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lunedì 7 marzo 2011

Ben Ali


[stanti i recenti fatti di Tunisia, questa voce o sezione potrebbe soffrire di recentismo]

Zine El-Abidine Ben Ali, arabo: زين العابدين بن علي‎ (Hammam-Sousse, 3 settembre 1936), è un militare e politico tunisino. È stato il secondo presidente della Repubblica di Tunisia dal 7 novembre 1987, succedendo ad Habib Bourguiba. Il suo mandato, protrattosi per più legislature, si è concluso dopo 23 anni, il 14 gennaio 2011, quando un crescendo di proteste popolari, iniziate nel 2010, ha indotto Ben Alì ad essere esiliato all'estero.
Indice[nascondi]
1 Biografia
1.1 Infanzia
1.2 Elezioni a Presidente
1.3 Regime autoritario
1.4 Fine del regime
2 Note
3 Altri progetti
4 Collegamenti esterni
[modifica] Biografia
[modifica] Infanzia
Nacque ad Hammam-Sousse il 3 settembre 1936. Mentre era studente alla Sousse Secondary School si unì alla resistenza contro il dominio coloniale francese svolgendo funzioni di collegamento con il partito regionale Neo-Destour: per questo fu temporaneamente espulso dalla scuola e imprigionato[1].
Al termine della scuola secondaria Ben Ali si guadagnò i gradi nella Special Inter-service School a Saint-Cyr, in Francia, nella Scuola di Artiglieria a Châlons-sur-Marne, in Francia, nella Senior Intelligence School in Maryland, e nella School for Anti-Aircraft Field Artillery in Texas. La sua carriera militare professionale iniziò nel 1964 come ufficiale dello Stato Maggiore tunisino, ed in questo periodo fondò il Dipartimento della Sicurezza militare e ne diresse le operazioni per 10 anni. Brevemente servì come addetto militare in Marocco e in Spagna prima di essere nominato direttore generale della Sicurezza nazionale nel 1977[2]. Nel 1980 fu nominato ambasciatore a Varsavia, in Polonia, dove rimase quattro anni. Fu poi ministro degli interni ad interim, prima di essere nominato ministro dell'interno il 28 aprile 1986 e poi Primo Ministro dal presidente Habib Bourguiba, nell'ottobre 1987[3].
[modifica] Elezioni a Presidente
Ben Ali divenne Presidente della Tunisia il 7 novembre 1987, dopo aver spinto i medici di Bourguiba a dichiarare che il presidente era inabile ed incapace di adempiere i doveri della presidenza.[4][5] La transizione si svolse in modo pacifico, in conformità con l'articolo 57 della Costituzione tunisina.[6] Lo Stato era sull'orlo del collasso economico (inflazione al 10%, debito estero che raggiungeva il 46% del PIL) e a rischio di un attacco militare da parte dell'Algeria, cui si aggiunse la scoperta di un progetto di colpo di stato da parte del radicale "Movimento di Tendenza Islamico", per il quale 76 membri dell'organizzazione furono condannati nel 1987.
In quello che passò alla storia come il "colpo di Stato medico", fu agevolato da alcuni servizi segreti tra cui il SISMI su indicazione di Bettino Craxi[7].
Nel 1999 Fulvio Martini, ex capo del servizio segreto militare italiano, ha dichiarato ad una commissione parlamentare che "Nel 1985-1987 abbiamo organizzato una sorta di golpe in Tunisia, mettendo il presidente Ben Ali come capo di Stato in sostituzione di Bourguiba ". Bourguiba, anche se era un simbolo della resistenza anticoloniale, era stato ritenuto non più in grado di governare il suo paese e la sua reazione all'integralismo islamico era stata ritenuta "un po' troppo energica" da Martini. Agendo sotto le direttive di Bettino Craxi, primo ministro italiano, e Giulio Andreotti, ministro degli esteri, Martini afferma di aver mediato l'accordo che ha portato alla transizione pacifica del potere nelle mani di Zine El-Abidene Ben Ali.[8]
[modifica] Regime autoritario
Il nuovo leader proseguì la politica filo-occidentale del predecessore. Sotto la sua presidenza l'economia tunisina nel 2007 si è classificata al primo posto in termini di competitività economica in Africa, secondo il World Economic Forum[9]. In termini di libertà, le organizzazioni non governative e i media stranieri hanno regolarmente criticato la sua politica in materia di diritti umani, l'inclinazione verso la dittatura, compresa la repressione dei suoi oppositori, e gli attacchi alla libertà di stampa. Il suo regime è stato anche caratterizzato da una generalizzazione della corruzione, della quale ha beneficiato in primo luogo la famiglia della sua seconda moglie Leila, i Trabelsi, descritta dagli osservatori come "un clan para-mafioso" [10]. La sua fortuna personale, stimata in cinque miliardi di euro depositati in conti esteri o investiti nel settore immobiliare, sarebbe soprattutto il risultato di appropriazione indebita effettuata durante i 23 anni della sua presidenza.[11].
Il partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), erede del Partito Socialista Destouriano, ha dominato la scena politica nazionale dal 1987 al 2010: nel 1999, in occasione delle prime elezioni presidenziali con due candidati, il partito ottenne il 99,66% dei suffragi. Nel 2002 Ben Ali impose una riforma costituzionale che abolì ogni limite di durata alla carica presidenziale, permettendo la sua rielezione nel 2004 con il 94,5% dei consensi.
[modifica] Fine del regime

