Pietro Berti

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Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam

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domenica 16 gennaio 2011

GOLDEN DAWN

GOLDEN DAWN
La Golden Dawn fu un ordine iniziatico fondato presumibilmente nel 1887 in Inghilterra. Tradotto, il termine significa”Alba d’Oro”, anche se il nome completo sarebbe “Ordine Ermetico dell’Alba d’Oro”. Era imperniata soprattutto sulla dottrina dei “SUPERIORI INCOGNITI”, su cui si fa cenno in alcune tradizioni esoteriche sia occidentali che orientali. La tradizione vuole che a fondarla fossero tre fratelli massoni , tra i quali William W. Westcot che in un suo scritto del 1894 definisce l’ordine come una “società ermetica ai cui membri vengono insegnati i principi della scienza occulta e della magia di Ermete.” Il linguaggio ermetico era ovviamente inteso come quel complesso di speculazioni che si richiamano alle più diverse dottrine filosofiche e religiose. Il nome deriva da Ermete Trismegisto (tre volte grande), il quale secondo la leggenda fu innalzato al rango di divinità dagli Egizi in quanto scopritore di tutte le arti utili, le lettere ed i numeri. Nella tradizione alchemica Ermete Trismegisto è considerato custode e trasmettitore della scienza della saggezza, la rappresentazione stessa dell’antico sacerdozio egiziano, o meglio del principio di ispirazione sovrumano da cui derivava la sua autorità e a nome del quale egli formulava e comunicava la conoscenza iniziatica (come dice Guennon) . Ad Ermete si attribuisce la “Tavola di smeraldo”, documento inserito nell’opera di Khunrath (anphiteatrum sapientiae aeterneae), risalente al 1610 la tavola prende il nome dal termine latino “smeraldina” che indica il colore verde molto intenso quale è quello, secondo gli Ermetisti, dell’anima universale. Aderirono alla Golden Dawn personaggi di spicco quali Bram Stoker (autore di Dracula); W. Butler Yeats Irlandese nobel letterario nel 1923, il più grande poeta letterario di lingua inglese del secolo appena finito, Samuel Liddell MacGregor , Mathers, Conte di Gleustral, sua moglie Moina ed Aleister Crowley. Ognuno di questi personaggi ha lasciato un’impronta indelebile nel corso della storia, e , a sua volta, diede un’impronta importante all’ordine. Basti ricordare il “tradimento” fatto da Israel Regardie: “la magia della Golden Dawn” corpus di scritti e documenti ufficiali della scuola mistica dell’alba dorata, raccolti e sistemati dallo stesso Regardie e pubblicati in quattro volumi, nel 1942, che comprendono gran parte dei rituali dell’ordine, dalla fabbricazione e consacrazione di talismani fino ai cerimoniali iniziatici. Inizialmente, per statuto stesso dell’ordine era vietato a tutti i membri di divulgare pubblicamente qualsiasi rituale o notizia riguardante l’ordine stesso. Ma Regardie - e prima di lui Crowley – decise che fosse giunto il momento di far conoscere ad un pubblico più vasto il cerimoniale della golden dawn. Si presume che i testi fossero fedeli ai rituali che venivano praticati all’interno dei templi dell’ordine e così facendo, Crowley e Regardie ruppero quel patto di silenzio e segreto che vigeva incontrastato. Questo accadde comunque in periodi che vedevano la potenzialità e credibilità della golden dawn già verso la fine del ciclo vitale e, forse, tale comportamento fu proprio la causa scatenante dello scioglimento dell’ordine stesso, almeno “pubblicamente”. Il fine della Golden Dawn era il compimento della grande opera, cioè il raggiungimento di un percorso iniziatico, sia per i singoli componenti che per l’intera umanità. Due sono gli aspetti che dividono la grande opera, la via della rinuncia, che in oriente è descritta come la ”fusione nel prahaman” e la via della conquista, che, sempre in Oriente è descritta come il compimento di “Vaikuntha”. Si può quindi considerare come una sorta di “scuola” ove vi era un’intensa preparazione e formazione dell’Ermetismo, della Kabala, dell’alchimia e dei misteri occidentali. Il “percorso” iniziava con un processo di “iniziazione” che aveva lo scopo di trasformare l’ io interiore inizialmente di “piombo” in “oro” attraverso la tradizione e la trasmissione della “luce”. L’ordine della Golden Dawn prevedeva cinque gradi: uno neophite , il secondo grado theoricus , praticus, philosophus. Con l’eccezione di neophite , i gradi facevano riferimento agli elementi terra, aria , acqua e fuoco.
Mac Gregor Mathers, nato a Londra l’8 gennaio 1854, asseriva di essere discendente del clan Mac Gregor di sangue scozzese. Per questo motivo, assunse lo pseudonimo di Mac Gregor Mathers. Così come William Yeats, aveva due passioni nella vita: “ la magia e l’arte della guerra”, forse una contraddizione visto che era antivivisezionista e vegetariano. Fu il primo traduttore della”Cabalah svelata” di Knorr von Rosentroh, in questa occasione si discusse per la prima volta della Golden Dawn. Un personaggio di grande importanza nella sua vita fu Anna Kingsford (1846-1888), tanto che le dedicò la “cabalah svelata”. La Kingsford è stata una delle prime combattenti per i diritti delle donne. Infatti, Mathers chiedeva all’interno della Golden Dawn perfetta uguaglianza tra donne e uomini. Mathers usava due motti nella Golden Dawn: “rioghail mo dhrem” (la mia razza è regale) e “deo duce comite ferro” (Dio come guida e la mia spada come compagna). Dedicò l’intera sua esistenza alla tradizione esoterica occidentale ed alla magia. Non solo fu la guida del secondo ordine della Golden Dawn, ma anche autore di quasi tutti i suoi più importanti insegnamenti e documenti. Prese come base il sistema di magia angelica dell’astrologo inglese Dr John Dee (1527-1608) e lo sviluppò in quello che è ritenuto il più potente sistema magico del mondo. Si ricorda un rito utilizzato all’interno della Golden Dawn, un sistema magico elaborato da John Dee ed Edward Kelly , la scacchiera enochiana composta da duecentocinquantasei triangoli. Era formata da schemi geometrici chiamati “tablets” . si “giocava” in quattro e le “pedine” erano feticci di divinità dell’antico Egitto. La maggior parte di quello che è a conoscenza sui tarocchi proviene da Mathers e da sua moglie. Il documento Z dell’ordine ci ha dato immensi contributi nell’area dei metodi e delle tecniche magiche (da non confondere con lo Z-5, che sono una serie di libri di P. Zawelsky). Portò il Pantheon egiziano nella Golden Dawn e da allora amò vestirsi con i costumi ispirati a quel periodo. Era profondo conoscitore di diverse lingue: ebraico, latino, francese, greco, copto e celtico. La leggenda vuole che egli non imparasse queste lingue a scuola o tramite un altro insegnamento. Molti autori moderni ne danno un’immagine negativa. Comunque, la sua vita e soprattutto la sua fine sono e rimangono comunque un mistero. Sua moglie Moina Mathers nacque a Ginevra nel 1865 da ebrei irlandesi quarta di sette figli . Pare che l’amore per le scienze occulte fosse stato ereditato dalla madre che si ricorda essere stata grande sensitiva. L’arte aveva sempre appassionato Moina che a 15 anni decise di raffinare le sue abilità alla Slade Hingh School, dove conobbe il famoso Anni Horniman che più tardi divenne il più grande finanziatore dell’ordine della Golden Dawn. Moina ottenne il diploma e nel 1888 mentre stava studiando arte egizia nella sala di lettura del British Museum l’uomo che avrebbe cambiato la sua vita. Nonostante la disapprovazione dei genitori si sposarono il 16 giugno 1890 nella libreria del museo Horniman. Così Mina Bergoson divenne Moina Mathers, cambiando il nome da Mina a Moina per avere un suono più scozzese. La loro relazione fu inusuale: erano compagni nel vero senso della parola: infatti Moina pensava di aver diviso l’anima con Mathers e si riferiva a lui come insegnante, amico e marito. Inoltre, fecero un accordo di astenersi da qualsiasi relazione sessuale, senza che questo creasse barriere tra loro. Il loro motto era:”vestigia nulla restrursum” (non torno indietro sui miei passi), ad indicare un passato doloroso che peraltro non influì nella ricerca del raggiungimento della grande opera che perseguì con forza e passione: sacrificò il sogno di una carriera per dedicarsi completamente all’ordine ermetico della Golden Dawn che fiorì grazie al suo talento artistico al servizio della luce divina. Era Moina che si occupava dell’interno dei templi a Londra e a Parigi ed anche del materiale come i tarocchi. Il suo più grande contributo è stato la pittura delle volte del tempio sotto l’istruzione di Mathers, comprese Iside-Urania , Ahanhor, Alfa ed Omega. Oltre alle doti artistiche diede un contributo alla Golden Dawn grazie alle sue abilità di chiaroveggente. Lavorando con Mathers, portarono ai piani superiori il materiale costitutivo del secondo ordine. Aveva una presenza accattivante, una voce calma, segno di forza interiore, specialmente quando si incarnò nella sacerdotessa Anari, nei riti di Iside composti da Mathers e Bois. Guidati dai capi segreti nel 1892 essi si trasferirono a Parigi dove crearono il tempio di Ahanhor due anni dopo. Questo trasferimento ebbe delle conseguenze negative per la crescita del tempio di Iside-Urania dove la conoscenza esoterica non andava di pari passo con la capacità di comprendere seriamente quale fosse il giusto fine. Si creò uno scisma e ci furono scandali e battaglie legali con Crowley che aveva pubblicato il materiale della dottrina della Golden Dawn. Dopo il 1918 periodo databile con la scomparsa del marito , Moina fondò il tempio Alfa et Omega mantenendo sempre i contatti nei piani spirituali con il misterioso fratello X. Nel 1927 la sua salute ebbe un drastico peggioramento fino ad arrivare al punto di rifiutare il cibo. Probabile che anche lei avesse ricevuto la chiamata dai capi segreti ed il suo digiuno fosse una purificazione per la successiva entrata nel terzo ordine. Ma il suo fisico non resse e Moina morì in ospedale nel 1927. Pietro Berti

