Pietro Berti

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VILLA BERTI - IMOLA VIA BEL POGGIO 13

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Anchorage

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lunedì 29 novembre 2010

Guatemala: incidente stradale, 19 morti, quasi tutti ragazzini

Guatemala: incidente stradale, 19 morti, quasi tutti ragazzini
Almeno 19 persone sono morte e altre 57 sono rimaste ferite in un incidente stradale in Guatemala, dove un camion carico di circa 90 contadini, in maggioranza ragazzi fra i 12 e i 19 anni che tornavano a casa dopo il lavoro in una piantagione di caffè, si è schiantato contro un muro lungo una strada di montagna situata nell'ovest del Paese.
Lo hanno reso noto oggi fonti dei soccorritori, precisando che l'incidente è avvenuto nella notte di ieri. Secondo i primi accertamenti, lo schiantO è avvenuto mentre il camion, stracarico, percorreva una ripida e sinuosa strada di montagna, apparentemente dopo la rottura dei freni.
(ats)

http://www.bluewin.ch/it/index.php/572,348945/Guatemala__incidente_stradale,_19_morti,_quasi_tutti_ragazzini/it/news/diversi/sda/

Rio de Janeiro - Brasile: guerra ai narcos




Rio de Janeiro, 28 nov. - Le bandiere del Brasile e dello Stato di Rio sventolano sulla torre di una funivia in costruzione nel Complexo do Alemao, a simboleggiare la conquista della polizia delle favelas della parte nord di Rio de Janeiro. Gli agenti, appoggiati dai militari dell'esercito, sono entrati nelle favelas dove si erano barricati dai 500 ai 600 narcotrafficanti. Al raid hanno partecipato circa 2600 paracadutisti, tiratori scelti, componenti dei reparti di assalto della polizia e agenti militari sostenuti da blindati ed elicotteri. "Abbiamo vinto. Abbiamo liberato la popolazione dell' Alemao", ha annunciato il comandante della polizia militare di Rio, il colonnello Mario Sergio Duarte, aggiungendo che i malviventi hanno preferito fuggire anziche' affrontare le foze dello stato. Dopo aver preso il controllo del territorio, la polizia ha cominciato a setacciare casa per casa alla ricerca dei narcotrafficanti, effettuando numerosi arresti e sequestrando droga e armi di ogni tipo. La guerra tra le bande di narcos e la polizia ha lasciato sull'asfalto almeno 35 vittime nella favela di Vila Cruzeiro, considerata la principale roccaforte di una banda nota come Comando Vermelho, Comando Rosso. Le bande di narcotrafficanti si erano poi rifugiate nel Complexo do Alemao, enorme quartiere situato a ridosso di una montagna.

tratto da http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201011282258-ipp-rt10066-brasile_polizia_conquista_le_favelas_di_rio_dei_nercotrafficanti

Questa guerra fortemente voluta dal presidente uscente Lula, è stata decisa , iniziata e verrà terminata con l'occupazione di tutti i punti strategici e delle roccaforti dei narcotrafficanti con un imponente dispiego di polizia militare, reparti speciali ed esercito, i quali hanno l'ordine di eliminare fisicamente quanti più narcotrafficanti sia possibile. Lula si è voluto prendere questa responsabilità ad elezioni avvenute, dopo il ballottaggio che ha visto vincente la sua protetta e intende terminarla entro il giorno prima del passaggio di consegne al nuovo presidente. Parole sue "Costi quello che costi ripuliremo dalla feccia dei narcotrafficanti tutte le favelas loro roccaforti. Per questa operazione non poniamo limiti all'uso della forza." Ritengo che Lula in questa occasione stia combattendo una guerra difficile e pericolosissima ma dovuta. Ritengo inoltre che sia stata preparata nei minimi dettagli da molto tempo e sia destinata a dare un colpo mortale ai delinquenti che trafficano e vendono la morte. Dulcis in fundo le destre sud-americane, il Messico e gli USA hanno dato i lloro plauso all'iniziativa e il loro appoggio. Buona notizia che apparirà tra poco è quella che le squadre speciali para-militari del Messico stanno preparando gli attacchi per debellare in tutte le città di frontiera messicane le roccaforti dei narcotrafficanti .

Memento al regista Irving Kershner

Memento al regista Irving Kershner scomparso oggi

Memento all'attore Leslie Nielsen

Memento all'attore Leslie Nielsen recentemente scomparso

MEMENTO AL REGISTA MONICELLI

MEMENTO AL REGISTA MONICELLI
‎29.11.2010 Oggi il cinema italiano (giorno nero per il cinema) ha perso il maestro indiscusso della commedia all'italiana, Mario Monicelli, 95 anni suicidatosi in tarda serata dal balcone del 4° piano dell'ospedale in cui era ricoverato. Da parte nostra esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia dell'insigne regista, constatiamo che un altro grande rappresentante del cinema italiano ci ha lasciati.