Incontro con Colin Powell (a sinistra)

Per approfondire, vedi la voce Sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011.
A partire dal dicembre 2010 una serie di proteste popolari si è allargata a numerose città della Tunisia. I partecipanti sono scesi in rivolta per manifestare contro disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita. Le proteste, iniziate nel dicembre 2010, hanno costituito la più drammatica ondata di disordini sociali e politici in tre decenni e hanno provocato decine di morti e feriti. Ben Ali si è trovato quasi sorpreso e spiazzato da quest'insurrezione popolare, in quanto sino a quel momento mai nessuno avrebbe potuto osare così tanto e in ogni caso avrebbe trovato una repressione violenta da parte delle forze di polizia. Questa volta l'impresa di eliminare dalla scena politica Ben Ali appariva possibile. In uno scenario pieno di scontri continui (alla fine si conteranno più di 100 vittime tra civili e forze armate), il 14 gennaio 2011 il presidente ha infine abbandonato il Paese, fuggendo in esilio a Jedda in Arabia Saudita.
[modifica] Note
^ Biography in Tunisia Online. URL consultato il 11 November 2010.
^ Ben Ali’s Biography: Zine El Abidine Ben Ali, President of the Tunisian Republic, Changement.tn
^ Zine el-Abidine Ben Ali Biography Biography.com
^ Tunisian Constitution United Nations, 2009.
^ Bourguiba Described in Tunis New York Times, November 9th, 1987
^ Tunisian Constitution United Nations, 2009.
^ Sul ruolo del SISMI, allora guidato da Fulvio Martini, nel "colpo di Stato medico" del 1987, si veda, tra l'altro, Carlo Chianura, "L'Italia dietro il golpe in Tunisia". L'ammiraglio Martini: Craxi e Andreotti ordinarono al Sismi di agire. "La Repubblica" 10-10-1999. URL consultato il 22-12-2009., La Repubblica, 11 ottobre 1999, e Pierre Lethier, Argent secret: l'espion de l'affaire Elf parle, Paris, Albin Michel, 2001, p. 66 (ISBN 2-226-12186-2).
^ http://www.repubblica.it/online/fatti/afri/tuni/tuni.html
^ (EN) Africa Competitiveness Report 2007 (Forum économique mondial)
^ Julie Calleeuw, « Tunisie : les Trabelsi, une « quasi-mafia » », RTBF, 14 janvier 2011
^ « La fortune des Ben Ali en question », Europe 1, 17 janvier 2011
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Zine El-Abidine Ben Ali
[modifica] Collegamenti esterni
(AR) Sito di Ben Alì in Arabo (versione cache da www.archive.org perché il sito è stato rimosso)
estratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Zine_El-Abidine_Ben_Ali

sabato 26 febbraio 2011

Continuano gli scontri in Tunisia

Oltre 100mila manifestanti hanno sfilato ieri nelle strade di Tunisi per chiedere lo scioglimento del governo provvisorio diretto dal primo ministro Mohamed Ghannouchi. E’ la più grande manifestazione dopo le dimissioni del presidente Ben Ali, un mese fa. Se durante la giornata non si sono registrati scontri, la violenza è esplosa durante la notte: negozi saccheggiati, incendi nei commissariati di polizia, auto distrutte. Lungo il viale Habib Bourguiba, la principale arteria della capitale, decine di poliziotti e un centinaio di manifestanti si sono dati battaglia sino alle prime ore di sabato mattina. L’aria è ancora irrespirabile, satura dei gas lacrimogeni e del fumo degli incendi appiccati dai rivoltosi.Da stamani soldati, forze di sicurezza e poliziotti in civile pattugliano la città armati di manganelli, pistole e gas lacrimogeni. Gli elicotteri dell’esercito sorvolano Tunisi a bassa altitudine.Malgrado l’ingente spiegamento di forze, almeno 200 manifestanti proseguono nel loro intento di assaltare il Ministero degli Interni, protetto da filo spinato, soldati e carri armati. Nel parcheggio del Ministero sono state incendiate le auto della polizia.
Data: 26 febbraio 2011 Ora 13:02
fonte: http://www.ticinolive.ch/esteri/tunisia-in-100000-sfilano-contro-il-governo-del-premier-ghannouchi-11380.html

mercoledì 2 febbraio 2011

Tunisia, la Francia era pronta all'invio di lacrimogeni

Tunisia, la Francia era pronta all'invio di lacrimogeni
Parigi stava per inviare aiuti a sostegno del regime di Ben Alì. Lo conferma il primo ministro Fillon. Fa discutere, intanto, la decisione di Vodafone di spegnere Internet in Egitto