sabato 15 gennaio 2011

Il Martinismo e l’Ordine Martinista Universale







Il Martinismo e l’Ordine Martinista Universale di Pietro Berti






Il Martinismo è un movimento iniziatico che conserva in sè gli insegnamenti più importanti della Tradizione Ermetico-Cabalistica; si ispira ai tre esoteristi Jacques Martinez de Pasqually, Louis-Claude de Saint-Martin e Jean-Baptiste Willermoz, vissuti tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento. Storicamente l’ordine nasce nella metà del XVIII secolo come ordine massonico, ad opera di Martinez de Pasqually che gli dà una connotazione specificamente magica e operativa. Louis Claude de Saint Martin, discepolo di Martinez, dà poi all’ordine una connotazione religiosa e fideistica. Queste due anime trovano la loro sintesi nell'Ordine Martinista Universale. Il Martinismo è un raggruppamento iniziatico che possiede una dottrina filosofica e mistica, un metodo di lavoro individuale e di gruppo, una linea di ispirazione sulla quale i membri debbono operare secondo le proprie possibilità individuali. Gli scopi principali che l’Ordine propone ai suoi membri sono essenzialmente due: 1 ) la riconciliazione e la reintegrazione individuale, 2) la reintegrazione universale.
Nessun martinista (a prescindere da appartenenza ad obbedienze e grado) può essere costretto a compiere rituarie martiniste contro la sua volontà, né sono richieste abiure da fedi religiose o credo politici. Il martinista è un uomo completamente libero nelle sue scelte, benché sottoposto alle regole gerarchiche dell’ordine. Nonostante le origini, l’O.M.U. è oggi indipendente e libero da qualsiasi rapporto o legame con la massoneria e le sue obbedienze ma accetta i massoni tra i suoi iniziati.
Lo statuto vigente dell’Ordine Martinista Universale fornisce di sé la seguente definizione “libera associazione iniziatica di uomini e donne desiderosi del proprio perfezionamento interiore da perseguire attraverso lo studio dei rapporti intercorrenti fra Dio, l'Uomo e la natura; essi si impegnano ad usare a fin di bene il frutto delle conoscenze così acquisite trasmettendo le stesse, secondo le regole dell'Ordine, a chi, dimostrandosene idoneo, le desideri per lo stesso fine”. Per prendere parte ai lavori dell’O.M.U. è pertanto necessario aver ricevuto l’iniziazione. L'Ordine Martinista non pone limiti alla ricerca e allo studio, ed è fondato su criteri di uguaglianza, infatti al suo interno né opera distinzioni di razza, di religione, di ideali sociali, di censo, di cultura: molto dibattuto è stato il tema circa la possibilità di riconoscere la possibilità delle “donne iniziatrici. Infatti, in tale ordine iniziatico, alcuni Superiori Incogniti, dotati di valenza iniziatica osiridea, acquisiscono, attraverso un apposito rito di consacrazione, il potere di trasmettere l'iniziazione martinista e prendono il nome di Superiori Incogniti Iniziatori. Gli Statuti dell’Ordine Martinista in Francia per quanto riguarda le donne, recitano: “Altro carattere del Martinismo è di accettare gli uomini e le donne. La donna è complementare all’uomo”; “L’Ordine Martinista è aperto agli uomini come alle donne di buona volontà, secondo le direttive di L. C. de Saint-Martin e quelle, successive, di Papus che hanno proclamato l’assoluta uguaglianza della donna e dell’uomo”, basandosi sugli scritti del Saint-Martin secondo cui “l’anima, femminile non deriva dalla stessa fonte di quella che si riveste d’un corpo maschile? Non deve compiere la stessa opera? Combattere lo stesso spirito? Sperare gli stessi frutti?”. Considerata la portata del dibattito – assolutamente lungo, duro e complesso, pare opportuno limitarsi a dare atto di ciò che vige nell’attualità. In anni recenti è stato approvato il provvedimento in virtù del quale i nuovi Iniziatori non possano essere creati se non dal Gran Maestro in persona (l'unico Iniziatore in grado di trasmettere la facoltà di trasmettere, in lui risiedendo, come da Magna Charta, il deposito e il potere iniziatico dell'Ordine su delega del Collegio dei Superiori Incogniti Iniziatori). L’O.M.U. è strutturato in due diverse sezioni: la exoterica e la esoterica e riconosce tre diversi gradi il primo grado di Associato incognito appartiene alla sezione exoterica, mentre i due gradi successivi (Iniziato Incognito, secondo grado e Superiore Incognito, terzo grado) rientrano nella sezione esoterica. Ad ogni grado si accede attraverso una cerimonia di iniziazione. Si è detto che il primo grado è quello di Associato: lo scopo e la funzione di questa fase è per il martinista (che cinge un cordone nero di fibra vegetale) quello di riceve un rituale giornaliero che lo pone in catena con i fratelli. Essendo egli nella sezione exoterica dell'Ordine, egli ha la possibilità di valutare in pieno se l'Ordine risponde alle sue esigenze di crescita spirituale. L'Associato partecipa, se vuole, a tutti i lavori rituali comuni relativi al suo grado , in tal modo l'Associato può approfondire i suoi studi e orientarsi per capire quale sia, fra le tante praticabili, la strada che gli è più consona. Appena ricevuta l’iniziazione al grado di Iniziato, il martinista (che cinge un cordone rosso di fibra vegetale) entra nella sezione esoterica dell'Ordine. Egli partecipa, se lo vuole, sia ai lavori rituali comuni relativi al suo grado, sia a quelli relativi al grado di Associato e intraprenderà oltre alla rituaria giornaliera, anche una rituaria lunare, connessa con le fasi del novilunio e del plenilunio. Al raggiungimento del grado di Superiore Incognito (grado, questo, sacerdotale), il martinista (che cinge un cordone bianco) raggiunge l’apice delle sue possibilità operative. In questo grado, egli intraprende una rituaria solare, connessa con i due solstizi e con i due equinozi; tale rituaria si aggiunge alla rituaria giornaliera e a quella lunare. La cadenza con la quale si svolgono i lavori di gruppo può essere settimanale, o quindicinale, o mensile, o varia, secondo quanto decide il capo del gruppo che, di norma, è un Superiore Incognito Iniziatore, ma che può essere anche un Superiore Incognito. Con lo studio dei libri relativi a questo grado, il Superiore Incognito deve approfondire la conoscenza e la pratica della Cabala. Il Superiore Incognito partecipa, se vuole, sia ai lavori rituali comuni relativi al suo grado, sia a quelli relativi ai due gradi inferiori. Per ben comprendere il rapporto gerarchico esistente tra il Superiore Incognito Iniziatore (che cinge anch’esso un cordone bianco) e il Superiore Incognito si può fare un parallelo con le gerarchie Ecclesiastiche e dire che il primo (l’Iniziatore) può essere accomunato al vescovo mentre il secondo può essere accomunato al prete: entrambi hanno la potestà sacerdotale, ma soltanto il primo può iniziare altri martinisti fino al terzo grado dell'Ordine. In tutti i gradi l'Ordine mette a disposizione i suoi libri. A capo dell'O.M.U. c’è il Gran Maestro, scelto tra i Superiori Incogniti Iniziatori e da essi eletto a vita. Il passaggio di grado è chiesto dal martinista che vuole progredire nel proprio percorso iniziatico senza che nessuno possa o debba forzare la sua volontà. Al martinista, al momento del suo ingresso nell'Ordine già dal grado di Associato, è chiesto di assumere un nome iniziatico, a sua scelta. Tale nome può corrispondere a un personaggio mitologico, a una figura biblica o di altra tradizione religiosa, a ancora può essere il nome di una virtù da realizzare, ancora è possibile che si tratti dello stesso nome ricevuto alla nascita. Se l’iniziato non formula la sua scelta, egli riceverà il nome iniziatico dall'Iniziatore. L'Iniziatore è capo a vita del suo gruppo, ma può abdicare. All’interno dell’O.M.U. rileva in modo preminente e privilegiato il rapporto tra il singolo e l’Iniziatore piuttosto che quello tra il singolo e il gruppo. Merita tuttavia sul punto una citazione a scopo meditativo un passo del De Guaita che così testualmente recita: «Noi ti abbiamo “cominciato”: il ruolo degli Iniziatori deve fermarsi qui. Se tu perverrai da te stesso all’intelligenza degli Arcani, tu meriterai il titolo di Adepto; ma sappi bene ciò: è invano che il più sapiente dei Maestri ti riveli le supreme formule della scienza e del sapere magico; la Verità Occulta non si può trasmettere con un discorso: ciascuno deve evocarla, crearla e svilupparla in sé. Tu sei Iniziato: sei uno che gli altri hanno messo sulla Via; sforzati di divenire Adepto; uno cioè che ha conquistato la scienza da se stesso, o, in altri termini, il Figlio delle sue opere». I requisiti per entrare nell’Ordine sono l’aver compiuto il 21° anno di età, una condotta morale irreprensibile nonché la convinzione e la determinazione alla ricerca della verità. E’ canone scritto che la negligenza e la cattiva interpretazione dei canoni che regolano l'Ordine, una volta accertate, comportano, come unica soluzione, l'uscita dalla catena fraterna, mentre è regola non scritta quella di non rivelare ai non iniziati all'Ordine la qualifica martinista dei fratelli. Non è vietato rivelare di sé ed è libero di farlo, quantunque con cautela. Tutti i martinisti possono fornire il proprio contributo di idee al bollettino che stampa l’O.M.U.. tale pubblicazione viene trasmessa a tutti i membri dell’Ordine. Il Gran Maestro decide ed è responsabile della scelta dei contributi da pubblicare. C’è un contributo annuale che il martinista deve versare per rimborso spese, che ammonta a €. 30 all’anno salvo le spese per l’eventuale canone di locazione dei locali in cui i gruppi svolgono i lavori. Uno schema scolastico potrebbe ricostruire il seguente schema per il perseguimento degli scopi principali che l’Ordine propone ai suoi membri (che si ricordano essere la riconciliazione e la reintegrazione individuale e la reintegrazione universale): 1) lavoro individuale; a) scoperta della vera natura e del vero essere dell’uomo. b) Lavoro di liberazione delle scorie che imprigionano l’uomo qui «in basso», lavoro di ordine interiore ed «operativo». c) Contribuzione personale alla reintegrazione universale mediante la partecipazione alle operazioni. 2. Lavoro Collettivo realizzantesi mediante la partecipazione attiva al lavoro di catena avente come effetti: d) L’intercambio energetico tra gli anelli della catena. e) L’utilizzazione delle energie singole simpaticamente agenti per il potenziamento della catena e per le operazioni di purificazione dell’aura terrestre. Riti giornalieri, mensili, equinoziali. Lo schema sopra riportato potrebbe essere sintetizzato secondo le parole di Nebo S.I.I. in INTRODUZIONE ALL'ORDINE MARTINISTA “a) L’uomo, per L. C. de S. Martin, è la somma di tutti i problemi. È lui stesso un problema, l’enigma degli enigmi. Non si può comprendere l’uomo per mezzo della natura, ma la natura per mezzo dell’uomo. Louis-Claude de Saint Martin invita l’uomo a considerare se stesso e ad analizzare la realtà che avrà scoperto in tal modo. Così l’uomo scoprirà il suo vero rango e percepirà l’armonia del mondo secondo il famoso adagio di Delfo. «Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei!». L’uomo, malgrado la sua «degradazione» porta sempre con sé evidenti i segni della sua origine divina. Incatenato sulla terra come Promoteo, esiliato dal suo regno, quale fine si potrà proporre se non quella della reintegrazione b) Una volta conosciuta la sua vera natura egli non aspirerà che alla liberazione dalla prigione e dopo aver indagato sui mezzi a sua disposizione, inizierà quel lavoro di decondizionamento, di decantazione e di purificazione che lo condurrà, dopo aver realizzato il noto quadruplice motto: osare, tacere, sapere, volere, ad operare quella trasmutazione di alchimia spirituale avente come fine la strutturazione di un tipo d’uomo differente dalla umanità media, certamente ad essa superiore per evoluzione e per possibilità, «riconciliato e reintegrato nelle sue primitive» qualità e potenza. Indipendentemente dalle «tecniche» usate dall’iniziato egli potrà agire anche «operativamente». Tale lavoro che comporta la messa in azione di operazioni che, seguendo gli schemi tradizionali (purificazioni, regime alimentare, preghiera magicamente intesa, allestimento di un luogo operatorio, ecc...) e particolari rituali (segnalatamente martinezisti) apporta all’operatore che ha un cuore puro ed una fede sincera degli effetti sensibili consistenti in genere in una visione diretta di lampi e di glifi (i «passi») che rappresentano dei segnali sul cammino della reintegrazione e che confermano la validità del lavoro e la sua progressione. c) Il contributo alle operazioni per la purificazione dell’aura terrestre avviene mediante la partecipazione attiva (come «operatore») a queste. d) La catena martinista permette che si stabilisca un intercambio energetico tra fratello e fratello, tra fratello ed eggregore. Per suo mezzo si creano inoltre quelle energie che saranno utilizzate per gli scopi generali dell’Ordine. e) L’atmosfera astrale del nostro globo è infestata: 1. dai pensieri negativi emessi dagli uomini; 2. dalle forze negative di esseri non corporei (sono queste forze che generano i mali dell’umanità e si frappongono alla sua rapida ascesa evolutiva: guerre, odi razziali, religiosi, sociali, di caste, di collettività, desideri egoistici, ecc Soltanto le operazioni teurgiche, veri e propri esorcismi, sono in grado di combattere questa negatività con successo. Operazioni teurgiche collettivamente eseguite hanno una forza che aumenta in senso geometrico in rapporto al numero degli operatori e, spostando anche di poco la polarità dell’ambiente «astrale», contribuiscono alla grande opera della reintegrazione universale. La catena martinista può naturalmente dedicare le sue energie positive a combattere la negatività su tutti i piani, particolare attenzione viene posta anche alle operazioni di «guarigione». Questa introduzione sugli scopi e sui mezzi atti a conseguire tali scopi è certamente carente, ma il completamento di questo schema volutamente semplice, è compito del Fratello che intraprende l’ascesa, attraverso la comprensione degli insegnamenti successivi e soprattutto attraverso la pratica indispensabile per qualsiasi progresso.