Pietro Berti

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domenica 23 gennaio 2011

Craxi: proteste e monetine contro inaugurazione piazza a Lissone



Lascio la difesa della scelta alle parole dell'On. Stefania Craxi.


Craxi: proteste e monetine contro inaugurazione piazza a Lissone
ultimo aggiornamento: 22 gennaio, ore 15:42

Milano, 22 gen. (Adnkronos) - Doveva essere inaugurata oggi a Lissone, in provincia di Monza, la piazza intitolata a Bettino Craxi, a 11 anni esatti dalla morte, ma la protesta di diverse decine di contestatori alcuni dei quali hanno lanciato qualche monetina, ha costretto a un cambio di programma. "La targa e' stata regolarmente scoperta -spiega il portavoce di Stefania Craxi, figlia dello statista socialista- e la manifestazione e' poi proseguita all'interno di Palazzo Terragni, come gia' previsto dagli organizzatori".
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Craxi-proteste-e-monetine-contro-inaugurazione-piazza-a-Lissone_311579099442.html

domenica 16 gennaio 2011

Le relazioni bilaterali tra Italia e Libia



Le relazioni bilaterali tra Italia e Libia (a partire dall'indipendenza del Regno Unito di Libia nel 1950) hanno attraversato diverse fasi.
Le relazioni sono state particolarmente difficoltose nei primi venti anni della Repubblica Araba di Libia di Muammar Gheddafi. I nodi centrali hanno riguardato i beni confiscati alle imprese e ai privati italiani nel 1970 e le richieste libiche di risarcimento per danni coloniali e di guerra. Un momento di forte tensione si è raggiunto nel 1986, a seguito dell'attacco americano a Tripoli e Bengasi e all'Attacco missilistico libico di Lampedusa. La situazione dei rapporti bilaterali è andata migliorando a partire dal Comunicato Congiunto Dini-Mountasser del 1998, fino alla stipula del Trattato di Bengasi di amicizia e cooperazione nel 2008.
La Libia è oggi per l'Italia un alleato sulla sponda nordafricana e un fornitore di energia (gas e petrolio).
Indice[nascondi]
1 La chiusura del contenzioso con il Regno Unito di Libia
2 La rivoluzione di Gheddafi e la riapertura del contenzioso
2.1 Richieste di risarcimento per danni coloniali e di guerra
2.2 I beni confiscati agli Italiani in Libia
2.3 I crediti delle aziende italiane in Libia
3 La crisi diplomatico-militare del 1986
4 Il Comunicato Congiunto Dini-Mountasser (1998)
5 Il dibattito sulla necessità di un "grande gesto" di riconciliazione negli anni '2000
6 Il Trattato di Bengasi (2008)
6.1 Processo di ratifica
6.1.1 Visita di Gheddafi a Roma
6.2 Contenuti del trattato
6.2.1 "Principi"
6.2.2 "Chiusura del passato"
6.2.3 "Partenariato"
7 La cooperazione energetica
8 Le nuove relazioni economiche
9 Note
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La chiusura del contenzioso con il Regno Unito di Libia [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Regno Unito di Libia.
A seguito della risoluzione ONU n.388 del 15 dicembre 1950, l'Italia e il Regno Unito di Libia (monarchia dei Senussi) conclusero nel 1956 un trattato (ratificato con legge n. 843/1957) con il quale l'Italia acconsentiva al passaggio di proprietà di tutte le infrastrutture costruite dagli italiani in Libia e inoltre ripagava alla Libia i danni dell'occupazione, con un limitato indennizzo in sterline. I contributi previdenziali degli italo-libici venivano passati al governo di Tripoli, con l'impegno di onorarli. [1].
La rivoluzione di Gheddafi e la riapertura del contenzioso [modifica]
Il colpo di stato del 1969 che porta al governo Gheddafi conduce anche alla riapertura del contenzioso con l'Italia sul passato coloniale. La nuova giunta militare sfrutta l'Italia come "nemico esterno" per cementare il consenso interno, attraverso iniziative propagandistiche quali la confisca dei beni (compresi i contributi previdenziali) e l'espulsione degli italo-libici, e l'istituzionalizzazione del "giorno della vendetta".
Richieste di risarcimento per danni coloniali e di guerra [modifica]
Il nodo centrale del rapporto politico resta la pretesa libica di risarcimenti per i danni causati dagli italiani nel corso della colonizzazione e delle guerre combattute su suolo libico. La questione ha ispirato diverse discussioni: se l'attuale Libia (mai indipendente prima del 1951) era internazionalmente riconosciuta come parte del territorio italiano, i danni provocati dalle operazioni militari italiane degli anni venti e trenta, nonché della Seconda guerra mondiale sul fronte nordafricano, avrebbero colpito lo stesso territorio italiano e non quello di un altro Stato, tra le altre cose nessuno stato europeo ha mai pagato dei soldi per dei presunti danni derivati dal possesso coloniale di un altro territorio ora indipendente.
In egual misura l'Italia potrebbe chiedere dei danni all'attuale governo libico per i danni derivati dalle numerose rappresaglie dei ribelli libici durante il periodo coloniale, essendo richieste alquanto assurde sono state accantonate. A queste singolari richieste si contrappone anche la necessità di mantenere un rapporto politico disteso, per una serie di motivi: l'importanza delle operazioni di estrazione del petrolio che l'ENI avviò in Libia sin dal 1956, la possibilità di collaborare nella lotta contro il fondamentalismo ed il terrorismo, la ricerca della stabilità nel Mediterraneo.
I beni confiscati agli Italiani in Libia [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Italo-libici.
Nel 1970, dopo l’avvento della rivoluzione libica, gli oltre ventimila italiani residenti in Libia sono stati espulsi dal Paese e hanno subito la confisca di tutti i beni in violazione del trattato italo-libico del 1956, stipulato sulla base della Risoluzione Onu del 1950 che condizionava l'indipendenza del Regno Unito di Libia al rispetto dei diritti e degli interessi delle minoranze residenti nel Paese.
Il valore dei beni è stato calcolato, al 1970, dal Governo Italiano in 200 miliardi di lire per il solo valore immobiliare. Includendo i depositi bancari e le varie attività imprenditoriali ed artigianali con relativo avviamento, questa cifra supera i 400 miliardi di Lire che, attualizzati al 2006, significa circa 3 miliardi di euro. In trentasette anni, non vi è mai stato un provvedimento ad hoc che prevedesse l’adeguato risarcimento per la confisca del 1970. Gli aventi diritto hanno beneficiato solo delle provvidenze previste dalle leggi di indennizzo a favore di tutti i cittadini italiani che hanno perso beni all’estero.
La confisca del 1970 è stata giustificata da Gheddafi come parziale ristoro dei danni derivanti dalla colonizzazione, una sorta di acconto sul preteso saldo che oggi riesce ad ottenere, anche se la distinzione da parte del leader libico fra beni confiscati e le responsabilità delle vittime della stessa è sempre stata netta. Il Governo italiano da parte sua non ha mai preteso dai libici il rispetto del Trattato violato ricorrendo alla prevista clausola arbitrale (art. 9) né hai mai posto sul tappeto il valore di quei beni “restituiti” al popolo libico se non altro per diminuire le pretese del Colonnello.
Nell’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998 che doveva chiudere tutto il contenzioso non si fa minimamente cenno al valore dei beni confiscati agli italiani. Per quanto riguarda i visti di ingresso in Libia, dopo l'iniziale entusiasmo seguito alla visita dell'allora Presidente del Consiglio Berlusconi a Gheddafi nel 2004, nella quale il problema sembrava poter essere superato, ad oggi i cittadini italiani rimpatriati nel 1970 non possono rientrare nel Paese se non dopo aver compiuto 65 anni, tramite un viaggio organizzato e con i documenti di ingresso sia in italiano che in arabo. L'AIRL[2] è oggi l'associazione che rappresenta e difende i diritti di tutti i rimpatriati, lotta dal 1972 per il completamento dell’indennizzo, fondando la propria battaglia su precisi presupposti giuridici e morali.
I crediti delle aziende italiane in Libia [modifica]
Si sente parlare ogni tanto dei crediti degli italiani in Libia, collegando questo problema con l'avvento di Gheddafi e con l'esproprio dei beni e la cacciata degli Italiani, avvenuta nel 1970. In realtà, vi sono diversi aspetti della vicenda. I "crediti delle aziende italiane in Libia" propriamente detti, risalgono ad attività economiche posteriori al 1970: i meno recenti risalgono all'inizio degli anni ottanta, i più recenti all'inizio degli anni 2000. La ragione dell'insolvenza libica per questi imprenditori non sta nella volontà politica di danneggiare gli Italiani, ma deriva da vertenze di natura amministrativa o commerciale. La varietà dei casi, trattandosi di 105 aziende, sfugge a classificazioni.
Il Governo italiano, nello spirito di cancellazione del passato nato dal Comunicato Congiunto (vedi sopra), chiese nel 2000 ai creditori dei vari Enti libici di far conoscere le rispettive situazioni per negoziarle come un blocco di crediti. La somma dei crediti pretesi raggiunse il livello di oltre 620 milioni di euro e la difficile trattativa ebbe inizio. I libici chiesero che la parte italiana calcolasse i crediti indiscutibili all'interno dei 620 milioni di Euro; ottenuta la risposta, chiesero di ricalcolarla con i loro esperti, arrivando a conclusioni totalmente diverse; su insistenza italiana, produssero nel 2004 una proposta di rimborso forfettario, naturalmente inferiore ai 600 milioni. Riversata ai creditori, la proposta fu rifiutata e si tornò alla carica. Ad un certo punto i libici dissero (confermando un concetto già espresso in precedenza) che i creditori del gruppo potevano farsi avanti comunque uti singuli, smentendo poi questa possibilità al verificarsi del primo caso concreto. [3]
La crisi diplomatico-militare del 1986 [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Attacco missilistico libico di Lampedusa.
Negli anni ottanta Gheddafi, a fini anti-israeliani e anti-americani, arrivò a sostenere gruppi terroristi quali l'irlandese IRA ed il palestinese Settembre Nero, venendo anche accusato di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia. Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America, egli fu progressivamente emarginato dalla NATO. Inoltre, il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia[4].
All'epoca del bombardamento americano contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile 1986, il primo ministro italiano Craxi fu reputato eccessivamente prudente e fu per questo criticato dalla stampa nazionale[5] per non aver reagito alla rappresaglia libica (il lancio di missili su Lampedusa). Oltre venti anni dopo è emersa una ben diversa descrizione dei fatti[6] secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell'imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi.
Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano, che considerava la ritorsione americana, scaturita dalla politica di appoggio al terrorismo della Libia, come un atto improprio, che non doveva coinvolgere come base di partenza dell'attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella[7] secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire "l'amico italiano" agli occhi degli americani: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.
Tale tesi, nel contempo, però, non spiega come facesse Craxi a conoscere l'attacco due giorni prima, visto che esso fu condotto da navi della VI flotta alla fonda nel golfo della Sirte e che ostentatamente all'epoca si disse[8] che il governo italiano - e nessun altro governo della NATO, ad eccezione di quello britannico - non era stato coinvolto nella sua preparazione[9]. Sul punto, però, è giunta recentemente una testimonianza diretta del consigliere diplomatico di Craxi a palazzo Chigi, l'ambasciatore Antonio Badini, secondo cui Reagan inviò Vernon Walters ad informare il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi e Craxi, non essendo riuscito a convincere gli americani a desistere, decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia[10].
Il Comunicato Congiunto Dini-Mountasser (1998) [modifica]
Gheddafi avanzò nel tempo pretese più o meno concrete, in alcuni momenti approfittando del rancore verso l'Italia per dare sferzate di orgoglio e di unità nazionale al suo popolo e per ribadire il proprio controllo sul Paese. Nel tentativo di chiarire i termini della questione, condotto molto lentamente e sagacemente dalle diplomazie italiana e libica, il punto di svolta si ebbe nel 1998, quando il 4 luglio fu firmato a Roma il "Comunicato Congiunto"[11], documento che prevedeva di principio esborsi dell'Erario italiano, ma che (confermando la prudenza con la quale l'Italia voleva continuare a trattare il problema) non fu mai inviato a ratifica parlamentare.
L'accordo prevedeva una serie di azioni dirette da parte del Governo italiano (ricerca dei familiari dei libici deportati in Italia, aiuto allo sminamento, aiuto ai libici danneggiati), nonché la realizzazione di progetti economici a cura di un Società mista che avrebbe raccolto contributi da vari soggetti pubblici e privati, italiani e libici. Nell’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998 che doveva chiudere tutto il contenzioso non si fa cenno al valore dei beni confiscati agli italiani.
Il dibattito sulla necessità di un "grande gesto" di riconciliazione negli anni '2000 [modifica]
L'applicazione del testo del Comunicato Congiunto procedette sin dall'inizio abbastanza pigramente, e nel 2001 ci si rese conto da entrambe le parti che esso non era sufficiente a chiudere in tempi rapidi la vertenza. Si fece strada l'idea di un "gesto simbolico" (poi ribattezzato "Grande Gesto") con il quale accontentare le pretese libiche ed evitare il ripetersi in futuro di minacce, sequestri di imprenditori italiani ed atti simili. Va detto che tali azioni poco avevano a che vedere con il rapporto bilaterale e probabilmente derivavano da vertenze economiche e commerciali nelle quali alcuni italiani avevano tentato di raggirare libici, questi ultimi ricorrendo alle loro connessioni di clan (ogni libico ne ha una o più) per dissuadere i nostri connazionali.