La Francia era pronta a inviare granate lacrimogene a Tunisi per aiutare le forze dell'ordine nella repressione delle proteste contro Ben Ali. Lo ha ammesso lo stesso primo ministro, Francois Fillon, in una lettera inviata al presidente del gruppo socialista all'Assemblea Nazionale, Jean-Marc Ayrault. Dove si precisa anche che questi materiali non sarebbero mai arrivati a destinazione.Fillon ha dato il suo via libera il 12 gennaio scorso, il giorno dopo che il ministro degli Esteri, Michelle Alliot-Marie, aveva proposto l'aiuto della Francia al regime Ben Ali per gestire le manifestazioni di protesta che aveva già fatto numerose vittime da dicembre. I pacchi di lacrimogeni erano già pronti a partire dall'aeroporto di Roissy il 14 gennaio ma furono bloccati dai doganieri che chiesero al ministero se "tenuto conto del Paese di destinazione, le dichiarazioni del ministro dovevano essere considerate ancora valide". Poche ore dopo il presidente Ben Ali lasciò la Tunisia. E il 18 gennaio il ministro Alliot-Marie sospese ufficialmente l'invio di granade.Intanto fa anche discutere la disponibilità mostrata da Vodafone a chiudere i propri server egiziani. La multinazionale della comunicazione, infatti, ha deciso di acconsentire alle richieste del governo egiziano e di oscurare la rete nel paese nord africano. Una scelta che il manager del gruppo Vittorio Colao, come riporta il Corriere della Sera, ha cercato di giustificare in una lettera ai dipendenti. "In casi come questi - scrive Colao - si deve controllare che l' ordine venga dalle autorità giuste e pensare alle conseguenze per i dipendenti". Nel caso non avesse acconsentito i dipendenti egiziani del gruppo avrebbero rischiato l'arresto.

Tunisia: prosegue la guerra del pane

sabato 29 gennaio 2011

Yemen: manifestazione a Sana'a contro presidente Saleh

Yemen: manifestazione a Sana'a contro presidente Saleh
Esteri
Sana'a, 27 gen. - (Adnkronos/Aki) - E' iniziata questa mattina nel centro di Sana'a ha imponente manifestazione organizzata dai partiti di opposizione contro il presidente Ali Abdullah Saleh. Secondo l'inviato della tv araba 'al-Jazeera', diverse decine di migliaia di manifestanti sfilano per le vie del centro della capitale yemenita per chiedere le dimissioni del governo e la fine della presidenza Saleh.
Al momento la manifestazione e' pacifica e non c'e' stato alcun intervento della polizia. I manifestanti lanciano slogan con cui chiedono alla popolazione di emulare la rivolta tunisina contro il regime dell'ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali.
27/01/2011
dal sito web http://www.libero-news.it/articolo.jsp?id=655929

Egitto: gli appelli a Mubarak. Razzia al Museo egizio

Qui di seguito una rassegna stampa sulla gravissima situazione in Egitto, innescata dalla "guerra del pane" in Tunisia

Egitto: appello a Mubarak da Sarkozy, Merkel e Cameron

PARIGI – Nicolas Sarkozy, Angela Merkel e David Cameron hanno lanciato stasera un appello congiunto al presidente egiziano, Hosni Mubarak, perché ”eviti ad ogni costo l’uso della violenza contro civili disarmati”, e ai manifestanti affinché ”esercitino pacificamente i loro diritti”.
In un comunicato reso noto a Parigi dall’Eliseo, i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna esprimono ”preoccupazione” e riconoscono a Mubarak il ”ruolo moderatore svolto da diversi anni in Medio Oriente. Noi – si legge nel comunicato congiunto – gli chiediamo ora di dar prova della stessa moderazione per affrontare l’attuale situazione in Egitto”.
”E’ essenziale che le riforme politiche, economiche e sociali future che il presidente Mubarak ha promesso – continua il comunicato dell’Eliseo – siano realizzate pienamente e rapidamente e che rispondano alle aspirazioni del popolo egiziano”. ”I diritti dell’uomo e le libertà democratiche – continua il testo – devono essere pienamente rispettate, compresa la libertà d’espressione e di comunicazione, in particolare l’uso del telefono e di Internet; oltre al diritto di riunione e di manifestazione pacifica”.
I tre leader aggiungono che ”il popolo egiziano ha rivendicazioni legittime ed aspira a un futuro migliore e più giusto. Facciamo appello al presidente Mubarak per l’avvio di un processo di cambiamento che si traduca in un governo a rappresentanza allargata ed elezioni libere e giuste”.
29 gennaio 2011 21:16
dal sito web http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/egitto-sarkozy-merkel-cameron-mubarak-730640/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