domenica 28 novembre 2010

Strage di Erba: Olindo e Rosa


Strage di Erba

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Erba
Con "strage di Erba" si indica un episodio criminale avvenuto a Erba (CO), in Lombardia, l'11 dicembre 2006.
Nella strage, compiuta nell'appartamento di una corte ristrutturata nel centro della cittadina, furono uccisi a colpi di coltello e spranghe Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la nonna del bambino Paola Galli, e la vicina di casa Valeria Cherubini. Suo marito Mario Frigerio, presente sul luogo, si è salvato perché creduto morto dagli assalitori. Dopo la strage, l'appartamento fu incendiato.
Il 26 novembre 2008, la Corte d'Assise di Como ha condannato i coniugi Olindo Romano (Albaredo per San Marco 10 febbraio 1962[1]) e Angela Rosa Bazzi (Erba 12 settembre 1963[1]) all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, ritenendoli responsabili della strage.[2] Il 20 aprile 2010 la Corte d'Assise d'Appello di Milano ha riconfermato la medesima condanna.[3]
Indice[nascondi]
1 Eventi e successive indagini
2 Processo
3 Vittime
4 Note
5 Bibliografia
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Eventi e successive indagini [modifica]
La sera dell'11 dicembre 2006, verso le 20:30, i Vigili del Fuoco di Erba intervengono in una vecchia corte ristrutturata in Via Diaz 25, dove è divampato un incendio in uno degli appartamenti che la compongono. I pompieri entrano per primi nell'abitazione, dove scoprono quattro corpi senza vita e un sopravvissuto, Mario Frigerio, gravemente ferito, che viene trasportato d'urgenza all'Ospedale Sant'Anna di Como dove rimane in coma poco meno di un mese.
Raffaella Castagna (30 anni), volontaria in una comunità di assistenza a persone disabili, è stata colpita con una spranga, aggredita da dodici coltellate e poi sgozzata. A coltellate è stata uccisa anche Paola Galli (60 anni), casalinga, madre di Raffaella, e la vicina di casa Valeria Cherubini (55 anni), commessa, accorsa per prestare aiuto. Con un colpo unico alla gola è stato assassinato il piccolo Youssef, un bambino di tre anni e tre mesi, figlio di Raffaella. Il marito della Cherubini, Mario Frigerio (63 anni), è stato percosso e accoltellato alla gola ma è sopravvissuto grazie ad una malformazione congenita della carotide che gli ha impedito di dissanguarsi completamente.
Le indagini, condotte inizialmente dal procuratore di Como Alessandro Lodolini, si concentrano su Azouz Marzouk, nato il 28 aprile 1980 a Zaghouan (Tunisia)[4], marito di Raffaella Castagna e padre di Youssef Marzouk che aveva precedenti penali per spaccio di droga era uscito dal carcere grazie ad un indulto. Marzouk era in Tunisia in visita ai genitori al momento dei fatti; rientra precipitosamente in Italia, dove viene interrogato dai carabinieri. Gli inquirenti confermano il suo alibi e iniziano a sospettare di un regolamento di conti compiuto contro di lui.
Il 9 gennaio 2007, dopo un lungo interrogatorio, i coniugi Olindo Romano (48 anni, netturbino) e la moglie Rosa Bazzi (47 anni, domestica), vicini di casa di Raffaella Castagna, vengono arrestati. Contro di loro vi sarebbero tracce del DNA di Valeria Cherubini, ritrovate nella SEAT Arosa di Romano, dai RIS di Parma. L'uomo è accusato di omicidio plurimo pluriaggravato, la donna di concorso. Sarà la testimonianza di Frigerio, ripresosi dopo le gravi ferite subite, a chiarire che anche Rosa ha partecipato attivamente alla strage.
Gli inquirenti risalgono ai frequenti diverbi esistenti fra i Romano e Raffaella Castagna, sfociate anche in una lite il 31 dicembre 2005 e in una causa civile fra le parti, che avrebbe dovuto svolgersi due giorni dopo la strage: in quell'occasione, i coniugi Romano avevano aggredito e percosso la Castagna, che aveva sporto denuncia contro di loro, pur offrendosi di rimetterla in cambio di un risarcimento in denaro. L'episodio, comunque, era solo l'ultimo di una lunga lista di ostilità e sgarbi tra inquilini, frequentemente sfociati in diverbi e litigi. I due ribadiscono la loro innocenza e dichiarano di aver trascorso la serata in un McDonald's di Como, di cui hanno conservato anche lo scontrino, il cui orario è però due ore avanti rispetto alla strage.[5]
L'11 gennaio 2007, davanti ai magistrati Alessandro Lodolini, Simone Pizzotti, Mariano Fadda, Antonio Nalesso e Massimo Astori, i Romano ammettono di essere gli esecutori della strage, descrivendone con minuzia i singoli atti, uno dei quali, il fendente alla coscia di una delle vittime, inferto con una lama piccola, dal basso verso l'alto, coincide millimetricamente con le risultanze dell'autopsia. Contro di loro anche la testimonianza di Mario Frigerio, unico sopravvissuto.
Il 10 ottobre, di fronte al Gup che dovrà decidere se aprire o meno il processo, Olindo dichiara di essere innocente e ritratta la sua confessione. Anche la moglie Rosa ritira le sue dichiarazioni. I parenti delle vittime insorgono in aula, il giudice è costretto a sospendere la seduta. Azouz Marzouk chiede la pena di morte per i due imputati. L'accusa, rappresentata dal PM Massimo Astori, considera le ritrattazioni dei Romano come una semplice variazione della strategia difensiva.
Il 12 ottobre, Olindo Romano e Rosa Bazzi sono rinviati a giudizio.
Processo [modifica]
La prima udienza si tiene il 29 gennaio 2008; nonostante la folla presente, solo 60 persone sono ammesse nell'aula di giustizia. Per i giornalisti viene predisposta una sala collegata via video con l'aula; vengono ammesse solo le telecamere della trasmissione di Rai 3 Un giorno in pretura che potrà utilizzare le immagini del processo solo dopo la sentenza. Nel corso delle udienze, i coniugi Romano passano il tempo scambiandosi effusioni e ridacchiando tra loro, persino durante la proiezione in aula delle fotografie del cadavere del piccolo Youssef.
Il 18 febbraio 2008 Olindo accusa i carabinieri che l'hanno interrogato di avergli fatto il lavaggio del cervello e di averlo convinto a confessare, promettendogli in cambio pochi anni di carcere e l'immediata liberazione della moglie Rosa. Negli stessi giorni, i loro vicini di casa testimoniano davanti alla corte che i Romano avevano creato un clima di terrore nel condominio con litigate furiose, minacce verbali, lanci di vasi nei terrazzi altrui, lettere di avvocati; più volte le forze dell'ordine erano dovute intervenire e diversi inquilini dello stabile avevano preferito trasferirsi altrove per evitare ulteriori litigi. La difesa tenta di sostenere che lo stesso giorno della strage un estraneo era presente nella casa di Raffaella Castagna.