>”. E’ necessario poi dedicare una riflessione sui rapporti tra martinismo e pitagorismo. Secondo le parole di Francesco Brunelli in MARTINISMO E PITAGORISMO “Robert Ambelain così scrive nella sua opera «All’ombra delle Cattedrali»: sul frontone della sua scuola, Pitagora aveva fatto incidere queste parole: «Che nessuno entri se non è geometra». Questa sentenza ci svela una delle basi del suo insegnamento esoterico, perché noi vediamo che i suoi adepti consideravano come una profanazione e la punivano conseguenzialmente la rivelazione delle proprietà del numero d’oro e di un certo numero di altre chiavi... Martinez de Pasqually nelle sue logge e nel grado di Apprendista Eletto Cohen ci insegna segretamente la stessa cosa quando fa dire: «Quali sono gli strumenti per mezzo dei quali il Grande Architetto dell’Universo si è servito nella costruzione del Grande Tempio universale?». Al che il recipendiario deve rispondere «di un triangolo, di una perpendicolare e di una squadra perfetta». Ed il triangolo ebraico entro il quale si iscrivono in ritmo ed in progressione denaria le quattro lettere del nome divino Iod He Vau He, non è altro che una alterazione della Grande Tetractis delle iniziazioni antiche il cui studio intelligente porta l’adepto sul sentiero magico ed alchemico, vero sesamo aprente molte porte allo studioso paziente. «Io lo giuro per colui che ha trasmesso alle nostre anime la divina tetractis nella quale si trova la sorgente e la radice della eterna natura...». Tale è, come la trasmise Giamblico, la formula dei giuramenti d’ingresso nella iniziazione dorica. Il Martinismo è tributario del pitagorismo sotto aspetti particolari, così come tutte le scuole iniziatiche lo sono.Sia Martinez de Pasqually, sia Louis Claude de Saint Martin nelle loro opere hanno introdotto elementi pitagorici. Le Forestier, il più valido studioso di Martinez, nel suo libro dedicato all’Ordine degli Eletti Cohen afferma ciò nel corso della sua analisi dell’opera di Martinez: «L’aritmetica e la geometria segrete contenute nella Reintegrazione sono lasciti provenienti dal più lontano passato. L’idea di attribuire ai numeri un valore mistico rimonta ai più antichi tempi di cui la storia delle civilizzazioni ha conservato un ricordo. Formulata filosoficamente, questa idea, afferma che l’essere è identico al numero e che il numero, nello stesso tempo, è l’essere stesso, l’elemento materiale e l’elemento formale, la causa ed il principio, in modo che, se tutte le cose sono dei numeri, la scienza dei numeri è la scienza delle cose... Questa dottrina è comunemente chiamata aritmetica pitagorica perché fu formulata sistematicamente da Pitagora, o quanto meno, trasmessa dal pitagorico Filolao, tuttavia questa denominazione tradizionale non tiene conto della questione delle origini perché gli elementi di cui fa uso questa aritmetica esoterica esistevano certamente prima dei pitagorici». Le Forestier continua lo studio dello sviluppo della scuola pitagorica con i neopitagorici che fecero derivare dalla aritmetica mistica una geometria mistica stabilendo dei rapporti tra numeri e figure e prosegue esaminando l’opera di Giamblico, Plotino, Proclo, S. Agostino ed ammette una tradizione segreta nel medioevo che trasmetteva i segreti dell’aritmosofia soprattutto tra i costruttori che utilizzavano l’architettura come un linguaggio esoterico. Ricorda nel XV secolo Nicola da Cuma e giunge al XVI secolo in cui «l’aritmosofia conobbe una nuova voga quando gli umanisti amalgamarono le teorie neoalessandrine, con gli assiomi attribuiti a Pitagora ed i temi cabalisti, mettendosi a ricercare nei testi ebrei le idee pitagoriche e nella Kabala la vera dottrina filosofica della scrittura». Ricorda così Reuchlin, Giorgio da Venezia, Cornelio Agrippa, Giordano Bruno, il più grande pitagorico del Rinascimento Van Helmot per giungere alla fine dello stesso secolo in cui l’aritmetica pitagorica cessa di essere studiata e coltivata apertamente e si rinserra nei cenacoli esoterici, manifestando la sua vitalità quando fornirà alla Massoneria simboli e numeri sacri, il delta (la tetractis pitagorica), il Pentalfa e via dicendo. Giungiamo così a Martinez. Pasqually, i cui Maestri sono rimasti sino ad oggi un enigma, donde ha tratto la sua aritmosofia? Essa non è certo esclusivamente cabbalistica poiché comprende degli sviluppi che si discostano in molti punti da questa corrente. Daremo qui qualche cenno dell’aritmosofia Cohen per coloro che hanno un poco approfondito gli studi condotti lo scorso anno dall’Ordine Martinista. Martinez, per i numeri UNO, DIECI e QUATTRO segue grosso modo il Pitagorismo. L’unità per i pitagorici era vista come il Padre di ogni numero e per conseguenza degli esseri, del Demiurgo del mondo, la radice di ogni esistenza, il principio della conoscenza e della individuazione. Dalla Monade, dall’Uno derivano tre tipi di unità: quella Assoluta o Dio che era separata da ogni altra cosa; l’Unità-elemento che veniva considerata come inseparabile dalla cosa e l’Unità dell’Essere Reale. Per Martinez l’Unità era un principio di ogni essere spirituale e temporale e da buon cabbalista essa è per lui incomprensibile ed inconoscibile, è l’Ain-Soph che non si può né comprendere, né esplorare con la intelligenza: egli quindi identificava l’Unità con il Primo tipo di Monade pitagorica, quella cioè Assoluta.La DECADE di Martinez ha una importanza pari a quella attribuitale dai pitagorici, è la Forza Divina ed increata che produce la permanenza eterna delle cose in questo mondo. «Da questo nuero denario — dice — proviene ogni essere spirituale maggiore, inferiore, minore, come ogni legge d’azione sia spirituale sia spiritosa. L’addizione dei quattro numeri compresi nel quaternario, da DIECI e dalle differenti unioni di questi differenti numeri concepirai in che modo tutte le cose sono provenute...»; in altre parole DIECI è il numero perfetto ed universale perché contiene la essenza e la potenza dei numeri, infatti i primi dieci sono sufficienti ad esprimere la infinita varietà delle cose, i loro attributi e le loro proprietà. Martinez inscrive nel cerchio la cifra UNO per simboleggiare l’unione dell’Unità con la decade, del Dio emanante con il Dio emanato.Anche il quaternario al quale Martinez fa giuocare un ruolo preminente, è una replica della Tetrade pitagorica, e così via per tutti gli altri numeri, per il Due o «diade», per il sei, per il sette. Per il Cinque Martinez si distacca dai pitagorici per ammettere con i cabbalisti che è un numero demoniaco poiché corrisponde ai cinque Angeli distruttori. Una particolare menzione merita il numero Otto che viene interpretato alla maniera egizia. Gli egizi infatti sdoppiavano i quattro elementi in maschili e femminili ottenendo l’ogdoade simbolo della forza vivificante che Martinez trasporta sul piano mistico. Per il TRE segue la tradizione pitagorica e per il NOVE da una sua propria interpretazione e non è possibile identificare la sorgente.Anche in Martinez ritroviamo le combinazioni di numeri secondo la prassi pitagorica, mentre la geometria mistica appare piuttosto rudimentaria se si compara con quella dei pitagorici e soprattutto con quella dei neo-pitagorici. Questo in breve l’apporto pitagorico al Martinismo di Martinez che esaminato profondamente appare rimarchevole perché funge da base, da intelaiatura alla sua teoria e perché dà delle chiavi interpretative ed analogiche senza le quali la comprensione del suo trattato appare di indubbia difficoltà. Anche la sua «Teoria dell’asse fuoco centrale» su cui non ci intratteniamo, ha degli spunti pitagorici e la ricordo di sfuggita a chi la conosce. I pitagorici infatti ritengono il fuoco centrale, la Monade prima, l’armonia dei contrari, il nodo vitale dell’universo, la sorgente del calore, della vita, l’anima del mondo, la sua quintessenza. Louis Claude de S. Martin, il discepolo di Martinez, che abbiamo nella nostra ascendenza, non rifugge dall’aritmosofia ed il suo volume postumo «Des Nombres» ne fa buona fede. Sappiamo che S. Martin abbandonò le pratiche teurgiche del suo Maestro e si dedicò essenzialmente alla via cardiaca, tingendosi poi marcatamente di cristianesimo. Questa è una necessaria premessa per comprendere l’opera di S. Martin. Bene, il libro è frutto di sue personali meditazioni e non è neppure stato ricorretto dall’Autore; ora dobbiamo tener presente che la meditazione sui simboli è una tecnica raccomandata in tutte le scuole iniziatiche e che la meditazione sui numeri è importantissima, perché il numero come simbolo è in grado di dare suggerimenti ed illuminazioni maggiormente «astratti» poiché non evoca assolutamente alcuna rappresentazione fisica.Nel volume è evidenziabile una influenza pitagorica anche là ove Saint Martin tenta, in base alle sue speculazioni, di correggere i pitagorici. E questa influenza è un fatto estremamente naturale perché il pitagorismo è connaturato con la scienza tradizionale e nessuna tradizione può esimersi dal considerare il numero proprio come lo consideravano Pitagora ed i pitagorici.Nel volume comparso postumo, quindi senza la sua autorizzazione, S. Martin sviluppa una originale interpretazione dei numeri che in qualche caso si discosta da quella dei pitagorici ed in tal’altro contrasta, a sostegno di una interpretazione in chiave cristiana dell’aritmosofia. Il Reghini, sempre attento e mordace, non si fa certo sfuggire l’occasione per addentare chiunque si discosti dalle sue interpretazioni e pertanto S. Martin è anche lui regolarmente servito a proposito del numero sette. Sentiamolo perché merita. « Il numero Sette è l’unico numero della decade senza padre e senza madre e per questa ragione era paragonato e consacrato a Minerva... dea della Sapienza... di (quella) Sapienza divina che non appartiene al mondo della generazione, essa è trascendente, olimpica, umanamente inconcepibile». Il Sette infatti è un numero che, entro la decade, non è generato per moltiplicazione da nessun altro numero ed a sua volta non genera entro la decade ed è per questo che si dice che è senza «madre» e «vergine».« Louis Claude de S. Martin... si sbizzarrisce nei suoi scritti e segnatamente nell’opera postuma “Des Nombres”, in un suo sistema di mistica cristiana dei numeri e farneticando devotamente non si perita di affibbiare ai pitagorici dei supposti errori per poterli loro rinfacciare ad esaltazione della propria fede... egli afferma per esempio che: “Pitagora ed i suoi discepoli si sono sbagliati quando hanno detto che il Sette è senza padre e senza madre” e giustifica tale sentenza con la bella ragione che “il numero Quattro è il padre e la madre dell’uomo che, in effetti secondo la genesi, fu creato maschio e femmina per mezzo di questa potenza settenaria contenente tre e quattro”. Ora Pitagora ed i suoi discepoli non hanno mai detto nulla di simile ed il Filosofo sconosciuto fa tutta una confusione tra quello che narra il Vangelo a proposito di Melkisedek che era senza padre e senza madre, ed il fatto che per i pitagorici il sette era un numero sacro a Minerva perché, come Minerva, non sacro e non generato!». A parte quest’unica perla, che se ve ne fossero state altre il Reghini non le avrebbe certamente risparmiate, il libro postumo di S. Martin è di particolare interesse perché dimostra (anche con la sua interpretazione cristiana e proprio per questo, a mio giudizio) l’universalità della intuizione pitagorica dell’aritmetica. Questo interesse emerge anche dal fatto che le massime libertà nella interpretazione del simbolo debbono essere salvaguardate contro ogni dogmatizzazione, perché se la speculazione ed i risultati della meditazione e della illuminazione sono validi, la significazione ultima del simbolo resta e deve restare sempre eguale alla sua essenza, cioè a se stessa. Così, passo passo, tra storie e richiami, dal nostro fondatore Martinez siamo giunti, passando per S. Martin e Papus e Ambelain, al Martinismo contemporaneo. Cosa resta del pitagorismo oggi nel Martinismo? Vi sono diversi elementi nella tradizione Martinista in nostro possesso di sicura matrice pitagorica e che per essere compresi richiedono un ricorso al pitagorismo. In primo luogo il «modus iniziandi». La trasmissione dei segreti e del «sacramento dell’ordine» avviene da uomo ad uomo, così come avveniva nel pitagorismo; anche se vi sono presenti altri membri dell’Ordine, l’iniziazione è un qualche cosa che avviene tra Iniziatore ed Iniziando. Nel Martinismo non v’è bisogno di un luogo appositamente riservato per le iniziazioni, esse possono aver luogo al riparo o in piena aria, sulla cima di un monte o sulla sabbia di una spiaggia, ed è proprio questo modus, come è noto, che ha permesso alla corrente pitagorica sia di propagarsi, sia di perpetuarsi attraverso lo spazio ed il tempo.In secondo luogo il «Silenzio», il «Segreto». E qui è inutile dilungarci. In terzo luogo simboli e numeri. Vediamo di elencarli, ciò è sufficiente dopo un anno di studio sul pitagorismo: L’Associato è posto davanti all’Unità ed al Ternario. L’Iniziato è posto davanti al binario ed al Pentacolo dell’Ordine (che contiene in sé leggi e numeri abbraccianti la decade) ed al Pentalfa. A lui si domanda: «Quali sono i temi delle vostre meditazioni?» e l’Iniziato risponde: «I simboli, le lettere, i numeri, le figure geometriche chiamate pentacoli». Il S.I. viene posto di fronte ad un grosso problema che può risolvere solo mediante la chiave pitagorica e martinezista e dalla sua risoluzione dipenderà la sua liberazione ed il passaggio dal piano quaternario ad altro piano. Ma di ciò è d’uopo tacere!>>

