Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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mercoledì 23 marzo 2011

EGITTO: DOPO PIAZZA TAHRIR

DOPO PIAZZA TAHRIR
Egitto, la denuncia di 18 donne arrestate"Ci hanno sottoposto al test della verginità"
Amnesty International ha chiesto alle autorità egiziane di indagare sulle gravi denunce di torture, compreso l'obbligo a sottoporsi all'incredibile prova inflitta dai militari alle donne che hanno preso parte alle manifestazioni nella capitale. Fotografate nude e sottoposte a scariche elettriche, una volta constatata la non verginità. "Pratiche degradanti e insopportabili"
CAIRO - Il 9 marzo scorso, dopo aver disperso con la violenza una manifestazione in piazza Tahrir, i militari hanno arrestato almeno 18 donne. Queste hanno poi riferito ad Amnesty International 1 di essere state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi mentre i soldati le fotografavano e infine costrette a subire un test di verginita, sotto la minaccia di essere incriminate per prostituzione. Il test di verginita è, in tutto e per tutto, una tortura quando è eseguito con la forza o sotto coercizione. "Costringere le donne a sottoporsi al "test" è intollerabile e degradante. Il vero obiettivo è umiliare le donne in quanto tali. Tutto il personale medico dovrebbe rifiutarsi di prendere parte a questi cosiddetti "test" - dice Amnesty International. Le testimonianze. Salwa Husseini, 20 anni, ha raccontato di essere stata arrestata e portata al carcere militare di El Heikstep, a nord-est della capitale. E' stata costretta a togliersi tutti i vestiti ed è stata perquisita da una guardiana, in una stanza con due porte e una finestra, entrambe aperte. Nel frattempo, i soldati entravano nella stanza per scattare foto alla detenuta completamente nuda. I "test" di verginità sono stati eseguiti in un'altra stanza da un uomo che indossava una giacca bianca. Quelle trovate non vergini - secondo l'espressione usata da quell'individuo in giacca bianca - sarebbero state incriminate per prostituzione.
Anche scariche elettriche. Una donna ha raccontato ad Amnesty International di aver detto che era vergine. Poiché il "test" avrebbe provato il contrario, è stata picchiata e sottoposta a scariche elettriche. "Le donne e le ragazze devono poter esprimere il loro punto di vista sull'Egitto e protestare contro il governo senza essere arrestate, torturate o sottoposte a trattamenti profondamente degradanti e discriminatori", si legge nella denuncia dell'organizzazione internazionale che lotta per il rispetto dei diritti umani. I soldati hanno continuato a umiliare le donne consentendo a tutti di guardare e fotografare quello che stava accadendo, con la minaccia implicita di rendere pubbliche le immagini. Il racconto di una giornalista. Rasha Azeb, una giornalista a sua volta arrestata a piazza Tahrir, ha riferito di essere stata ammanettata, picchiata e insultata. Secondo il suo racconto, le 18 manifestanti arrestate sono state inizialmente portate in un locale del Museo del Cairo, dove sono state ammanettate, picchiate con bastoni e tubi di gomma, colpite con l'elettricità al petto e alle gambe e chiamate prostitute. Rasha Azeb ha potuto ascoltare le urla delle detenute mentre venivano torturate. E' stata rilasciata diverse ore dopo, assieme a quattro colleghi giornalisti, mentre le altre 17 donne sono state trasferite a El Heikstep. Al centro di ribilitazione. Altre testimonianze, raccolte dal Centro El Nadeem per la riabilitazione delle vittime della violenza, sono coerenti con quelle di Rasha Azeb e Salwa Husseini. "Le autorità egiziane devono porre fine a questi trattamenti scioccanti e degradanti nei confronti delle manifestanti. Le donne hanno preso parte in pieno al cambiamento in Egitto e non devono essere punite per il loro attivismo. Alle forze armate e a quelle di sicurezza vanno impartite istruzioni chiare che la tortura e i maltrattamenti, compresi i cosiddetti test di verginita obbligatori, non saranno più tollerati e saranno oggetto di indagini approfondite. I responsabili devono essere portati di fronte alla giustizia e le donne coraggiose che hanno sporto denuncia devono essere protette dalle rappresaglie", afferma ancora la denuncia di Amnesty International. Davanti al tribunale. Le 17 donne detenute a El Heikstep sono comparse di fronte a un tribunale militare l'11 marzo scorso e rilasciate due giorni dopo. Molte di loro sono state condannate a un anno di carcere, con la sospensione della pena. Salwa Hosseini è stata giudicata colpevole di "condotta disordinata, distruzione di proprietà pubblica e privata, ostacolo alla circolazione e possesso di armi". Amnesty International si oppone allo svolgimento di processi di imputati civili presso le corti marziali egiziane, che hanno una lunga tradizione di processi iniqui e le cui procedure limitano gravemente il diritto d'appello.
(23 marzo 2011)

domenica 6 marzo 2011

Mubārak


Muḥammad Ḥosnī Sayyid Ibrāhīm Mubārak, comunemente conosciuto come Hosni Mubarak (arabo: محمد حسنى سيد إبراهيم مبارك, Muḥammad Ḥusni Sayyid Ibrāhīm Mubārak; Kafr el-Musilha, 4 maggio 1928), è un politico egiziano, è stato il quarto Presidente dell'Egitto, carica che ha ricoperto per quasi trent'anni, a partire dal 14 ottobre 1981 fino all'11 febbraio 2011[1].
Mubārak è stato nominato vice-Presidente della Repubblica d'Egitto dopo una brillante carriera militare svolta nei ranghi dell'aeronautica egiziana, nella quale si distinse come generale durante la guerra del Kippur. Assunse la Presidenza, succedendo al Presidente Anwar al-Sādāt, a seguito dell'assassinio di questi il 6 ottobre 1981.
In quanto Presidente dell'Egitto è stato considerato uno dei più potenti leader della regione vicino-orientale. Grazie alla Costituzione del 1971, il Presidente Mubārak ha esercitato un forte controllo sul Paese.


