estradizione e che finalmente sia fatta giustizia. Dulcis in fundo il Sig. Renato Curcio si lamenta di dover lavorare ancora per parecchi anni in quanto l’INPS non è intenzionata a dargli la pensione. E , continuando, la figlia del povero sindacalista CGIL dell’Italsider di Genova iscritto al PC Guido Rossa, Sabina, deputato PD, ribadisce che le minacce a Ichino dimostrano che certi pericoli possono tornare. Alla luce di tutto quanto sopra esposto, oltre a tutti i mezzi giuridici in possesso dello Stato di diritto, accogliamo con plauso l’iniziativa del Ministro Frattini - che riteniamo opportuna – di richiamare l’Ambasciatore italiano in Brasile, per consultazioni, e proponiamo anche l’espulsione dell’Ambasciatore brasiliano dall’Italia con avvertimento che in caso di eventuale persistenza del rifiuto di estradizione del terrorista si verificherà la conseguente ed inevitabile rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con il Brasile. A rafforzare questa nostra tesi vi è un ulteriore aspetto inquietante che rende inqualificabile ed ingiustificabile il Governo brasiliano ed i suoi rappresentanti. Questo atteggiamento consiste nel fatto che Lula e soci rifiutano l’estradizione perché ritengono che Battisti una volta ritornato in Italia sarebbe soggetto a incredibili persecuzioni politiche. Tutto questo lascia molto perplessi in quanto non possiamo certo dire che l’Italia non sia un’avanzata democrazia e che altrettanto non sia rispettosa dei diritti umani. 27.01.2009

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