Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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martedì 5 aprile 2011

Se si fosse detta la verità sulla Siria


29-03-2011 Se si fosse detta la verità sulla Siria


Editoriale del Jerusalem Post Non è dato sapere il numero esatto di dimostranti uccisi finora in Siria. Amnesty International ha calcolato 55 morti, la scorsa settimana, solo dentro e attorno la città meridionale di Deraa. Attivisti siriani hanno postato su YouTube filmati molto espliciti che documentano uccisioni brutali per mano delle forze di sicurezza di Bashar al-Assad in altre città come Sanamayn dove, stando a quanto riferito da un testimone oculare alla tv Al-Jazeera, più di venti dimostranti sarebbero stati uccisi a colpi d’arma da fuoco. Altre vittime vengono riportate dalla città costiera di Latakia.Resoconti così imprecisi sfatano il mito secondo cui oggi vivremmo tutti in una sorta di villaggio globale. Evidentemente un regime con i necessari requisititi può ancora mantenere un controllo decisamente forte sull’informazione, per lo meno temporaneamente. I grandi inviati europei e americani, così rilevanti in Libia in questi giorni, non si recheranno tanto presto a Damasco: finché Assad regna in Siria, semplicemente non li faranno entrare.Ma Damasco non solo è riuscita a mantenere uno stretto controllo su quello che accade dentro i suoi confini e a preservare quel “regime del terrore” che fino a pochissimo tempo fa scoraggiava anche i più audaci dissidenti dal scendere nelle strade: è riuscita anche a vincere sul piano delle pubbliche relazioni. Il mese scorso, ad esempio, "USA Today" pubblicava un supplemento sulla Siria alquanto bizzarro, che tuttavia non era niente in confronto al pezzo apologetico comparso sul magazine di moda "Vogue" dedicato a un ritratto della moglie di Assad e intitolato “Asma al-Assad: una rosa nel deserto”. La “spigliata, complice e divertente” moglie dell’autocrate ammette coi lettori che quello in cui vive “è un quartiere difficile”. Ma non c’è da preoccuparsi, giacché veniamo informati che la “missione centrale” della 35enne First Lady siriana è di cambiare la “mentalità” di sei milioni di minorenni siriani incoraggiandoli ad impegnarsi come “cittadini attivi”. In effetti, manifestazioni che denigrano il maritino come “un traditore che ammazza la sua gente” sembrerebbero abbastanza attive, anche se probabilmente non sono il genere di cose “giovanili, glamour e tanto chic” che aveva in mente la signora Asma.Ma questo fenomeno, che un giornalista francese ha definito il “surrealismo” dell’articolo di "Vogue", è purtroppo il sintomo del genere di approccio fuorviato che ha guidato americani ed europei nel perseguire ciò che è diventato eufemisticamente noto come “l’impegno costruttivo” verso Damasco: intendendo con questo che, fino a quando i siriani facevano i più elementari gesti esteriormente rivolti alla pace, tutta una serie di successive amministrazioni americane, con il forte sostegno europeo, erano pronte a soprassedere volentieri sulle innumerevoli degenerazioni di quel regime.Nell’estate 2005, appena un mese dopo che la Siria era stata costretta dalla “rivoluzione dei cedri” a ritirare le sue truppe dal Libano dopo un’occupazione durata 29 anni, Damasco rinnovava la sua campagna contro la democrazia libanese con una serie di attentati mortali ad attivisti della società civile, ministri del governo, parlamentari e giornalisti. Washington diramava diverse condanne, ma non faceva niente.Nell’inverno 2007 l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski, un forte sostenitore dell’“impegno costruttivo”, si trovava a Damasco per incontrare Assad proprio mentre, dall’altra parte della città, veniva ucciso Imad Mughniyeh, un capo Hezbollah respsonabile – fra l’altro – dell’uccisione di circa 250 soldati americani nell’attentato alla caserma dei marines a Beirut del 1983. Il fatto che il super ricercato Mughniyeh si aggirasse liberamente per Damasco rendeva evidente che la Siria offre ospitalità a una varietà di terroristi, da quelli sulla via dell'Iraq per combattere le truppe americane, al capo di Hamas Khaled Mashaal, a membri di al-Qaeda e della jihad globale; un’ospitalità che si compiva sotto il naso di un’alta personalità americana in visita.Nelle scorse settimane, a quanto risulta, mentre l’occidente intraprendeva l’azione militare contro Muammar Gheddafi, la Siria era occupata ad aiutare il despota belligerante. La scorsa settimana i ribelli libici hanno abbattuto due piloti di caccia siriani. Secondo fonti citate da Lee Smith, del Weekly Standard, la Siria avrebbe inviato due dozzine di jet in aiuto a Gheddafi.Intanto, nelle prossime settimane, si attende che il tribunale speciale dell’Onu, incaricato di indagare sull’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, renda pubblici i suoi risultati con la prevista incriminazione sia di Hezbollah che della Siria. Eppure, inspiegabilmente, mentre Damasco continua a rafforzare i suoi legami col fronte dei terroristi, Iran compreso, recentemente gli Stati Uniti hanno reintegrato il loro ambasciatore, che era stato rimosso appunto nel 2005 in seguito all’assassinio di Hariri. E domenica scorsa il segretario di stato Usa Hillary Clinton ha messo in chiaro che al momento l’America non ha alcuna intenzione di intervenire militarmente in Siria.È vero che ci sono ottimi motivi per temere che chiunque subentrerà al regime di Assad sarà probabilmente ancora più ostile all’occidente e a Israele; ma è anche sicuramente vero che da gran tempo si sarebbe dovuta abbandonare la pluridecennale politica dell’“impegno costruttivo” verso una dirigenza che si dimostrò particolarmente spietata nel falciare decine di migliaia di propri cittadini l’ultima volta che osarono sfidare la dinastia degli Assad, nel 1982. L’unica cosa che l’“impegno costruttivo” sembra aver ottenuto è di rafforzare un regime così brutale nella sua convinzione di poter continuare a governare con l’assassinio e l’intimidazione, garantendo nello stesso tempo a quel regime la possibilità di guadagnarsi un’immagine internazionale positiva. Il tentativo di dipingere la Siria di Assad come una sorta di regime illuminato, umano e riformista non era quasi mai apparso in tutta la sua stupidità come oggi, con le forze di sicurezza del presidente che scattano ai suoi ordini e abbattono a mitragliate la propria gente, esattamente come facevano ai tempi di suo padre.(Da: Jerusalem Post, 28.3.11) estratto da: http://www.israele.net/articolo,3098.htm