Il 26 febbraio 2008 testimonia l'unico testimone oculare, Mario Frigerio che conferma che a compiere la strage sono stati Olindo Romano e una "seconda persona, una donna, quasi sicuramente Rosa Bazzi". Nell'aula si verificano tensioni fra accusa e difesa, in particolare durante il controinterrogatorio di Frigerio da parte degli avvocati dei Romano: dopo alcune insistenti domande dei difensori che tentano di metterne in dubbio la credibilità e di dipingerlo come un teste falso, Frigerio si rivolge a loro esclamando: "Vergognatevi!"; il pubblico ministero interviene in difesa del teste e il giudice sospende l'udienza. In quegli stessi giorni, il programma televisivo Matrix di Canale 5 realizza una fiction sulla strage.
Il 28 febbraio 2008 Olindo Romano rilascia una seconda dichiarazione spontanea, confermando il presunto lavaggio del cervello e dichiarando di essere stato trattato come una bestia nel carcere di Como; chiede di non venire separato dalla moglie. Le testimonianze dei carabinieri che lo hanno interrogato rivelano invece che Olindo e Rosa confessarono, dicendo loro di volersi liberare la coscienza. La moglie, che doveva anch'ella rilasciare dichiarazioni, rinuncia perché, secondo i legali, profondamente colpita dalle accuse rivoltele da Frigerio. Rosa parlerà al processo, nella successiva udienza del 3 marzo 2008: nella sua deposizione dice di aver confessato dietro la promessa degli arresti domiciliari. Inoltre dichiara di non essere mai salita nella casa di Raffaella Castagna e smentisce di aver mai avuto diverbi con lei, sostenendo anzi che cercava di aiutarla, quando aveva bisogno.
Il 31 marzo 2008 la difesa chiede di spostare il processo lontano da Como perché i media locali avrebbero un atteggiamento ostile nei confronti degli imputati. L'istanza è respinta.
Il 2 aprile 2008 viene fatta ascoltare in aula la prima dichiarazione di Mario Frigerio, che, pur gravemente ferito, descrive con precisione la dinamica della strage. Viene interpretata come una conferma della colpevolezza dei Romano. La difesa, allora, chiede la ricusazione dei giudici, sostenendo che avrebbero posizioni pregiudiziali nei confronti degli imputati. Il processo è sospeso.
Il 17 novembre 2008 la Corte di Cassazione respinge la ricusazione dei giudici. Il processo riprende con la requisitoria del pubblico ministero Massimo Astori; il magistrato ripercorre tutte le tappe della vicenda descrivendolo come un "viaggio dell'orrore". Vengono esibite le prove contro i Romano, a partire dalla tracce di sangue con il DNA delle vittime. Al termine della requisitoria, Astori chiede il massimo della pena per i due coniugi: ergastolo senza attenuanti con l'isolamento diurno per tre anni. Per il PM, la strage di Erba è stato uno dei crimini più atroci della storia d'Italia.
Il 19 novembre 2008 Olindo rilascia la sua terza dichiarazione spontanea, sostenendo di aver recitato fino a quel momento la parte del mostro, e che in questa recita rientrava la confessione rilasciata ad uno psichiatra e le frasi lasciate appositamente sulla Bibbia. Le parti civili chiedono complessivamente otto milioni di euro come risarcimento.
Il 24 novembre 2008 la difesa chiede l'assoluzione o in subordine la perizia psichiatrica. In quella stessa udienza, Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef, invia un fax dal carcere di Vigevano, dove è rinchiuso per spaccio di droga, in cui parla della visita di uno sconosciuto dai suoi parenti in Tunisia, durante la quale questo sconosciuto avrebbe dichiarato di conoscere i reali colpevoli della strage e che essi non sarebbero i coniugi Romano. Poco dopo però Marzouk spiega di essere "ancora convinto della colpevolezza di Olindo e Rosa Romano ma di essere preoccupato per la sua famiglia". Per il PM "Marzouk vuole solo ritardare l'espulsione", che avverrà a gennaio 2009 e la sua dichiarazione non introduce nessun nuovo quadro probatorio.
In seguito Olindo rilascia la quarta dichiarazione spontanea, ribadisce la sua innocenza e quella della moglie ed esprime cordoglio per i familiari delle vittime.
La Corte d'Assise pronuncia il 26 novembre 2008 la sentenza di primo grado: i coniugi Romano sono condannati all'ergastolo con l'isolamento diurno per tre anni. La corte inoltre stabilisce come risarcimento una quota di 500 000 euro per i Frigerio, 60 000 euro a Marzouk, 20 000 per i suoi genitori residenti in Tunisia.
Il 20 aprile 2010 la Corte d'Assise d'Appello di Milano ha confermato l'ergastolo ai coniugi Rosa Bazzi e Olindo Romano, con la misura afflittiva supplementare dell'isolamento diurno per tre anni, il massimo consentito dalla legge. La difesa dei condannati ha già preannunziato il ricorso per Corte di Cassazione.
Tuttora Rosa Bazzi sta scontando la pena nel carcere di Vercelli, mentre Olindo Romano sta scontando la pena a Reggio Emilia.
Vittime [modifica]
Paola Galli (60 anni), madre di Raffaella Castagna e suocera di Azouz Marzouk
Raffaella Castagna (30 anni), moglie di Azouz Marzouk
Youssef Marzouk (3 anni), figlio di Raffaella Castagna e di Azouz Marzouk
Valeria Cherubini (55 anni), vicina di casa e moglie di Mario Frigerio
Note [modifica]
^ a b http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/10/17/olindo-rosa-identikit-di-due-futuri-assassini.html
^ http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_26/tappe_vicenda_6f1ce926-bbf1-11dd-a610-00144f02aabc.shtml
^ http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=98757&sez=HOME_INITALIA
^ La Corte di Assise di Como - Sentenza in data 26/11/2008
^ http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/08/erba.shtml
Bibliografia [modifica]
Pino Corias Vicini da morire
Felice Manti ed Edoardo Montolli Il grande abbaglio
Paolo Moretti e Stefano Ferrari Trenta passi - La vera storia della strage di Erba
Cristiana Cimmino "Finché morte non ci separi - Olindo Romano e Rosa Bazzi visti da vicino"
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Erba"
Categoria: Delitti di cronaca nera in Italia