Indice[nascondi]
1 Biografia
2 Il rientro dell'Egitto nella Lega Araba
3 Mubārak e la corruzione
4 Timori di una dittatura familiare
5 Cambiamenti sulla scena economica
6 Guerre e vantaggi economici derivanti dalla prima Guerra del Golfo Persico
7 Mubārak e la Chiesa copta
8 Dimissioni da Presidente dell'Egitto dopo trent'anni di potere
9 Il ritiro a Sharm-el-Sheik
9.1 Responsabilità politiche e militari
10 Onorificenze
11 Note
12 Altri progetti
13 Collegamenti esterni
[modifica] Biografia
Mubārak è nato il 4 maggio 1928 a Kafr el-Musilha, nel governatorato egiziano di al-Manūfiyya. Dopo aver completato le scuole superiori, entrò nell'Accademia Militare Egiziana, dove ricevette il diploma in Scienze Militari nel 1949. Nel 1950 entrò nell'Accademia Aeronautica e alla fine conseguì un Diploma in Scienze Aeronautiche e fu assegnato agli Squadroni Bombardieri. Parte del suo addestramento da pilota che egli completò fu da lui ricevuto nella Scuola sovietica di Addestramento Piloti di Frunze (dal 1991 Bishkek), nella Repubblica Sovietica del Kyrgyzstan. Nella sua progressione militare di comando fu dapprima pilota, quindi istruttore, comandante di Squadrone Aereo e comandante di Base Aeronautica. Nel 1964 fu nominato capo della Delegazione Militare Egiziana in URSS.
Negli anni 1967-1972, durante la Guerra d'Attrito fra Egitto e Israele, voluta da Jamāl ʿAbd al-Nāṣir, Mubārak fu nominato Direttore dell'Accademia Aeronautica e Capo di Stato Maggiore delle Forze Aeree Egiziane. Nel 1972 divenne Comandante delle Forze Aeree Egiziane e vice-Ministro della Guerra. Nell'ottobre 1973, in seguito alla "Guerra d'Ottobre", conosciuta anche come guerra del Kippur o guerra del Ramadan, Mubārak fu promosso al rango di Maresciallo dell'Aria. Nell'aprile 1975 fu nominato Vice-Presidente dell'Egitto e, nel 1978, fu scelto come Vice-Presidente del Partito Nazionale Democratico (NDP).
A seguito dell'assassinio del Presidente Anwar al-Sādāt da parte di fondamentalisti nel 1981, Mubārak diventò Presidente della Repubblica Araba d'Egitto e Presidente del Partito Democratico Nazionale (NDP). Mubārak è sfuggito a non meno di sei tentativi di omicidio.[2]
Hosni Mubārak è sposato con Suzanne Mubārak e ha due figli: ʿAlāʾ e Gamāl Mubārak.
[modifica] Il rientro dell'Egitto nella Lega Araba
L'Egitto è stato l'unico paese nella storia della Lega Araba a essere sospeso a causa della politica del Presidente al-Sādāt, che firmò un Trattato di pace con Israele, e che però fu riammesso nella Lega - otto anni dopo l'assassinio di Sādāt (6 ottobre 1981) - nel 1989, sotto la Presidenza Mubārak. La sede principale della Lega è stata ricollocata nel medesimo complesso di edifici al Cairo.[2] Tuttavia Mubārak cominciò a perdere sostegni a metà degli anni '90. La crisi economica dei primi anni '90 fu imponente. Secondo l'Indice che valuta l'attenzione garantita ai Diritti Umani, l'Egitto occupa il 119º posto su 177 nazioni e viene valutato con un indice di 0,659 su 1.
[modifica] Mubārak e la corruzione
Un duro colpo alla credibilità di Mubārak intervenne allorquando circolarono notizie sul fatto che suo figlio ‘Alā’ era stato favorito dal governo nei processi di privatizzazione avviati dal padre. L'organizzazione Transparency International (TI), che si occupa di valutare tra l'altro l'indice di corruzione politica di un Paese, colloca l'Egitto al 70º posto su 159 nazioni.[3]
[modifica] Timori di una dittatura familiare
Oltre alle voci sul favoritismo che avrebbe avvantaggiato suo figlio ʿAlāʾ prima del suo defilarsi intorno all'anno 2000, un elemento di forte inquietudine è quello che deriva dall'ambizione politica dell'altro figlio di Mubārak, Jamāl, la cui ascesa all'interno del Partito Nazional Democratico si è accompagnata all'ingresso di una generazione di neo-liberisti, passo preliminare per il successivo ingresso nel Governo. Voci sempre più insistenti parlano di una successione in pectore di Jamāl alla Presidenza della Repubblica, secondo una tradizione nepotistica che spesso in Egitto ha avuto modo di manifestarsi pesantemente. Bisogna dire che tale sospetto è stato smentito più volte ma questo non ha fatto diminuire i timori e le ansie di chi vorrebbe uno sviluppo in senso democratico del regime egiziano, finora caratterizzato dal forte peso dell'apparato militare.
[modifica] Cambiamenti sulla scena economica
Nel luglio 2004, Mubārak accolse le dimissioni del Primo Ministro Atef ʿEbeyd e di tutto il suo Gabinetto. Mubārak nominò quindi Ahmed Nazif nuovo Primo Ministro. La nuova compagine ministeriale è stata accolta con un moderato ottimismo, anche per un miglioramento della declinante situazione economica dell'Egitto. Il mercato egiziano è diventato percentualmente il primo paese fra quelli emergenti nell'anno fiscale 2004/2005. Persiste però una forte disoccupazione e Mubārak è stato criticato per aver favorito il grande capitale e le privatizzazioni dell'imponente comparto pubblico dell'economia, avvilendo i diritti dei lavoratori.
[modifica] Guerre e vantaggi economici derivanti dalla prima Guerra del Golfo Persico
Il Presidente Mubārak si è espresso contro la guerra in Iraq del 2003 voluta dagli USA e dalla Gran Bretagna, affermando che la situazione Israelo-palestinese avrebbe dovuto essere affrontata per prima. L'Egitto era un membro della coalizione alleata nella I guerra del Golfo del 1991 (se non si considera il lungo conflitto fra Iraq e Iran che l'aveva preceduta) e i fanti egiziani erano stati tra i primi militari a sbarcare in Kuwait per impegnare le forze armate irachene, godendo per questo di grandi, ma non precisati, vantaggi economici elargitigli dagli USA.[4] In questa sua partecipazione convinta si dice che l'Egitto abbia sofferto pesanti perdite in vite umane, anche se mancano conferme o smentite ufficiali in merito. Secondo Reporter Senza Frontiere i media egiziani sono collocati per libertà d'espressione al 143º posto su 167 nazioni considerate[5].
[modifica] Mubārak e la Chiesa copta
Prima che Mubārak assumesse la Presidenza, il precedente Presidente egiziano Anwar al-Sādāt aveva ordinato a Papa Shenuda III, il capo della Chiesa Ortodossa Copta, di ritirarsi in esilio nel monastero di San Bishoi. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte furono posti agli arresti. Sādāt rimpiazzò la gerarchia ecclesiastica con un Comitato di 5 vescovi e si riferì a Papa Shenūda come all' "ex-papa".
Più di tre anni dopo l'assassinio di Sādāt nel 1981 e la salita al potere di Mubārak, il Presidente richiamò dall'esilio Papa Shenūda III d'Alessandria, il 2 gennaio 1985. Questi tornò al Cairo per celebrare la festività natalizia del 7 gennaio (secondo il calendario copto), e la folla che lo accolse fu valutata in più di 10.000 persone. I cristiani hanno goduto di diritti umani e religiosi relativamente migliori sotto Mubārak, con la loro festività del 7 gennaio riconosciuta come festività nazionale nel 2002.
[modifica] Dimissioni da Presidente dell'Egitto dopo trent'anni di potere.


Per approfondire, vedi la voce Proteste nel Nord Africa e Medio Oriente del 2010-2011.