Nella foto in alto: il servizio di Vogue sulla moglie di Assad Si veda anche:


mercoledì 30 marzo 2011

Siria, la polizia contro i manifestanti

Siria, la polizia contro i manifestanti
DAMASCO

I cecchini delle forze dell'ordine erano appostati sui tetti delle case, raccontano gli abitanti di Deraa: nella città divenuta negli ultimi 12 giorni l'epicentro della Siria che protesta, la polizia ha "solo" sparato in aria o con lacrimogeni per disperdere i manifestanti che erano tornati per le strade a chiedere democrazia. Non ci sarebbero state vittime. Il bilancio ufficioso dei morti è fermo a 61 morti, gli attivisti lo portano a più di cento vittime. Diverse centinaia le persone ferite e arrestate. Il quarantacinquenne presidente Bashar Assad sta per annunciare decisioni che «faranno piacere al popolo siriano». Lo garantisce Faurk al-Shara, vice presidente e già uomo di fiducia dell'ex leader Hafez Assad, del quale era il ministro degli Esteri. Al-Shara si riferisce alla promessa di un discorso televisivo nel quale Bashar dovrebbe annunciare la fine dello stato d'emergenza in vigore dal 1963, una nuova legge sui partiti, riforme e aumenti salariali. E soprattutto le dimissioni del governo. «Questione di un paio di giorni», era stato detto. Ma ancora si attende il famoso discorso televisivo.C'è chi sospetta che il regime sia ancora incerto fra adottare una linea morbida, aprendo il dialogo con gli oppositori senza sapere dove le richieste si fermeranno; o preferire la solita soluzione: la repressione violenta, anche questa del tutto imprevedibile tenendo conto di ciò che sta accadendo ovunque nel Medio Oriente. Nella città settentrionale del Paese, Latakia, è segnalato un massiccio spiegamento di truppe.Facendo eco a quanto già detto dal segretario di Stato Hillary Clinton, di nuovo ieri un funzionario dell'amministrazione americana ha esortato il Governo siriano a rinunciare all'uso della violenza e ascoltare le richieste del popolo. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di intervenire militarmente in Siria: il segretario di Stato è stata chiara domenica. Ma se il Paese di 22 milioni di abitanti precipitasse nella guerra civile, sarebbe difficile ignorare una Siria nel caos. Sembra molto preoccupato anche Recep Erdogan, il primo ministro turco che negli ultimi due giorni ha chiamato tre volte Assad invitandolo ad ascoltare le richieste della gente. «Non mi ha dato una risposta negativa», ha poi affermato Erdigan. Da qualche tempo la Turchia è diventata un partner commerciale essenziale per la sopravvivenza dell'economia siriana, in parte ancora sottoposta alle sanzioni americane imposte dall'amministrazione di George Bush subito dopo la guerra del Golfo del 2003.Nell'attesa che Bashar Assad decida se parlare e cosa dire esattamente, a Daraa, a Sud di Damasco, la gente continua a manifestare. Non sono stati in molti ieri a scendere nelle strade attorno alla moschea di Omari, il cuore della rivolta contro il regime di Damasco. «Vogliamo dignità e libertà», cantavano i manifestanti. Fino a che Assad non dirà la sua, la gente ha continuato a chiedere la fine dello stato d'emergenza, il primo passo essenziale verso una qualsiasi riforma politica credibile. Ma c'è chi nel regime pensa che una concessione di questo genere sarebbe come ammettere una pericolosa debolezza.
estratto da: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-29/siria-polizia-contro-manifestanti-063711.shtml?uuid=AaxRONKD