Il mostro di Rostov: Andrej Romanovic Chikatilo - Evilenko




Andrej Romanovič Čikatilo in russo: Андрей Романович Чикатило[?] (Yablochnoye, 16 ottobre 193614 febbraio 1994) è stato un serial killer ucraino, soprannominato il Mostro di Rostov oppure Il Macellaio di Rostov. Fu accusato dell'omicidio di 53 donne e bambini fra il 1978 ed il 1990

Primi anni
Chikatilo nacque nel villaggio di Yablochnoye nel 1936. La sua infanzia fu particolarmente traumatica: l'URSS sarebbe entrata a breve in guerra con la Germania ed i piani sulla collettivizzazione agricola di Stalin avevano causato devastanti carestie. Chikatilo venne a sapere, tempo dopo, di avere un fratello più vecchio di lui che venne rapito e cannibalizzato da vicini affamati. Sebbene non ci siano conferme circa la veridicità di questa storia, è molto probabile che si siano effettivamente verificati episodi di cannibalismo. Durante la Seconda guerra mondiale, Chikatilo fu testimone dei devastanti ed orribili effetti dei bombardamenti tedeschi; la sua mente fu pervasa da fantasie nelle quali portava ostaggi tedeschi nei boschi e procedeva alla loro esecuzione. Queste fantasie - sebbene comuni nei bambini russi dell'epoca - hanno un nesso con i suoi omicidi.
Mentre suo padre era impegnato a combattere la guerra, Chikatilo dormiva insieme a sua madre. Le frequenti polluzioni notturne erano da lei brutalmente punite e Chikatilo veniva picchiato ed umiliato. Suo padre, catturato ed imprigionato dai Nazisti durante la guerra, ritornò a casa come pariah; nella Russia stalinista, i prigionieri di guerra sopravvissuti erano visti come codardi.[1]
Chikatilo ebbe buoni risultati a scuola, ma fallì l'esame di ammissione all'Università di Mosca. Dopo aver finito il servizio nazionale nel 1960, si spostò a Rodionovo-Nesvetayevsky dove trovò impiego come ingegnere telefonico. La prima, se così si può chiamare, esperienza sessuale di Chikatilo avvenne nell'adolescenza quando, all'età di 18 anni, saltò addosso ad una ragazza di 13 anni (un'amica di sua sorella), lottò con lei per terra e le eiaculò in faccia mentre la ragazza si dimenava per fuggire dalla sua presa. Questo incidente lo portò, durante tutta la vita, ad associare il sesso alle aggressioni violente.
Chikatilo si sposò nel 1963, con un matrimonio organizzato dalla sua sorella più giovane, che gli fece conoscere una sua amica essendo mossa a compassione dall'incapacità del fratello di trovare una fidanzata. Sebbene soffrisse di impotenza ed avesse una vita sessuale praticamente inesistente, Chikatilo ebbe un figlio ed una figlia. Nel 1971 ottenne un diploma in letteratura Russa tramite un corso per corrispondenza e tentò la carriera di insegnante a Novoshakhtinsk. I risultati furono però scarsi, essendo lui incapace di ottenere una qualsiasi forma di rispetto dai suoi alunni, ma continuò la professione spostandosi di scuola in scuola quando veniva sospettato di abusi sessuali. Nel ruolo di maestro, divenne un pedofilo che abusava dei propri studenti, ma non venne mai arrestato per questi atti: le autorità scolastiche preferivano licenziarlo invece di iniziare un'indagine ufficiale e rovinare così la reputazione della scuola. Alla fine trovò lavoro come commesso in un'industria: i numerosi viaggi di lavoro nell'Unione Sovietica furono usati per commettere i suoi crimini.

La furia omicida inizia
Nel 1978, Chikatilo si spostò a Shakhty, una piccola città mineraria vicino a Rostov, dove commise il suo primo omicidio documentato. Il 22 dicembre, attirò una bambina di 9 anni in una vecchia casa che aveva comprato in segreto dalla sua famiglia, dove tentò di stuprarla. Quando la bambina tentò di lottare, la pugnalò a morte e la uccise come un animale. Mentre lo faceva eiaculò e da quel momento il suo unico modo di eccitarsi fu accoltellare donne e bambine fino alla loro morte[senza fonte]. Nonostante non ci fossero chiare prove che lo legavano all'omicidio della bambina, un giovane uomo, Alexsandr Kravchenko, fu in seguito arrestato e giustiziato per il crimine.
Non uccise più fino al 1982, ma in quell'anno uccise molte volte. Percorreva le strade intorno a stazioni di autobus o treni approcciando giovani vagabondi, spingendoli ad allontanarsi. A quel punto il bosco più vicino diventava la scena per l'omicidio della vittima. Nel 1983 non uccise fino a giugno, ma entro settembre uccise quattro persone, tutte donne o bambini. Chikatilo solitamente tentava di avere rapporti sessuali con le sue vittime, ma spesso era incapace di raggiungere un'erezione: questo creava in lui una furia omicida, specialmente se la donna lo derideva per questo suo handicap. Riusciva a raggiungere l'orgasmo solo quando le pugnalava a morte.
In quel tempo, nell'URSS, i crimini come quello commessi da Chikatilo erano censurati in quanto comuni solo "nelle edonistiche nazioni capitaliste"[senza fonte]. Per questo motivo i genitori avevano poca conoscenza del crescente numero di vittime e non avvisarono i loro bambini dei pericoli ai quali erano esposti. Quando, nonostante la mancanza di informazioni ufficiali circa i dettagli, negli anni ottanta iniziarono a circolare nella comunità ucraina notizie di selvaggi omicidi, fra la gente nacquero dicerie circa stranieri che uccidevano bambini sovietici in preparazione di un'invasione e la presenza di lupi mannari.
Sei corpi (su un totale di 14) furono scoperti. Questo portò ad una risposta da parte della polizia di Mosca: un team guidato dal maggiore Mikhail Fetisov fu inviato a Rostov-sul-Don per dirigere le indagini. Fetisov concentrò le indagini intorno a Shakhty ed assegnò ad un esperto medico legale, Victor Burakov, la guida delle operazioni. Furono indagati tutti i malati di mente e rei di crimini sessuali conosciuti nell'area, eliminando uno alla volta quelli che non erano coinvolti. Un certo numero di giovani ragazzi confessò gli omicidi, ma solitamente erano malati di mente che ammettevano le loro colpe solo dopo lunghi e brutali interrogatori. Almeno uno dei sospetti si suicidò nella propria cella mentre era agli arresti.
Quando la maggior parte delle vittime iniziarono ad essere ragazzi, le comunità gay, a quel tempo clandestine in URSS dove l'omosessualità era un crimine, furono setacciate. Oltre 150.000 persone vennero interrogate e schedate, fino a quando questa strategia fu abbandonata. Nel 1984 furono commessi altri 15 omicidi. La polizia aumentò il numero di pattuglie ed agenti in borghese alle principali fermate di trasporti pubblici.