Egitto, a Mubarak solidarietà dall’Arabia Saudita e dall’Anp

GEDDA – Il re Abdallah dell’Arabia Saudita, lo stesso che ha offerto ospitalità all’ex presidente tunisino Ben Ali, ha telefonato al presidente egiziano Hosni Mubarak per esprimergli la propria solidarietà e denunciare ”gli attacchi alla sicurezza e stabilità” dell’Egitto. Lo ha annunciato l’agenzia ufficiale saudita Spa.
L’Arabia saudita ha fatto sapere di ritenere le proteste in Egitto frutto di “infiltrati” che cercano di destabilizzare il paese. Il re saudita, durante la telefonata fatta a Mubarak, ha ricordato, secondo quanto riporta la Cnn, che l’Egitto “è un paese arabo e islamico. E nessun arabo musulmano può sopportare certe infiltrazioni nel nome della libertà di espressione. Infiltrazioni che si insinuano nella Fratellanza Musulmana dell’Egitto per destabilizzare la sua sicurezza e stabilità”.
“L’Arabia saudita, ha detto ancora re Abdallah, condanna fermamente le proteste”.
Mubarak, secondo quanto riporta l’emittente statunitense, avrebbe assicurato al sovrano saudita che “la situazione è stabile” e le proteste “sono compiute soltanto da gruppi che non vogliono la sicurezza e la stabilità per il popolo egiziano”.
Il presidente ha aggiunto che l’Egitto”fermerà chiunque tenterà di colpire la libertà del popolo egiziano e non permetterà a nessuno di servirsi di questi gruppi per raggiungere fini eversivi”.
L’Anp. Anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas), ha chiamato oggi il rais egiziano, Hosni Mubarak, per esprimere la propria ”solidarietà all’Egitto” e agli sforzi intrapresi per garantire ”la stabilità e la sicurezzza” del Paese. Lo ha riferito un portavoce da Ramallah.
Il presidente dell’Anp – ha sottolineato il portavoce – ha telefonato a Mubarak per ”manifestare solidarietà all’Egitto e al suo impegno per la stabilità e la sicurezza”. Abu Mazen ha poi auspicato che il Paese possa superare la crisi attuale e ha invocato ”la benedizione di Dio sull’Egitto e sul suo popolo, che sempre sono stati al fianco del popolo palestinese”.
Il governo del Cairo ha avuto un ruolo centrale negli ultimi mesi nei tentativi (finora falliti) di avviare un percorso di riconciliazione fra le maggiori fazioni rivali palestinesi: Fatah, il partito laico che fa capo allo stesso Abu Mazen e mantiene il potere in Cisgiordania, e Hamas, il movimento islamico radicale che dal 2007 si è impadronito del pieno controllo dell’enclave della Striscia di Gaza.
Nell’ambito di questa mediazione, il regime di Mubarak ha sempre avuto, tuttavia, un rapporto di maggiore sintonia con le posizioni moderate e filo-occidentali di Abu Mazen, rispetto a quello – non privo di asperità e recriminazioni reciproche – tenuto verso Hamas: la cui roccaforte resta d’altronde chiusa in una sorta di tenaglia di sicurezza parallela imposta da Israele ed Egitto. dal sito web http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/egitto-re-saudita-solidarieta-mubarak-730308/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