domenica 27 febbraio 2011

La rivoluzione dei gelsomini in Cina

Pechino, imponenti misure di sicurezza per le nuove proteste di piazza

La seconda domenica dei Gelsomini è stata convocata via web nella capitale, a Shangai e in altre diciotto città. A Pechino i momenti di maggiore tensione.

La Cina teme il contagio libico e il vento del Maghreb. E così mobilita tutto il suo apparato di sicurezza per controllare la seconda protesta pro-democrazia in una settimana, lanciata attraverso Internet da un gruppo di anonimi oppositori. Centinaia di agenti in divisa e in borghese hanno bloccato sin dalla mattina i luoghi degli appuntamenti a Pechino, Shanghai e in altre 18 città minori indicate dai messaggi comparsi su Internet per impedire la «rivoluzione dei gelsomini», nome adottato sulla falsariga delle proteste tunisine. Il maggiore livello di nervosismo si è registrato nella capitale con gli agenti che non hanno esitato a ricorrere alle menire forti, malmenando un cameraman americano e trattenendo un gruppo di giornalisti tra cui uno dei corrispondenti della Bbc. Altri giornalisti sono stati spintonati e minacciati dagli agenti. La stessa sorte è toccata ad alcuni ignari turisti che si sono trovati a passare vicino al luogo dell'appuntamento, il ristorante McDonald sulla centrale via Wang Funjing, per recarsi alla non lontana Città Proibita. Analoga situazione si è verificata a Shanghai, dove l'appuntamento era davanti al Peace Cinema, accanto alla centralissima Tibet Road. Agenti con fischietti e megafono urlavano alla folla, che rispondeva con un grido ritmato: "oh, oh, oh". Non solo giovani: anche molti anziani hanno preso parte alla protesta pacifica. Alla vista dei pochissimi cronisti stranieri, gli anziani sorridevano e alzavano il pollice come per dire "va tutto bene". «Riprendi tutto - ha detto un anziano all'agenzia Ansa - il governo ha paura. La Cina non va bene». «Dobbiamo venire qui sempre - ha aggiunto Lee, un giovane che aveva visto su Internet l'appuntamento - Ogni domenica, perché il governo ha paura di noi. E noi possiamo cambiare le cose». «La Cina appartiene a noi, non ai governanti corrotti», ha aggiunto ripetendo una frase comparsa nel secondo appello a manifestare dei misteriosi «rivoluzionari del gelsomino». In un documento pubblicato dal sito web sino-americano Boxun, che ha negato la paternità dell'appello, i promotori della protesta hanno espresso soddisfazione per il risultato della prima «giornata dei gelsomini» di domenica 20 febbraio e hanno invitato i cittadini a manifestare pacificamente contro la dittatura e la corruzione tutte le domeniche. La paura instillata nei palazzi del potere dalle anonime chiamate a manifestare è stata evidente anche nell'iniziativa del premier Wen Jiabao, che oggi ha tenuto una «chat» su Internet con i cittadini affermando tra l' altro che «il nostro sviluppo economico ha l'obiettivo di rispondere ai crescenti bisogni dei cittadini sul piano materiale e culturale e di rendere la loro vita sempre migliore».In una riunione dedicata agli avvenimenti del Medio Oriente che si è tenuta il 12 febbraio, il potente Ufficio Politico comunista ha raccomandato a «tutti i dipartimenti responsabili» di rafforzare il controllo su Internet e su tutti i mezzi di «comunicazione sociale» usati con successo dai giovani arabi in rivolta. Da allora la rete ha subito forti rallentamenti e inspiegabili momenti di ingorgo. Dopo la prima giornata di protesta cinque persone sono state arrestate per aver diffuso l'appello sulla rete e sembra che saranno processate per «sovversione», la stessa accusa che è costata 11 anni di prigione al premio Nobel Liu Xiaobo. Si tratta del blogger Ran Yunfei, 46 anni, del manager di una compagnia di assicurazioni Hua Chunhui, 47 anni, dell'ex-leader studentesco Ding Mao, 45 anni, dell'attivista democratico Chen Wei, 42 anni e di una donna di nome Liang Haiyi. Tre avvocati democratici - Teng Biao, Jiang Tianyong e Tajng Jitian - sono scomparsi dalla scorsa settimana e si ignora la loro sorte. Inoltre il governo cinese ha istruito i media nazionali su come non accostare in alcun modo le dimostrazioni a favore della democrazia in Medio Oriente con lo scontento sociale che ribolle in tutta la Cina. A Pechino si temono paragoni con i paesi del Maghreb, perché anche in Cina lo scontento popolare nei confronti del governo sta crescendo con l'aumentare dell'inflazione. A gennaio, l'indice dei prezzi al consumo ha segnato un aumento del 4,9% in un anno. La Cina potrebbe anche rafforzare il controllo su rete e mezzi di comunicazione. Anche i movimenti studenteschi che portarono alla repressione di Piazza Tienanmen, nel 1989, erano partiti dopo un aumento del costo della vita. In Egitto, gli appelli alla rivolta si sono diffusi attraverso Facebook. In Cina, invece, la gente non ha accesso a questo social network e il passaparola telematico è molto più complesso, così come più efficiente è la macchina del controllo governativo.