Arresto e rilascio
Chikatilo venne trovato ad agire in modo sospetto ad una fermata del bus a Rostov e quindi arrestato. Fu scoperto che era sotto investigazione per piccoli furti da uno dei suoi datori di lavoro e questo diede i diritti legali per tenerlo in stato di fermo per un prolungato periodo di tempo. L'oscuro passato di Chikatilo fu analizzato, ma non emersero prove sufficienti per incriminarlo degli omicidi. Fu accusato di altri crimini e condannato ad un anno di prigione, ma dopo solo 3 mesi, nel dicembre del 1984, fu liberato.
In seguito fu rivelato che Chikatilo venne inizialmente scartato dalla lista dei sospetti per causa del suo gruppo sanguigno, diverso da quello dei campioni di liquido seminale lasciati dall'omicida. Il medico legale affermò che Chikatilo doveva essere un individuo unico, nel quale il tipo di sangue differiva se analizzato in un campione ematico ed in un campione di liquido seminale. Nessun altro scienziato del tempo prese sul serio quella teoria e tutti pensarono semplicemente che i vari campioni fossero stati mischiati erroneamente.
Sfortunatamente questa teoria si dimostrò corretta e qualche tempo dopo il suo arresto definitivo, venne trovato che alcune persone, al contrario di altre, secernono marker di proteine, anticorpi ed antigeni del sangue anche negli altri fluidi corporei (saliva, lacrime, sudore, latte, liquido seminale, ecc..). Per questo motivo il gruppo sanguigno di queste persone può essere identificato tramite appositi test su fluidi corporei diversi dal sangue, mentre per altre persone, circa il 20% del totale, questo tipo di esame non è possibile. Al giorno d'oggi l'esame del DNA si dimostra molto più affidabile e questo problema non è più rilevante.[2]
Come riportato recentemente, le autorità sovietiche coinvolte furono ignorate e le loro teorie circa l'analisi dei campioni ridicolizzata. Se poteva essere identificata una prova alternativa, questi esami o quello del DNA, essendo dispendiosi, non venivano più eseguiti. Nel caso specifico, non fu conservato alcun campione biologico.

I successivi omicidi e la caccia all'uomo
Chikatilo trovò un nuovo lavoro a Novocherkassk e mantenne un basso profilo. Non uccise fino all'agosto del 1985, quando commise l'omicidio di due donne in occasioni separate. I successivi crimini furono perpetrati solo nel maggio del 1987 quando, durante un viaggio di lavoro a Revda, in Ucraina, uccise un giovane ragazzo. Uccise ancora a Zaporozhye in giugno ed a San Pietroburgo in settembre.
La fiacca indagine della polizia fu rivitalizzata nella metà del 1985, quando Issa Kostoyev fu assegnato al caso. Tutti i delitti commessi intorno a Rostov furono attentamente esaminati ed i criminali sessuali interrogati nuovamente. Nel dicembre del 1985 furono rinnovate le ronde intorno alle stazioni di Rostov. Chikatilo seguì le indagini attentamente e, per oltre due anni, mantenne i propri desideri sotto controllo. La polizia ingaggiò anche uno psichiatra, la prima volta nel paese in un'indagine su un omicida seriale.
Nel 1988 Chikatilo tornò ad uccidere, generalmente lontano dall'area di Rostov. Uccise una vittima a Krasny-Sulin in aprile insieme ad altre otto persone durante l'anno, di cui due a Shakhty. Successivamente ci fu una lunga pausa prima di nuovi omicidi, sette ragazzi e due donne fra gennaio e novembre del 1990.
La scoperta di nuove vittime portò ad un'operazione massiccia da parte della polizia. Un grande numero di forze pattugliava le stazioni di treni e bus e molte altre aree pubbliche intorno all'area di Rostov. Quelle più grandi erano pattugliate da agenti in uniforme, mentre quelle più piccole da agenti in borghese. L'idea dietro questa operazione era che dopo aver visto ingenti forze di polizia nelle stazioni maggiori, il killer avrebbe tentato di avvicinare una vittima in una stazione più piccola, dove la presenza di agenti era meno evidente. Alcuni erano travestiti da prostitute e senzatetto e viaggiavano senza meta nei posti dove i corpi delle vittime erano stati trovati.
Il 6 novembre, Chikatilo uccise e mutilò Sveta Korostik. Mentre lasciava la scena del crimine, fu fermato da un agente che pattugliava la stazione dei treni e vide Chikatilo emergere dai boschi. Secondo il poliziotto, aveva un'aria sospetta. L'unica ragione per andare nei boschi era raccogliere funghi (un piatto popolare in Russia), ma Chikatilo non era abbigliato come un cercatore di funghi: indossava abiti formali e portava una borsa sportiva di nylon, sicuramente non adatta a portare funghi. Inoltre, i suoi abiti erano sporchi ed aveva delle strisce di sangue sulla guancia e sull'orecchio. L'agente fermò Chikatilo e controllò i suoi documenti. Se solo avesse aperto la borsa, avrebbe trovato i seni recisi di Sveta Korostik. Quando il poliziotto tornò nei suoi uffici, compilò un rapporto dove indicava le generalità della persona fermata alla stazione dei treni. Poco dopo l'incontro, la polizia trovò due corpi, a 10 metri di distanza, vicino alla stazione Leskhoz. Fu poi trovato che una delle vittime fu uccisa nella data in cui venne compilato il rapporto. Era la seconda volta che Chikatilo era indirettamente associato all'omicidio di un bambino (la prima volta avvenne nel 1978, quando un testimone riportò di aver visto un uomo, la cui descrizione combaciava con Chikatilo, insieme ad una ragazza che fu poi trovata morta).