Merita infine specifica trattazione l’argomento della Simbologia essenziale dell’Ordine Martinista. Secondo quanto riporta il Dizionario Esoterico a cura di Riccardo Chissotti Esonet – la tradizione Iniziatica tra Oriente e Occidente http://www.esonet.org/ i simboli più caratteristici dell’ordine sono la maschera che rappresenta il simbolo di spersonalizzazione, l’atteggiamento mentale del Filosofo Incognito che diventa lo sconosciuto tra gli uomini; il mantello che sta a significare la protezione simbolica da quanto è estraneo alla natura di figlio della luce dell’adepto; il trilume come rappresentazione nel ternario della manifestazione divina; tre colori hanno una particolare connotazione simbolica: il bianco che simboleggia Dio; il nero come identificativo della Natura ed il rosso in cui si raffigura l’Uomo; il Sigillo dell’Ordine è il cosiddetto Pentacolo in cui sono raffigurati: il cerchio, il doppio triangolo e la croce, che rappresentano nell’ordine Dio, la Natura e l’Uomo; l’arco in cui il Triangolo Divino è filtrato dalla circonferenza della manifestazione universale; la Croce che è il modello simbolico per l’Uomo in espansione nelle quattro direzioni, teso a realizzare la quadratura del cerchio, eleggendosi a segno dell’Unità divina ed il nome divino. Infatti, Dio si dà al creato per Amore: Egli è pienezza dell’essere "yod" e trasparente matrice "he" che diventa unità articolata "vau" che congiunge le prime due. È Sophia, perfetta saggezza divina opposta a stoltezza umana e Fuoco divampante, l’amore divino simboleggiato dal sacro nome di Gesù, caro al Martinismo. L’Ordine Martinista sprona gli iniziati allo studio di tutte le tradizioni e delle scienze dell’uomo, utili ed efficaci solo quale prova e perfezionamento dell’esperienza ontologica della Croce . La Croce è ben anteriore al male, non è sofferenza, è radice eterna dell’eterna Luce. Infine l’Ordine Martinista ricerca nella Bibbia, nelle varie Scritture religiose, nei reperti mitologici e nella stessa Natura i collegamenti simbolici e le tracce della Verità Prima, ovvero l’origine ed il destino dell’essere umano. Ho detto. Pietro Berti

venerdì 7 gennaio 2011

Cavalieri dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme



L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (OESSG) è un ordine cavalleresco cattolico ed un'associazione pubblica di fedeli della religione cattolica, eretta dalla Santa Sede, dalla quale direttamente dipende ed avente personalità giuridica canonica e civile.
Legato alla chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, proprio perché di subcollazione pontificia, può definirsi come la sola istituzione laicale della Santa Sede incaricata di sopperire alle necessità del Patriarcato Latino di Gerusalemme e di sostenere le attività ed iniziative a favore della presenza cristiana in Terra santa. Il Patriarcato ha quindi come principale fonte contributiva istituzionale le oblazioni erogate dai Cavalieri e dalle Dame dell' Ordine.
Il Gran Maestro dell'Ordine è dal 2007 il Cardinale John Patrick Foley. Al pari degli ordini equestri pontifici a collazione diretta la Repubblica italiana riconosce le onorificenze conferite con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri previa istanza dell'insignito da inoltrare tramite le Prefetture di residenza o tramite i Ministeri di appartenenza se pubblici dipendenti [1] .
Indice[nascondi]
1 Storia
2 Privilegi nobiliari ed araldici
3 Descrizione giuridica
4 Attività
5 Struttura gerarchica
5.1 Gran magistero
6 Gran maestri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (1848-oggi)
6.1 1848–1907: Patriarca latino di Gerusalemme
6.2 1907–1928: Sommo Pontefice
6.3 1928-1947: patriarca latino di Gerusalemme
6.4 dal 21 novembre 1949: Cardinale delegato del romano pontefice
7 Insegne
8 Note
9 Bibliografia
10 Voci correlate
11 Altri progetti
12 Collegamenti esterni
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Storia [modifica]

Cavalieri e dame dell'Ordine in processione, per un congresso eucaristico a Charlotte, North Carolina
L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro risale per citazione al 1050 e trae le sue origini dall'Ordine dei canonici del Santo Sepolcro (di cui esiste ancora il ramo femminile), è stato costituito dal duca della Bassa Lorena Goffredo di Buglione dopo la conquista di Gerusalemme, nell'ambito della Prima Crociata ed è considerato dagli storici il più antico Ordine assistenziale, caritativo, equestre e religioso dell'era cristiana, ancora attivo.
Nel 1103, secondo i cronisti dell'epoca, Baldovino I di Gerusalemme, secondo sovrano dello stato crociato, si pose a capo dell'Ordine dei canonici del Santo Sepolcro con la prerogativa, per sé e per i suoi successori, di creare ed armare cavalieri; tale facoltà era concessa in subordine al patriarca di Gerusalemme, in caso di assenza od impedimento del Monarca. Tra gli appartenenti all'Ordine, vi erano i cosiddetti sergentes, i quali rappresentavano una sorta di milizia scelta all'interno della compagine crociata ed erano votati alla difesa del Santo Sepolcro e dei Luoghi Santi, sotto il comando del re di Gerusalemme e ne costituivano la milizia scelta.
Dopo la prima crociata sorsero in tutta Europa i priorati dell'Ordine, ad opera di quei cavalieri nobili o prelati, che avevano ricevuto l'investitura sul Santo Sepolcro.
Con la scomparsa del regno cristiano di Gerusalemme, l'Ordine rimase senza un capo, sebbene i priorati europei continuassero ad esistere sotto la protezione dei vari Signori e Sovrani europei e della Santa Sede.
Nel XIV secolo la Santa Sede ottenne comunque dal sultano d’Egitto, dietro il pagamento di un altissimo riscatto, che la custodia dei santuari della fede cristiana fosse affidata ai frati minori francescani. Durante tutto il periodo di soppressione del Patriarcato latino, la facoltà di creare nuovi cavalieri rimase prerogativa di chi in mancanza del Patriarca rappresentava la più alta autorità religiosa cattolica in Terra Santa e cioè il Custode di Terra Santa.
Nel 1847, il Patriarcato fu ripristinato per opera di papa Pio IX, il quale promulgò un nuovo statuto dell'Ordine del Santo Sepolcro e lo pose sotto la diretta protezione della Santa Sede, conferendo alla persona stessa del Pontefice la carica di Gran Maestro e dandone la reggenza al Patriarca latino. Contemporaneamente fu delineato il compito preminente dell'Ordine di sostentare le opere del Patriarcato latino di Gerusalemme e di alimentare la propagazione della fede cristiana, confermandone la peculiarità di unico Ordine cavalleresco militante della Santa Sede, circostanza accentuata dalla decorazione dei cavalieri nella quale la croce potenziata gerosolimitana è sospesa ad un trofeo d' armi.
Nel 1949 papa Pio XII stabilì che la funzione di Gran Maestro dell'Ordine, secondo il codice di diritto canonico propria del Papa, venisse delegata dal pontefice ad un cardinale, assegnando al patriarca di Gerusalemme la prerogativa di Gran Priore.