Per approfondire, vedi la voce Sommosse popolari in Egitto del 2011.
Lo stato d'emergenza in atto nel Paese, decretato nel 1981 a seguito dell'assassinio del Presidente al-Sādāt, è stato oggetto di dure critiche da parte dell'opposizione per l'abnorme estensione dello stesso, che prevede de iure, tra le altre cose, arresti preventivi e controllo diretto dei media. Dopo l'inizio delle sommosse popolari del 2011, innescate dai recenti sommovimenti capitati in Tunisia, durante le quali Mubarak, al 17° giorno di proteste, ha annunciato di volerlo rimuovere solo quando la situazione lo richiederà, il rais viene sottoposto a forti pressioni da parte dei manifestanti e di alcuni governi esteri perché rimetta il proprio mandato.
La rivolta si inasprirà, prolungandosi in giorni di violenti scontri tra esercito e manifestanti, arrivando a costringere alle dimissioni il presidente l'11 febbraio 2011.[6] Piazza Tahrir, al Cairo, luogo simbolo della rivolta, accoglie con manifestazioni di giubilo l’annuncio del vicepresidente Omar Suleiman delle dimissioni da presidente egiziano, dopo trent'anni, di Hosni Mubarak.
[modifica] Il ritiro a Sharm-el-Sheik
Mubarak a poche ore dalle dimissioni dalla carica di presidente lasciò il Cairo per raggiungere la sua residenza a Sharm-el-Sheik, rifiutandosi di espatriare pur in presenza di offerte di ospitalità provenienti da vari stati. [7] Subito si sono susseguite voci su un suo cattivo stato di salute, ipotizzando persino un suo presunto stato comatoso. L'emittente ABC ha tuttavia smentito queste voci, affermando che Mubarak gode invece di "buona salute".[8]
[modifica] Responsabilità politiche e militari
Rieletto per il quinto mandato presidenziale (Settembre 2005)
Presidente del G-15 (1998&2000)
Rieletto per il quarto mandato (1999)
Presidente del Summit Arabo dal giugno (1996)
Presidente dell'Organizzazione per l'Unità Africana "OUA"(1993 - 1994)
Rieletto per il terzo mandato presidenziale (1993)
Presidente dell'Organizzazione per l'Unità Africana "OUA" (1989 - 1990)
Rieletto per il secondo mandato presidenziale (1987)
Presidente del Partito Nazionale Democratico (1982)
Presidente della Repubblica (1981-2011)
Vice-Presidente del Partito Nazionale Democratico (1979)
Vice-Presidente della Repubblica Araba d'Egitto (1975)
Promosso al rango di Tenente Generale (1974)
Comandante dell'Aeronautica Militare e vice-Ministro della Guerra (1972)
Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare (1969)
Direttore dell'Accademia Aeronautica (1968)
Comandante della Base Aerea di Cairo Ovest (1964)
Distaccato all'Accademia Militare sovietica di Frunz (1964)
Docente all'Accademia Aeronautica (1952 - 1959)
[modifica] Onorificenze

Gran Collare dell'Ordine dell'Infante Dom Henrique
[modifica] Note
^ «Egitto, Mubarak si è dimesso: poteri passano in mano ai militari». Adnkronos, 11 02 2011. URL consultato in data 11-02-2011.
^ a b http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/country_profiles/737642.stm
^ L'Italia nel 2009 figura al 63º posto, dal 55° che occupava l'anno precedente. Cfr. questo sito.
^ http://www.economist.com/surveys/PrinterFriendly.cfm?story_id=319594
^ http://www.rsf.org/article.php3?id_article=15331
^ Mubarak si è dimesso. Pieno potere a forze armate.. la Repubblica, 11 febbraio 2011. URL consultato il 11 febbraio 2011.
^ «Egitto: Mubarak rifiuta offerte espatrio». ANSA, 16 02 2011. URL consultato in data 17-2-2011.
^ «Egitto: Abc, Mubarak è in buona salute». ANSA, 17 02 2011. URL consultato in data 17-2-2011.
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Hosni Mubarak
Wikinotizie contiene notizie di attualità su Hosni Mubarak
Wikiquote contiene citazioni di o su Hosni Mubarak
[modifica] Collegamenti esterni
Pagina governativa egiziana
Sito del candidato alle elezioni, di W.H

(Questa voce o sezione tratta eventi in corso o di immediata attualità. Le informazioni possono pertanto cambiare rapidamente con il progredire degli eventi.)

sabato 19 febbraio 2011

Quando i silenzi fanno rumore

Giudico molto interessante l'assoluto silenzio,che ormai è diventato oltre che vergognoso anche assordante,dell'estrema sinistra,della sinistra,del centro sinistra e di Rutelli,FLI, in merito alle vicende che si stanno verificando in tutto il M.O.(oggi si è aggiunta l'Algeria). Questo atteggiamento dimostra un totale menefreghismo oltre che mancanza di progettualità e di soluzioni alternative a quello che questa situazione può portare con conseguenze disastrose. Ormai 'sta gente si occupa - come fa Bersani quando insieme a Pecoraro Scanio va dalla parrucchiera - solo di gossip e di Berlusconi.
Una chicca: dove sono finiti i tipi sinistri, tanto amici del mondo arabo dove il "sig. Colonnello" Gheddafi, figlio di puttana macellaio del suo popolo godeva di tanta stima, affetto ed era preso ad esempio da tutti quelli che appartenevano all'estremismo rosso, compresi i comunisti.
Seconda chicca: da quando Abu Mazen ha fatto un accordo con Israele per scacciare definitivamente dalla sua terra Hamas, i comunisti italiani, i centri sociali e tutte quelle altre mezze seghe nulla facenti che di politica non capiscono un emerito kkk, non esaltano più i Palestinesi.
Voglio aggiungere che tutti, ignoranti, che casualmente stanno sempre dalla parte dei rossi, reputavano la Tunisia come uno stato da prendere ad esempio di democrazia. Gli Israeliani la hanno sempre considerata una dittatura ferrea mascherata da democrazia per attirare il turismo occidentale. Sempre ai signori della sinistra lancio il j'accuse nei confronti di chi nei momenti in cui erano al potere si facevano vedere in tutto il mondo a braccetto con i capi di uno dei gruppi terroristici islamici più feroci del mondo, D'Alema & Hezbollah. Hezbollah cioè coloro che si sono presi con la forza il governo libanese nello stesso momento in cui, finalmente, le commissioni predisposte li avevano considerati criminali di guerra, terroristi ed esecutori materiali dell'omicidio di Hariri. Il mandate, è chiaro, è stato identificato in Hassad che addestra questa gentaglia la quale viene finanziata dal regime teocratico iraniano. Fortunatamente, i cristiani e i moderati libanesi si stanno organizzando, con Israele, per mettere Hezbollah tra due fuochi e distruggerlo. Il quadro completo non lo si può fare in quanto gli eventi sono in corso, ma non ci si può dimenticare che la rivoluzione iraniana contro lo scià persiano e la sua famiglia da parte degli integralisti islamici guidati da (che bruci all'inferno) Komeini, venne (ovviamente) sotsenuta dai comunisti in quanto ritenevano che la dittatura fascista dello scià dovesse essere deposta per essere convertita in una repubblica. I comunisti furono soddisfattissimi perchè effettivamente l'Iran divenne una repubblica. Peccato che fosse islamica , comandata da integralisti e teocratica all'ennesima potenza. Ora il coraggioso giovane popolo persiano ha detto basta e ha cominciato (o meglio continuato, nonostante i gravissimi rischi che corre) a minare il governo di Ahmadinejad. Stranamente, il collante dell'antisemitismo e della distruzione di Israele non fa più leva in questi dimostranti che si esprimono con concetti ben lontani da quelli delle dittature a cui sono stati sottoposti loro malgrado per decenni.