Arresto e confessione
Anche dopo l'incidente, la polizia non aveva abbastanza prove per l'arresto ed il processo. Chikatilo fu messo sotto stretta sorveglianza, seguito e filmato da agenti sotto copertura. Il 20 novembre 1990, Chikatilo lasciò la sua casa con un contenitore da 300ml di birra. Chikatilo girò per tutta la città con il contenitore, tentando di avvicinare i bambini che incontrava sulla sua strada. Alla fine entrò in un bar dove comprò la birra, lasciando alla polizia l'interrogativo sul motivo che lo spinse a camminare per ore solo per comprare 300ml di birra. L'insistenza con il quale tentava di avvicinare bambini, convinse la polizia ad arrestarlo quando uscì dal bar.
La polizia aveva 10 giorni per accusarlo o lasciarlo libero. A seguito dell'arresto, la polizia fece emergere un'altra prova a carico di Chikatilo: una delle sue vittime era un sedicenne fisicamente molto forte (anche se mentalmente instabile). Sulla scena del crimine furono trovati molti segni di lotta fra la vittima ed il suo carnefice ed una delle dita di Chikatilo aveva una ferita recente, un osso rotto da un morso umano, che lui non aveva fatto curare.
La strategia usata per farlo confessare fu alquanto insolita: una delle persone che lo interrogavano continuò a dire che tutti lo ritenevano un uomo molto malato che richiedeva aiuto. Questo diede a Chikatilo la speranza che, confessando, sarebbe stato processato per infermità mentale. Infine uno psichiatra fu mandato per "aiutarlo". Questi risultò molto simpatico al prigioniero e, dopo una lunga conversazione, si ebbe la confessione. Da sola questa però non era sufficiente e Chikatilo si offrì di fornire le prove, dando alla polizia la possibilità di processarlo. Fra il 30 novembre ed il 5 dicembre, confessò 56 omicidi; tre delle vittime furono impossibili da identificare perché vennero seppellite, quindi non venne accusato di questi omicidi. Il numero di crimini commessi sconvolse la polizia, che aveva fermato il conteggio solo a 36: alcuni non vennero collegati a lui perché avvenuti troppo lontani dai territori dove Chikatilo agiva, mentre altri non gli furono imputati perché si rese necessario l'intervento dell'omicida per recuperare i cadaveri.

Prigionia
Precauzioni speciali furono necessarie durante la prigionia di Chikatilo. I crimini violenti a sfondo sessuale, soprattutto contro i bambini, erano un tabù in Russia. I prigionieri accusati di questi reati erano "degradati" (опущены) allo stato di "intoccabili" (опущенный), abusati, ed a volte uccisi dai propri compagni di cella. Il problema maggiore fu che alcuni parenti delle vittime di Chikatilo lavoravano nelle prigioni e la probabilità di un'esecuzione da parte loro del prigioniero, prima del processo, era molto alta.
Mentre era in cella, Chikatilo era sotto stretta sorveglianza video. Sebbene a volte si comportasse in modo bizzarro davanti agli investigatori, il suo comportamento nella cella (dove pensava che nessuno guardasse) era assolutamente normale. Mangiava e dormiva senza problemi, si esercitava ogni mattina e leggeva molti libri e giornali. Dedicava molto tempo anche a scrivere lettere di lamentela alla sua famiglia, ad ufficiali del governo ed ai mass media.
Scrivere divenne la sua passione. Quando lavorava come maestro, stendeva articoli per un giornale locale, i quali trattavano principalmente di questioni etiche e moralità. Chikatilo spesso scriveva lettere anonime ad ufficiali del governo circa l'operato dei suoi supervisori e dei suoi colleghi di lavoro, che accusava di trattarlo male e di privarlo della necessaria libertà per implementare le proprie idee nel posto di lavoro. Mentre era in cella, venuto a conoscenza di un concorso indetto da un popolare giornale per eleggere "l'investigatore dell'anno": vi si iscrisse, candidando le proprie indagini per il premio.

Processo ed esecuzione
Fu processato il 4 aprile 1992. Nonostante il suo comportamento irriverente nell'aula, fu giudicato sano di mente. Durante il processo fu tenuto, come reso celebre dalle immagini circolate in seguito, in una gabbia al centro dell'aula. Questa fu costruita per proteggerlo dai parenti delle vittime i quali, in un'atmosfera surreale, continuarono ad urlare minacce ed insulti a Chikatilo, chiedendo alle autorità di rilasciarlo e in modo che potessero procedere in autonomia alla sua esecuzione. Molti di loro svennero quando furono nominati i loro parenti e le guardie dovettero sedare numerose risse. Il processo terminò a luglio e la sentenza fu posticipata al 15 ottobre, quando venne dichiarato colpevole di 52 dei 53 omicidi di cui era accusato e venne condannato a morte per ognuno dei crimini commessi. Quando fu possibile per lui parlare, Chikatilo delirò accusando il regime, alcuni leader politici, la sua impotenza (anche togliendosi i pantaloni), e difendendosi citando la famosa carestia che colpì l'Ucraina negli anni trenta (questa avvenne nel 1932-33, mentre lui nacque nel 1936). In alcuni momenti si fregiò di aver fatto un favore alla società depurandola da persone inutili (molte delle sue vittime erano prostitute, alcolisti, ragazzi scappati di casa o semplici giovani con problemi).
La condanna a morte fu eseguita, con un colpo alla nuca, nella prigione di Rostov il 14 febbraio 1994, dopo che il presidente russo Boris Yeltsin rifiutò un ultimo appello alla clemenza di Chikatilo.
Film
Evilenko (2004)
Cittadino X (1995)
Note
^ http://www.youtube.com/watch?v=srpx5lkSx6o&mode=related&search=
^ http://groups.yahoo.com/group/forensic-science/message/6541
Bibliografia [modifica]
Peter Conradi. «The Red Ripper: Inside the Mind of Russia’s Most Brutal Serial Killer». 1992. ISBN 0-440-21603-6
Richard Lourie. «Hunting the Devil. The Pursuit, Capture and Confession of the Most Savage Serial Killer in History». 1993. ISBN 0-06-017717-9
Robert Cullen. «Killer Department, or Citizen X». 1993. ISBN 1-85797-210-4
NTV (1997). «Criminal Russia: The trail of Satan». A documentary on Chikatilo's case produced by a leading Russian TV channel.
Voci correlate
Evilenko
Collegamenti esterni
Crime Library: Andrei Chikatilo, the Rostov Ripper serial killer
Biografia Andrei Chikatilo (IT)

sabato 27 novembre 2010

La Strage di Ferragosto o Strage di Duisburg

La Strage di Ferragosto o Strage di Duisburg

tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Ferragosto
è avvenuta il 15 agosto 2007 in Germania a Duisburg davanti al ristorante italiano Da Bruno ad opera della 'Ndrangheta.