Razzia al Museo egizio
Egitto, nuove nomine ma più di cento morti

Ancora tensione e scontri al Cairo. Violato il coprifuoco da 50.000 scesi in piazza al Cairo per manifestare. Assaltato il ministero degli interni, la polizia ha aperto il fuoco uccidendo tre persone. Sarebbero ormai circa 100 i morti in queste giornate di proteste nel paese. Un altro gruppo avrebbe danneggiato due mummie nel museo egizio prima di essere respinto dagli agenti. I figli del Presidente Mubarak si sarebbero messi in salvo a Londra. Nel nuovo Governo, presieduto dall'ex ministro dell'aviazione civile, Ahmed Shafik,il numero due e' Omar Soleiman, capo dei servizi segreti. El Baradei: nuove nomine sono solo una mossa per prendere tempo.Il Cairo, 29-01-2011
La rivolta non si placa, ma la quinta giornata della collera non viene funestata dagli scontri violenti tra manifestanti e forze dell'ordine che fino ad oggi hanno lasciato sul terreno cento morti. Le violenze hanno cambiato, pero', scenario e obiettivo. Un'ondata di saccheggi e' dilagata nelle zone residenziali piu' ricche della capitale, spingendo l'esercito a lanciare un appello ai manifestanti ad aiutarlo a controllare le strade e le proprieta' dei cittadini.
Vandali hanno anche assaltato il museo egizio del Cairo rompendo le vetrinette di esposizione, e lasciando a terra, talvolta in pezzi, preziosi e delicati reperti dell'antico Egitto, prima che l'esercito prendesse il controllo dell'edificio. L'entrata in scena dei soldati, a lungo invocati dai manifestanti esasperati dalle violenze della polizia, ha contribuito a riportare un po' di calma nelle piazze invase da migliaia di persone, in barba al coprifuoco anticipato di tre ore rispetto a ieri.
Pur avendo l'ordine di essere intransigenti con chi non rispettasse la consegna di non essere in strada dalle 16 alle 8 del mattino, i soldati nei loro cingolati e carri armati, dispiegati nei punti strategici del Cairo e di altre citta' egiziane, non sono intervenuti. In molti casi hanno simpatizzato con i manifestanti che hanno letteralmente e pacificamente preso d'assalto i blindati mentre sfilavano per la citta', scambiandosi pacche sulle spalle, e strette di mano.
Nessuna reazione e' venuta dai soldati nemmeno quando la gente e' rimasta in strada dopo l'annuncio delle nomine fatte dal rais Hosni Mubarak. Il presidente, che in nottata aveva preannunciato la formazione di un nuovo governo per oggi, ha provveduto a nominare un vice Omar Suleiman.
Fino ad oggi potentissimo fedele capo dei servizi segreti, e titolare di dossier delicati come quello del negoziato palestinese, da tempo indicato come possibile successore di Mubarak alle presidenziali previste per la fine di questo anno. A capo del governo Mubarak ha indicato Ahmed Shafik, ministro dell'aeronautica civile. Entrambi sono generali cosi' come sono legati all'esercito o comunque alle forze di sicurezza secondo indiscrezioni dei media.
Alla difesa sarebbe andato il capo di Stato maggiore Sami Anan mentre agli Interni sarebbe stato nominato un altro generale Ahssan Abdel Rahman. Le decisioni del rais non hanno soddisfatto le folle e nemmeno gli oppositori politici. Per i fratelli musulmani e per Mohammed El Baradei, leader del movimento per la riforma, la nomina di Suleiman e di Shafik deve solo essere il preludio per la fine del regime Mubarak e l'avvio di una transizione pacifica che porta alle riforme.
Anche i manifestanti sono rimasti in piazza dopo le nomine per segnalare il loro scontento, anche se meno numerosi dell'inizio del pomeriggio. Molti sono tornati alle loro case per prendere parte a una sorta di ronde popolari che i condomini stanno mettendo in piedi in molti quartieri del Cairo per vigilare contro l'arrivo di bande di vandali e di saccheggiatori.
Armati di coltello e talvolta di armi da fuoco assaltano negozi, grandi magazzini, automobili e case private per rubare, ma secondo molti egiziani anche per creare il caos. In serata un portavoce del ministero della Difesa e' intervenuto in televisione per chiedere il rispetto del coprifuoco e in giornata militari con megafoni invitavano i manifestanti a rispettare il coprifuoco, almeno nelle ore notturne, per consentire all'esercito di pattugliare le strade.
In vari quartieri della capitale Nasr City, Mohandesin, Heliopolis, l'esercito ha promesso di mandare rinforzi ed ha anche istituito un numero verde per segnalare le emergenze. Come avviene dall'inizio della protesta, anche oggi si sono rincorse voci su fughe all'estero, poi smentite, dei figli di Mubarak Gamal e Alaa, il primo insistentemente indicato come suo possibile delfino. Dati entrambi a Londra con la famiglia, la notizia e' stata smentita dalla tv di Stato.
Una ventina di jet privati ha pero' effettivamente lasciato il Cairo per Dubai e uno anche per l'Italia. A bordo di quest'ultimo c'era la famiglia di Neguib Sawiris, patron della Wind. Meno fortuna hanno avuto i circa 2.000 viaggiatori rimasti tutta la giornata all'aeroporto del Cairo nella speranza di lasciare il paese. dal sito web http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=149615


Obama sfida Mubarak: ora riforme concrete
29 gennaio, 02:20 (di Marcello Campo)
WASHINGTON - Duro monito di Barack Obama a Hosni Mubarak. Fermi la violenza, mantenga gli impegni e si assuma ''la responsabilita' di fare passi concreti per assicurare riforme politiche, economiche e sociali al suo popolo''. L'inquilino della Casa Bianca ha aspettato che Mubarak facesse il suo discorso alla nazione, prima di chiamarlo al telefono e per oltre trenta minuti fare assieme il punto della situazione. Quindi lo ha sfidato pubblicamente a far seguire i fatti alle parole. Senza perdere un minuto, anche Obama s'e' presentato davanti alle telecamere, ponendo fine a una delle giornate piu' drammatiche della storia egiziana.
Dopo che la rivolta popolare e' giunta al quarto giorno consecutivo, agli Stati Uniti sembra non bastare il semplice annuncio del presidente egiziano di varare un nuovo esecutivo che assicuri liberta' e democrazia. Dal tono deciso assunto da Barack Obama, si capisce che la crisi e' talmente grave da non permettere agli States una firma su una sorta di cambiale in bianco. Dopo un regime lungo trent'anni, e' tempo che alle promesse seguano fatti precisi.
Il presidente Usa misura le parole, ma il suo intervento suona come una sorta di ultimatum alla leadership dell'antico alleato Hosni Mubarak, da giorni duramente contestato dalla piazza. Obama non poteva essere piu' chiaro nel ribadire, cosi' come fece proprio al Cairo in uno dei suoi discorsi piu' celebri, che ''i diritti di liberta' sono universali, Al Cairo come nel resto del mondo''. A Mubarak che denuncia ''un complotto per destabilizzare il Paese'', Obama replica brusco che gli Stati Uniti saranno sempre a fianco con chi ''lotta pacificamente per decidere il proprio futuro''.
Il 44/o presidente degli Stati Uniti sa bene che l'Egitto e' un Paese troppo importante per gli interessi americani sullo scacchiere mediorientale, per lasciarlo in mano alle frange estremiste. Quindi, mentre ammonisce Mubarak a essere coerente, cerca di offrire una sponda ai manifestanti che lottano pacificamente per un Egitto piu' giusto e piu' libero. Va letto in quest'ottica il fortissimo pressing della Casa Bianca, espresso esplicitamente dallo stesso Obama, a porre fine al blocco del web, qualcosa di inaudito nella moderna societa' della comunicazione, un mondo in cui gli Usa vogliono inserire l'Egitto. Anche l'appello alle nuove generazioni, e alla loro voglia di emanciparsi, ribadito stasera da Obama, va in questo senso. Solo i prossimi giorni, che il presidente ammette ''saranno difficili'', diranno se i giovani egiziani in piazza risponderanno positivamente alla mano tesa loro dall'inquilino della Casa Bianca. dal sito web http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/01/29/visualizza_new.html_1614497799.html