lunedì 14 febbraio 2011

L’incubo di un ritorno al pre-‘67

L’incubo di un ritorno al pre-‘67
Di David Horovitz 2/2
Dall’America, in questi ultimi giorni, è giunta la palpabile sensazione di una leadership presa alla sprovvista, stile 1979, senza una ben formulata idea di come reagire all’istantanea implosione di un alleato di lungo periodo. Gli Stati Uniti non volevano ritrovarsi sul versante sbagliato della storia egiziana, né sul versante sbagliato rispetto all’onesta rivendicazione da parte di masse di comuni cittadini egiziani di quella libertà e democrazia che gli americani hanno, rappresentano e perorano a livello globale. E tuttavia solo una settimana fa il segretario di stato Hillary Clinton aveva osservato con approvazione che il governo di Mubarak era “alla ricerca dei modi per rispondere ai legittimi bisogni e interessi del popolo egiziano”.Quali che siano i limiti del suo potere e della sua influenza, l’America dovrebbe certamente sapere far di meglio che sottovalutare il pericolo rappresentato dalla Fratellanza Musulmana, con la sua avversione per i principi di democrazia, eguaglianza e tolleranza, i suoi trascorsi di feroce antisemitismo e odio per Israele. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto, e ancora dovrebbero, mettere bene in chiaro la loro opposizione all’inclusione della Fratellanza Musulmana in qualunque governo egiziano e – a differenza di quanto non fecero a sufficienza quando il popolo iraniano scese nelle strade – dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per incoraggiare e contribuire a stimolare una nuova dirigenza laica. Dovrebbero insistere, usando l’ovvia leva del loro vasto pacchetto di aiuti, che tutti gli attori in qualunque futura dirigenza egiziana si impegnino a rispettare il trattato di pace con Israele e a mantenere l’impegno di combattere Hamas. Invece la Casa Bianca ha scelto di incoraggiare la “rappresentanza democratica” nel nuovo Egitto “da tutta una serie di importanti attori non laici”, da intendersi come un chiaro riferimento alla Fratellanza Musulmana.Mentre l’America gioca di rimessa, l’Iran – pregustando con delizia la caduta dalla sua parte delle tessere del domino regionale – ha offerto una lezione di cinica realpolitik. Con grandiosa ipocrisia, Teheran ha celebrato il coraggio, lo spirito e la legittimità dei dimostranti egiziani, meno di due anni dopo aver falciato per le strade i suoi propri dimostranti post-elettorali. Si potrebbe utilmente considerare, questa settimana, che uso avrebbe fatto uno spavaldo Iran che fosse già nucleare di quella sua forza di intimidazione e influenza per cercare di plasmare gli eventi in corso in Egitto.Di nuovo, dal punto di vista israeliano la vertiginosa velocità degli eventi serve a ricordarci la nostra persistente vulnerabilità potenziale. Siamo territorialmente e demograficamente dei nani di fonte alle entità in ebollizione schierate tutt’attorno attorno a noi. E non abbiamo più un alleato affidabile in questa regione. E ne abbiamo pochi anche al di fuori di essa.L’Europa ha largamente accettato l’affermazione dei palestinesi secondo cui il ritorno completo sulle linee pre-1967 sarebbe il minimo che gli dobbiamo. E se può darsi che molti americani tornino ad apprezzare, in questi tumultuosi giorni, l’esclusiva lealtà del loro unico alleato democratico in questa regione, la fiducia non è esattamente reciproca. Noi qui in Israele non dimenticheremo tanto in fretta l’aggressione diplomatica che abbiamo subito un paio di anni fa, su disposizione del presidente Usa, per un progetto edilizio di minore importanza a Ramat Shlomo, un quartiere ebraico nella parte est di Gerusalemme che persino i laconici dirigenti dell’Autorità Palestinese hanno da tempo accettato come parte di Israele. In modo assai spiacevole e ingiustificato, l’amministrazione mise pubblicamente in dubbio il nostro stesso impegno verso i rapporti bilaterali, mettendo fin troppo in chiaro che, per quanto saldo potesse essere Israele come partner degli Stati Uniti, la relazione fra noi non è poi sempre così “indistruttibile” e “incrollabile” come viene abitualmente definita dai candidati alla presidenza Usa in corsa per le elezioni.La questione delle attività edilizie negli insediamenti israeliani in Cisgiordania è complessa, controversa e tutt’altro che consensuale. Quel che è certo, comunque, è che non rappresenta il fattore irritante che caratterizza il Medio Oriente. Le masse arabe verosimilmente non amano le case costruite da ebrei in Cisgiordania; e probabilmente non amano nemmeno molto gli ebrei in generale. Ma quello che amano decisamente di meno è vedere la propria vita governata, e devastata, dai loro dittatori.Forse se Stati Uniti ed Europa fossero stati un po’ meno ossessionati dagli insediamenti e un po’ più avveduti sulla dimensione regionale, avrebbero potuto leggerne meglio lo stato d’animo; forse avrebbero potuto capire che le popolazioni di Tunisia, Yemen, Giordania, Egitto e altrove hanno in realtà un’agenda più personale e immediata: il desiderio di maggiori libertà e opportunità. Forse avrebbero potuto intravedere i segnali di pericolo, e fare qualcosa di più per incoraggiare i loro alleati autocrati nella regione a prevenire le rivolte varando sostanziali riforme.Nulla di tutto questo – mentre Israele osserva l’Egitto implodere, la Giordania che barcolla, il Libano che capitola e l’Iran che già assapora i potenziali frutti – vuol dire che siano tutte perdute le speranze di preservare le relazioni che abbiamo nella regione, e di trovare nuovi interlocutori in futuro. La mancanza di profondità geostrategica di Israele, i dati demografici dei nostri vicini, lo scopo morale che sorreggere il nostro stato sovrano: tutto ci impone di esplorare ogni opportunità che si presenti di “tendere una mano di pace e di buon vicinato”, come recita la nostra Dichiarazione di Indipendenza. Ma in questi giorni e in queste settimane di tumulti a livello regionale, il rischio di fare concessioni in nome di una mera speranza e non di una ragionevole certezza di pace, il rischio di impegnarsi con regimi che potrebbero non avere la reale volontà e capacità a lungo termine di onorare gli accordi fatti con noi, raramente è apparso così evidente da far riflettere seriamente.Nel momento in cui Israele è circondato dai siriani con la loro tradizionale ostilità, dal Libano caduto di fresco sotto il controllo dell’Iran, dai regimi traballanti di Hascemiti e Abassidi, dall’Hamastan di Gaza e da un Egitto del tutto imprevedibile, davvero l’occidente crede ancora di dover fare inesorabili pressione affinché torni su quelle linee pre-1967 su cui venne attaccato nei suoi primi vent’anni di indipendenza? Non sarebbe il caso che i nostri amici così benintenzionati esercitassero un po’ più di umiltà? Più che la loro paternalistica convinzione di dover intervenire per salvarci da noi stessi, forse potrebbero accordare un po’ più di rispetto all’idea che a Israele si debba riconoscere il diritto di decidere da sé dove e come siano meglio tutelati i suoi interessi vitali.Nel marzo 1979 firmavamo un trattato di pace con l’Egitto; nell’aprile di quello stesso anno l’Iran diventava la repubblica islamica che sappiamo. Oggi più che in qualunque altro momento dopo di allora, Israele deve affrontare la preoccupazione che sia quest’ultimo evento, e non il primo, quello che finirà per definire la nostra epoca e la nostra regione mediorientale.(fine seconda e ultima parte)Parte 2/2. Per la prima parte di questo articolo vedi:Ribaltate le speranze di un’intera generazione
fonte: http://www.israele.net/articolo,3055.htm (Da: Jerusalem Post, 4.2.11)