Pian piano l'idea del gesto simbolico cominciò a prendere forma e si parlò di un ospedale oncologico sotto la supervisione dei maggiori specialisti italiani, oggetto che poteva richiedere un investimento a fondo perduto da parte del Governo italiano pari a 60 milioni di euro. L'idea dell'ospedale cominciò a concretizzarsi e finalmente fu espressa -le testimonianze sono sufficientemente affidabili- in un incontro a quattr'occhi tra il capo del governo Berlusconi ed il colonnello Gheddafi il 28 ottobre 2003.
Al leader libico l'ospedale non bastava e richiedeva qualcosa di più costoso: un'autostrada lungo la costa libica dal confine tunisino a quello egiziano, opera del costo tra 1,5 e 6 miliardi di Euro (a seconda del progetto e delle risorse utilizzate). Tale richiesta fu in seguito discussa con una certa serietà, finché nel dicembre 2004 un incontro tecnico finì senza risultati, poiché la parte italiana non era in grado di assicurare l'impegno politico a finanziare l'intera autostrada.
Nel 2004, nel corso di una visita in Libia dell'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il colonnello Gheddafi affermò che da quel momento il 7 ottobre non sarebbe più stato celebrato in Libia come il "Giorno della Vendetta", bensì come il "Giorno dell'Amicizia" tra i due Stati. Nonostante ciò, le autorità ed i mezzi di informazione libici hanno celebrato il 7 ottobre 2005 ed i successivi come "Giorno della Vendetta".
Negli anni seguenti la questione si trascinò ed assunse aspetti anche drammatici, con la devastazione del Consolato Generale d'Italia a Bengasi e con il discorso del 5 marzo 2006 di Sirte. Il Governo guidato da Romano Prodi ha ripreso con attenzione la vertenza libica e vi sono stati interessanti sviluppi, culminati (per il momento) nel Convegno del 26 ottobre 2007 sui deportati libici. Tra l'altro, il 26 ottobre è una data simbolica molto importante, poiché la Libia vi celebra l'inizio delle deportazioni nel 1911 ed è giorno di lutto nazionale con chiusura diurna di tutte le comunicazioni esterne del Paese. Per quanto concerne la costosa autostrada, l'atteggiamento italiano è di raggiungere qualche risultato oggettivo nel tentativo di accontentare il Colonnello. Ma l'atmosfera non è ancora matura per una visita in Italia di Gheddafi.
Il Trattato di Bengasi (2008) [modifica]
Wikisource contiene il testo completo del Trattato di Bengasi (2008)
Processo di ratifica [modifica]
Il 30 agosto 2008 Gheddafi e Berlusconi hanno firmato un trattato di Amicizia e Cooperazione, nella città di Bengasi.[12][13][14]
Il trattato è stato ratificato dall'Italia il 6 febbraio 2009[12] e dalla Libia il 2 marzo, durante una visita di Berlusconi a Tripoli[13][15]
Visita di Gheddafi a Roma [modifica]
Nel giugno 2009 Gheddafi ha compiuto la sua prima visita a Roma. Gheddafi ha soggiornato tre giorni in Italia, seppur fra molte polemiche e contestazioni. Il leader libico si è recato al Campidoglio, a La Sapienza (dove ha ricevuto la contestazione degli studenti del movimento dell'Onda[16]), alla sede di Confindustria ed ha incontrato le massime cariche italiane (il primo ministro Berlusconi, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Senato Renato Schifani e il presidente della Camera Gianfranco Fini)[13].
Durante la visita di stato Gheddafi ha mostrato, appuntata sulla divisa militare, una foto dell'eroe della resistenza libica antitaliana Omar al-Mukhtar, suscitando perplessità e proteste.[17]
Il Partito Democratico e l'Italia dei Valori si sono opposti alla visita[18][19] e diverse proteste sono state messe in atto in tutta Italia da attivisti dei diritti umani e dal Partito Radicale Transnazionale.[20]
Particolarmente ostili all'accoglienza trionfale preparata per il leader libico da parte del governo sono stati i Radicali Italiani, che con il deputato Matteo Mecacci ed il senatore Marco Perduca (entrambi membri della delegazione Radicale nel PD) hanno organizzato manifestazioni di protesta, in aula del Senato e fuori[21]. Queste proteste hanno fatto sì che la sede dove il colonnello Gheddafi avrebbe dovuto tenere il suo discorso fosse spostata dal Senato alla meno prestigiosa sala Zuccari di Palazzo Giustiniani[22].
Il discorso pronunciato dal colonnello l'11 giugno 2009, ha destato comunque molte polemiche per alcuni dei suoi passaggi:
« Gli Stati Uniti sono terroristi come Bin Laden, hanno fatto dell'Iraq un Paese islamico e le dittature non sono un problema se fanno il bene della gente[23] »
« Quale differenza c'è tra l'attacco degli americani nel 1986 contro le nostre case e le azioni terroristiche di Bin Laden?[24] »
Gheddafi ha anche preso parte al G8 dell'Aquila del luglio 2009, come presidente dell'Unione Africana.[13]
Nell'agosto 2009 Berlusconi ha visitato nuovamente Tripoli per il primo anniversario del Trattato di Amicizia.
Contenuti del trattato [modifica]
In base al trattato di Bengasi, l'Italia pagherà 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione per l'occupazione militare. In cambio, la Libia prenderà misure per combattere l'immigrazione clandestina dalle sue coste, e favorirà gli investimenti nelle aziende italiane.[13][25]
Il Trattato di Bengasi rappresenta il definitivo accoglimento da parte italiana delle rivendicazioni libiche in materia di risarcimenti per le vicende coloniali attraverso la costruzione di un’autostrada di duemila chilometri lungo la costa libica, con una spesa totale 3,5 miliardi di euro, bilanciata in modo solo parziale dalla chiusura del contenzioso con le ditte italiane danneggiate dalle decisioni libiche prese nel 1970, che ha un valore stimato di soli 600 milioni.
Il Trattato consta di tre parti: principi, chiusura del passato e dei contenziosi, partenariato[26]
"Principi" [modifica]
La parte del trattato relativa ai principi ha fatto sorgere discussioni relativamente al rispetto dei diritti umani e alla compatibilità del Trattato con la partecipazione dell’Italia alla NATO.
L'esplicito riferimento alla Carta delle Nazioni Unite ed alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo previsto dal Trattato dovrebbe costituire una possibilità per l'Italia di chiedere il rispetto dei diritti umani in Libia. La Libia è infatti parte dei principali trattati internazionali in materia di diritti umani, ad eccezione della Convenzione sui rifugiati del 1951, ma è parte della Convenzione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che contiene norme sul trattamento degli stranieri.
Il trattato prevede inoltre che ciascuno dei due contraenti non consenta la commissione di atti ostili contro l’altro, a partire dal proprio territorio. Tale clausola andrebbe interpretata in riferimento ad atti che comportano la minaccia o l’uso della forza in contrasto con il diritto internazionale. Non costituirebbe quindi "atto ostile", ad esempio, una dimostrazione di protesta contro la Libia; ma potrebbero sorgere problemi, ad esempio, in caso di navigazione della flotta statunitense nel golfo della Sirte, a partire da basi navali in Italia, al fine di rivendicare i diritti di libertà dell’alto mare.
"Chiusura del passato" [modifica]
La seconda parte del trattato, relativa alla chiusura del passato, è la più onerosa per l'Italia. Il governo di Roma si impegna a realizzare infrastrutture in Libia per un valore di 5 miliardi di dollari, tramite esborso di 250 milioni di dollari all'anno per 20 anni. I fondi sarebbero reperiti tramite addizionale IRES a carico delle aziende petrolifere. L'esecuzione dei lavori sarebbe affidata a ditte italiane, e i fondi sarebbero gestiti direttamente dall'Italia.
"Partenariato" [modifica]
La terza parte del trattato prevede iniziative speciali meno onerose ma comunque a carico dell'Italia: borse di studio, e un programma di riabilitazione per lo scoppio di mine.
Il nuovo partenariato Italia-Libia potrebbe giovare all'economia italiana grazie all'attrazione di investimenti diretti esteri, nella forma dei fondi sovrani libici, nel settore bancario.
Un esempio di ciò è avvenuto nell'ottobre 2009: in un momento di crisi che ha visto le azioni di Unicredit fortemente svalutate, i fondi sovrani libici hanno acquisito il 4,23% del gruppo, diventandone il secondo maggiore azionista, alle spalle della Cassa di Risparmio di Verona; contestualmente il gruppo ha annunciato un aumento di capitale di 6 miliardi di dollari, provocando il rialzo del titolo nella Borsa di Milano.
La cooperazione energetica [modifica]
L'ENI di Enrico Mattei è stata una delle prime aziende petrolifere a operare in Libia. È stata proprio l'ENI a costruire l'unico gasdotto che unisce la Libia con l'estero e che consente le esportazioni di una materia di recente estrazione, ma della quale la Libia dovrebbe essere abbondantemente dotata.
Il 16 ottobre 2007 l’ENI e la Lybian National Corporation hanno firmato un accordo che prolunga la presenza della società energetica italiana in Libia fino al 2042 e al 2047 rispettivamente per l’estrazione del petrolio e del gas.
Le nuove relazioni economiche [modifica]
Tra 2008 e 2010, quasi 40 miliardi di euro sono stati scambiati tra Italia e Libia[27]:
la banca centrale libica e la Lybian Investment Authority (fondo sovrano) hanno investito 2,5 miliardi di euro per acquisire circa il 7% di Unicredit, divenendo il primo azionista del primo gruppo bancario italiano
il 7,5% detenuto da Lafico nel capitale azionario della Juventus ne fanno il quinto investitore per dimensioni sulla borsa di Milano
l'1% dell'ENI è stato acquisito dai libici, che hanno allungano di 25 anni le concessioni energetiche, in cambio di investimenti Eni per 28 miliardi
Lafitrade, insieme a Fininvest, controllano il 10% di Quinta Communications, società di Tarak Ben Ammar
Cesare Geronzi, patron di Generali, ha accolto anni fa la Libia, assieme a Fininvest, nel patto di società di Banca di Roma (poi Capitalia), così come in banca Ubae
il 14,8% di Retelit, società di telecomunicazioni, è controllato dalle finanziarie libiche.
I petrodollari di Gheddafi hanno permesso a Berlusconi di approfondire il proprio controllo sulla finanza privata italiana, in specie su Mediobanca[27]:
Unicredit, ora con primo azionista libico, è il primo azionista di Mediobanca
Fininvest e Mediolanum ne controllano direttamente il 5,5%
il 10-15% è controllato da Ben Ammar tramite un pool di azionisti francesi;
un'ulteriore quota fa riferimento alle Generali di Cesare Geronzi
Il trattato di Bengasi del 2008 ha inoltre aperto le porte a commesse da distribuire tra gli investitori italiani:
2,3 miliardi di euro per la costruzione dei 1.700 chilometri dell'autostrada costiera libica
costruzione di un centro congressi (Impregilo) e commesse di elicotteri (Finmeccanica) e segnalamento ferroviario (Ansaldo) sono stati affidati a ditte italiane
Note [modifica]
^ testo del trattato del 1957 e della legge di ratifica
^ [www.airl.it Airl.it]
^ articolo riassuntivo sul rapporto bilaterale,"Il Sole 24 Ore", 11 novembre 2007
^ I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi». Corriere della Sera, 31 ottobre 2008.
^ "Ma tenero è il governo", su Repubblica, 27 ottobre 1989, p. 2: "la linea del governo italiano (...) quando si tratta della Libia, è sempre incline ad una prudenza, per non dire una condiscendenza, che ha già sollevato in passato perplessità e critiche non solo in Italia, ma anche all' estero".
^ Data da Abdel-Rahman Shalgam, ministro degli esteri della Libia, a margine del convegno italo-libico alla Farnesina del 30 ottobre 2008, e confermata in una recente intervista da Andreotti, allora ministro degli esteri, in Andreotti e il ministro libico confermano "Craxi avvertì Gheddafi del bombardamento Usa" da Repubblica.it, vedere anche Corriere della Sera, che include riferimenti a precedenti rivelazioni nello stesso senso del senatore Sdi Cesare Marini.
^ Proposta da Cesare Marini nell'intervista a Il Riformista del 4/19/2003.
^ Loren Jenkins, “Libyan missile fire protested by Italy”, The Washington Post , April 16, 1986, p. A23.
^ Come ammesso dal Generale di Squadra Aerea Basilio Cottone, che ha dichiarato "so con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia" : "Il generale Cottone: mai arrivati missili a Lampedusa", intervista di Clara Salpietro del 20 settembre 2005 su Pagine di Difesa
^ La Repubblica, 31 ottobre 2008, p. 19.
^ Testo del Comunicato Congiunto del 1988
^ a b Template:Italian Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008. Parliament of Italy, 2009-02-06. URL consultato il 2009-06-10.
^ a b c d e «Gaddafi to Rome for historic visit», ANSA, 2009-06-10. URL consultato in data 2009-06-10.
^ «Berlusconi in Benghazi, Unwelcome by Son of Omar Al-Mukhtar», The Tripoli Post, 2008-08-30. URL consultato in data 2009-06-10.
^ «Libya agrees pact with Italy to boost investment», Alarab Online, 2009-03-02. URL consultato in data 2009-06-10.
^ http://www.rainews24.rai.it/it/asp/foto-gallery.asp?nid=120981
^ http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/06/al-Mukhtar.shtml?uuid=d2569532-55e8-11de-8641-7073d85a2f75&DocRulesView=Libero
^ «Gheddafi a Roma, tra le polemiche», Democratic Party, 2009-06-10. URL consultato in data 2009-06-10.
^ «Gheddafi protetto dalle Amazzoni», La Stampa.
^ «Template:Italian Gheddafi a Roma: Radicali in piazza per protestare contro il dittatore», Iris Press, 2009-06-10. URL consultato in data 2009-06-10.
^ Video Ostruzionismo e manifestazione dei Radicali contro il Trattato Italia-Libia
^ "Ora siamo amici". Ma il discorso di Gheddafi in Senato salta
^ Repubblica.it: Gheddafi: "Usa come Bin Laden, partitismo aborto della democrazia"
^ Repubblica.it: Gheddafi: "Usa come Bin Laden, partitismo aborto della democrazia"
^ «Italia-Libia, firmato l'accordo», La Repubblica, 2008-08-30. URL consultato in data 2009-06-10.
^ Natalino Ronzitti, Luci e ombre del Trattato tra Italia e Libia, AffarInternazionali.it, 08/02/2009
^ a b Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi spa, La Repubblica, 28 agosto 2010
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Relazioni_bilaterali_tra_Italia_e_Libia"
Categorie: Storia della Libia Storia dell'Italia nel secondo dopoguerra Relazioni bilaterali dell'Italia Relazioni bilaterali della Libia