29/01/2011 - IL CASO
"Togliete la spina al Web" Così si oscura un Paese

Su ordine del governo 4 provider chiudono gli accessi a Internet
LUCA CASTELLI
A mezzanotte di venerdì, l’Egitto è uscito da Internet. Da un minuto all’altro, in un gigantesco blackout informatico, tutte le connessioni che tenevano collegato il Paese al Web sono state staccate. Le autorità hanno ordinato ai quattro principali provider di disattivare le proprie reti, compresa la connettività tramite telefonini, e di bloccare qualsiasi contatto con l’esterno. «Abbiamo registrato la chiusura praticamente simultanea delle 3.500 “porte” che abitualmente mantengono in contatto l’Egitto con la rete Internet», spiega James Cowie della Renesys, società americana specializzata nel monitoraggio delle attività sul Web.Risultato: non solo gli egiziani si sono trovati senza Internet, ma tutti i siti locali sono diventati inaccessibili dall’esterno. Irraggiungibili il sito ufficiale del governo, quello del museo di antichità del Cairo, quello della federazione calcistica nazionale. Introvabile il quotidiano Al-Ahram. Un Paese intero scomparso dalle mappe della comunicazione globale. «Imprese, banche, scuole, ambasciate, uffici governativi. Tutti i siti che per la propria connettività facevano riferimento ai quattro principali provider egiziani si sono ritrovati tagliati fuori dal resto del mondo», spiega Cowie. «Link Egypt, Vodafone/Raya, Telecom Egypt, Etisalat Misr, i loro clienti e partner: tutti fuori servizio». L’intervento era nell’aria. Da qualche giorno rimbalzavano voci di un rallentamento di Twitter, Facebook e degli altri social network sui quali gli oppositori di Mubarak stavano organizzando la protesta. Tra i quattro maggiori provider, Vodafone è stato il primo ad ammettere di aver ricevuto l’ordine di sospendere il suo servizio in determinate aree del Paese. «Secondo la legge egiziana - ha spiegato l’azienda in un comunicato - le autorità hanno il diritto di emettere un simile ordine e noi abbiamo l’obbligo di seguirlo».L’Egitto non è il primo Paese che per far fronte a tensioni sociali interviene in modo repressivo su Internet. Ma è finora l’unico ad aver completamente «staccato» il servizio. Nel recente passato si sono avuti altri pesanti interventi. In Iran, in occasione della “rivoluzione verde” del 2009, la Rete fu rallentata e molti siti bloccati, anche se grazie a Twitter il racconto di quanto stava avvenendo nei giorni seguenti le elezioni presidenziali raggiunse il mondo. In Cina esiste un nomignolo («Great firewall») per indicare la grande muraglia virtuale che filtra il traffico Internet locale, impedendo l’accesso a numerosi siti e servizi stranieri. Su questioni di censura, il governo di Pechino è più volte venuto ai ferri corti con realtà internazionali operanti in Cina, da Bbc World a Google. L’occasione più eclatante in occasione delle Olimpiadi di Pechino e più di recente con l’assegnazione del Nobel al dissidente Liu Xiaobo. L’anno scorso «Reporters senza frontiere» ha stilato una lista dei 12 Paesi «nemici» di Internet, che comprende Arabia Saudita, Burma, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Iran, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. «Ma rispetto al modesto intervento che ha avuto luogo in Tunisia, dove l’accesso è stato limitato solo in modo parziale, e in Iran, dove le autorità hanno di fatto rallentato le connessioni, questa volta, in Egitto, stiamo assistendo a qualcosa di completamente differente», afferma Cowie. «È la prima volta che accade un blocco di questo tipo», conferma Raoul Chiesa dell’Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione (Enisa) e del comitato direttivo dell’Associazione italiana per la sicurezza informatica (Clusit). È possibile che qualcosa del genere accada anche in Italia? «Tecnicamente sì», risponde Stefano Quintarelli, esperto di networking e fondatore nel 1994 del primo Internet provider italiano per il mercato business (I.Net). «Nel senso che i cavi che collegano l’Italia all’estero sono un numero limitato, qualche decina di collegamenti in fibra ottica: basterebbe andare da chi li gestisce e dirgli di spegnere tutto. In pratica, però, potrebbe forse succedere solo in presenza di eventi sociali come quelli di cui siamo testimoni oggi in Egitto, il che mi sembra decisamente poco probabile”. Comunque, per evitare il blackout da Internet i cittadini italiani avrebbero un grande vantaggio: la vicinanza alle frontiere con gli altri Paesi. E alle loro reti. «Basterebbe fare 40 chilometri da Milano e agganciarsi con un telefonino a un ripetitore svizzero». dal sito web http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/386538/