Pianta del piano terreno della chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme
Nel 1962, papa Giovanni XXIII e poi, nel 1967, Paolo VI modificarono ulteriormente lo statuto, al fine di consentire all' Ordine un'azione più coordinata ed efficiente.
Nel febbraio del 1996, Giovanni Paolo II ha elevato la dignità dell'Ordine, il quale, alla data attuale, è un'associazione pubblica di fedeli, eretta dalla Santa Sede a norma del Codice di diritto canonico[2], con personalità giuridica canonica e civile.
Nel 2007 Benedetto XVI ha nominato a capo dell'Ordine l'arcivescovo John Patrick Foley con il titolo di pro-Gran Maestro. Solo dopo il concistoro pubblico del 24 novembre in cui ha ricevuto la berretta cardinalizia, ha avuto la nomina a Gran Maestro dell'Ordine.
Privilegi nobiliari ed araldici [modifica]
Va ricordata l'antica tradizione che vuole i cavalieri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme insigniti anche della nobiltà legata al titolo di conte palatino, ovvero della contea del Sacro Palazzo Lateranense[3].
L'Ordine ha la precedenza nelle cerimonie e nei palazzi apostolici su ogni altro ordine, e secondo esperti e storici [ leggi: Roger Peyrefitte - Cavalieri di Malta cap. VII pag 193] viene subito dopo l'Ordine di Malta Malta]].[4]
Descrizione giuridica [modifica]

Roma, palazzo Della Rovere, sede dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme è un'associazione di fedeli laici aperta anche agli ecclesiastici, eretta in base al diritto canonico, a cui è stata affidata dal papa la missione speciale di assistere la Chiesa di Terra Santa e di rafforzare nei suoi membri la pratica della vita cristiana. Solo la Santa Sede è competente ad erigere associazioni pubbliche, universali ed internazionali di fedeli.
Poiché i suoi membri sono diffusi al di là delle frontiere nazionali e diocesane e possiede uno statuto approvato e promulgato direttamente dalla Santa Sede, l'Ordine è un'associazione pubblica internazionale di fedeli. Esso è retto dalle norme comuni del diritto canonico, dalle disposizioni ecclesiastiche particolari e da quelle del suo statuto.
Attività [modifica]
Trattandosi di un'associazione laicale che si autofinanzia con i contributi dei membri, l'Ordine richiede la contribuzione ai progetti che vengono finanziati per sostenere con varie iniziative la Terra Santa ed in particolare il Patriarcato latino di Gerusalemme (tra le quali la costruzione e manutenzione di asili, scuole, ospedali, chiese, seminari, borse di studio per studenti bisognosi e particolarmente meritevoli). Per disposizione della Sede Apostolica, l'unico preposto all'utilizzo ed alla distribuzione dei fondi raccolti dall'Ordine è proprio il Patriarcato. Gli appartenenti attivi dell'Ordine, cioè di coloro che partecipano alla sua vita nell'impegno di servizio e di carità assunti all'atto dell'ammissione, sono distribuiti in tutti i continenti.
Struttura gerarchica [modifica]
L'Ordine ha una struttura gerarchica, con a capo il cardinale Gran Maestro. Questi è nominato direttamente dal Papa, dal quale dipende esclusivamente. Per questo l'Ordine è definito "di subcollazione pontificia" e cioè direttamente soggetto all'autorità e al controllo della Santa Sede.
Il Gran Maestro si avvale della collaborazione del gran magistero, il quale, di concerto con il Patriarcato latino di Gerusalemme, definisce i programmi operativi e gli interventi a favore delle strutture cristiane in Terra Santa. Il Patriarca latino di Gerusalemme, ricopre di diritto la carica di Gran Priore.
Tutti i Luogotenenti ed i membri del Gran Magistero godono del trattamento di "Eccellenza" presso lo Stato Città del Vaticano ed il territorio italiano.
È suddiviso in 52 luogotenenze: 24 in Europa, 15 nel Nord America, 5 in Sud America e 6 in Australia ed Estremo Oriente.
Gran magistero [modifica]
Gran maestro: Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale John Patrick Foley
Gran priore: Sua Beatitudine Reverendissima Monsignor Fouad Twal, Arcivescovo Patriarca latino di Gerusalemme
Gran priore emerito: Sua Beatitudine Reverendissima Monsignor Michel Sabbah, Arcivescovo Patriarca latino emerito di Gerusalemme
Assessore: Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Giuseppe De Andrea, Arcivescovo titolare di Anzio
Gran priore coadiutore: Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Franco Croci, Arcivescovo titolare di Potenza Picena
Luogotenente generale: Sua Eccellenza, Cavaliere di Collare, Conte Peter Wolff-Metternich zur Gracht
Governatore generale: Sua Eccellenza, Cavaliere di Collare, Conte professor Agostino Borromeo
Vice governatore generale: Sua Eccellenza, Cavaliere di Gran Croce, Barone Hubert Simonart
Vice governatore generale: Sua Eccellenza, Cavaliere di Gran Croce, professor Jean Marc Allard
Vice governatore generale: Sua Eccellenza, Commendatore, ingegner Adolfo Rinaldi
Cancelliere: Reverendissimo Grand'Ufficiale, Monsignor Juan José Dorronsoro
Vice cancelliere: Reverendissimo Cavaliere, Monsignor Hans Brouwers
Cerimoniere: Reverendissimo Commendatore, Monsignor Francis D. Kelly
Governatore generale emerito: Sua Eccellenza, Cavaliere di Collare, Dottor Ingegnere Pier Luigi Parola
Vice governatore generale emerito: Sua Eccellenza, Cavaliere di Gran Croce, Barone George T. Ryan
Gran maestri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (1848-oggi) [modifica]
1848–1907: Patriarca latino di Gerusalemme [modifica]
Giuseppe Valerga (1848-1872)
Vincenzo Bracco (1873-1889)
Luigi Biavi (1889-1905)
Filippo Camassei (1906-1907, successivamente Luogotenente dell’Ordine, muore nel 1919)
1907–1928: Sommo Pontefice [modifica]
Pio X (1907 – 1914 eletto nel 1903)
Benedetto XV (1914 - 1922)
Pio XI (1922 – 1928 muore nel 1939)
1928-1947: patriarca latino di Gerusalemme [modifica]
Luigi Barlassina (dal 1920 Luogotenente dell’Ordine)
dal 21 novembre 1949: Cardinale delegato del romano pontefice [modifica]
Nicola Canali (1949-1961)
Eugène Tisserant (1961-1973)
Maximilien de Fürstenberg (1973-1987)
Giuseppe Caprio (1987-1995)
Carlo Furno (1995-2007)
John Patrick Foley (dal 2007)
Insegne [modifica]
L'insegna consiste in una croce potenziata (o di Gerusalemme) smaltata di rosso, sormontata da un trofeo militare dorato, il tutto pendente da un nastro da collo in seta nera. Le dimensioni della croce variano a seconda i gradi, dai 3,5 cm per la croce di cavaliere e 5 cm per tutti gli altri gradi.
La placca, utilizzata per le classi di grand'ufficiale, cavaliere di gran croce e cavaliere di collare, si differenzia appunto a seconda dei gradi. La placca di grand'ufficiale consiste in una stella raggiante d'argento di 8,5 cm avente al proprio interno una croce potenziata smaltata di rosso su sfondo bianco, circondata da una fascia dorata circolare e da una più piccola nera. La placca di cavaliere di gran croce consiste in una stella raggiante di 8,5 cm avente al proprio interno una grande corce potenziata a smalti rossi vitrei. La placca di cavaliere di collare consiste in una stella raggiante d'argento di 8,5 cm avente all'interno una placca dorata con l'immagine di Cristo risorto attorniato da una fascia a smalti verde.
Il collare è in metallo smaltato con alternate piastre e medaglioni riproducenti la croce di Gerusalemme ed il motto dell'Ordine "DEUS LO VULT". Il trofeo militare che sostiene la decorazione contiene una croce potenziata tra fronde di alloro.
Il copricapo è un basco in velluto nero, portato verticalmente a destra, con impresso il fregio dell'Ordine diversificato in base alla distinzione di rango.
Il mantello è di colore bianco per i cavalieri e nero per le dame, riportante sul lato sinistro la croce di Gerusalemme grande 25 cm.
La mozzetta per gli ecclesiastici viene utilizzata durante le cerimonie dell'Ordine e consta di una mantellina bianca con impressa sulla sinistra la croce di Gerusalemme di 25 cm di diametro.
Note [modifica]
^ Il riconoscimento all'uso del titolo cavalleresco e delle insegne sul territorio della Repubblica è stabilito in base all'articolo 35 del regio decreto del 7 giugno 1943, n. 652 e all'articolo 7 della legge del 3 marzo 1951 n. 178.
^ Codice di diritto canonico, art. 312 par.1, 1°
^ Questa tradizione è confermata, tra gli altri, dal Bascapé (G. Bascapè, "Gli ordini cavallereschi in Italia", Milano, 1972 et G. Bascapè, "Gli ordini cavallereschi in Italia, storia e diritto", Milano 1992), il quale, afferma: "I maggiori privilegi annessi alla dignità equestre del Santo Sepolcro consistono, secondo la tradizione, nel nobilitare il cavaliere - qualora esso non fosse stato nobile - e nel conferirgli il titolo ed i privilegi di conte palatino (o del Sacro palazzo lateranense) come per i cavalieri pontifici dello Speron d’oro". È pur vero che i cavalieri del Santo Sepolcro erano, di diritto, conti palatini; basti ricordare le lapidi sepolcrali di Guarino de Berte (1470) e di Pietro de Steven (1568) in S. Martino e S. Pietro de Lilla, dove sono chiamati cavalieri gerosolimitani del Santo Sepolcro e conti palatini del Sacro palazzo lateranense. Gli antichi giureconsulti dicevano: "Militia nobilitat ut quisque est miles, continuo est nobilis". Anche il La Roque scrive che una delle primitive forme di nobiltà consiste nel fatto di armare cavaliere colui che si vuole nobilitare. A conferma lo storico riporta una lunga serie di bolle e di brevi nei quali la Santa Sede si rivolge ai cavalieri del Santo Sepolcro con il titolo di "comes".
^ Bolla pontificia In supremo militantis Ecclesiae, del 7 gennaio 1746, con il quale papa Benedetto XIV sancì la precedenza su ogni altro ordine ad eccezione di quello dello Speron d'oro.
Bibliografia [modifica]
Giacomini,G., Storia dei Cavalieri del Santo Sepolcro, Jesi, 1971.
AA.VV., I Cavalieri del Santo Sepolcro, Roma, 1959.
Pierredon,M., L'Ordre équestre du Saint Sépulcre: son histoire, son organisation, ses insignes, et ses coutumes, Parigi, 1929.
Arnone,C., Ordini cavallereschi e cavalieri, Milano, 1954.
Bascapè,G., Gli ordini cavallereschi in Italia, Milano, 1972.
Gentili,A., La disciplina giuridica delle onorificenze cavalleresche, Roma, 1991.
Visentin,M., Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Verona, 1991.
Cuomo,F., Gli ordini cavallereschi, Roma, 1995.
Voci correlate [modifica]
Ordini non nazionali
Altri progetti [modifica]
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
Collegamenti esterni [modifica]
Sito ufficiale
Rito di Investitura dei Militi del Santo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo a Gerusalemme
L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