mercoledì 15 dicembre 2010

Processo a Martelli

Durante Tangentopoli, nel 1993, Martelli è candidato ad assumere la guida del PSI, ma a seguito di un avviso di garanzia - per concorso sulla bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, da cui il PSI aveva attinto il "conto protezione" su cui per quindici anni i giudici di Milano avevano invano indagato, fino alle decisive chiamate in correità di Licio Gelli e Silvano Larini - il 10 febbraio si dimette da ministro della Giustizia. Successivamente, fonderà l'associazione umanitaria Opera e quella civile Società Aperta nel 1996. Diventa direttore di Mondoperaio nel 1997.
Durante lo scandalo Tangentopoli, è stato anche condannato, dopo aver confessato, per aver ricevuto 500 milioni di lire nel caso della maxitangente Enimont.[2]
Nel 1998 è consulente del Ministro Livia Turco nella commissione per le politiche d'integrazione degli immigrati e della consulta degli immigrati, incarico da cui si dimette a seguito di divergenze politiche con il governo.
È eletto eurodeputato nel 1999 per lo SDI nella circoscrizione Marche-Umbria-Toscana-Lazio. Esce dallo SDI nel 2000 e successivamente aderisce al Nuovo PSI. È espulso di conseguenza dal gruppo socialista al Parlamento Europeo ed entra in quello liberaldemocratico.
Nel 2001 fonda assieme a Gianni De Michelis e Bobo Craxi il Nuovo PSI, di cui diventa portavoce. Abbandona la politica ancora una volta nel 2005, stavolta definitivamente
24 maggio 1994 Inizia il processo sulla maxitangente Enimont
dal sito http://www.tesionline.it/news/cronologia.jsp?evid=3113
Il Gip presso il Tribunale di Milano dispone il giudizio nei confronti di coloro che fino ad ora sono stati ascoltati solo in qualità di testimoni nel processo Cusani, dando inizio a quello relativo alla cosiddetta "maxitangente Enimont". Gli imputati di questo processo sono importanti dirigenti del Gruppo Ferruzzi-Montedison (Garofano e Sama), intermediari del Gruppo Ferruzzi-Montedison con il sistema dei partiti (Bisignani), politici e loro collaboratori (Altissimo, Bossi, Casadei, Citaristi, Craxi, De Michelis, Forlani, Giallombardo, Grotti, La Malfa, Martelli, Patelli, Pomicino, Vizzini).I reati di cui sono accusati gli imputati sono: false comunicazioni sociali, illeciti finanziamenti in merito alla vicenda Enimont, appropriazioni indebite in merito alla vicenda Enimont, illeciti finanziamenti per le elezioni politiche del 1992, appropriazioni indebite. -->
Al processo Cusani Martelli ammette il finanziamento, ma si scontra con Carlo Sama E cita un teste, che pero' lo smentisce A Craxi 70 miliardi attraverso lo Ior
dal sito http://www.archivionews.it/?azione=notizia&id=98841
MILANO.
le feri e i fine settimana>. Sorride il presidente della corte, Giuseppe Tarantola, mentre da' il annuncio. Ma d'altronde non c'e' altro da fare: il processo Cusani si sta allargando a dismisura e quanto e' accaduto ieri e' emblematico. In sintesi: l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli ha detto di aver ricevuto 500 milioni direttamente da Carlo Sama; c'e' stato un confronto e Sama, cambiando la precedente versione, ha ammesso la circostanza. Poi ha aggiunto, nell'ordine: che a Craxi dovevano andare 70 miliardi per Enimont; che ne sono arrivati un po' meno perche' lo Ior, la finanziaria del Vaticano, si e' tenuta discussione. - prevede 0 miliardi nell'operazione di dei Cct; che a Craxi, nel '92, sono andati 5-7 miliardi proprio per . IN CERCA DI NUOVE PROVE A questo punto tutto viene rimesso in discussione. , dice Tarantola. Che non e' una sigla misteriosa, bensi' l'articolo del codice che prevede da parte del tribunale: interrogatori, re-interrogatori, confronti e cosi' via. E veniamo alla cronistoria di questa udienza-chiave. Alle 10 arriva Claudio Martelli; sorride. Presidente: L'imputato, Sergio Cusani, e' accusato di aver pagato alcuni soggetti politici per Enimont, tra cui lei. Cosa puo' dire? Martelli: Per quel che mi riguarda e' un'accusa assolutamente falsa. Non ho mai ricevuto nulla da Cusani. Del resto sarebbe stato paradossale avessi ricevuto qualcosa per favorire la pubblicizzazione di Enimont, visto che io sono stato sempre contrario. Presidente: Ci parli di questo. Martelli: Quando divenne chiara l'impossibilita' di convivenza tra socio pubblico e privato, mi pronunciai chiaramente per la privatizzazione. Presidente: Se ne parlo' in qualche riunione? Martelli: Se si riferisce al vertice del pentapartito, io non mi sento di smentire ne' La Malfa ne' Altissimo. Se ne parlo', ma prima della riunione ufficiale. Craxi critico' quella famosa frase di Gardini, . Io mi permisi di dire: e Craxi commento', affettuosamente, che era una mia opinione personale. Della vicenda non si discusse piu': se ne occupo' solo il ministro Piga. COMPAGNI DI UNIVERSITA' Presidente: Parlo' mai di Enimont con Gardini? Martelli: Si', varie volte. Tra noi si era stabilito un rapporto umano, di amicizia. Io a un certo punto gli dissi: . Per questo, quando poi vendette davvero, provava un certo imbarazzo verso di me. Il presidente chiede poi a Martelli dei suoi rapporti con Cusani. L'ex ministro spiega di conoscerlo fin dall'universita' come . Presidente: Veniamo al secondo capo d'accusa di Cusani, i versamenti per la campagna elettorale del '92... Martelli: Ed e' quello che mi ha spinto a venire qui. Perche' quando ho letto che me li avrebbe dati Cusani mi sono non solo stupito, ma anche un po' disgustato. A me e' successo infatti che una persona, Carlo Sama, mi invita a casa sua a Ravenna, mi dice che e' d'accordo con me e mi offre un contributo... Vede, presidente, dopo il congresso di Bari, ero in disaccordo con Craxi e non potevo piu' ricorrere alla segreteria amministrativa del partito. Per questo ho accettato il contributo di Sama: 500 milioni. Me li consegno' personalmente, in contanti, e mi disse: . Presidente: Quindi lei contesta quello che ha detto Sama? Martelli: In radice. Interviene Antonio Di Pie tro: E' necessario un confronto con Sama. Che adesso si trova al piano di sopra (in procura, ndr) e quindi e' possibile farlo subito. Detto, fatto. Pochi minuti e Sama arriva davvero. Presidente (a Sama): Quando e' venuto qui ci ha detto che per pagare il psi, Craxi e Martelli, era stato incaricato Cusani. Martelli dice invece che e' stato lei a dargli questo contributo... Sama: Devo dire che Martelli ha ragione... Vede, io, quando sono venuto qui non avevo ancora ricostruito tutti i versamenti... Non volevo coinvolgere altre persone, i miei collaboratori... Poi, dopo l'interrogatorio in aula sono andato da Di Pietro e gli ho portato la lista completa... Fu Cusani a dirmi che dovevo dare io il contributo a Martelli, perche' lui pagava gia' Craxi e poteva esserci qualche problema. DI CHI ERANO I SOLDI? Presidente: Spiego' a Martelli da dove venivano quei soldi? Sama: No, non l'ho spiegato. Martelli: Mi dicesti esattamente: . Sama: Questo lo contesto. Non ce n'era alcun bisogno... Martelli: Ce n'era bisogno, eccome. Sama: Allora non c'era bisogno di dire niente. Ce n'e' bisogno adesso che siamo in un'aula di tribunale. Martelli: No, ce n'era bisogno. Se fossero stati soldi dell'azienda non li avrei accettati. Sama: Su questo ho le mie perplessita'. Martelli: Ci sono i testimoni. Sama: No, eravamo soli. Martelli: Cattiva memoria... Presidente (a Martelli): Chi sono questi testimoni? Martelli: I miei collaboratori Sergio Restelli e Tonino Bettanini. Sama: Secondo me fai confusione, ci siamo visti un migliaio di volte. Scusa, dove eravamo? Martelli: A casa tua, a Ravenna... Sama mi telefono', io ero durante un giro elettorale. Mi offri' uno spuntino, vino bianco e grana. Poi mi disse: . Lo ricordi questo? Sama: Accidenti. Non si possono mica negare certe cose. Martelli: E poi dicesti ... Per Martelli fu Sama stesso a portare la valigetta nella sua auto, ma lui contesta e sostiene che l'incontro e' probabilmente avvenuto a Roma. Sama e Martelli sono ancora l'uno di fronte all'altro, quando interviene ancora Di Pietro. C'e' l'ennesimo battibecco con l'avvocato Giuliano Spazzali (perche' il pm cerca di introdurre la questione degli altri contributi versati da Sama). Poi si ritorna sui soldi al psi. LA RIPARTIZIONE Di Pietro: Facciamo allora il punto. A Martelli vanno 500 milioni, e a Craxi quanto? Sama: All'epoca non sapevo come era stata formata la provvista. Poi ho saputo che una parte era il resto di Enimont e l'altra veniva da due fatture (per oltre 10 milioni di dollari, ndr) per cui il miliardo e mezzo e' diventato piu' consistente. Di Pietro: Quanto? Sama: Se non ricordo male 5-7 miliardi. Vede, per Enimont era stato deciso di dare a Craxi 70 miliardi, ma siccome la somma era in Cct bisognava monetizzarla. Fu contattato lo Ior, tramite Luigi Bisignani, e seppi che l'operazione era costata parecchio. Di Pietro: Quanto? Sama: Nell'ordine degli 8-10 miliardi. Di Pietro: Ma era un costo bancario? Non potevate andare in un'altra banca? Sama: Non so, non ho seguito io l'operazione. Di Pietro: Ricapitoliamo. A Craxi nel '92 si da' di piu', perche'? Sama: Perche' nel '91 si e' dato meno rispetto agli accordi. Di Pietro: Scelta vostra o e' stata sollecitata? Sama: Non lo so. Fu Cusani a dire che era meglio integrare. L'udienza ha avuto un seguito nel pomeriggio. Il pm Di Pietro ha ascoltato l'ex capo ufficio stampa dell'allora ministro Martelli, Antonio Bettanini, citato in aula proprio da Martelli come uno dei due testimoni che avrebbero assistito alla consegna del denaro da parte di Sama all'esponente socialista. Bettanini, che e' stato sentito come persona informata sui fatti, avrebbe sostanzialmente smentito l'on. Martelli. Avrebbe detto di non ricordare l'episodio e comunque di non aver assistito al passaggio di denaro. Per avere un ulteriore riscontro della circostanza, Di Pietro ascoltera' anche Sergio Restelli, l'altro collaboratore nominato da Martelli. Susanna Marzolla