giovedì 10 febbraio 2011

Egitto/ Da re Farouk a Mubarak, così l'esercito ha deciso sorti paese

Egitto/ Da re Farouk a Mubarak, così l'esercito ha deciso sorti paese
Giovedi, 10 Febbraio 2011 - 20:40
Gli ultimi sviluppi in Egitto dimostrano che nessun uomo è più grande del suo esercito, nemmeno chi, come Hosni Mubarak, ha assunto i poteri delle Forze Armate oltre a quelli presidenziali. Una storia che si ripete, nel Paese arabo, dove furono i militari a rovesciare re Farouk e i suoi sostenitori inglesi negli anni Cinquanta, ma che non ha mai allarmato Mubarak durante i suoi 30 anni di leadership. La sua legittimazione risiedeva nel suo essere un generale, come i suoi uomini di punta. Generali sono anche il suo nuovo vice presidente Omar Suleiman, il suo primo ministro Ahmed Shafiq e il suo ministro della Difesa Mohammed Tantawi. Tutte le volte che il popolo ha tentato di indirizzare l'esercito contro il regime, l'esercito è diventato, di fatto, il regime, come scrive in un'analisi il quotidiano britannico 'Telegraph'. E tutto questo, i militari lo hanno ottenuto preservando contemporaneamente la loro popolarità e il loro primato: la popolarità evitando di sparando sui manifestanti (sono state le guardie presidenziali e la polizia a causare vittime tra la folla in piazza) e il primato evitando che la rivoluzione andasse troppo in là. Mentre era agli arresti, la scorsa settimana, un alto ufficiale dell'esercito ha detto all'avvocato per i diritti umani Ahmed Saif al-Islam Hafez che le forze armate erano grate ai menifestanti per aver evitato la minaccia che a Mubarak potesse succedere il figlio Gamal. Dichiarazioni che forniscono un elemento chiave per comprendere il ruolo dell'esercito uin Egitto.
fonte: http://affaritaliani.libero.it/ultimissime/flash.asp?ticker=100211204018

Egitto, Mubarak non molla

Egitto, Mubarak non molla
Nel discorso alla nazione non annuncia le dimissioni come in molti si aspettavano ed anzi annuncia:"Resterò al potere fino alle prossime elezioni

Nel discorso alla nazione non annuncia le dimissioni come in molti si aspettavano ed anzi annuncia:"Resterò al potere fino alle prossime elezioni"

Mubarak, ha preso la parola con oltre mezz'ora di ritardo sull'orario previsto (le 21.00 ora italiana) in diretta. Ecco la situazione egiziana in tempo reale.
22:05 - Riesplode la protesta dei manifestantiAl termine del discorso di Mubarak, in piazza sono tantissimi i manifestanti che protestano urlando e agitando le scarpe. "Vattene, vattene" gridano a gran voce, probabilmente delusi per non aver ascoltato quel che si aspettavano: le dimissioni di Mubarak o almeno il passaggio di "potere" al suo vice.
22:03 - Il discorso è terminato
21:58 - "Mi sono sacrificato per questo paese""Usciremo da questa situazione, vogliamo dare una risposta forte a chi viene contro di noi - ha detto Mubarak - ma non accetterò mai diktat stranieri. Voglio ricordare a tutti che io vivo per questo Paese, mi assumerò le mie responsabilità nei confronti di un Paese a cui ho dato tutto quello che ho potuto."
1:50 - "Non mi candiderò alle prossime elezioni, ma fino ad allora resterò al potere""Non mi candido alle prossime elezioni - dice Mubarak - Farò in modo che ci siano tutte le condizioni per tenere elezioni libere e trasparenti in Egitto. La mia priorità ora è far tornare la fiducia nel popolo egiziano. Dobbiamo continuare il dialogo, lontano dai conflitti".
21:45 - Iniziato il discorso di Mubarak
21:41 - Poteri al vice presidente"Ho passato il potere e le mie deleghe al vice presidente Omar Suleiman, secondo quanto prevede la Costituzione". E' questo quanto dovrebbe annunciare il presidente egiziano Hosni Mubarak nel suo discorso televisivo, secondo anticipazioni di 'al-Arabiya'. A proposito delle vittime degli scontri tra manifestanti e polizia delle scorse settimane in Egitto ha assicurato che "il loro sangue non è stato versato invano".
21:40 - Anticipazioni sul discorso di MubarakMubarak, annuncerà la riforma di cinque articoli della costituzione egiziana e l'abolizione di un sesto articolo. Lo riferisce 'al-Arabiya', secondo la quale Mubarak nel suo discorso affermerà di "non accettare i dettami che vengono dall'estero", chiedendo scusa alle famiglie "delle vittime della repressione della polizia".
21:27 - Mubarak si fa attendereE' di quasi mezz'ora il ritardo di Mubarak rispetto all'orario annunciato per il suo discorso. In piazza la gente continua a festeggiare in attesa di ascoltare cosa il presidente egiziano dirà.
21:05 - L'Europa tende la mano all'EgittoL'unione europea si dice pronta ad aiutare la democrazia egiziana. Lo ha dichiarato il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton.
20:55 - In piazza almeno 200.000 personeCirca 200.000 persone sono radunate In piazza Tahrir, in attesa del discorso del capo dello stato che dovrebbe annunciare le proprie dimissioni alla nazione
20:35 - Mubarak parlerà dal CairoSecondo le ultime informazioni raccolte il presidente egiziano terrà il suo discorso alla nazione in diretta televisiva dal palazzo presidenziale proprio dalla città del Cairo. Smentite quindi le notizie che lo davano già in fuga a Sharm el Sheikh.
20:05 - Mubarak parlerà alle 21.00Il presidente egiziano Hosni Mubarak parlerà alle 20 GMT (le 21 in Italia). Lo ha riferito un portavoce del governo.