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domenica 9 gennaio 2011

Rivolte in Tunisia e Algeria: la guerra del pane

Tensione in Tunisia, proteste contro Ben Ali. Un altro venditore ambulante si dà fuoco

Manifestazioni si stanno verificando da prima di Natale in Tunisia, ma se ne è avuta notizia soltanto da pochi giorni in quanto il governo ne aveva sminuito la gravità. Nel paese, la tensione è ulteriormente aumentata quando le autorità hanno arrestato a Sfax il rapper Hamada Ben-Amor, che la settimana scorsa aveva messo in Rete un brano critico sull'operato del governo.


Intanto sabato 8 dicembre un altro venditore ambulante si è immolato dandosi fuoco a Sidi Bouzid, in Tunisia. Ne dà notizia il sito online di Le Monde. Il secondo ambulante che si è dato fuoco si chiama Moncef Ben K., 50 anni, sposato e padre di famiglia. Si è cosparso di benzina mentre era in corso il mercato della città, già teatro di un analogo gesto di un 26/enne venditore di frutta e verdura, che è poi morto il 4 gennaio dopo per le ustioni riportate.
Moncef Ben K. è stato condotto via in ambulanza e le sue condizioni sono giudicate gravi. Il gesto di disperazione del giovane di Sidi Bouzid - capitale agricola nel cuore della Tunisia - ha dato il via ad un'ondata di contestazioni e di manifestazioni contro la disoccupazione e il carovita.
Per provare a porre fine alle violenze, il presidente Ben Ali (l'ex generale successore di Habib Bourghiba, in carica dal lontano 1987 e protagonista della progressiva repressione di ogni forma di opposizione politica e sociale) ha effettuato un rimpasto dell'esecutivo e rimosso il governatore di Sidi Bouziz, dove si era svolta la prima protesta di disoccupati.
Rivolta del couscous in Algeria. Violenti scontri per i rincari sui generi alimentari
Internet è il sistema nervoso della rivolta. Come accaduto in Algeria, il provvedimento governativo volto ad allentare la tensione non è bastato. In effetti i tumulti sono cominciati dopo che Mohamed Bouazizi, laureato e disoccupato, si è dato fuoco a Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura. Internet è il sistema nervoso della protesta. Numerosi gli attacchi a siti filo-governativi. Ieri sono stati arrestati due blogger particolarmente attivi contro la censura informatica. Gli Stati Uniti hanno convocato oggi l'ambasciatore tunisino a Washington per esprimere la loro «preoccupazione» per gli eventi in quel paese e hanno chieto il rispetto delle libertà individuali, in particolare sulla questione del libero accesso a Internet.
Nuovi scontri a Sidi Bouziz, almeno sei i feriti. Cinque manifestanti e un agente delle forze di sicurezza sono rimasti feriti nel corso di violenti scontri scoppiati oggi in una località vicina a Sidi Bouzid, nella Tunisia centro-occidentale. Lo hanno riferito testimoni e persone vicine ai feriti. Una marcia pacifica di liceali, raggiunti da abitanti dei villaggio, è degenerata in scontri a Saida, nella regione di Sidi Bouzid, epicentro del movimento di protesta cominciato il 19 dicembre scorso, secondo le fonti. Alcuni abitanti e un sindacalista hanno riferito che le forze dell'ordine hanno usato lacrimogeni e hanno aperto il fuoco contro i manifestanti dopo che questi avevano scagliato pietre contro un posto di sicurezza e dato fuoco a un pneumatico. Tra i manifestanti - circa 200-300 persone - almeno tre, identificati con nome e cognome da familiari e conoscenti, sono stati feriti dai proiettili.
La situazione ha destato l'attenzione anche dell'Unione europea. La Commissione dell'Ue si è detta preoccupata per quanto sta accadendo in Algeria e Tunisia e ha ribadito di deplorare «l'uso della violenza e la perdite di vite umane». La commissione ha chiesto anche ai governi algerino e tunisino di «non fare ricorso all'uso della forza e di rispettare le libertà fondamentali». A seguito dell'evolversi della situazione nei due stati nordafricani, diversi ministeri degli esteri - tra cui quello italiano - hanno diramato un warning ai loro cittadini. La Farnesina raccomanda particolare prudenza negli spostamenti all'interno di Algeri e delle principali città. Lo riporta il sito Viaggiare sicuri. Consigli analoghi per la Tunisia: «Dal 18 dicembre scorso manifestazioni di carattere prevalentemente sociale sono state registrate in svariate località situate nella tunisia centro-occidentale, con scontri tra le forze dell'ordine ed i dimostranti. Si raccomanda al riguardo di evitare i luoghi di eventuali manifestazioni di protesta, avendo cura di rispettare le informazioni e le istruzioni emesse dalle autorità locali preposte alla sicurezza. Si raccomanda altresì di mantenersi informati consultando i media locali ed internazionali, nonché le agenzie e gli albergatori di riferimento».