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Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_equestre_del_Santo_Sepolcro_di_Gerusalemme"
Categorie: Associazioni cattoliche Regno di Gerusalemme Ordini cavallereschi

giovedì 30 dicembre 2010

L'Ordine di San Benedetto




dal sito web http://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_di_San_Benedetto

L'Ordine di San Benedetto (in latino Ordo Sancti Benedicti o, semplicemente, O.S.B.), popolarmente denominato Ordine Benedettino, è un ordine monastico osservante la Regola dettata nel 534 da san Benedetto da Norcia e che conferì al monachesimo occidentale la sua forma definitiva.

I monaci Benedettini non rimasero chiusi nei loro monasteri, ma si dedicarono attivamente alla diffusione del messaggio cristiano e, anche con il sostegno di papa Gregorio Magno (590-604), si diffusero prima in Italia e poi al di là delle Alpi. Di particolare importanza fu l'opera di evangelizzazione svolta nelle aree britanniche e germaniche nel VII e VIII secolo, grazie all'ospitalità dei monasteri colombaniani [1] fondati da san Colombano specie quello di Bobbio che li ospitò a partire dal 643, dopo la distruzione di Montecassino [2] e la persecuzione da parte dei Longobardi ariani.
Molto conosciuto è il ruolo che svolsero in campo culturale: per quanto la regola benedettina non imponga direttamente e in modo coercitivo ore dedicate allo studio, ne accenna l'importanza. Da qui iniziò il processo di produzione di manoscritti, che sarebbe diventato in qualche modo precipuo durante il corso del medioevo. Alla produzione di codici di argomento religioso affiancarono il paziente lavoro di copiatura di testi antichi, anche scientifici e letterari. Tra l'altro il loro elevato livello culturale e la loro capillare diffusione sul territorio indusse Carlo Magno ad affidare proprio ai benedettini il compito di organizzare un sistema regolare di istruzione.
I benedettini prosperarono per tutto il medioevo, come testimoniano i circa 14.000 monasteri appartenenti all'ordine censiti prima del Concilio di Costanza tenutosi nel 1415, costruiti in luoghi isolati e lontani dalle città, alcuni dei quali erano così grandi che ospitavano oltre 900 monaci. L'ordine entrò però in crisi quando cominciarono a prendere piede le riforme avviate verso la fine dell'XI secolo che incoraggiavano il lavoro missionario e parrocchiale fuori dal monastero. Questa tendenza si accentuò ulteriormente nel XIII secolo con la nascita degli ordini mendicanti e di quelli predicatori: i Francescani fondati nel 1210, i Domenicani nel 1210 ed i Carmelitani nel 1250. A partire da quell'epoca il monachesimo di clausura così come era conosciuto prima cessò di esistere ed i monasteri non furono più costruiti extra moenia (fuori dalle mura delle città) ma direttamente nei centri abitati.
La riforma promossa a partire dal XV secolo da centri come quello di Santa Giustina di Padova e sanzionata nel secolo successivo dal Concilio di Trento (1545-1563) consentì il riprendersi dei centri monastici benedettini, sempre più spesso orientati a svolgere anche compiti di alta cultura, specie nel settore dell'erudizione storico-artistica e in quello musicale.
Regola benedettina [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Regola benedettina.
La Regola benedettina, in latino denominata Regula monachorum o Sancta Regula , dettata da San Benedetto da Norcia nel 534, consta di un Prologo e di settantatré capitoli. È una dettagliata regolamentazione dei diversi aspetti della vita monastica, che viene organizzata intorno a quattro assi portanti, volti a permettere di fare fronte alle tentazioni impegnando continuamente ed in modo vario il monaco: la preghiera comune, la preghiera personale, lo studio (non solo delle Sacre Scritture ma anche di scienza e arte) e il lavoro.
L'organizzazione dell'Ordine [modifica]
I monaci benedettini sono organizzati in monasteri canonicamente autonomi retti da un abate e federati in congregazioni con a capo un abate Presidente.
Nel 1893, per volere di papa Leone XIII, le congregazioni e gli altri monasteri dell'ordine non legati a nessuna di esse vennero riuniti in una Confederazione presieduta da un Abate Primate, eletto per dodici anni da tutti gli abati: l'abate Primate risiede presso il monastero di Sant'Anselmo di Roma.
Attualmente l'ordine è suddiviso in 20 congregazioni (tra parentesi, l'anno della fondazione):
Congregazione Benedettina Cassinese (1408);
Congregazione Benedettina d'Inghilterra (1336);
Congregazione Benedettina di Ungheria (1500);
Congregazione Benedettina di Svizzera (1602);
Congregazione Benedettina d'Austria (1625);
Congregazione Benedettina di Baviera (1684);
Congregazione Benedettina del Brasile (1827);
Congregazione Benedettina di Solesmes (1837);
Congregazione Benedettina Americana Cassinese (1855);
Congregazione Benedettina Sublacense (1872);
Congregazione Benedettina di Beuron (1868);
Congregazione Benedettina Elveto-americana (1881);
Congregazione Benedettina di Sant'Ottilia (1884);
Congregazione Benedettina dell'Annunziata (1920);
Congregazione Benedettina Slava (1945);
Congregazione Benedettina Olivetana (1313);
Congregazione Benedettina Vallombrosana (1039);
Congregazione Camaldolese dell'Ordine di San Benedetto (980);
Congregazione Benedettina Silvestrina (1231);
Congregazione Benedettina della Santa Croce del Cono Sur (1970).
Al 31 gennaio 2005 la confederazione contava 349 tra abbazie e priorati e 7.876 monaci, 4.350 dei quali sacerdoti.[3]
Tra le congregazioni soppresse o estinte si ricordano:
Congregazione Benedettina Cluniacense (931);
Congregazione Camaldolese di Santa Croce di Fonte Avellana (XI secolo);
Congregazione Benedettina di Montevergine (XII secolo);
Congregazione Benedettina dei Celestini (1264);
Congregazione Benedettina Portoghese;
Congregazione Benedettina di Valladolid;
Congregazione Benedettina dei Santi Vitone e Idulfo (1598);
Congregazione Benedettina di San Mauro (1618).
Architettura ed organizzazione monastica [modifica]
San Benedetto nella Regola menziona gli ambienti ed i ruoli chiave dell'organizzazione monastica con grande esattezza: l'oratorio, il dormitorio, il refettorio, la cucina, i magazzini, l'infermeria, il noviziato, gli ambienti per gli ospiti e indirettamente, il capitolo, l'abate, il priore, il cellario, l'infermiere ecc.
Architettura monastica [modifica]
L'ampiezza delle comunità monastiche variavano enormemente in funzione della ricchezza e del prestigio: alcune erano piccolissime, altre (poche) potevano accogliere anche 900 monaci. In media però ne riunivano da 10 a 50 perché l'Abate doveva conoscere e seguire i suoi monaci e guidarli come un padre spirituale.
Solitamente costruito vicino ad un corso d'acqua, l'intero complesso monastico era orientato in modo che l'acqua poteva essere convogliata verso le fontane e la cucina prima di raggiungere la lavanderia ed i bagni.
Le origini della struttura del tipico monastero rimangono oscure. Probabilmente i monaci si rifecero in parte alle ville romane, edifici a loro familiari e costruite su uno schema unico in tutto l'Impero. D'altra parte i monaci, quando potevano, stabilivano le loro comunità in edifici preesistenti, spesso proprio delle ville di origine romana che poi adattavano alle loro esigenze. A volte occupavano anche edifici precedentemente dedicati a culti pagani.
Il tempo, l'esperienza e le esigenze delle comunità monastiche lentamente influirono sull'impostazione originale dei monasteri che, essendo comuni a tutte le latitudini, portò a monasteri a rassomigliarsi tra loro.
Alla fine l'aspetto generale del convento risultò essere quello di una sorta di città con case divise da strade ed edifici, soprattutto nei grandi monasteri, divisi in gruppi. L'edificio della chiesa forma il nucleo e rappresenta il centro religioso della comunità. Perseguendo l'indipendenza dal mondo esterno, inoltre, i monaci si dotarono di mulini, forni, stalle, cantine e dei laboratori artigiani necessari per eseguire riparazioni e quant'altro fosse richiesto per soddisfare le esigenze della loro comunità.
Chiesa [modifica]
In altezza la chiesa di norma domina materialmente il resto dell'abbazia, inoltre è sempre molto ricca dimostrando la grande importanza che l'ufficio divino deve avere nella vita del monaco. La sua dimensione e ricchezza esprime anche la prosperità del monastero e spesso vi sono seppelliti i benefattori della comunità e conservate le reliquie dei santi.
Per la sua costruzione i monaci si rifecero soprattutto alle basiliche romane, molto diffuse in Italia: una navata centrale e due laterali illuminate da una fila di finestre sulle pareti, terminanti in un abside semicircolare.
Chiostro [modifica]
Il chiostro (dal latino claustrum, luogo chiuso), è stilisticamente ripreso dall'atrium delle ville romane ed è il luogo deputato alla meditazione (per questo vi vige la regola del silenzio) servendo ai religiosi da deambulatorio e riparo. È sempre circondato da portici sostenuti da colonne e pilastri ed è posizionato centralmente alle varie costruzioni del monastero di cui viene così a formare l'ossatura, infatti su di esso si affacciano gli edifici più importanti, come la chiesa, il capitolo per le riunioni della comunità monastica, il dormitorio (poi sostituito dalle celle), il refettorio.
Capitolo [modifica]
È il locale deputato alle riunioni della comunità monastica dove:
Il postulante si presenta a chiedere l'ammissione al monastero
l'abate impone il nome nuovo al postulante che così diventa novizio e, in segno di umiltà ed affetto, gli lava i piedi, seguito in ciò da tutti i fratelli;
Il novizio emette i voti divenendo monaco
l'abate convoca i suoi monaci per consultarli su questione importanti per la comunità .
funge anche da camera ardente per la veglia dei monaci deceduti.
Sebbene San Benedetto non abbia mai nominato esplicitamente il capitolo, non di meno egli aveva ordinato nella Regola dei momenti di riunione così, intorno al IX secolo, si cominciò ad adibire un apposito locale allo scopo scegliendolo sempre accanto al chiostro.