OBAMA: gli usa faranno tutto ciò che possono» per garantire «una transizione ordinata»
Mubarak: «Affido i poteri a Suleiman, ma resto fino alle prossime elezioni»
L'esercito scende in campo: «Proteggeremo noi la nazione». La piazza furiosa con il rais che non se ne va.
MILANO - La situazione in Egitto sembrava giunta ad un punto di svolta. Ma un discorso in tv del presidente Hosni Mubarack ha riportato indietro le lancette dell'orologio. Il presidente ha detto: «Affido i miei poteri al vice presidente (Omar Suleiman) in base a quanto previsto dalla Costituzione fino alle nuove elezioni che si terranno in settembre a cui non mi candiderò». Mubarack ha promesso ancora una volta le riforme costituzionali necessarie, ma poi ha ribadito: «Non lascerà mai questa terra». «Non accetterò mai diktat» che arrivano da Paesi «stranieri» ha detto ancora Mubarak che poi ha precisato di non voler sospendere lo stato di emergenza in vigore dal 1981. Al discorso con cui Hosni Mubarak ha annunciato di voler restare al potere fino alle elezioni di settembre, piazza Tahrir, teatro princiaple in queste settimane della protesta anti-regime, è esplosa in un urlo di indigna.
LA POSIZIONE DEI MILITARI - E dire che in precedenza l'esercito aveva manifestato un presa di distanza dal presidente egiziano. Nel «comunicato numero 1» del Consiglio supremo delle forze armate egiziane è stato annunciato in tv che il consiglio sta esaminando «le misure» necessarie per proteggere il paese. La televisione di stato ha interrotto i programmi per diffondere il breve comunicato letto da un militare in uniforme. Di seguito, la televisione ha mostrato immagini degli ufficiali membri del consiglio, presieduto dal ministro della Difesa, il maresciallo Mohammed Hussein Tantaui. «Tenuto conto della responsabilità delle forze armate e del loro impegno a proteggere il popolo e preservare i suoi interessi e la sua sicurezza; per vigilare sulla sicurezza della nazione e dei cittadini e sulle conquiste del grande popolo egiziano; per sostenere le richieste legittime del popolo, il consiglio supremo delle forze armate si è riunito oggi, giovedì 10 febbraio». Il consiglio «ha deciso di rimanere riunito in sessione permanente per esaminare le decisioni che possono essere prese al fine di proteggere la nazione, le conquiste e le ambizioni del grande popolo d'Egitto».
MISTERO - La tv Al Arabiya sostiene che Mubarak dopo il discorso è diretto a Sharm el-Sheikh e da lì dovrebbe andare in Germania per curarsi.
SCIOPERI E PROTESTE - Nel diciassettesimo giorno della protesta anti-regime alle manifestazioni si aggiungono gli scioperi. Migliaia di lavoratori di varie categorie - dall'industria petrolifera, ai trasporti, alle telecomunicazioni - sono scesi in piazza per chiedere più trasparenza e migliori condizioni salariali, unendosi ai manifestanti di piazza Tharir che chiedono l'uscita di scena di Mubarak.
LA POSIZIONE USA - Sul fronte politico-diplomatico, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiamato mercoledì il re dell'Arabia Saudita Abdullah. Lo ha reso noto la Casa Bianca, riferendo che «il presidente ha sottolineato l'importanza di adottare misure immediate per una transizione che sia ordinata, significativa, durevole e legittima, e che corrisponda alle aspirazioni del popolo egiziano». «Il presidente - ha precisato la Casa Bianca - ha riaffermato l'impegno a lungo termine degli Stati Uniti per la pace e la sicurezza nella regione». Obama, ha poi detto che gli Usa faranno «tutto ciò che possono» per garantire in Egitto «una transizione ordinata» verso la «democrazia» e che punti a «libere elezioni».
fonte: http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_10/egitto_scioperi_8cff2742-3507-11e0-b824-00144f486ba6.shtml

Egitto: Mubarak sarebbe gia' partito. Esercito, no poteri a Suleiman

Egitto: Mubarak sarebbe gia' partito
Stasera parlera' al Paese. Nbc: Suleiman prendera' il suo posto
ANSA) - IL CAIRO, 10 FEB - Il presidente egiziano Hosni Mubarak, che avrebbe gia' lasciato il Cairo, si dimettera' entro stasera. Lo riferiscono le tv arabe e lo sostiene la Cia. Secondo la tv al Arabiya, Mubarak e' diretto a Sharm el Sheikh assieme al capo di stato maggiore dell'esercito. Omar Suleiman - riporta la Nbc - prendera' il posto del presidente che parlera' stasera al Paese. L'esercito ha annunciato che 'appoggera' le richieste legittime del popolo'. Piazza Tahrir, riempita totalmente, e' in fibrillazione.

Egitto: esercito, no poteri a Suleiman
Fratelli musulmani, temiamo un colpo di stato
(ANSA) - IL CAIRO, 10 FEB - Fonti dell'emittente tv al Jazira hanno detto che l'esercito si e' opposto alla diffusione di un discorso in cui il presidente egiziano Mubarak avrebbe dovuto annunciare il trasferimento di tutti i suoi poteri al vice presidente Omar Suleiman. Mubarak, secondo quanto riferito dalla Tv di Stato, ha incontrato lo stesso Suleiman ed il premier Shafiq. Un alto esponente dei fratelli Musulmani intanto lancia l'allarme: temiamo che l'esercito stia preparando un colpo di stato

Egitto, Mubarak verso l'addio
Il Paese rischia di piombare nel caos, presidente forse in fuga
Mubarak, prenderà nuovamente la parola in diretta tv e probabilmente già in serata annuncerà le sue dimissioni. Ancora non è chiaro a chi andranno i poteri. Sembra ipotizzabile che l'esercito possa assumere il controllo del Paese. Ecco la situazione egiziana in tempo reale.
19:55: Obama:"Si sta facendo la storia"Proseguendo nel suo discroso il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha poi detto che in Egitto "si sta facendo la storia, una nuova generazione leva la voce per essere udita". Gli Usa, ha detto, faranno "tutto ciò che possono" per garantire "una transizione ordinata" verso la democrazia e che punti a "libere elezioni".
19:44 - Mubarak ancora al Cairo"Nostre fonti hanno confermato la presenza di Hosni Mubarak nel palazzo presidenziale del Cairo". Lo ha annunciato la tv satellitare 'al-Arabiya'. Il presidente egiziano "Mubarak non è partito per Sharm el-Sheikh, ma sta trattandoil passaggio di poteri con il suo vice Omar Suleiman",
19: 30 - Obama commenta la situazioneIl presidente degli Stati Uniti ha appena iniziato una diretta televisiva dal Michigan per commentare quanto sta accadendo in Egitto. La Casa Bianca segue "passo passo" l'evolversi della situazione in Egitto, "ma ciò che gli Stati Uniti si aspettano non cambia - ha detto Obama: transizione ordinata ed elezioni libere e giuste".
19: 25 - Netanyahu: "Egitto vuole stabilità"Il premier Benyamin Netanyahu ha detto che Israele "desidera in Egitto stabilità e continuità e che sia preservata la pace con Israele, quale che sia il governo al potere. Noi comunque - ha aggiunto - ci aspettiamo che il governo in Egitto sappia tutelare la pace" con Israele.
19: 15 - Festeggiamenti e danzeAnche se resta il mistero sulla sorte di Mubarak e si cerca di capire se rimarrà al potere o no, i migliaia di manifestanti di piazza Tahrir hanno già cominciato a esprimere gioia con danze e canti e sventolando in alto piccoli striscioni e cartelli con la scritta "Mubarak vattene".
19:05 - In piazza si festeggia:"Il regime è caduto"Un comandante dell'esercito ha parlato ai manifestanti in piazza Tahrir e le sue parole hanno scatenato scene di grande gioia. "Tutto ciò che volete sara' realizzato", ha affermato il generale Hassan al-Roweny, che comanda l'esercito per la regione centrale. Roweny ha poi chiesto alle migliaia di manifestanti che affollano la piazza di cantare l'inno nazionale e mantenere il Paese sicuro. Ascoltate queste parole, i manifestanti hanno intonato un coro: "Il popolo chiede la caduta del regime e il regime è caduto".
19:00 - Mubarak incontra premier ShafiqIl presidente egiziano Hosni Mubarak sta ora incontrando al palazzo presidenziale il primo ministro Ahmed Shafiq. Lo ha riferito la tv di Stato egiziana. In precedenza aveva incontrato anche il vice presidente Omar Suleiman.

mercoledì 9 febbraio 2011

Egitto: Al Qaeda chiama alla guerra santa

Tre morti negli scontri al Sud. Egitto, non solo piazza Tharir. La protesta del Cairo si allarga.