L'opera sarebbe stata eseguita da affiliati alle 'ndrine dei Nirta e degli Strangio contro la 'Ndrina dei Pelle-Vottari come ultimo atto della faida di San Luca scoppiata nel 1991.Infatti cinque persone uccise erano originarie del piccolo paese aspromontano di San Luca. Uno di loro era originario di Corigliano Calabro.

Il ritrovamento
Quattro cadaveri sono stati trovati in una Volkswagen Golf, gli altri due in un furgone Opel attorno alle 2:30 da un passante.Una delle sei vittime è morta durante il trasporto in ospedale.[1]

Il fatto
Il fatto dev'essere avvenuto alle 2:24 di notte. Un testimone oculare ha visto andar via due persone dal luogo del delitto.Per uccidere le sei persone sono stati sparati 70 proiettili.Nel locale stavano cenando e festeggiando il compleanno del 18 enne Tommaso Venturi.Usciti fuori dal ristorante, quando sono saliti sull'auto vengono colpiti da una raffica di pallottole e finiti tutti e sei con un colpo alla testa. I bossoli ritrovati sono stati oltre 70.

Le indagini
Dopo la strage, cominciano subito le indagini e la collaborazione fra la polizia italiana (Interpol di Roma, Questura di Reggio Calabria) e la polizia tedesca (Bundeskriminalamt).Nei giorni immediatamente successivi si espone un possibile identikit di uno di due uomini che è stato visto scappare dal ristorante italiano: un uomo dall'età apparente di 20-30 anni, magro, alto circa un metro e ottanta centimetri con capelli neri corti, due lunghe basette e un grosso neo sotto l'occhio destro[2].Si pensa l'obbiettivo principale fosse stato Marco Marmo, sospettato di avere conservato le armi servite per l'omicidio di Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta.[3] ma anche responsabile di un traffico di armi con la Jugoslavia.
Si pensò anche si stesse svolgendo una festa di compleanno ma il ritrovamento nella tasca dei pantaloni di Tommaso Venturi di un santino bruciacchiato ha fatto pensare piuttosto a un rito di affiliazione tipico della mafia calabrese.
La polizia tedesca pensa anche alla pista di problemi interni al clan Pelle-Vottari, ma successivamente viene esclusa questa ipotesi.

Conseguenze
Il 21 agosto 2007 nasce Mafia? Nein danke! (in italiano, Mafia no grazie), un movimento antimafia nato in Germania. L'idea è partita da Laura Garavini[4], e le aziende che partecipano (già più di cento) si sono impegnate a non assumere persone che hanno precedenti mafiosi e a rifiutare, denunciare e combattere qualunque tentativo d'estorsione[5].
Il 23 agosto 2007 si sono svolti a San Luca i funerali delle vittime.
Il 30 agosto 2007, Vengono arrestate in una maxioperazione che ha coinvolto quasi 500 persone tra polizia e carabinieri a San Luca 30 esponenti delle cosche i presunti mandanti ed esecutori dell'agguato compiuto il 25 dicembre 2006 per l'omicidio di Maria Strangio, l'atto precedente alla Strage di Duisburg. Tra gli arrestati vi era Giovanni Strangio, gestore e co-proprietario del ristorante Da Bruno assieme al fratello Sebastiano Strangio, una delle vittime. Aveva fatto perdere le sue tracce subito dopo la strage.
Il 12 ottobre 2007 viene arrestato il capobastone Francesco Vottari.[6]
Il 18 dicembre dello stesso anno viene annunciato l'arresto dei presunti fiancheggiatori della Strage: Domenico Nirta, 24 anni, Domenico Pizzata, 30 anni, di Locri e in Germania con la collaborazione della BKA Antonio Rechichi, 21 anni, e Luca Liotino, 35 anni, pugliese, originario di Casamassima.[7]
Il 9 febbraio 2008 viene trovato a San Luca un bunker nell'abitazione di un familiare di Francesco e Giuseppe Nirta coinvolti nell'inchiesta Feida, sarebbero in rapporti di parentela con Giovanni Strangio, uno dei presunti autori della strage di Ferragosto.[8]
Il 10 aprile 2008 la corte di Duisburg rifiuta il sequestro di tre pizzerie tra cui quella della strage e di due appartamenti appartenenti alle cosche proposto dalla DDA di Reggio Calabria, e accolta dal gip di Reggio Calabria, Natina Pratticò.[9]
Il 12 marzo 2009 viene arrestato ad Amsterdam Giovanni Strangio, ideatore della strage di Duisburg, e tra i 30 latitanti più ricercati dalle forze italiane insieme a Francesco Romeo[10].
l'11 febbraio 2010 a San Luca nel corso dell'Operazione Fehida 3, diretta dalla squadra mobile di Reggio Calabria vengono arrestati Giuseppe e Sebastiano Nirta della cosca Nirta-Strangio, gli ultimi due presunti partecipanti alla strage[11].

Le sei persone uccise
Tommaso Venturi, 18 anni, originario di Corigliano Calabro (prov. di Cosenza)
Francesco Giorgi, 16 anni, originario di San Luca (prov. di Reggio Calabria)
Francesco Pergola, 22 anni, originario di Siderno (prov. di Reggio Calabria)
Marco Pergola, 20 anni, originario di Siderno (prov. di Reggio Calabria)
Marco Marmo, 25 anni, originario di San Luca (prov. di Reggio Calabria)
Sebastiano Strangio, 39 anni, originario di San Luca (prov. di Reggio Calabria) (Chef proprietario del ristorante)
Note
^ http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/08_Agosto/15/duisburg_italiani.shtml
^ http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-morti/indagini-duisburg/indagini-duisburg.html
^ http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-morti/commando-killer/commando-killer.html
^ Laura Garavini apre la sua campagna elettorale ufficialmente a Berlino, partitodemocaratico.it. URL consultato il 17 marzo 2009.
^ GERMANIA, "MAFIA? NEIN DANKE!": COME DIRE NO AL RACKET, partitodemocratico.it. URL consultato il 17 marzo 2009.
^ http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/massacro-duisburg/arrestato-vottari/arrestato-vottari.html
^ http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/duisburg/duisburg/duisburg.html?ref=djhpnews
^ http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_7848429.html
^ http://www.nuovacosenza.com/cs/08/aprile/ndrangheta.html
^ «La cattura di Strangio e Romeo». Newz.it.
^ «'Ndrangheta, catturati due killer della strage di Duisburg». Repubblica.it.
Bibliografia [modifica]
'Ndrangheta. Le radici dell'odio di Antonio Nicaso - Aliberti editore 2007
''Ndrangheta di Enzo Ciconte.
Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen priestern - in italiano: Mafia. di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti) di Petra Reski.
Voci correlate [modifica]
faida di San Luca
Strangio
Pelle
Nirta
Vottari
Romeo
'Ndrina
'Ndrangheta
Mafia? Nein danke!
Altri progetti [modifica]
Wikinotizie contiene notizie di attualità su Strage di Ferragosto
Collegamenti esterni [modifica]
«Duisburg: regolamento di conti della 'Ndrangheta, 6 morti». Rai News 24, 15 08 2007. URL consultato in data 28-04-2010.