Si registra anche «un'accresciuta instabilità della regione saheliana, confermata dagli episodi di sequestro, registrati nel corso del 2010, a danno di cittadini occidentali perpetrati da gruppi legati al movimento terroristico di al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Si sconsiglia fortemente pertanto di intraprendere viaggi turistici nelle regioni confinanti con Mali, Niger, Mauritania e Libia». (Al.An.)
Algeria, i rincari dei prezzi scatenano la guerriglia: tre morti nella notte
Ad Algeri scontri per i costi degli alimentari di largo consumo. Tumulti anche a Tunisi
Alta tensione in Algeria per i rincari dei prezzi alimentari di largo consumo. Dopo la morte di un manifestante nelle proteste di venerdì, la stampa ha dato notizia che nella notte tra venerdì e sabato sarebbero morte altre due persone, portando a tre il bilancio delle vittime dei violentissimi scontri. Dopo una notte di violenza, la calma sembra essere tornata nella mattina di sabato in tutto il Paese, anche se diverse fonti parlano di manifestanti pronti a colpire nuovamente in serata. Fonti ufficiali non hanno ancora confermato il numero delle vittime, mentre un primo bilancio del ministro dell'interno, Ould Kablia, parla di oltre 150 agenti feriti.SARACINESCHE ABBASSATE - Sabato Algeri si è presentata semideserta. Gran parte dei negozi, in particolare in periferia, ha preferito tenere le saracinesche abbassate. I blindati delle forze anti sommossa presidiano diverse zone della città, come il quartiere di Belcourt, teatro fino a tarda notte di una violenta guerriglia, mentre l'esercito è sceso in campo a Bab Ek Oued. Decine di giovani si sono scontrati a colpi di pietre, bottiglie e fumogeni con gli agenti che per tentare di disperdere i manifestanti hanno fatto uso di lacrimogeni e idranti. Numerosi uffici postali, edifici pubblici, fabbriche e negozi, sono stati devastati nei tre giorni di scontri. Almeno 180 focolai di protesta, riporta la stampa, sono stati registrati da est a ovest.ALGERIA - Il caro-prezzi è stata la miccia che ha fatto esplodere la rabbia della popolazione algerina. A Baraki ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti, esasperati dalla scarsità e dalla precarietà degli alloggi (nella foto). In piazza ci sono anche bambini di circa 10-12 anni. Ad aggravare la situazione, i dati sul sempre altissimo tasso di disoccupazione nel Paese. Secondo i media locali, gruppi di giovani hanno lanciato pietre contro le forze dell'ordine nel popoloso quartiere di Bab el-Oued, ad Algeri. Sempre nella Capitale, sono stati saccheggiati negozi e incendiate delle auto. Proteste sono in corso anche nelle altre grandi città del Paese: Orano, Tipaza, Djelfa, Ouargla, Blida, Annaba e Costantina. Il governo algerino ha deciso che abolirà la tassa introdotta sui prodotti alimentari di largo consumo, riportando i prezzi al livello del passato, ma la notizia non sembra placare gli animi della popolazione. La polizia, intanto, resta in stato di allerta per il timore di nuovi disordini al termine della preghiera del venerdì. A fare le spese della situazione è anche il campionato: tutte le partite del principale torneo della Nazione, in programma tra venerdì e sabato, sono state sospese. TUNISIA - Situazione particolarmente complessa anche in Tunisia. Disoccupati e studenti sono in piazza dopo lo choc per la morte, avvenuta nei giorni scorsi a Tunisi, di un ambulante abusivo. Questi si è dato fuoco perché la polizia gli aveva sequestrato la merce. La tv satellitare Al-Jazeera ha affermato che le proteste sono riesplose in occasione dei funerali del giovane. Migliaia di avvocati hanno aderito ad uno sciopero della categoria. A Jbeniana, 300 km a sud-est di Tunisi, la polizia ha disperso una manifestazione di studenti. A Tala, invece, sono stati eseguiti alcuni arresti. Il governo segue con preoccupazione quanto sta accadendo: il presidente Zin el-Abidin Ben Ali ha attuato un rimpasto di governo e rimosso il governatore di Sidi Bouzid, dove si era svolta la prima manifestazione di disoccupati. UE PREOCCUPATA - Anche la Commissione Europea ha espresso "preoccupazione" per le violente proteste tunisine e algerine. Bruxelles "deplora l’uso della violenza e la perdite di vite umane" e "chiede di non fare ricorso all’uso della forza e di rispettare le libertà fondamentali". La Farnesina chiede agli italiani che vivono o che hanno intenzione di recarsi nella zona di prestare la massima attenzione.
07/01/2011 dal sito web http://libero-news.it/news/579120/Nord_Africa_in_fiamme__in_Algeria_due_Morti.html

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