Al Qaeda invita tutti alla jihad

Dalla piazza Tharir del Cairo, la rivolta anti-regime egiziana ha oggi guadagnato altro terreno. I manifestanti hanno stabilito presidi anche in altri luoghi simbolo della città: davanti al Parlamento e davanti alla presidenza del consiglio dei ministri, affermando ancora una volta che non se ne andranno fino a che il presidente Hosni Mubrak rimarrà al potere. Allo stesso tempo, il vicepresidente Omar Suleiman parla di dialogo come unico viatico per la stabilità, altrimenti, un «indesiderabile colpo di stato sarà l’alternativa, ma noi cerchiamo di evitare questa opzione». Il ministro degli esteri Ahmed Abul Gheit ha ammonito dal canto suo che l’esercito potrebbe intervenire per proteggere la sicurezza nazionale, se «avventurieri» tentassero di prendere il potere. Ma i promotori della rivolta non sembrano impressionati. «Andremo avanti fino in fondo. Non vogliamo una mezza rivoluzione. Non vogliamo alcun dialogo con il regime criminale. Ci saranno sempre più piazze Tahrir, ovunque, in tutto il Paese», ha detto oggi all’Ansa Khaled El Sayed, uno dei dirigenti del movimento giovanile che per primo si è mobilitato per l’inizio della rivolta, organizzando la prima manifestazione della «collera», il 25 gennaio. I fratelli Fratelli Musulmani, maggior gruppo di opposizione, a loro volta continuano a dire che il presidente Mubarak deve lasciare il potere ma sono invece disponibili a continuare il dialogo per la transizione, avviato la settimana scorsa. «I veri colloqui per il passaggio dei poteri non sono ancora cominciati», ha però affermato un dirigente della Confraternita, Essam al-Erian, aggiungendo che ancora «c’è una lotta sull’ ostinazione di un uomo», ovvero il presidente Mubarak. I colloqui potrebbero comunque riprendere tra qualche giorno, secondo quanto ha detto Saad al-Katatny, che ha rappresentato i Fratelli all’incontro dei gruppi dell’ opposizione con Suleiman. Ma intanto, diventano sempre più numerose e a macchia di leopardo le manifestazioni e scioperi per rivendicare aumenti salariali o anche case popolari. Oggi ce sono state oggi in diverse città del Paese, come Alessandria, Port Said, Suez; oltre che in varie zone della capitale, dove sulla piazza Tharir erano comunque presenti ancora decine di migliaia di persone, molte della quali pronte a passare lì la loro 16/ma notte. E oggi ci sono state anche nuove violenze, e vittime. Nel Sud, Kharga, un’oasi in mezzo al deserto, dove per disperdere una manifestazione la polizia ha sparato, causando la morte di tre persone e il ferimento di decine d’altre. Una folla inferocita ha poi reagito dando alle fiamme diversi edifici pubblici e due stazioni di polizia. Il rais, oggi ha invece tenuto un basso profilo, limitandosi solo a far sapere di aver ricevuto l’inviato presidenziale russo per il Medio Oriente, Alexandr Sultanov. Il suo pensiero è però emerso tramite il suo ministro degli esteri Aboul Gheit, che si è detto «infuriato» con la prima risposta data dagli Stati Uniti sulla crisi in Egitto e «sbalordito» per richieste fattegli dal vicepresidente americano Joe Biden di una riforma immediata della legge egiziana sullo stato d’emergenza. Intanto oggi la branca irachena di Al-Qaeda ha invitato i manifestanti egiziani alla guerra santa e all’instaurazione di un governo basato sulla legge coranica. Il sedicente "Stato Islamico dell’Iraq" ha chiamato alla jihad i manifestanti anti-governativi che da più di due settimane protestano contro il presidente Hosni Mubarak, e li ha esortati a battersi per l’instaurazione di un regime fondato sulla sharia, la legge coranica: l’appello è contenuto in un messaggio apparso nelle ultime 24 ore su diversi siti filo-integralistici di Internet, ed è stato intercettato dagli specialisti di "Site", gruppo di monitoraggio anti-terrorismo on-line con sede negli Stati Uniti. Si tratta della prima reazione conosciuta di un qualche movimento comunque affiliato a Al-Qaeda rispetto agli avvenimenti in corso in Egitto. Nel messaggio si afferma che nel Paese nord-africano «si è aperto il mercato della guerra santa», alla quale debbono partecipare tutti gli uomini in grado di combattere, e che si sono altresì «schiuse le porte del martirio». I dimostranti egiziani sono quindi invitati a non lasciarsi tentare dalle «vie ingannevoli e brute» del secolarismo, della democrazia e del «marcio nazionalismo pagano», in quanto «la vostra Jihad è a sostegno dell’Islam, degli egiziani deboli e degli oppressi, del «vostro popolo in Iraq e a Gaza», e «a favore di ogni musulmano che sia stato raggiunto dall’oppressione del tiranno d’Egitto e dei suoi padroni a Washington e a Tel Aviv». Segue l’offerta di «sette consigli» per costringere Mubarak alla caduta, e per assicurarsi che nessuno di coloro che fanno parte della sua cerchia possa mantenere il potere.

fonte: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/388197/

L’APPELLO È STATO LANCIATO A TUTTI I MANIFESTANTI EGIZIANI
Egitto: Al Qaeda chiama alla guerra santa

09/02/2011, ore 16:47 -
IL CAIRO – Ancora alta, altissima, la tensione in Egitto, dove la branca irachena di AL Qaeda, ha chiamato i tanti manifestanti egiziani alla guerra santa, esortandoli a battersi per l’insediamento di un regime fondato sulla sharia, la legge coranica.L’appello, lanciato in rete nelle ultime 24 ore su alcuni siti filo-integralistici, è stato captato dal gruppo di monitoraggio anti-terrorismo, “Site”, con sede negli Usa. “Si è aperto il mercato della guerra santa” - spiega il testo jihadista - e si sono schiuse le porte del martirio”. Un messaggio indirizzato a tutti gli egiziani “deboli e oppressi”. Una battaglia da combattere “a favore di ogni musulmano che sia stato raggiunto dall’oppressione del tiranno d’Egitto e dei suoi padroni a Washington e a Tel Aviv”.Intanto, dopo circa sedici giorni di proteste contro Mubarak, sono migliaia le persone che per tutta la notte hanno protestato Al Cairo, nella centralissima piazza Tahrir. Sono infatti sempre più i canti di sfiducia nei confronti del presidente egiziano. Neanche la proposta di nuovi emendamenti alla costituzione e libere elezioni a tempo breve, promossa dal vicepresidente, Suleiman ha placato gli animi della folla. Egli stesso ha poi proseguito lanciando un allarme. Tra gli evasi delle scorse settimane, sarebbero infatti presenti alcuni militanti di Al Qaeda, legati a Bin Laden.Sul difficile momento del paese nord-africano, si è pronunciato anche il presidente delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon. “È importante che i rappresentanti di governo e popolo siedano ad un tavolo ed avviino un dialogo su cosa sia meglio per il loro futuro”.
di Dario Palladino fonte: http://www.julienews.it/notizia/dal-mondo/egitto-al-qaeda-chiama-alla-guerra-santa/65909_dal-mondo_1_1.html

sabato 5 febbraio 2011

Egitto, lascia vertice del partito al governo

Domani riaprono le banche e la borsa
Egitto, lascia vertice del partito al governo

ultimo aggiornamento: 05 febbraio, ore 21:58
Il Cairo - (Adnkronos/Ign) - Si è dimessa tutta la direzione del PND, ma non Mubarak. Il presidente incontra i ministri economici. Ancora proteste, i manifestanti riuniti nel centro di piazza Tahrir al Cairo hanno annunciato una nuova manifestazione per domani, battezzata la 'Domenica dei Martiri'. Un bambino a capo della rivolta ad Alessandria (VIDEO).Manifestazioni anti Mubarak anche a Roma e Milano (FOTO). Vai al FORUM