Morti e feriti, incendiati edifici governativi nell’Oman

Esplode la protesta anche nel sultanato dell’Oman, dove sono morte due persone, secondo quanto riferito dai manifestanti. Le autorità non confermano i decessi. Le vittime sarebbero state uccise dai proiettili di gomma sparati dalla polizia a Sohar, sulla costa nord-occidentale del Paese produttore di petrolio, confinante con l’Arabia Saudita.
Si trattava della seconda scossa, nel Paese che ha poco più di due milioni e mezzo di abitanti e la stessa guida da 30 anni. Una prima manifestazione, con circa 200 persone, si era avuta la scorsa settimana. Oggi i manifestanti erano un po’ di più, nella capitale Mascate, dove sono stati incendiati un paio di edifici governativi. Ed erano circa 2.000 invece a Sohar

sabato 26 febbraio 2011

Continuano gli scontri in Tunisia

Oltre 100mila manifestanti hanno sfilato ieri nelle strade di Tunisi per chiedere lo scioglimento del governo provvisorio diretto dal primo ministro Mohamed Ghannouchi. E’ la più grande manifestazione dopo le dimissioni del presidente Ben Ali, un mese fa. Se durante la giornata non si sono registrati scontri, la violenza è esplosa durante la notte: negozi saccheggiati, incendi nei commissariati di polizia, auto distrutte. Lungo il viale Habib Bourguiba, la principale arteria della capitale, decine di poliziotti e un centinaio di manifestanti si sono dati battaglia sino alle prime ore di sabato mattina. L’aria è ancora irrespirabile, satura dei gas lacrimogeni e del fumo degli incendi appiccati dai rivoltosi.Da stamani soldati, forze di sicurezza e poliziotti in civile pattugliano la città armati di manganelli, pistole e gas lacrimogeni. Gli elicotteri dell’esercito sorvolano Tunisi a bassa altitudine.Malgrado l’ingente spiegamento di forze, almeno 200 manifestanti proseguono nel loro intento di assaltare il Ministero degli Interni, protetto da filo spinato, soldati e carri armati. Nel parcheggio del Ministero sono state incendiate le auto della polizia.
Data: 26 febbraio 2011 Ora 13:02
fonte: http://www.ticinolive.ch/esteri/tunisia-in-100000-sfilano-contro-il-governo-del-premier-ghannouchi-11380.html

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