Processo Enimont, il pm interroga Martelli e attacca: Di Pietro: ecco l'oro di Craxi
dal sito http://www.archivionews.it/?azione=notizia&id=147831
E' un Antonio Di Pietro insolito quello che arriva a Palazzo di Giustizia, nel giorno della bufera. Sara' il morbido cardigan color panna al posto della giacca; sara' che spesso sorride. Ecco, in un giorno cosi' uno se lo immagina teso, scuro in volto; e invece ti appare disteso, quasi gioviale. E, senza arrabbiarsi, lancia quelle due o tre battute-segnale dall'univoco significato: non vado a far politica; resto qui e vedrete. Siamo al processo Enimont ed e' di scena l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, imputato per 500 milioni avuti nel '92 da Carlo Sama. Ed e' lui a diventare l'inconsapevole per le esternazioni di Di Pietro. Dunque Martelli racconta dei suoi rapporti con Gardini, dei suoi primi contrasti con Craxi, della sua idea politica di un ... Lo interrompe Di Pietro: . Martelli: . Di Pietro: . Primo segnale. Si va avanti. Martelli parla del contributo avuto da Sama; Di Pietro gli chiede dei finanziamenti al psi, dei conti esteri (, risponde l'ex ministro). Di Pietro: . Martelli: . Di Pietro: . No, il pm non vuole che nessuno lo accusi di attaccare questo o quello. Ma c'e' spazio per un'altra battuta . Arriva dopo una serie di domande a raffica sul ruolo di Cusani. Martelli: . Di Pietro: . Tutto qui? Macche'. Un po' di soddisfazioni Di Pietro ieri se le e' prese anche nei confronti di Craxi. Spiega di aver ricevuto, da Giorgio Tradati, tutta la documentazione bancaria su uno dei conti. Di Pie tro: riportiamoci e il ho 2 febbraio, vengono acquistati 15 kg d'oro. Sono stati depositati in una casella postale dell'aeroporto di Ginevra, a nome di una donna; e li' devono essere, a meno che qualcuno non abbia fatto il gioco delle tre tavolette>. Craxi sostiene poi che di quei conti ha gia' parlato, e proprio al pm? Pronta la risposta. Di Pietro: . La diventa cosi' per Di Pietro la giornata degli sfoghi. Anche sul suo famoso libro. Con che sorriso accoglie la giovane studentessa, che gli racconta di come ha scoperto la sua tesi di laurea, proprio sulla Costituzione. . Dunque si e' laureato in diritto costituzionale? . Fa il modesto, Di Pietro. E fa il sornione quando gli dicono che Biondi si e' dimesso: . E sorride. Cordiale accoglie poi nel suo ufficio Idina Ferruzzi, venuta dal pm Licia Scagliarini a raccontare gli ultimi giorni di vita del marito, Raul Gardini. Perche' e' andata da Di Pietro? . Quale miglior attestato di stima, dalla vedova dell'uomo che per lo scandalo si e' ucciso? E che riserva a Di Pietro un'altra soddisfazione, contro quel Sergio Cusani che lo ha fatto finire sul registro degli indagati. . Susanna Marzolla

dal sito http://archiviostorico.corriere.it/2002/marzo/24/Conto_Protezione_nuovo_processo_Martelli_co_0_02032411864.shtml
La Cassazione annulla la sentenza. «La fine di un incubo»
Conto Protezione: nuovo processo a Martelli

MILANO - Processo d' appello numero tre per Claudio Martelli sul «conto Protezione»: l' ha ordinato la Cassazione, annullando anche il secondo verdetto d' appello e rispedendo a Milano gli atti per la celebrazione, appunto, di un terzo round sull' accusa di concorso nella bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. L' inchiesta verte sui 7 milioni di dollari che nel 1980 Calvi (a «ringraziamento» di un fido di 50 miliardi erogato dall' Eni targato P2) versò al Psi sul conto Protezione dell' Ubs. Quando nel 1981 fra le carte di Gelli spuntò un foglio indirizzato a Martelli con l' allora misterioso conto, l' Ubs dichiarò che non era di Martelli. Finché nel febbraio 1993 il socialista Silvano Larini, rientrando dalla latitanza di Mani pulite, svelò che quel conto era suo, che lo aveva aperto nel 1979 e che nel 1980, durante una passeggiata a Milano con Craxi e Martelli, l' aveva messo a disposizione di Craxi per ricevere i soldi di Calvi. Martelli si dimise da ministro della Giustizia, ammettendo la passeggiata ma negando d' aver segnato il conto su una scatola di fiammiferi, e comunque qualificando i soldi di Calvi «solo» come un finanziamento illecito. Condannato a 8 anni e mezzo, scese nel primo appello a 4 anni cancellati da due condoni. Sentenza annullata in Cassazione dopo che la riforma dell' articolo 513 rese inutilizzabili le dichiarazioni, non ribadite in aula, di Larini. Condannato anche nel secondo appello a 3 anni e 8 mesi, ora Martelli si vede riconoscere una terza chance: «È la fine di un incubo - commenta l' europarlamentare -: mi sembra di essere uscito da una malattia invalidante di cui non porto colpa ma da cui ho subito un danno enorme ed irreparabile sul piano umano prima ancora che politico e professionale». L. Fer.

Ferrarella Luigi

Pagina 18
(24 marzo 2002) - Corriere della Sera

lunedì 13 dicembre 2010

Processo Craxi



dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Processo_ENIMONT

Per processo ENIMONT s'intende il principale processo giudiziario della stagione di Mani pulite, svoltosi a Milano tra il 1993 e il 2000, che vide coinvolti i maggiori esponenti politici della Prima Repubblica accusati, insieme ad alcuni imprenditori, di aver intascato una maxi-tangente di 150 miliardi di lire: soldi utilizzati per finanziare i partiti in maniera illegale (il cosiddetto finanziamento illecito.
Il reato [modifica]
Le tangenti vennero pagate dal finanziere Raul Gardini per uscire da un affare che non funzionava, l'affare Enimont (fusione dei due poli della chimica, l'Eni - statale - e la Montedison - privata) con l'intermediario Sergio Cusani, dirigente del gruppo Ferruzzi (azionista di maggioranza della Montedison).
Le chiamate in correità che alimentarono le indagini vennero dai dirigenti di Montedison Carlo Sama e Giuseppe Garofano.
Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della sanità), Umberto Bossi, Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, Claudio Martelli (vice segretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini (segretario del PSDI). Personaggi dell'opposizione come Bossi e Patelli della Lega Nord e Greganti del PDS erano ugualmente imputati.
Prima dello svolgimento del processo in cui i politici erano imputati, essi furono tutti interrogati come imputati di reato connesso nel processo-stralcio contro Cusani, svoltosi in anticipo rispetto al troncone principale per l'adesione di questo solo imputato al rito immediato.

Per approfondire, vedi la voce Mani_pulite#Il_processo_Cusani.
Il processo Cusani ebbe un grosso effetto mediatico, tanto da essere trasmesso in TV sulle reti RAI, e diede molta popolarità al grande accusatore, il PM Antonio Di Pietro, che durante le udienze utilizzò, per la prima volta in Italia, elementi informatici ed espresse un linguaggio tutto suo, che divenne noto come il dipietrese.
Assai meno seguito - anche perché svoltosi in buona parte a "Seconda Repubblica" iniziata e costellato da tecniche dilatorie degli imputati, pochi dei quali accettarono di comparire in aula - fu il troncone principale del processo Enimont, dal quale derivarono le condanne per i restanti imputati.
Sentenza di 1º grado [modifica]
La sentenza di primo grado[1] venne emessa il 27 ottobre 1995 con le seguenti condanne;
Sergio Cusani (Montedison): 5 anni.
Giuseppe Garofano (amministratore Montedison): 4 anni e 8 mesi.
Carlo Sama (amministratore Montedison): 4 anni e 8 mesi.
Bettino Craxi (PSI): 4 anni.
Mauro Giallombardo: 3 anni e 6 mesi.
Luigi Bisignani (postino del tangentone): 3 anni e 4 mesi.
Severino Citaristi (DC): 3 anni.
Arnaldo Forlani (DC): 2 anni e 4 mesi.
Paolo Cirino Pomicino (DC): 2 anni e 6 mesi.
Romano Venturi: 1 anno e 10 mesi.
Alberto Grotti (PSI): 1 anno e 4 mesi.
Claudio Martelli (PSI): 1 anno.
Renato Altissimo (PLI): 8 mesi.
Umberto Bossi (Lega Lombarda): 8 mesi.
Alessandro Patelli (Lega Lombarda): 8 mesi.
Paolo Pillitteri (PSI): 7 mesi.
Gianni De Michelis (PSI): 6 mesi.
Giorgio La Malfa (PRI): 6 mesi.
Egidio Sterpa (PLI): 6 mesi.
Michele Viscardi: 6 mesi.
Michele D'Adamo: 4 mesi.
Filippo Fiandrotti: 4 mesi.
Giorgio Casadei: 4 mesi.
Il 21 febbraio 1996 venne emessa la sentenza riguardo la posizione di Carlo Vizzini (PSDI), che venne condannato a 10 mesi.
Sentenza di 2º grado [modifica]
La sentenza d'appello[2] del processo ENIMONT venne emessa il 7 giugno 1997, con le seguenti condanne:
Severino Citaristi: 3 anni.
Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi.
Romano Venturi: 1 anno e 10 mesi.
Paolo Cirino Pomicino: 1 anno e 8 mesi.
Alberto Grotti: 1 anno e 4 mesi.
Renato Altissimo: 8 mesi.
Umberto Bossi: 8 mesi.
Alessandro Patelli: 8 mesi.
Gianni De Michelis: 6 mesi.
Giorgio La Malfa: 6 mesi e 20 giorni.
Michele Viscardi: 6 mesi e 20 giorni.
Egidio Sterpa: 6 mesi.
Filippo Fiandrotti: 4 mesi.
Paolo Pillitteri: assolto[3]
Accolti i seguenti patteggiamenti[2] tra la Procura e gli imputati:
Luigi Bisignani: 3 anni e 6 mesi.
Giuseppe Garofano: 3 anni e 2 mesi.
Carlo Sama: 3 anni e 2 mesi.
Mauro Giallombardo: 2 anni e 2 mesi.
Il 12 luglio vennero condannati Bettino Craxi (4 anni), Claudio Martelli (1 anno), Michele D'Adamo (6 mesi) e Michele Viscardi (4 mesi). La posizione di Carlo Vizzini venne archiviata per prescrizione del reato.
Sentenza della Cassazione [modifica]
Il primo verdetto della Cassazione arrivò il 21 gennaio 1998, condannando in via definitiva Sergio Cusani a 5 anni e 10 mesi.
Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;
Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi.
Giuseppe Garofano: 2 anni e 3 mesi.
Carlo Sama: 2 anni e 3 mesi.
Renato Altissimo: 8 mesi.
Umberto Bossi: 8 mesi.
Alessandro Patelli: 8 mesi.
Giorgio La Malfa: 6 mesi.
Egidio Sterpa: 6 mesi.
Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d'appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma la Cassazione non si pronunciò perché pochi mesi dopo, il 19 gennaio 2000 morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d'appello.
Voci correlate [modifica]
Vaticano S.p.A.
Note [modifica]
^ Sentenza di 1º grado
^ a b Confermate tutte le altre condanne
^ Al processo Enimont assoluzione per Pillitteri
L'epicentro del potere socialista e craxiano era Milano, centro nevralgico della finanza e degli affari, con il cui ambiente il PSI finì per identificarsi. Nel dicembre del 1986 si avvicenda alla guida del comune Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, sostituendo Carlo Tognoli, con una giunta pentapartito[49][50].