Il Cairo - (Adnkronos/Ign) - Si è dimessa tutta la direzione del PND, ma non Mubarak. Il presidente incontra i ministri economici. Ancora proteste, i manifestanti riuniti nel centro di piazza Tahrir al Cairo hanno annunciato una nuova manifestazione per domani, battezzata la 'Domenica dei Martiri'. Un bambino a capo della rivolta ad Alessandria (VIDEO).Manifestazioni anti Mubarak anche a Roma e Milano (FOTO)
Il Cairo, 5 feb. (Adnkronos/Ign) - Il presidente egiziano, Hosni Mubarak, non si è dimesso dalla carica di presidente del Partito nazionale democratico (PND), al governo nel paese. Lo ha annunciato la tv satellitare 'al-Arabiya', correggendo quanto aveva annunciato in precedenza. Secondo le ultime informazioni, si è dimessa tutta la direzione del PND, ma non Mubarak.
Hosni Mubarak rimane presidente del partito e dell'Egitto, nonostante le proteste nelle strade di tutto il paese, riporta l'emittente. "Come presidente del Partito nazionale democratico (PND), il presidente Mubarak ha deciso di nominare Hossam Badrawi segretario generale del partito", prosegue l'emittente, citando un banner comparso sulla tv di stato.
Per discutere della situazione economica Mubarak oggi ha incontrato i ministri economici e il governatore della Banca centrale egiziana. Al termine del vertice è stata decisa la riapertura delle banche e della Borsa domani. L'allarme che emerge da alcune stime è che durante le proteste sono stati persi 300 milioni di dollari al giorno.
La situazione in Egitto è stata al centro dell'attenzione internazionale durante la Conferenza per la Sicurezza di Monaco. "Naturalmente ci sono rischi anche con la transizione alla democrazia - ha detto il segretario di Stato americano Hillary Clinton - potrebbe essere caotica, potrebbe provocare una instabilità a breve termine. O ancora peggio, e questo l'abbiamo visto in passato, la transizione potrebbe scivolare indietro in un nuovo regime autoritario". Per questo il cambiamento "funzionerà solo se sarà ponderato, comprensivo e trasparente". "Chi vuole partecipare al sistema politico deve impegnarsi al rispetto di principi basilari, come la rinuncia dalla violenza come strumento di coercizione politica, il rispetto dei diritti delle minoranze e partecipare ad uno spirito di tolleranza e di compromesso", ha poi osservato a proposito della eventuale formazione di un nuovo governo. "Chi si rifiuta di assumere questi impegni non merita di sedersi al tavolo", ha detto ancora in quello che è suonato come un messaggio rivolto ai Fratelli Musulmani.
I quali a loro volta in una nota hanno replicato all'Iran che le proteste in corso in Egitto non sono segnale di un "risveglio" dell'Islam ispirato alla Rivoluzione iraniana del 1979, come affermato dalla Guida Suprema iraniana l'Ayatollah Ali Khamenei. "Le proteste non sono un risveglio islamico, ma sono proteste di massa di tutte le fasce della popolazione egiziana e di tutte le religioni, contro un regime ingiusto e non democratico" si legge in una nota dei Fratelli Musulmani. "Si tratta di una rivoluzione pacifica per chiedere la riforme e uno stato laico e civile" si legge nella nota pubblicata sul sito web del gruppo, sottolineando che le proteste non hanno alcun nesso "con tendenze islamiche".
"E' necessario un ordinato processo di transizione per evitare che vi sia un totale vuoto di potere, credo che elezioni troppo veloci per iniziare la democratizzazione siano un errore", ha osservato il cancelliere tedesco Angela Merkel. Inoltre, la cancelliera tedesca ha sottolineato come gli europei debbano evitare di cadere nella tentazione di dire agli egiziani quello che devono fare.
Per il premier britannico David Cameron, non spetta all'Europa "puntare il dito e dire che un leader deve lasciare" ma il regime egiziano "deve scegliere le riforme politiche" piuttosto che la repressione.
Le rivolte nel mondo arabo sono state provocate dalla "povertà e l'insicurezza" delle condizioni di vita, ma anche dalla "corruzione" e da una "mancanza di democrazia", ha osservato il segretario di generale dell'Onu Ban Ki moon.

mercoledì 2 febbraio 2011

Egitto/ Iran: rivolta aiuterà a creare un Medio Oriente islamico

Egitto/ Iran: rivolta aiuterà a creare un Medio Oriente islamico
Denunciate le ingerenze americane dal ministro degli Esteri

Teheran, 1 feb. (TMNews) - La rivolta in Egitto aiuterà a creare "un Medio Oriente islamico". Lo ha indicato il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi, citato dalla televisione di Stato, che ha denunciato le ingerenze americane nel movimento popolare "alla ricerca di libertà".
"Tenendo presente quello che so del grande popolo rivoluzionario dell'Egitto, che sta facendo la storia, sono sicuro che svolgeranno un ruolo nella creazione di un Medio Oriente islamico per tutti quelli che aspirano alla libertà, alla giustizia e all'indipendenza", ha dichiarato Salehi, secondo il sito internet della televisione di stato.
La rivolta in Egitto "mostra la necessità di cambiamento nella regione e la fine dei regimi impopolari", ha insistito. "Purtroppo, osserviamo l' ingerenza diretta (...) di alcuni responsabili americani", ha denunciato.
Il ministro ha garantito che l'Iran proporrà il suo aiuto ai manifestanti. "Ci schieriamo al fianco di quanti aspirano alla libertà nel mondo e sosteniamo la rivolta della grande nazione d'Egitto", ha aggiunto, con un pensiero per gli oltre 125 morti e migliaia di feriti del movimento. Domenica, l'Iran aveva già espresso il suo sostegno al "popolo coraggioso d'Egitto" e criticato la reazione "retrograda" dei Paesi occidentali.
I legami tra Teheran e Il Cairo sono tesi dalla rivoluzione islamica in Iran e dal riconoscimento da parte dell'Egitto dello stato di Israele. Nel 2009, i risultati delle elezioni presidenziali in Iran, falsate da frodi massicce secondo l'opposizione riformista, avevano scatenato manifestazioni in tutto il Paese, rigorosamente represse dal potere che ha fermato migliaia di persone e ne ha condannate centinaia.

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