Inizialmente nel capitolo si ci riuniva solo per la distribuzione del lavoro manuale tra i monaci, solo con il tempo fu dedicato esclusivamente alle riunioni ufficiali della comunità. Il suo nome deriva dalle letture (preghiere, sacre scritture e la regola dell'ordine) che accompagnavano abitualmente l'attribuzione delle varie incombenze. Benché il passo letto quotidianamente non corrispondesse sempre ad un capitolo, tuttavia questo nome restò attribuito alla sala.
Biblioteca [modifica]
Le biblioteche benedettine hanno svolto l'importantissima funzione di preservare, dopo la caduta dell'Impero Romano, le conoscenze antiche raccogliendo dalle rovine quello che veniva recuperato.
Anche ai giorni nostri la biblioteca di un monastero ha grande importanza, dato che la lettura e lo studio fanno parte integrante della vita monastica. Sono inoltre aperte e frequentate anche da studiosi esterni, che spesso solo lì possono reperire i documenti di cui necessitano.
Dormitorio e celle [modifica]
Il dormitorio era la camerata comune dove, secondo la Regola, una lampada era mantenuta sempre accesa. Quando i monaci erano tanti, erano divisi tra più dormitori.
Con gli anni si passò dalla camerata comune alle celle. Dapprima si praticarono delle divisioni di legno per isolare il monaco dalle inevitabili distrazioni di una sala comune, incompatibili con le esigenze dell'attività intellettuale (studio). In seguito la stanza fu chiusa da una porta e, in tal modo, si giunse al tipo di costruzione attuale divenuto di uso generale dal XV secolo.
Refettorio [modifica]
Il refettorio era la sala comune dove i monaci si riunivano per consumare i loro pasti. Originariamente costruito sul piano del triclinium romano, terminava in un'abside. I tavoli erano (e sono tuttora) normalmente disposti su tre lati lungo le pareti, lasciando il centro libero per gli inservienti. Vicino al refettorio c'era sempre una fontana dove si ci poteva/doveva lavare prima e dopo i pasti.
Per evitare che fosse solo un'occasione per appagare le proprie esigenza fisiologiche e rendere il tempo lì trascorso in un atto profondamente religioso, durante tutto il pasto un monaco a turno è incaricato di leggere brani tratti dalla Sacra Scrittura, per questa ragione vi vige regola del silenzio. Turni settimanali sono adottati anche per avvicendare i monaci nel servire gli altri in cucina.
Cimitero [modifica]
Alla loro morte, i monaci erano seppelliti nel cimitero interno al monastero.
Nei secoli passati, quando le difficoltà delle comunicazioni rendevano enormi le distanze, i monaci avevano trovato il mezzo di annunziarsi scambievolmente la morte di un confratello e assicurare così i reciproci suffragi: d'abbazia in abbazia, di provincia in provincia, peregrinava un religioso che portava con sé la lista dei morti dove erano annotati i defunti dell'anno con un breve curriculum vitae.
Questo uso ha perduto la sua ragion d'essere ma ancora oggi, quotidianamente ed all'ora prima, i monaci ricordano i religiosi ed i benefattori defunti e, una volta al mese, tutta la comunità va a benedire le salme che riposano nei sepolcri.
L'onore di essere sepolti tra i monaci era un privilegio che la comunità talvolta poteva concedere a vescovi, re e benefattori.
Foresteria [modifica]
Le comunità monastiche sempre ed ovunque hanno accordato una generosa ospitalità a tutti con spirito di servizio. Per questa ragione i monasteri costruiti lungo vie molto trafficate erano particolarmente attrezzati allo scopo e molto apprezzati. Spesso accoglievano anche ospiti di riguardo come re, principi e vescovi in viaggio insieme alle loro corti ed accompagnatori. Le infermerie erano collegate a queste ali del monastero per curare anche gli ospiti che ne avessero bisogno.
Gli edifici adibiti all'ospitalità erano spesso suddivisi in aree distinte in funzione del censo di chi dovevano accogliere: ospiti importanti, altri monaci o pellegrini e poveri viaggiatori. Erano, inoltre, posizionati dove meno interferivano con la privacy del monastero ed avevano anche una cappella perché gli estranei non erano ammessi nella chiesa utilizzata da monaci e monache.
Infermeria e giardino dei semplici [modifica]
L'infermeria era un edificio separato dedicato ad ospitare i monaci malati o deboli che erano affidati ad un monaco-medico. Era dotata di un orto per la coltivazioni delle erbe medicinali, il giardino dei semplici. Spesso erano poste vicino al dormitorio.
Cucine [modifica]
La cucina (dove i monaci servivano in turni settimanali) era naturalmente situata vicino al refettorio. Nei monasteri più grandi c'erano più cucine: per i monaci, i novizi e gli ospiti.
Gabinetti [modifica]
I gabinetti erano separati dagli edifici principali ed erano raggiungibili percorrendo un corridoio. Erano sempre disposti con grande cura verso l'igiene e la pulizia e forniti di acqua corrente ogni volta che era possibile.
Scuole [modifica]
Molti monasteri avevano scuole esterne per gli oblati, ragazzi destinati dai loro genitori alla vita monastica. In anni recenti alcuni hanno istituito anche scuole e collegi aperti a giovani che non hanno la chiamata religiosa.
Noviziato [modifica]
I novizi, non essendo ancora parte della comunità, non avevano il diritto di frequentare la zona di clausura. Avevano un posto nel coro durante gli uffici divini, ma trascorrevano il resto del tempo nel noviziato. Un monaco anziano, il prefetto o maestro dei novizi, li istruiva nei principi della vita religiosa e li sorvegliava. Il periodo di prova durava una settimana. I noviziati più grandi avevano propri dormitori, cucine, refettori, sale di lavoro ed anche chiostri.
Azienda agricola [modifica]
Le aziende agricole sono intese dalla regola da un lato come un'occasione di lavoro, dall'altro come un mezzo di sostentamento che assicurava al monastero l'autonomia alimentare.
Pur mantenendosi ben curata ed ordinata, oggi non ha più l'importanza dei secoli passati, quando la terra costituiva l'elemento quasi esclusivo della ricchezza monastica. Oggi la funzione della tenuta monastica, dove pure essa esiste, è quella di permettere al monastero di trarne, almeno in parte, i prodotti necessari al proprio sostentamento.
Magazzini e laboratori [modifica]
Nessun monastero era completo senza le sue dispense per conservare il cibo. C'erano, inoltre, granai, cantine e altri locali di servizio; tutto posto, insieme agli edifici delle fattorie, sotto la tutela del monaco cellaio.
Molti monasteri possedevano mulini per macinare il grano.
Appartamenti dell'abate [modifica]
A partire dal tardo Medioevo separati erano anche gli appartamenti del capo della comunità: l'abate.
Organizzazione monastica [modifica]
Per assicurare il buon funzionamento del monastero, soprattutto nei monasteri più grandi, l'abate si avvaleva di una serie di collaboratori che a lui rendevano conto per lo svolgimento di molte mansioni.
L'abate [modifica]
L'autorità massima del monastero è nelle mani dell'abate che può avere alle sue dirette dipendenze un priore ed un sotto-priore. Nei grossi monasteri, l'amministrazione spiccia è a carica di diversi altri monaci.
Il priore [modifica]
Il priore è il vice dell'abate che, tra l'altro, lo sostituisce durante le sue assenze. Se necessario può essere coadiuvato da un sotto-priore.
Il cantore [modifica]
Il cantore (o precentor) si occupa dei canti durante i servizi divini. Suo assistente è il succentor. È anche uno dei tre monaci che conserva le chiavi del monastero. Tra gli altri suoi compiti c'è
l'istruzione dei novizi
l'opera di libraio ed archivista e, quindi, la responsabilità della conservazione dei libri e di fornire i monaci con quelli necessari libri per le orazioni
la preparazione di brevi biografie dei monaci morti (che poi venivano portate di monastero in monastero per dar notizia di chi era venuto a mancare).
Il portinario [modifica]
Il portinario è il monaco responsabile dell'ingresso e dell'uscita dal monastero.
Il sagrestano [modifica]
Il sagrestano è incaricato di curare la Chiesa insieme con il suo arredo ed i paramenti sacri. Oltre a mantenere tutto in ordine e pulito e preparare la chiesa per le funzioni (ad es. accendendo le candele), tra le altre sue responsabilità c'è anche l'illuminazione interna al monastero e per questo sovrintendeva alla costruzione di candele e del cotone necessario per i malati.
Al fine di non lasciare la chiesa incustodita, mangiava e dormiva in appositi locali nei suoi pressi.
Il suo assistente principale era il revestarius che si occupava dei paramenti sacri e degli arredi dell'altare. Un altro era il tesoriere incaricato di reliquari, vasi sacri ecc.
Il cellerario [modifica]
Il cellerario si occupa del cibo e della sua conservazione. In caso di necessità è esentato dalla partecipazione ai cori. Tra le sue incombenze c'è anche la scelta degli inservienti laici dei servizio in refettorio. Era incaricato anche della legna, il trasporto di materiali (non solo cibo), la manutenzione degli edifici ecc. Suo aiutante è il vice-cellerario e, nel forno, il granatorius che si assicura della qualità delle granaglie.
Il refettorista [modifica]
Il refettorista è incaricato di curare il refettorio, assicurare la pulizia dei luoghi, degli arredi e delle posate. Si occupa anche del lavandino, delle relative tovaglie e, quando necessario, dell'acqua calda.
Il cuciniere [modifica]
Il cuciniere ha la grande responsabilità di fare le porzioni ed evitare sprechi. Fra i suoi collaboratori c'è l'ampor che si occupa degli acquisti all'esterno.
Fra gli altri compiti del cuciniere c'è il mantenimento di un registro delle spese e di un inventario dei beni a sua disposizione da illustrare settimanalmente all'Abate. È anche responsabile della pulizia delle posate e dei locali.
Per i suoi impegni è spesso esentato dai cori.
I frati che servono nel refettorio in turni settimanali sono sotto i suoi ordini. A conclusione dei loro turni, la domenica sera lavano i piedi ai confratelli.
L'infermiere [modifica]
L'infermiere doveva curare amorevolmente deboli e malati e, quando necessario, era esentato dalla partecipazione alle funzioni comuni. Dormiva sempre nell'infermeria, anche quando non c'erano malati, così da essere sempre reperibile in caso di emergenza.
L'elemosiniere [modifica]