Il 17 febbraio 1992, l'ingegnere Mario Chiesa, esponente del PSI, già assessore del comune di Milano con l'ambizione alla poltrona di sindaco, viene arrestato in flagrante per aver intascato una tangente da una ditta di pulizie. Craxi al TG3 del 3 marzo, a un mese dalle elezioni politiche, commenterà sostenendo che «una delle vittime di questa storia sono proprio io... Mi trovo davanti a un mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in 50 anni, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione»[51].
Il 23 marzo Chiesa inizia a confessare svelando ai pubblici ministeri dell'inchiesta Mani Pulite il complesso sistema di tangenti che coinvolgono i dirigenti milanesi del PSI[52].
Craxi, fiducioso che il crollo della DC sia imminente, organizza una massiccia campagna elettorale, puntando alla presidenza del Consiglio.
Il 6 aprile l'intero Quadripartito del governo Andreotti VII esce dalle urne con un clamoroso 48,8%. Il PSI, dal canto suo, passa dal 14,3 al 13,5%, ma a Milano c'è già un crollo di oltre 5 punti (dal 18,6 al 13,2%)[53]. «Un piccolo calo» commenta Craxi «rispetto alla crisi dei partiti di governo». In virtù di questo, Craxi chiede la guida del nuovo governo, per poter portare «l'Italia fuori dal caos». Ma il nuovo Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiuta di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti. Craxi è costretto a farsi da parte; al suo posto viene nominato il socialista Giuliano Amato.
Dal maggio 1992 Mani Pulite era però ormai una questione nazionale, tanto da spingere Craxi il 3 luglio 1992 alla Camera, durante il discorso di fiducia al governo Amato I, a chiamare in correità tutto il Parlamento dichiarando «spergiuro» chi avesse negato di non aver fatto ricorso al finanziamento illecito dei partiti[54]. Il giuramento cui sfidò tutto il Parlamento non fu raccolto da nessuno[55], ma fu per anni sentito come un silenzio ipocrita. Secondo Gerardo D'Ambrosio il discorso craxiano fu «onesto»[56], mentre il silenzio altrui era dovuto al fatto che «in quel periodo gli altri partiti speravano di farla franca, anziché affrontare il problema lasciarono Craxi solo»[57]. Per Piero Ostellino il discorso conteneva anche un appello "all’etica della responsabilità"[58], un appello che "non è stato colto, per opportunismo e per viltà, ieri; non è colto, per conformismo e per incultura, oggi"[59]. Secondo Piero Fassino, in quell'occasione «non c’è dubbio che ci fu un silenzio assolutamente reticente e ambiguo da parte di tutta la classe politica davanti al discorso che Craxi fece alla Camera e nel quale disse con parole crude che il problema del finanziamento illegale non riguardava soltanto il PSI ma l’intero sistema politico»[60].
In un corsivo sull'Avanti! – firmato con il consueto pseudonimo "Ghino di Tacco" – attaccò[61] gli inquirenti e Di Pietro: "non è tutto oro, quello che luccica". Questo attacco, cui fece seguito il giudizio riferito da Rino Formica circa il "poker d'assi" che Craxi aveva mostrato in una direzione del suo partito sul conto di Di Pietro, non riuscì ad emanciparsi dall'impressione che Craxi difendesse sé stesso non con i fatti ma con vaghe teorie "complottistiche", volte a chiamare a raccolta sostenitori politici che non vennero mai allo scoperto[62].
L'impotenza politica di Craxi[63] si accentuò quando la situazione processuale precipitò, e fu compiuta dalla magistratura milanese la sua chiamata in correità, fino a quel momento solo adombrata: il 15 dicembre 1992 Craxi ricevette il primo degli avvisi di garanzia della Procura di Milano[64].
Il sentimento anticraxiano esplose nel Paese: "fu un autentico contagio di massa, un meccanismo accusatorio" nel quale "non passava giorno senza che Craxi incontrasse per strada giovinastri che gli gridavano «Ladro!» mostrandogli i polsi incrociati. Nacque una specie di ritualità” nella pubblica riprovazione, tanto che un giorno "il sosia televisivo Pier Luigi Zerbinati si nascose in un´auto per paura di essere scambiato per Craxi"[65].
Il 23 marzo 1993 gli avvisi di garanzia - tutti per episodi circostanziati di corruzione e finanziamento illecito di partito - erano diventati undici[66], ma già l'11 febbraio 1993 Craxi si era visto costretto a dimettersi dalla segreteria del PSI[67].
L'ultima difesa parlamentare e la contestazione pubblica [modifica]
Il nuovo governo ebbe vita tormentata fin dagli inizi. Poco dopo l'avviso a Craxi una "pioggia di avvisi di garanzia" cadde sulle teste dei principali leader politici nazionali. Il PSI venne travolto dalle inchieste; la sua dirigenza fu letteralmente decimata e perse la guida del governo dopo la mancata firma del presidente Scalfaro al decreto Conso.
Craxi stesso ricevette una ventina d'avvisi di garanzia e dopo aver accusato la Procura di Milano di muoversi dietro "un preciso disegno politico", si presentò alla Camera il 29 aprile del 1993 e in un famoso discorso tuonò: "Basta con l'ipocrisia!"; tutti i partiti –secondo Craxi– si servivano delle tangenti per autofinanziarsi, anche quelli "che qui dentro fanno i moralisti". La sua linea di difesa fu incentrata sulla tesi secondo cui i finanziamenti illeciti sarebbero stati necessari alla vita politica dei partiti e delle loro organizzazioni per il mantenimento delle strutture e per la realizzazione delle varie iniziative; il suo partito non si sarebbe discostato da questo generale comportamento[68] e, quindi, più che dichiarare sé stesso innocente, Craxi giungeva a sostenere che egli era colpevole né più né meno di tutti gli altri[69].
Il 29 aprile 1993, la Camera dei deputati negò l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti provocando l'ira dell'opinione pubblica e facendo gridare allo scandalo numerosi quotidiani. Nella stessa aula, seguirono momenti di tensione, con i deputati della Lega e dell'MSI che gridavano "ladri" ai colleghi che avevano votato a favore di Craxi. Alcuni ministri del governo Ciampi si dimisero in segno di protesta.
Il 30 aprile in tutt'Italia si svolsero manifestazioni di dissenso: a Roma circa 200 giovani dell'istituto Einstein sostarono in piazza Colonna scandendo slogan contro governo e Parlamento; un altro centinaio protestarono davanti alla sede del PSI in via del Corso; un terzo gruppo, proveniente dal liceo Mamiani, percorse in corteo il centro storico soffermandosi anch'esso davanti alla sede del PSI venendo però disperso dalle forze dell'ordine. Ci furono anche una manifestazione del Movimento Sociale Italiano nella galleria Colonna - seguita da un incontro stampa del segretario Gianfranco Fini per sottolineare l'impossibilità di tenere in vita questo parlamento - ed un'altra dimostrazione, tenuta in serata per iniziativa del PDS, la cui riunione di segreteria era stata per l'occasione sospesa. Diverse migliaia di persone si radunarono in piazza Navona per ascoltare i discorsi del segretario del PDS Occhetto, di Rutelli e di Ayala: essi tutti avevano incitato i presenti a protestare contro il voto parlamentare a favore di Craxi. Un piccolo corteo, organizzato dalla Lega Nord, sfilò infine da piazza Colonna al Pantheon. In coincidenza con la fine del comizio tenutosi a Piazza Navona, una folla invase Largo Febo e attese Craxi all'uscita dell'hotel Raphael, l'albergo che da anni era la sua dimora romana.
Quando Craxi uscì dall'albergo, i manifestanti lo bersagliarono con lanci di oggetti, insulti e soprattutto monetine e cantilene irridenti[70]. Con l'aiuto della polizia, Craxi riuscì a salire sull'auto e poi lasciò l'hotel. Quest'episodio, ritrasmesso centinaia di volte dai TG, viene preso come simbolo della fine politica di Craxi.[71]. Egli stesso definì quanto aveva subito "una forma di rogo" in una intervista a Giuliano Ferrara trasmessa su Canale 5[senza fonte].
La fuga ad Hammamet, la latitanza e la morte [modifica]
Nel corso del 1993 ed a seguito della sua testimonianza al processo Cusani emersero sempre più prove contro Craxi: con la fine della legislatura e l'abolizione dell'autorizzazione a procedere, si fece sempre più vicina la prospettiva di un suo arresto. Il 15 aprile 1994, con l'inizio della nuova legislatura in cui non era stato ricandidato, cessò il mandato parlamentare elettivo che aveva ricoperto per un quarto di secolo e, di conseguenza, venne meno l'immunità dall'arresto. Il 12 maggio 1994 gli venne ritirato il passaporto per pericolo di fuga[72], ma era già troppo tardi perché Craxi, si seppe solo il 18, era già in Tunisia[73] ad Hammamet, protetto dall'amico Ben Alì; già il 5 maggio era stato avvistato a Parigi[74]. Il 21 luglio 1995 Craxi sarà dichiarato ufficialmente latitante[75]. La fuga all'estero del leader socialista fu percepita dall'opinione pubblica come un tentativo di sottrarsi all'esecuzione delle condanne penali inflittegli[76].
Dalla latitanza in Tunisia, con fax e lettere aperte, Craxi continuò a commentare le vicende della politica italiana, perseverando nelle accuse rivolte al PDS e ai giudici di Mani Pulite. Si soffermò anche su alcuni suoi ex sodali, come Giuliano Amato, da lui dipinto come il becchino, in alcuni dei quadri, della cui pittura si dilettò nella parte finale della sua vita. Dall'estero, assistette alla fine del PSI, con la divisione dei suoi maggiori esponenti, confluiti in parte nel Polo delle Libertà, in parte nell'Ulivo.
Ormai minato, affetto da cardiopatia, gotta e da molti anni malato di diabete, affetto da tumore ad un rene, Bettino Craxi morì il 19 gennaio del 2000 per un arresto cardiaco. L'allora presidente del Consiglio e leader dei Democratici di Sinistra Massimo D'Alema propose le esequie di Stato, ma la sua proposta non fu accettata né dai detrattori di Craxi né dalla famiglia stessa di Craxi, che accusò l'allora governo di avere impedito al leader socialista di rientrare in patria per sottoporsi a un delicato intervento presso l'ospedale San Raffaele di Milano.
Il funerale di Craxi ebbe luogo a Tunisi e vide una larga partecipazione della popolazione autoctona. Ex militanti del PSI e altri italiani giunsero in Tunisia per rendere l'ultimo saluto al loro leader. Le precedenti vicende dell'epoca Mani Pulite, ancora vicine, non erano dimenticate dalla folla di socialisti giunta fuori alla cattedrale della città tunisina e la delegazione del governo D'Alema, formata da Lamberto Dini e Marco Minniti, venne bersagliata da insulti e da un lancio di monete che voleva rappresentare la simbolica restituzione di quanto ricevuto con l'episodio all'Hotel Raphael[77].
La sua tomba è orientata in direzione dell'Italia[78].

La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet in Tunisia
Giudizio storico ed accertamenti giudiziari [modifica]
Il "craxismo" tra revisione "estetica" e rivoluzione modernista [modifica]
Nella storiografia più recente è stato evidenziato "il nesso che Craxi riuscì a stabilire tra la modernizzazione in atto nella società italiana e la necessità di operare una modernizzazione sia nei partiti sia nelle istituzioni. Questa modernizzazione egli la interpretò nel senso di un rafforzamento della leadership sia all'interno dei partiti sia nell'apparato decisionale con una stabilizzazione ed un consolidamento del ruolo del capo del governo. Al primo aspetto si legò lo sforzo di plasmare la struttura socialista in senso «leggero» e progressivamente deideologizzato: un partito agile adatto ad una «guerra per bande», come lo avrebbe definito nel 1987 Gaetano Arfé. Al secondo appartenne una prassi di governo che accentuò molto il ruolo personale e certi elementi di decisionismo appartenuti alla personalità del leader socialista"[79].
Sul mutamento introdotto da Craxi nella politica e nella società italiana, vi è chi ha sottolineato come, al di là delle estremizzazioni mediatiche, il craxismo abbia "lanciato" una generazione di giovani di cui, ancora a vent'anni di distanza e dagli opposti fronti degli schieramenti parlamentari, le istituzioni e la gestione della cosa pubblica ancora si avvalgono[80]. Ma il quesito storiografico è se questa spinta modernizzatrice abbia avuto anche un valore in sé, oltre all'emersione di una nuova generazione di politici e di amministratori[81]. Secondo alcuni[82] gli anni di Craxi “sono il frutto di quell'idea di moderno in cui l'individualismo senza princìpi si sostituisce alle solidarietà tradizionali in crisi”, di cui quel governo seppe solo accelerare la “destrutturazione” senza sostituirvi nuovi valori. Secondo altri[83], invece, “Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo”, a differenza di chi vedeva “nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità”; la teoria - elaborata da Craxi insieme con Claudio Martelli - dei «meriti e bisogni», "che fu contrapposta all'egualitarismo delle culture politiche allora vigenti, ha fatto da apripista a quella meritocrazia della quale - almeno a parole - oggi nessuno riesce a prescindere"[84].
Certo è che dagli anni ottanta parole d'ordine come "governabilità" e "decisionismo" - dopo la deriva degli anni settanta, in cui ogni forma di autorità era osteggiata come potenziale fonte di autoritarismo - sono state successivamente invocate da destra e da sinistra per proporre un approccio modernistico all'organizzazione del sistema-Paese. Vi è stato però chi ha sottovalutato l'apporto ideale di tale approccio, rilevando che esso andava incontro ad una pulsione già presente nella politica italiana negli anni cinquanta ed all'epoca soddisfatta dall'interventismo in economia del primo Fanfani e dalle ricette solidaristiche e stataliste dei morotei; Craxi avrebbe soltanto "aggiornato" le soluzioni offerte dalla politica degli anni ottanta, sposando un moderato liberismo economico più in voga nell'epoca di Reagan e Thatcher. Da ciò la spiegazione della competizione senza quartiere che si scatenò tra PSI craxiano e sinistra DC per oltre un decennio, vista come deleteria dalla parte più tradizionalista del Paese che vi leggeva il pericolo di un riformismo foriero di un tracollo delle strutture-partito su cui si fondava la democrazia italiana del dopoguerra[85].
Come arma di tattica politica, volta a spezzare il connubio tra democristiani di sinistra e partito comunista che negli anni settanta aveva compresso lo spazio di manovra del PSI, abbandonò la delimitazione dei rapporti politici all'"arco costituzionale": ricevette Almirante nelle consultazioni di governo[86] e consentì all'elezione di un deputato del partito di destra ad un organo parlamentare di garanzia[87]. Vi è stato chi, vent'anni dopo, ha ritenuto di leggere da tutto ciò un'apertura politica alla destra, anticipando lo "sdoganamento" di Fini da parte di Berlusconi nel "discorso di Casalecchio" del 1993[88]. Eppure, una testimonianza circa il ruolo consulenziale che avrebbe svolto Craxi nel 1993 nei confronti dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, esclude che nel suo disegno fosse coinvolta la destra post-fascista[89].
Quali che fossero destinati ad essere i suoi orientamenti tattici dopo la rovinosa caduta degli anni novanta, la sua formazione personale e politica restava strategicamente di sinistra: per tutti gli anni ottanta l'attenzione per il progresso sociale e le conquiste sociali della sinistra non fu da lui abbandonata[senza fonte], se è vero che, ancora vent'anni dopo, Massimo D'Alema indicava in Craxi uno dei due soli leader di partiti di sinistra che abbiano assunto la carica di capo del Governo nei 148 anni dall'Unità d'Italia[90]; analoga posizione ha assunto Piero Fassino[91].
Le sentenze di condanna [modifica]
Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:
5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai il 12 novembre 1996[92];
4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999[93].
Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato.
Fino a quel momento Craxi era stato condannato a:
4 anni e una multa di 20 miliardi di lire in primo grado per il caso All Iberian il 13 luglio 1998[94], pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999[95].
5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti Enel il 22 gennaio 1999[96];
5 anni e 9 mesi in appello per il conto protezione, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999[97];
3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1º ottobre 1999[98];
Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison[99] e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni[100].
Le prove sulla base delle quali furono emesse le prime sentenze di condanna della vicenda giudiziaria di Craxi, secondo alcuni autori, si incaricheranno di smentire due dei suoi principali assunti difensivi. Il primo era quello secondo cui i reati erano stati compiuti solo per eludere le forme di pubblicità obbligatoria del finanziamento dei partiti, e non in contraccambio di atti amministrativi: in un caso (sentenza ENI-SAI) la sua condanna definitiva fu per corruzione[101], e non solo per finanziamento illecito di partito (ciò spiega l'insistenza dei suoi eredi nell'attaccare la procedura di quella sentenza dinanzi alla Corte di Strasburgo).
Il secondo era quello secondo cui i proventi dei reati contestatigli era destinato al partito e non a fini personali; varie sentenze - non passate in giudicato solo per il decesso dell'imputato - sostennero in motivazione che Craxi aveva utilizzato parte dei proventi delle tangenti (circa 50 miliardi di lire) per scopi personali (Finanziamento del canale televisivo GBR di proprietà della sua concubina Anja Pieroni, acquisto di immobili, affitto di una casa in Costa Azzurra per il figlio)[102]; durante le indagini (dopo un fallito tentativo di far rientrare tali proventi in Italia, bloccato dal nuovo segretario del Psi Ottaviano Del Turco) Craxi li versò sul conto di un prestanome, Maurizio Raggio[103].
La lettura di un uso privato dei fondi, ancora assai ricorrente, fu sostenuta da Vittorio Feltri all'epoca dei fatti, ma è stata dallo stesso abbandonata più di recente[104] venendo così sostanzialmente a coincidere con quanto sempre sostenuto dai familiari circa l'esistenza di conti segreti ascrivibili al solo PSI[105]. Distinguendo tra movente e comportamenti, uno dei giudici del pool anticorruzione di Milano, Gerardo D'Ambrosio, sostenne in proposito: «La molla di Craxi non era l'arricchimento personale, ma la politica»[106].
I ricorsi a Strasburgo contro le sentenze di condanna [modifica]
Il 5 dicembre 2002 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza che condanna la giustizia italiana per la violazione dell'articolo 6 paragrafo 1 e paragrafo 3 lettera d (diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni) della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo in ragione dell'impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che i giudici, obbligati ad acquisire le dichiarazioni di questi testimoni dal codice di procedura penale, si sono comportati in conformità al diritto italiano. Per quanto riguarda gli altri ricorsi valutati (diritto ad un equo processo, diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa) la corte non ha rilevato violazioni. Per la violazione riscontrata la corte non ha comminato nessuna pena, in quanto ha stabilito che «la sola constatazione della violazione comporta di per sé un'equa soddisfazione sufficiente, sia per il danno morale che materiale».[107]
La Corte ha emesso una seconda sentenza il 17 luglio 2003, questa volta riguardante la violazione dell'articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata). La Corte ha rilevato infatti che «lo Stato italiano non ha assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche né condotto in seguito una indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private sono state rese pubbliche sulla stampa» e che «le autorità italiane non hanno rispettato le procedure legali prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate». Come equa soddisfazione per il danno morale, la Corte ha elargito un risarcimento di 2000 € per ogni erede di Bettino Craxi.[108]
Eredità politica [modifica]
La forte personalità di Bettino Craxi incise in tal modo sulla strutturazione stessa del PSI da determinarne, dopo la sua uscita di scena e anche a causa delle inchieste di Tangentopoli, il rapido e repentino disfacimento.
Oggigiorno, alcuni esponenti socialisti già a lui fedeli hanno aderito a Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi (tra gli altri, la figlia Stefania, candidatasi per le elezioni politiche del 2006, Fabrizio Cicchitto e Giulio Tremonti), altri sono andati a sinistra, aderendo prima ai Socialisti Italiani e successivamente al partito dei Socialisti Democratici Italiani, guidato da Enrico Boselli (tra cui Ugo Intini e Ottaviano Del Turco; quest'ultimo poi ha aderito al Partito Democratico), o confluendo nei DS (la Federazione Laburista di Valdo Spini e i Riformatori per l'Europa di Giorgio Benvenuto). Anche la corrente di maggioranza della CGIL (oggi vicina al Partito Democratico) è guidata da un ex-craxiano, Guglielmo Epifani; socialista era anche il giurista del diritto del lavoro Marco Biagi, poi assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.
Altro partito erede della politica craxiana è il Nuovo PSI, che vede nelle sue file uno dei più importanti esponenti socialisti degli anni ottanta, Gianni De Michelis, già ministro degli esteri; tuttavia, De Michelis e Bobo Craxi, figlio secondogenito di Bettino, a seguito di un infuocato congresso celebratosi verso la fine del 2005 si sono contesi con reciproche contestazioni la guida del partito, con strascichi anche giudiziari.
L'oggetto del contendere furono le alleanze politiche: Bobo Craxi intendeva far entrare il Nuovo PSI, che finora ha appoggiato i governi berlusconiani, nell'Unione di centrosinistra, mentre De Michelis, pur concordando nel ridiscutere il rapporto con Berlusconi, si era dichiarato contrario a questa alleanza; anche Stefania Craxi, in contrapposizione con Bobo, si è fermamente opposta ad un passaggio nella coalizione prodiana. Tuttavia Bobo Craxi ha fondato una sua lista in appoggio della coalizione dell'Ulivo, denominata I Socialisti. L'anno successivo, però, anche De Michelis ha abbandonato il centro-destra, per avvicinarsi, seppur brevemente e criticamente, al centro-sinistra.
Recentemente molti craxiani hanno aderito alla Costituente Socialista di Enrico Boselli, volta a ricostituire il PSI, che ha sancito la rinascita del Partito Socialista, seppur in forma ridotta, rispetto quello dell'epoca craxiana.
A parte queste contese strettamente partitiche, l'eredità politica di Craxi è oggi contesa da parte del centrosinistra (oltre che dal rinato Partito Socialista Italiano, da numerosi esponenti del Partito Democratico, alcuni dei quali provenienti dal PSI craxiano), ma anche dal Popolo della Libertà (centro-destra).
Nel libro Segreti e Misfatti, scritto dal suo fotografo personale e amico fidato fino agli ultimi giorni tunisini Umberto Cicconi, si scoprono molti retroscena curiosi ma anche di grande interesse politico, storico ed umano.
Sempre lo stesso anno, la pubblicazione del libro di Bruno Vespa, L'Amore e il Potere, contenente anche gossip su Craxi e le sue presunte amanti, ha provocato la reazione del figlio Bobo, che definito il carattere del libro "particolarmente odioso".[109]
La Fondazione Craxi [modifica]
« La mia libertà equivale alla mia vita »
(Epitaffio della tomba di Bettino Craxi)
La Fondazione Craxi è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica. Principale animatrice è la figlia Stefania Craxi, attualmente deputato del Popolo della Libertà. La sede principale è a Roma, mentre un'altra importante sede si trova ad Hammamet, in Tunisia, luogo dove è sepolto Bettino Craxi.
Tra le attività della fondazione vi è la costituzione e valorizzazione dell'"Archivio Storico Craxi", costituito riunendo documenti conservati in diversi luoghi (Milano, Roma, Hammamet), costituiti essenzialmente da corrispondenza, memorie, discorsi, articoli, interviste, atti processuali.
L'obiettivo generale è quello di "riabilitare" la figura dello statista italiano coinvolto nei processi di Mani Pulite e di riqualificarne l'importanza storica nonostante le svariate condanne penali riportate.
La fondazione figura anche come organizzatrice di convegni e mostre inerenti alla vita e all'attività politica di Bettino Craxi, cui affianca anche un'attività editoriale.
Riconoscimenti [modifica]
A seguito del ricorrente tentativo di conseguire un atto ufficiale che esprima una condivisione pubblica dell'operato del personaggio[110], si apre periodicamente il dibattito sull'opportunità o meno di intitolare in Italia una strada al leader socialista. Ad una disamina condotta nel dicembre 2009, risultano i toponimi "piazza Bettino Craxi" nel comune di Grosseto e "via Bettino Craxi" in quelli di Valmontone, Lecce, Botrugno, Marano Marchesato e Scalea[111].
Nella città di Aulla (provincia di Massa e Carrara) nel 2003 per iniziativa dell'allora sindaco Lucio Barani era stata eretta anche una statua di Craxi, oltre ad intitolargli una piazza[112].
Il governo tunisino ha provveduto, il 19 gennaio 2007, in occasione del settimo anniversario della sua morte, a intitolargli una via. Il 15 gennaio 2007 in un comune laziale di 2.500 anime, Sant'Angelo Romano, a 20 chilometri da Roma, l'amministrazione di centrodestra guidata dal sindaco Angelo Gabrielli, ex socialista, ha inaugurato una piazza all'ex leader socialista.