L'elemosiniere era incaricato di distribuire le elemosine, in cibo e vestiti, con spirito di carità e discrezione.
Il maestro degli ospiti [modifica]
Nel Medioevo l'ospitalità ai viaggiatori da parte dei monasteri era così frequente che il maestro degli ospiti richiedeva grande tatto, prudenza e discrezione, così come affabilità, poiché la reputazione del monastero era nelle sue mani. Suo primo dovere era di assicurarsi che i locali erano sempre pronti per riceverli, che proprio lui doveva accogliere, secondo quanto espresso dalla Regola, come lo stesso Cristo, e durante la loro permanenza sopperire alle loro necessità, intrattenerli, condurli in chiesa per assistere alle funzioni, ed essere sempre a loro disposizione
Il ciamberlano [modifica]
Il ciamberlano sovrintendeva il guardaroba dei fratelli, il loro rammendo o rinnovo di quelli sdruciti, mettendo da parte quelli non più usati per distribuirli ai poveri. Supervisionava anche la lavanderia ed l'acquisto all'esterno del necessario per il confezionamento degli abiti. Sempre suo compito erano i preparativi per il bagno, il lavaggio dei piedi ed il taglio della barba dei confratelli.
Il maestro dei novizi [modifica]
Il maestro dei novizi era uno dei monaci più importanti. Nella chiesa, nel refettorio, nei chiostro o nel dormitorio sorvegliava i novizi e trascorreva il giorno ammaestrandoli e facendoli esercitare sulle regole e le pratiche tradizionali della vita religiosa, incoraggiando ed aiutando chi dimostrava una reale vocazione.
Il settimanale [modifica]
Il settimanale era incaricato di cominciare tutte le Ore canoniche, dare le benedizioni richieste e cantare nella messa solenne celebrata giornalmente.
I servizi settimanali includevano, oltre a quelli già ricordati, il lettore nel refettorio che era incoraggiato a prepararsi bene al fine di evitare errori durante l'ufficio. C'era anche l'antifono il cui dovere era di intonare la prima antifona dei salmi e guidare la recitazione delle funzioni.
La giornata del monaco [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Rito benedettino.
"Ti ho lodato sette volte al giorno", questo sacro numero di sette si esprime nei momenti di preghiera: Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta.
Prima dell'alba il monaco si alza al suono della campana e si reca in chiesa per la recita dell'ufficio notturno, che termina con le lodi mattutine.
Al termine di questo spazio di tempo riservato alla preghiera, il monaco inizia il proprio lavoro che non interrompe più sino alla Messa conventuale, centro di tutta l'ufficiatura e punto culminante della vita monastica.
La campana dell'Angelus ricorda l'ora del pranzo: nel refettorio l'Abate benedice la mensa ed il lettore che, come vuole la regola, leggerà un brano di Santa Scrittura durante il pasto.
Dalla lettura ad alta voce deriva naturalmente la legge del silenzio per evitare ogni diminuzione di raccoglimento.
A tavola ed a turni settimanali i monaci si servono a vicenda mentre uno legge la [[redirigo wikilink a BibbiaSacra Scrittura]].
Dopo il pranzo c'è un'ora di ricreazione comune. Pare che la ricreazione attuale dei monasteri benedettini non risalga alle origini dell'istituzione monastica, sebbene la Regola di San Benedetto assegnasse già ai monaci qualche momento al giorno per lo scambio delle parole necessarie: comunque, dal IX secolo, la ricreazione è ammessa ovunque ed attualmente avviene due volte al giorno, a mezzogiorno e alla sera.
Al termine della ricreazione i monaci ritornano al loro lavoro.
La campana della cena riunisce di nuovo la comunità monastica per un pasto rapido e frugale, seguito da una breve ricreazione. Quindi il monastero si immerge nel silenzio: è l'ora di compieta, la preghiera della sera, l'ultimo atto della giornata del monaco.
L'abate benedice i monaci e, dopo qualche altra preghiera per i morti o alla Vergine, dopo aver detto "il Signore ci conceda una notte serena ed un riposo tranquillo" tutto tace.
La lunga ed operosa giornata del monaco è chiusa.
Da compieta all'indomani mattina, finito l'ufficio notturno, nessuno può rompere il silenzio senza un grave motivo.
Lo studio ed il lavoro [modifica]
Con i Benedettini la cura del lavoro manuale ed intellettuale creò nel Medioevo una sinergia unica ed irripetibile: studiando i testi antichi recuperarono nozioni ormai dimenticate in campo scientifico ed agricolo che misero a frutto nei loro monasteri e, per imitazione, si diffusero anche fuori.
Ad esempio, è tutta da ascrivere a merito dei Benedettini la rinascita medioevale dell'interesse per la letteratura medica e la coltivazione di erbe medicinali per uso terapeutico. Agli insegnamenti del passato loro aggiunsero la pratica della medicina come dovere etico del cristiano. D'altra parte nella Regola si impone che almeno due monaci in ogni convento siano (dovevano essere) addetti alla cura degli infermi negli stessi locali del convento in una zona non frequentata dai frati. Tra i compiti assegnati ai monaci-medici c'è (c'era) anche il reperimento e lo studio delle opere mediche a disposizione nel convento per poter conseguire l'abilità necessaria per la loro attività.
Esemplare è, in proposito, il caso di Salerno dove, in un monastero nei pressi della città i Benedettini già nell'820 avevano istituito un'infermeria aperta anche all'estero e molto contribuirono alla nascita della famosa Scuola medica salernitana.
Per quanto riguarda l'agricoltura, introdussero la rotazione triennale (il primo riferimento storico è stato rintracciato in un documento del 763 conservato nel Monastero di San Gallo in Svizzera) che consentì di migliorare la resa dei campi, trasformando i monasteri in avviate aziende agricole.
Il progresso tecnico e scientifico era ulteriormente avvantaggiato dalla circolazione delle conoscenze da un monastero all'altro attuato attraverso lo scambio dei testi ricopiati dagli amanuensi.
Per tutte queste ragioni i monasteri benedettini vennero a svolgere un ruolo centrale nella società medioevale accogliendo personalità di primo piano. Così il numero crebbe insieme a quello dei monaci tanto che in quell'epoca non erano rari i monasteri che ospitavano oltre 900 individui ai quali occorre ancora aggiungere i numerosi dipendenti laici e le loro famiglie che vivevano nei paraggi. Considerando, inoltre, che i monasteri Benedettini erano sempre edificati in aree isolate e disabitate, essi spesso mettevano a frutto terreni abbandonati o boschivi da altri ignorati contribuendo ulteriormente alla crescita economia.
Benedettini e Benedettine celebri [modifica]
San Benedetto da Norcia (480 circa-547)
Santa Scolastica (480 circa-547)
San Mauro Abate (512 - circa 584)
Sant'Alferio Pappacarbone (930-1050)
Papa Gregorio I (590-604) detto Gregorio Magno
Papa Bonifacio IV (608-615)
Papa Gregorio II (715-731)
Papa Pasquale I (817-824)
Papa Gregorio VII (1073-1085)
Papa Vittore III (1086-1087)
Papa Urbano II (1088-1099)
Papa Pasquale II (1099-1118)
Papa Celestino V (1294)
Papa Clemente VI (1342-1352)
Papa Urbano V (1362-1370)
Papa Pio VII (1800-1823)
Papa Gregorio XVI (1831-1846)
Benedetto d'Aniane (750-821)
Costantino l'Africano (1020 - 1087)
Santa Ildegarda di Bingen
Guido Monaco
John Main
San Gustavo
San Domenico di Sora
San Romualdo
San Giovanni Gualberto
Dom Pérignon
Anselm Grün
Raffaele Stramondo
Le abbazie [modifica]
I primi due monasteri dell'ordine (uno maschile ed uno femminile) furono fondati da San Benedetto a Montecassino nel 529. Lui si occupò di quello maschile, mentre il femminile fu posto sotto la guida di Santa Scolastica, sua sorella.
Nel medioevo le più importanti abbazie benedettine italiane furono l'abbazia di Farfa, quella di Nonantola, la Novalesa e quella di San Vincenzo in Volturno; in Germania l'Abbazia di Fulda e quella di Reichenau; in Francia Tours, Saint-Denis e Cluny.
Altri monasteri benedettini italiani:
Abbazia di Monte Cassino
San Paolo Fuori le Mura
Badia Fiorentina
Badia di Cava de Tirreni
Abbazia di Fossanova
Abbazia di Pomposa
Abbazia di Casamari
Abbazia di Chiaravalle
Abbazia di Subiaco
Monastero di San Nicolò l'Arena a Catania
Monastero di San Nicolò l'Arena a Nicolosi
Abbazia dei Santi Nazario e Celso a San Nazzaro Sesia
Abbazia di San Benedetto in Polirone a San Benedetto Po
Badia Leonense
Abbazia di San Martino delle Scale a Monreale
Abbazia di Praglia a Teolo
Abbazia di Santa Maria Maddalena in Armillis a Sant'Egidio del Monte Albino
Abbazia di Santa Maria di Pulcherada a San Mauro Torinese
Benedettini al cinema e nella letteratura [modifica]
Cadfael. Serie di romanzi d'investigazione di Ellis Peters, iniziata nel 1977, si svolge nell'Inghilterra del XII secolo, al tempo della guerra civile fra il re Stephen e la regina Maud, e ha per protagonista il benedettino gallese Cadfael. La televisione britannica ne ha tratto una serie, Cadfael - I misteri dell'abbazia, con protagonista Derek Jacobi.
Il nome della rosa. Romanzo di Umberto Eco, pubblicato nel 1980, si svolge nell'Italia del XIV secolo, in un'abbazia benedettina di fantasia dell'appennino ligure [4], ma ha per protagonista il frate francescano Guglielmo da Baskerville. Da questo romanzo è stato tratto il film omonimo diretto da Jean-Jacques Annaud con protagonista Sean Connery. Lo spunto delle vicende è stato tratto dalle vicende dello scriptorium dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio dopo la soppressione dell'Ordine di San Colombano e la venuta dei benedettini.
Note [modifica]
^ Abbazia di Borzone » Blog Archive » Il monachesimo irlandese e san Colombano
^ Abbazia di Montecassino
^ dati statistici riportati dall'Annuario Pontificio per l'anno 2007, Città del Vaticano, 2007, p. 1452.
^ Bobbio
Voci correlate [modifica]
Rito benedettino
Cenobitismo
Erbe medicinali
Letteratura medica
Monache benedettine
Monachesimo
Ordini monastici
Altri progetti [modifica]
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Ordine di San Benedetto
Collegamenti esterni [modifica]
Sito ufficiale dell'Ordine di San Benedetto
La regola commentata
Confoederatio Benedictina Ordinis Sancti Benedicti, Sito ufficiale della Confederazione Benedettina

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