Per quanto riguarda le grandi città, violente polemiche hanno frenato la decisione toponomastica: sette anni dopo la sua morte aveva preso avvio il progetto di intitolare una strada di Roma a Bettino Craxi. La decisione è stata presa la prima volta dal sindaco della Capitale Walter Veltroni[113], in accordo con la sua giunta di centro-sinistra, e poi ribadita dal nuovo sindaco Alemanno. Nel 2009 identica proposta è stata avanzata dal sindaco di Milano Letizia Moratti, portando ad una manifestazione di protesta, svoltasi il 9 gennaio 2010 in piazza Cordusio, durante la quale Beppe Grillo e Antonio di Pietro hanno arringato gli oltre cento partecipanti.[114]
Soprannomi [modifica]
Per alcuni anni, dai suoi detrattori, fu soprannominato il "Cinghialone", dopo esser stato così definito in un articolo di Vittorio Feltri sul quotidiano L'Indipendente; più raffinatamente Indro Montanelli, sul Giornale, nel giorno delle sue dimissioni da segretario del PSI, lo definì un "imano", volendo intendere forse la parola imam,[115] dandogli quindi il senso di un dignitario/satrapo orientale. Matt Frei[116] afferma che nella Roma politica il suo epiteto sarebbe stato il "Maestro", in quanto padrone delle mille tattiche utili alla strategia politica che lo aveva posto al centro della vita nazionale per oltre un decennio.
Nella polemica su Tangentopoli era comune in quel periodo storico sentire definito Craxi come "ladrone" detentore di un tesoro da Ali Baba[117]. Rispetto a questo tipo di definizioni - la cui ampia diffusione nell'opinione pubblica sfugge oramai ad un giudizio solo processuale, essendo la forma di percezione pubblica di un giudizio storico - più eleganti appaiono i richiami storici ricercati da autori di più auliche similitudini. Ad esempio, Francesco De Gregori lo definì Nerone in una sua canzone[118].
Craxi usò lo pseudonimo Ghino Di Tacco, epiteto datogli da Eugenio Scalfari, per firmare articoli anonimi sul giornale Avanti![119]. A volte il nome fu storpiato dagli avversari in Ghigno Di Tacco, in riferimento presunto all'espressione facciale di Craxi. Giorgio Forattini, che allora lavorava per la Repubblica, il giornale diretto da Scalfari, storpiò a sua volta questo soprannome in Benito di Tacco, perché era solito rappresentare Craxi in camicia nera e stivali, per via dei suoi modi "da Duce".
Scritti [modifica]
Socialismo e realtà, Milano, Sugar & C., 1973.
Soldado amigo, Milano, Studio Tecno Service, 1973.
Nove lettere da Praga, Milano, Sugar & C., 1974.
Socialismo da Santiago a Praga, Milano, Sugar & C., 1976.
Costruire il futuro, Milano, Rizzoli, 1977.
Lotta politica, Milano, SugarCo, 1978.
Pluralismo o leninismo, Milano, SugarCo, 1978.
Uscire dalla crisi costruire il futuro. Relazione e replica al XLI congresso Torino 29 marzo-2 aprile 1978, Roma, Aesselibri, 1978.
L'Internazionale socialista, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1979.
Prove. Marzo 1978 - gennaio 1980, Milano, SugarCo, 1980.
La campagna di primavera, Milano, Biblioteca rossa, 1980.
Un passo avanti, Milano, SugarCo, 1981.
Il riformismo socialista italiano, vol. 8, Il rinnovamento socialista, Venezia, Marsilio, 1981.
Rinnovamento socialista per il rinnovamento dell'Italia. Relazione e replica al XLII congresso Palermo 22-26 aprile 1981, Roma, Aesselibri, 1981.
Turati e Pertini. Discorso del segretario del Psi al convegno storico internazionale "Filippo Turati e il socialismo europeo" Milano, dicembre 1982, Roma, Calanchini, 1982.
Cento anni dopo, Milano, Biblioteca rossa, 1982.
Cristianesimo e socialismo, Padova, Marsilio, 1983.
Tre anni, Milano, SugarCo, 1983.
Ignazio Silone, la via della verità. Testo integrale del discorso del Presidente del Consiglio, Pescina, 2 dicembre 1984, Roma, Edizioni del garofano, 1984.
L'Italia liberata, Milano, SugarCo, 1984.
Il rinnegato Silone, Roma, Edizioni del garofano, 1984.
Una società giusta una democrazia governante. Relazione e replica al XLIII congresso Verona 11-14 maggio 1984, Roma, Aesselibri, 1984.
Il progresso italiano, 2 voll., Milano, SugarCo, 1985-1989.
E la nave va, Roma, Edizioni del garofano, 1985.
L'Italia che cambia. Viaggi e discorsi di Bettino Craxi 1983-1985, Milano, SugarCo, 1985.
Il nuovo ruolo di pace di un'Italia sempre più integrata nell'economia mondiale, Roma, Edizioni Avanti, 1985.
La cultura dello sviluppo. Quattro anni di ripresa nella stabilita di governo attraverso i discorsi alla Fiera del Levante, Bari, Laterza, 1986.
Fiducia nell'Italia che cambia, Roma, Edizioni Avanti, 1986.
Misura per misura. Ricordo di una tragedia, Roma, Edizioni Avanti, 1986.
Cresce l'Italia, Milano, SugarCo, 1987.
L'Italia che cambia e i compiti del riformismo. Relazione e replica al XLIV congresso Rimini 31 marzo-5 aprile 1987, Roma, Aesselibri, 1987.
Una responsabilita democratica, una prospettiva riformista per l'Italia che cambia. Relazione introduttiva del segretario del PSI al XLIV Congresso. Rimini, 31 marzo - 5 aprile 1987, Roma, Edizioni Avanti, 1987.
Per il socialismo e per il progresso dell'Italia. Discorso di chiusura del XLIV Congresso del PSI Rimini 5 aprile 1987, Roma, Edizioni Avanti, 1987.
Un'onda lunga. Articoli, interviste, discorsi. Gennaio-dicembre 1988, Milano, SugarCo, 1988.
La politica socialista. Discorsi, articoli, interviste giugno 1987 - febbraio 1988, Roma, Aesselibri, 1988.
Una prospettiva d'avvenire. Articoli, interviste, discorsi. Gennaio-dicembre 1989, Roma, Aesselibri, 1989.
Al lavoro per il mondo più povero, Milano, Fiorin, 1990.
Pagine di storia della libertà, Firenze, Le Monnier, 1990.
Per il bene comune, Roma, Aesselibri, 1990.
Il caso C., Milano, Giornalisti editori, 1994.
Il caso C., (parte seconda), Milano, Giornalisti editori, 1995.
Il caso Cagliari, Milano, Giornalisti editori, 1995.
Capitolo finale, Milano, Giornalisti editori, 1995.
Garibaldi a Tunisi, Tunis, Med ed., 1995.
Il finanziamento della politica, Milano, Giornalisti editori, 1996.
Rosso giallo nero sporco e grigio, Milano, Giornalisti editori, 1996.
Guerra d'Africa, Milano, Giornalisti editori, 1997.
Memoria numero 1. Per una Commissione parlamentare di inchiesta su Tangentopoli, Milano, Giornalisti editori, 1998.
Quattro anni di governo, Milano, Giornalisti editori, 1998.
La Rivoluzione di Milano. Un cittadino di Porta romana, Milano, Giornalisti editori, 1998.
Ghino di Tacco. Gesta e amista di un brigante gentiluomo, Roma, Koine Nuove edizioni, 1999.
Sempre qualcosa di nuovo dall'Africa, Brescia, Edizione Di la dal fiume e tra gli alberi, 1999.
Craxi. Un artista tra dada e pop art, Roma, Cosmopoli, 2000.
Fax dall'esilio, Roma, L'Avanti!, 2001.
Pace nel Mediterraneo, Venezia, Marsilio, 2006.
Discorsi parlamentari, 1969-1993, Roma, GLF editori Laterza, 2007.
Passione garibaldina, Venezia, Marsilio, 2007.
Cinema [modifica]
Milano, oh cara[120].
Opere su Bettino Craxi [modifica]
La Fondazione Bettino Craxi ha prodotto nel 2008 il documentario La mia vita è stata una corsa, realizzato dal regista Paolo Pizzolante.[121]
Il drammaturgo Massimiliano Perrotta nel 2008 ha dedicato a Craxi la tragedia Hammamet.[122]
"il socialismo di Craxi" Milano, M&B Publishing, 2003
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^ FATICOSO ACCORDO A MILANO SULLA NUOVA GIUNTA PILLITTERI
^ PILLITTERI: 'GIUDICATEMI FRA 3 MESI'
^ "Chiesa ha ricattato anche noi"
^ Mani pulite, anno zero
^ PSI. Un crollo annunciato sulla scia degli ultimi scandali. L'onda lunga del garofano ambrosiano perde quasi sei punti
^ Craxi: spergiuro chi nega le tangenti
^ La cosa emerse anche al processo Cusani, come rilevato da L. Musella, "Questione morale" e costruzione pubblica di un giudizio nei processi ai politici degli anni Novanta, in Memoria e ricerca, fasc. 32, annata 2009: quando il pubblico ministero chiese all'indagato di reato connesso Craxi se, dopo le sue dichiarazioni alla Camera, si fosse alzato qualcuno a smentirlo, egli rispose: In quel momento non si è alzato nessuno! (tratto da A. Pamparana, Il processo Cusani, Milano, Mondadori, 1994, pp. 133-137).
^ E D'Ambrosio a sorpresa su Craxi: nessuna prova di arricchimento personale
^ Il leader del Garofano in Aula disse: la politica si finanzia così. E tutti tacquero
^ «Un finanziamento irregolare o illegale al sistema politico, per quante reazioni e giudizi negativi possa comportare e per quante degenerazioni possa aver generato, non è e non può essere considerato un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per creare un clima nel quale di certo non possono nascere né le correzioni che si impongono né un’opera di risanamento efficace, ma solo la disgregazione e l’avventura»: tratto da Giorgio Fedel, «Tre discorsi politici – Frammenti di etica della responsabilità», Rubbettino.
^ Secondo Ostellino, da ciò derivano "due pregiudizi che ancora avvelenano la vita del Paese. Il primo, che dalla nascita della Repubblica l’Italia sia stata governata da mariuoli e che il solo partito immune da responsabilità politiche, e giudiziarie, fosse il Pci che traeva i propri finanziamenti dall’Urss, nemica del sistema di alleanze internazionali dell’Italia. Il secondo pregiudizio è che la magistratura possa risolvere un problema che è solo politico: quello dei costi, e del finanziamento, della politica, cioè dei rapporti fra società civile e società politica in un sistema di mercato e capitalistico". Cfr. Piero Ostellino, Tangentopoli che cosa resterà, Corriere della sera, 21 gennaio 2010.
^ "Bettino fu un capro espiatorio"
^ L'Avanti, 23 agosto 1992.
^ "Turati, Nenni e il poker d' assi di Bettino Craxi", Repubblica — 23 dicembre 2002, pagina 19.
^ Il ceto politico, a differenza di quanto era avvenuto nel 1974 con la legge sul finanziamento pubblico dei partiti dopo il primo scandalo dei petroli, si sentì troppo screditato, coinvolto o in pericolo per percorrere la stessa strada, cui conduceva il discorso politico di Craxi: l'affacciarsi di responsabilità personali dei massimi leader politici ostò alla stessa soluzione ("Se l'uscita da Tangentopoli deve coincidere con un cambiamento, allora non può che avvenire attraverso la punizione di chi ha violato la legge e la costruzione di un nuovo sistema basato sulla legalità": Corriere della Sera, "Il giudice dello scandalo petroli: non ripetiamo certi errori", 1 marzo 1993 - Pagina 4).
^ In diciotto pagine le accuse a Craxi
^ Filippo Ceccarelli, "Oggi a destra si fa finta di niente ma allora tutti braccavano Bettino", Repubblica — 10 febbraio 2005-pagina 25, consultabile alla URL ((http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/02/10/oggi-destra-si-fa-finta-di-niente.html)). L'episodio fu ripreso da Pingitore nel film Ladri si nasce, in cui Zerbinati interpreta se stesso scambiato per Craxi sorpreso libero per strada e destinatario degli insulti degli astanti.
^ Nuovi avvisi: Citaristi 21 Craxi 11, entra Mensurati
^ Craxi getta la spugna, PSI spaccato
^ A questa categoria la sua difesa ascrisse anche la maxi-tangente ENIMONT: al processo Cusani essa fu da Craxi definita la "maxi-palla" sia per le dimensioni (che contestò, e che poi tutti i politici ridimensionarono defalcando dal totale loro addebitato le somme restituite da Cusani e Bonifaci) sia per il titolo in virtù del quale fu percepita (che sostenne trattarsi non di corruzione ma di finanziamento illecito di partito); pur dissentendo da tale ricostruzione, il p.m. Di Pietro dopo l'interrogatorio di Craxi sostenne che la sua sincerità "confessoria" giustificava il mancato esercizio di uno stringente controinterrogatorio.
^ Vi è però chi nel discorso vide anche una profonda valenza politica:"Il suo testamento finale, quel discorso parlamentare dedicato a Mani Pulite, lo vede proteso a chiedere ai partiti uno scatto di autocritica e di orgoglio che avrebbe risparmiato all'Italia tante false rivoluzioni e tante sofferenze": Peppino Caldarola, Un innovatore chiamato Bettino Craxi, Il Tempo, 19 gennaio 2009, p. 1.
^ Parte dei dimostranti, sventolando banconote da 50 o 100 mila lire, intonavano in coro "Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?" sull'aria della canzone "Guantanamera".
^ Video Bettino Craxi - Hotel Raphael - 30 aprile 1993
^ "Può fuggire, via il passaporto a Craxi"
^ "Bettino è a Tunisi, ha avuto un infarto" "Sta proprio male, è sottoposto ad accertamenti però non ha perso il buon umore" "Qui abbiamo un sacco di amici medici, ottimi specialisti di scuola francese"
^ E CRAXI SBARCA A PARIGI. La cosa fu poi confermata dal suo fido autista Umberto Cicconi, secondo cui in quei giorni Craxi si trovava a Cap Ferrat, nell'appartamento preso in affitto qualche mese prima: "...infatti, prima di Hammamet il suo esilio doveva essere Parigi, perché sembrava che la Francia lo avrebbe accolto. Del resto, non c'era motivo di dubitarne, dato che chiunque in passato vi aveva sempre trovato asilo per motivi politici, persino in relazione ad accuse di terrorismo." (SEGRETI E MISFATTI - GLI ULTIMI VENT'ANNI CON CRAXI - RICORDI DI UMBERTO CICCONI, Sapere 2000 edizioni multimediali)
^ Adesso è ufficiale Craxi "latitante"
^ Come dimostra, ancora a molti anni dai fatti, il dibattito svoltosi sul punto nel consiglio comunale di Verdellino: cfr. ((http://www.comune.verdellino.bg.it/docs.war/interventi_delib_14.pdf))
^ Craxi, l'ultimo saluto. Contestati governo e giudici, articolo de La Repubblica del 22 gennaio 2000
^ E. Esposito, "Il vento di Hammamet, gelido dall'Italia", consultabile su ((http://www.calnews.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1617)).
^ Ragusa, Andrea, "BIOGRAFIE POLITICHE. CRAXI E BERLINGUER NELL'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA E OTTANTA", in Contemporanea: Rivista di Storia dell'800 e del '900, 11, no. 4 (Ottobre 2008): 771-777.
^ Giovanni Orsina, articolo su Il Mattino del 18 agosto 2008, p. 1.
^ Come sostenuto in "Il ritorno dei socialisti sulla ribalta politica fenomeno a tempo o segno di conservazione?" Intervista di Vassily Sortino a Bianca Turando, su Ateneonline (www.ateneonline-aol.it) 7 luglio 2004; vi si legge che per la storia della vita politica italiana il governo Craxi del 1983 "ha rappresentato il tentativo di modernizzazione dell'Italia. Una modernizzazione almeno su tre direttrici. La prima era quella di sviluppare gli elementi liberalsocialisti che erano insiti nel sistema politico italiano. Il secondo era modernizzare lo stato italiano, avendo come modello le democrazie avanzate europee. Terzo, Bettino Craxi tentò di far compiere al paese il passaggio da una democrazia ancora molto poco sviluppata a una democrazia moderna e più vicina ai modelli europei"
^ Intervista a Paolo Franchi di Luciano Violante, Corriere della Sera, 25 luglio 1996, pagina 6
^ Piero Fassino "Per passione", 2003; cfr. anche Walter Veltroni, il 15 luglio 2009, in occasio­ne della presentazone del libro di Stefano Rolan­do "Una voce poco fa. Politica, comunicazione e media nella vicenda del Psi dal 1976 al 1994", secondo cui Craxi «interpre­tò meglio di ogni altro uomo politico come la società italia­na stava cambiando (...) deci­se che bisognava cambiare gioco, porre la sinistra di fron­te al problema di una nuova leadership (...) in politica estera ci fu l'episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l'Ita­lia nella sfera occidentale, sen­za intaccare autonomia e di­gnità del Paese»: ((http://www.corriere.it/politica/09_luglio_15/Garibaldi_veltroni_berlinguer_b06da232-7107-11de-b1fb-00144f02aabc.shtml))
^ Mario Ajello, "Bettino, pioniere della seconda Repubblica" su Il Mattino del 19 gennaio 2010.
^ S. Bonsanti, CRAXI E LA SINISTRA DC? 'GOLLISTI', Repubblica — 26 giugno 1990, pagina 7. Vi si legge, tra l'altro, di un fondo de "Il Popolo" in cui si accusa la sinistra DC di aver appoggiato il referendum elettorale ("Al fine di ostacolare il presidenzialismo di Craxi scrive Bertoldo i promotori del referendum non hanno trovato di meglio che invocare una repubblica gollista e lavorano in questa direzione con uno zelo acefalo che ricorda il cieco determinismo delle api operaie. Chi ci salverà, chiede Bertoldo, da un' operazione che vede affiancati Occhetto e Pininfarina, Pannella e padre Sorge, Il Giornale e la Repubblica?") e Craxi di volere un "presidente della Repubblica con i poteri dell'esecutivo (...). Conclude Bertoldo: Se non è zuppa è pan bagnato".
^ "Non ritenne di dover discriminare nessuno, e decise di consultare, quando formò il suo primo governo, anche il segretario del Msi Almirante, e fu la prima volta che accadeva": Mauro Del Bue, Il socialismo liberale da Rosselli a Craxi, su ((http://www.kore.it/archivio/forum8/0000215f.htm))
^ onorevole Enzo Trantino, presidente della Giunta delle elezioni della Camera dei deputati nella X legislatura.
^ "Craxi, non a caso, è solo un amico personale del presidente del Consiglio che in pratica ha il solo merito di averlo anticipato nello sdoganamento della destra”: Ernesto Galli Della Loggia, Le ombre del passato, Corriere della sera, 30 marzo 2009
^ Ezio Cartotto, Operazione Botticelli. Gestione di un incubo: nasce Forza Italia, Feltrinelli ed., 2003, dichiara che nel 1993 Craxi - pure incredibilmente aperto alla partecipazione della Lega di Bossi, nonostante un decennio di scontri furiosi - avrebbe concluso (sulla possibile adesione del MSI-DN di Fini, almeno al Sud) con la tassativa affermazione: "Silvio, con i fascisti mai".
^ Intervista di Massimo D'Alema a Crozza Italia live del 30 novembre 2008, sulla emittente televisiva "La7", in cui il politico democratico indica sé stesso e Craxi come gli unici Capi del Governo che furono leader di partiti di sinistra.
^ La Stampa, "Bettino fu un capro espiatorio", 31/12/2009, in cui Fassino ha tra l'altro dichiarato: «Craxi è stato un politico della sinistra, nel solco della storia del socialismo riformista. Ha rivitalizzato il Psi, ha intuito prima di altri quanto l'Italia avesse bisogno di una modernizzazione economica ed istituzionale, su questo sfidò due grandi forze come la Dc e il Pci ed avvertendo il rischio di non farcela, non sfuggì alla tentazione di un'alleanza con i poteri forti, come la P2 di Gelli, terreno sul quale è maturata la degenerazione e la corruzione».
^ "Craxi corrotto": 5 anni e mezzo di carcere
^ Mm: condanna a Craxi confermata in Cassazione
^ Finanziamenti a Craxi, Berlusconi condannato
^ All Iberian, Craxi e Berlusconi non punibili
^ Enel, Greganti condannato per corruzione
^ Craxi, condanna annullata
^ Enimont: sconto di pena a Craxi e Martelli
^ Fondi neri: 56 a giudizio tra politici e manager
^ Fondi neri Eni, 17 a processo
^ Marco Travaglio, Bettino nostro che sei nei cieli da Passaparola del 5 gennaio 2009
^ Sentenza di condanna di Bettino Craxi nel processo All Iberian da parte del Tribunale di Milano
^ . La sentenza della Corte d'appello 8 febbraio 2005, che confermava la condanna di Raggio per riciclaggio e ricettazione di proventi patrimoniali illeciti, precisa che tali proventi discendevano solo da violazione della legge sul finanziamento illecito dei partiti e non da corruzione: ciò pur sostenendo che "l'elargizione di finanziamenti occulti ai partiti politici ha alterato il leale svolgimento della dialettica democratica violando la norma penale e certo non allevia la lesione l'osservazione per cui non ci sarebbe stato nulla di male se i finanziamenti fossero stati “autorizzati”, ossia dichiarati e registrati".Sotto il profilo della politica del diritto, la tematica è stata sviluppata da un intervento parlamentare del senatore Felice Besostri: "ha un senso voler distinguere, di fronte alla commissione di un reato, se questo ha portato all'arricchimento personale o meno; ma (...) mentre l'arricchimento personale è soggetto alla riprovazione sociale dei cittadini e perciò è un fenomeno destinato a non essere contagioso e quando uno viene colpito incontra anche il consenso per il fatto di essere punito, il finanziamento illecito senza arricchimento personale, magari per fini nobilissimi, è circondato invece da una considerazione tutto sommato positiva, perlomeno sul piano etico, viene considerato che quell'individuo ha svolto quell'attività ma non lo ha fatto per sé bensì per una causa superiore. Ma allora, siccome non sono separabili i canali della corruzione e gli strumenti, proprio l'esistenza di chi si è fatto corrompere o ha costituito uno dei canali per un illecito finanziamento di cause nobili rappresenta la copertura, la garanzia, l'usbergo di chi invece all'interno di quel sistema si arricchisce personalmente. In ogni caso, poi, questo fatto, rendendo accettabile il finanziamento illecito, impedisce che ci sia una reazione nei confronti della sua repressione e non si possono distinguere i canali" (Senato della Repubblica, legislatura 13º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 787 del 02/03/2000, intervento del senatore Felice Besostri).
^ Editoriale su Libero del 19 dicembre 2008, secondo cui "i tangentocrati della Prima Repubblica rubavano per il partito, mentre questi di oggi rubano per la propria tasca".
^ Corriere della sera, 12 gennaio 2010, «Mio padre Craxi e quei fondi del Psi», intervista ad Aldo Cazzullo di Stefania Craxi, secondo cui «Il tesoro di Craxi è una maxi-balla. Non è mai esistito. Esisteva il "tesoro" del partito: i conti esteri del Psi. Mio padre non se n'era mai occupato. Dopo la morte di Vincenzo Balzamo, l'amministratore, la sua segreteria comunicò a Bettino i numeri di alcuni conti esteri del Psi, quelli che supponevano lui conoscesse: i conti del partito di Milano. Quindi solo una piccola parte del totale, visto che nel partito c'erano ras e correnti e ognuno badava a se stesso. Mio padre mandò la busta al nuovo segretario, Giorgio Benvenuto. Che gliela rimandò indietro. Lo stesso fece il successore di Benvenuto, Ottaviano Del Turco. A quel punto Craxi passò i riferimenti a persone di cui pensava di potersi fidare (...) Raggio, e altri. Mal gliene incolse. Ma mio padre era un uomo solo. In quel clima di intimidazione, era facile commettere errori. E anche lui ne commise». Già secondo il Corriere della sera, 14 luglio 2008, "si parlò di una busta con i conti esteri, consegnata al nuovo segretario e strappata. «A Del Turco — racconta Bobo Craxi — fu fatto sapere che, come tutti i partiti "leninisti", anche il nostro aveva munizioni nascoste in caso di guerra. Insomma, risorse altrove da usare per le calamità; e la calamità era arrivata. Lui rispose che non voleva saperne».".
^ La Stampa, 16/1/2010 "I socialisti del dopo Psi divisi anche ad Hammamet".
^ Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Strasburgo) CASO CRAXI contro ITALIA (n. 2) (op. cit.)
^ Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Strasburgo) CASO CRAXI contro ITALIA (n.1) (op. cit.)
^ Bobo Craxi attacca Vespa: "Il gossip postumo è odioso" - LASTAMPA.it
^ Tentativo contraddittorio con la posizione della signora Anna Craxi, la coniuge del defunto che rifiuta di presenziare ad ogni commemorazione pubblica in Italia (Corriere della sera, 14 gennaio 2010, «Tra me e Bettino una promessa: il suo corpo non tornerà mai in Italia») e che respinse il massimo atto ufficiale che si tributa ad un defunto, l'offerta dei funerali di Stato avanzata dal Consiglio dei ministri della Repubblica italiana. La spiegazione di tale posizione probabilmente riposa nelle parole di Antonio di Pietro, secondo cui "i finti e gli ipocriti festeggiamenti per Craxi" oggi gli sarebbero tributati soprattutto da "quelli che ieri lo criticavano e lo tradirono" (cfr. [1]).
^ ((http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_30/craxi-via-polemiche_9225e69a-f55a-11de-8621-00144f02aabe.shtml))
^ ((http://www.repubblica.it/online/politica/hammamet/aulla/aulla.html))
^ ((http://www.ilgiornale.it/interni/craxi_e_roma_veltroni_dedico_via/02-01-2010/articolo-id=410659-page=0-comments=1))
^ "No a Via Craxi", manifestazione a Milano
^ Spesso confuso con la parola araba imān, che invece vuol dire "fede".
^ Matt Frei, «Italy. The unfinished revolution», Sinclair-Stevenson
^ Merlo Francesco, A ciascuno il suo Craxi, Corriere della Sera, 1 luglio 1996, p. 1.
^ La canzone "La ballata dell'Uomo Ragno" canta a suo riguardo: "è solo il capobanda ma sembra un faraone, ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone,si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone". Va anche notato che a distanza di 15 anni, De Gregori - la cui canzone "Viva l'Italia" accompagnò suo malgrado i congressi del PSI per tutto il quindicennio di gestione craxiana - afferma che "se ripenso a Craxi credo che intellettualmente sia molto superiore a tanti politici di oggi" Edmondo Berselli. E De Gregori riabilita Craxi "Era superiore ai politici di oggi". la Repubblica, 4 novembre 2006. URL consultato il 16-11-2007.
^ L'uso dello pseudonimo di ascendenze storiche piacque anche a Giovanni Spadolini, che pubblicò a sua volta alcuni interventi firmati Giovanni dalle Bande Nere.
^ Film inchiesta del 1963 di cui Craxi fu sceneggiatore e soggettista e Pillitteri regista; fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quell'anno.
^ La Mia Vita è Stata una Corsa (2008), di Paolo Pizzolante - CinemaItaliano.info
^ Gianni Pennacchi, «Hammamet»: la tragedia teatrale che riabilita Craxi, Il Giornale, 27/11/2008
Bibliografia [modifica]
Giancarlo Galli, Benedetto Bettino, Milano, Bompiani, 1982.
Antonio Ghirelli, L'effetto Craxi, Milano, Rizzoli, 1982.
Craxi in prima pagina. L'occhio della stampa sul governo a guida socialista, Milano, La biblioteca rossa, 1984.
Ugo Intini, Tutti gli angoli di Craxi, Milano, Rusconi, 1984.
Guido Gerosa, Craxi. Il potere e la stampa, Milano, Sperling & Kupfer, 1984.
Giuseppe Montalbano, Craxi. Democrazia e riformismo, Palermo, s.n., 1984.
Eugenio Scalfari, L'anno di Craxi. O di Berlinguer?, Milano, A. Mondadori, 1984.
Paola Desideri, Il potere della parola. Il linguaggio politico di Bettino Craxi, Venezia, Marsilio, 1987.
Gianni Statera, Il caso Craxi. Immagine di un presidente, Milano, A. Mondadori, 1987.
Gino Pallotta, Craxi il leader della grande sfida. L'irresistibile ascesa di un abile segretario, d'uno stratega fine e spregiudicato che, tra meriti, contraddizioni e asprezze di un carattere decisionista, ha dato al suo partito un nuovo ruolo sulla scena politica italiana, Roma, Newton Compton, 1989.
Italo Pietra, E adesso Craxi, Milano, Rizzoli, 1990.
Alberto Benzoni, Il craxismo, Roma, Edizioni associate, 1991.
Paolo Ciofi, Franco Ottaviano, Il fattore Craxi. Dalla prima elezione a segretario agli anni di Cossiga, Roma, Datanews, 1992.
Antonio Padellaro, Giuseppe Tamburrano, Processo a Craxi, Milano, Sperling & Kupfer, 1993.
Elio Veltri, Da Craxi a Craxi, Roma, Laterza, 1993.
Massimo Franco, Hammamet, Milano, A. Mondadori, 1995; Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
Enzo Lo Giudice, Processo a Craxi. Una sentenza annunciata, Milano, Giornalisti editori, 1995.
Francesca Di Martino, Briganti. Autobiografia immaginaria di Bettino Craxi, Repubblica di San Marino, Aiep, 1999.
Massimo Emanuelli, Bettino. Adieu monsieur le president, Milano, Greco & Greco, 2000.
Arturo Gismondi, La lunga strada per Hammamet. Craxi e i poteri forti, Milano, Bietti, 2000.
Ugo Intini, Craxi, una storia socialista, Roma, MondOperaio, 2000.
Umberto Cicconi, Craxi. Una storia, s.l., Fondazione Craxi, 2001.
Enzo Catania, Bettino Craxi. Una storia tutta italiana, Novara, Boroli, 2003.
Bobo Craxi, Gianni Pennacchi, Route el Fawara. Hammamet, Palermo, Sellerio, 2003.
Massimo Pini, Craxi. Una vita, un'era politica, Milano, Mondadori, 2006.
Simona Colarizi et al., La cruna dell'ago. Craxi, il Partito Socialista e la crisi della Repubblica, Bari, Laterza, 2006.
Edoardo Crisafulli, Le ceneri di Craxi, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2008.
Massimiliano Perrotta, Hammamet, Mineo, Sikeliana, 2010.
Voci correlate [modifica]
Governo Craxi I
Governo Craxi II
Crisi di Sigonella
Partito Socialista Italiano
Socialismo nazionale
Socialismo liberale
Socialdemocrazia
Socialismo libertario
Liberalsocialismo
Giulio Andreotti
Arnaldo Forlani
Partito Comunista Italiano
Enrico Berlinguer
Mani pulite
Corruzione
Nani e ballerine
Altri progetti [modifica]
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Wikiquote contiene citazioni di o su Bettino Craxi
Collegamenti esterni [modifica]
Il Boeing 737 di Sigonella. Tratto dai Dossier di Libbra.it
La crisi di Sigonella. Tratto da La storia siamo noi - Rai Educational
Video tratto da la storia siamo noi sul primo governo Craxi
Craxi: Fallen kingpin. Articolo sulla morte di Bettino Craxi effettuato dalla BBC in Inglese.
Craxi sui gradini del Raphael nella notte della gogna pubblica Articolo de Il Giornale sugli avvenimenti del 30 aprile 1993, giorno del famoso lancio delle monetine.
Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - Caso CRAXI contro ITALIA (n.1)
Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - Caso CRAXI contro ITALIA (n.2)
"Parola a Bettino Craxi" Audiovideo dall'archivo di RadioRadicale.it
"Craxi: ritratto di un leader" - documentario de 'La storia siamo noi', Rai Educational
Il "popolo viola" e i manifesti anti-Craxi Articolo de Il Resto del Carlino sul sito degli Indipendenti Viola
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