Il delitto di Novi Ligure

Il delitto di Novi Ligure
Con l'espressione delitto di Novi Ligure si è soliti indicare un efferato e premeditato duplice delitto, divenuto un caso di cronaca nera particolarmente noto, avvenuto il 21 febbraio 2001 a Novi Ligure in via Beniamino Dacatra 12, nel quartiere del Lodolino.




Intorno alle ore 19:50 di quel giorno, Erika De Nardo (Novi Ligure, 28 aprile 1984), che all'epoca aveva soltanto 16 anni, con il concorso dell'allora fidanzato Mauro "Omar" Favaro (Novi Ligure, 15 maggio 1983) di 17 anni, uccise premeditatamente (secondo le sentenze giudiziarie) a colpi di coltello da cucina la madre Susanna "Susy" Cassini (Novi Ligure, 15 settembre 1959), contabile di 41 anni e, in quanto diventato un testimone scomodo (sempre secondo le sentenze), il fratello Gianluca De Nardo (Novi Ligure, 27 novembre 1989), di 11 anni.
Secondo l'accusa, i due giovani avrebbero progettato di uccidere anche il padre della ragazza, Francesco De Nardo (Maida, 19 giugno 1956), ingegnere e dirigente della Pernigotti, di allora 44 anni, ma avrebbero poi desistito perché Omar, che si era anche ferito ad una mano nel corso del duplice delitto, era ormai stanco e aveva deciso di andarsene, dicendo ad Erika "Se vuoi, uccidilo tu".
Secondo le sentenze, pur nell'«apparente assenza di un comprensibile movente», l'ideazione dei delitti è da ascrivere a Erika, da cui era «certamente partita l' idea», anche se in finale «il ruolo di Omar fu concretamente molto rilevante e sostanzialmente paritario». Erika e Omar hanno premeditato i delitti con «un progetto lucido, aberrante, che si fissa e che poco per volta diventa un concreto traguardo da raggiungere, un traguardo utilitaristico». Avevano «un' idea fissa», ma questa idea fissa non «diminuisce né annulla la capacità di intendere e di volere». Chi uccide «gli altri e magari se stesso nella convinzione di eliminare un ostacolo all' affermarsi di un progetto importante» coltiva un' idea fissa, ma non sarà ritenuto incapace di intendere: non lo sono «né i terroristi, né i kamikaze». Scrivono ancora i giudici: "due omicidi che per efferatezza, per il contesto, per la personalità degli autori e per l'apparente assenza di un comprensibile movente si pongono come uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria (e minorile per giunta) del nostro paese"[1].
La dinamica
La dinamica del delitto che viene presentata è quella desumibile dagli atti processuali e in particolare dalle ricostruzioni fornite dal RIS dei Carabinieri, in quanto dopo "l'accerchiamento" posto in essere dagli inquirenti nei confronti dei due sospettati, la loro linea di difesa è stata sostanzialmente incentrata nell'accusarsi vicendevolmente. E' da notare tuttavia che mentre le dichiarazioni di Omar sono state maggiormente suffragate dalle ricostruzioni oggettive (per esempio risulterà vero che la ferita riportata da lui è da attribuirsi ad un morso di Gianluca come sostenuto da esso stesso, mentre Erika ha sempre affermato che la ferita fu dovuta all'uso del coltello) e da un maggiore e immediato ravvedimento sulla gravità di ciò che era stato commesso (pur minimizzando il proprio ruolo, ma certamente non negandolo in toto), la versione riportata da Erika è stata sempre e solo chiaramente mendace, avendo dichiarato la stessa che Omar fu il solo ad agire. I due imputati non hanno comunque mai chiaramente spiegato lo svolgimento dei fatti.
Susy Cassini rincasa insieme al figlio Gianluca intorno alle 19.30. Suona il campanello ed Erika apre la porta. Insieme vanno in cucina e tra madre e figlia comincia probabilmente l'ennesima discussione dovuta ai brutti voti scolastici della ragazza che studiava all'Istituto San Giorgio - dopo due anni molto deludenti al liceo scientifico - ed ai timori della madre sulle possibili cattive frequentazioni della figlia. Poi arriva la prima coltellata. Soltanto a questo punto la giovane si infila i guanti. Omar che era in casa, nascosto nel bagno del pianterreno dove aveva già indossato i guanti, accorre a dar manforte ad Erika. I due ragazzi riescono ad aggredire Susy alle spalle: uno dei due le tappa la bocca con una mano, l'altro comincia a menare fendenti con il coltello. Anche l'altro comincia a colpire. La donna si dibatte, tenta di sfuggire alla furia omicida dei due, e va a sbattere contro il tavolo della cucina, che per la violenza dell'urto si spezza in due. Il sangue schizza e macchia i vestiti mentre i due fidanzatini continuano ad accoltellarla finché non respira più. Saranno in tutto 40 le coltellate inflitte alla donna. Omar affermò che prima di morire Susy Cassini avrebbe gridato alla figlia "Erika, ti perdono", implorandola di risparmiare il fratello.
Nel frattempo il trambusto generatosi ha attirato Gianluca (il fratellino di Erika) che dal piano superiore dove stava preparandosi a fare il bagno (era appena tornato da una partita di basket dopo aver corso e sudato) è sceso al pian terreno dove ha assistito atterrito all'omicidio della madre. Gianluca viene colpito una prima volta al piano terra dalla sorella, come dimostrato da uno schizzo di sangue del bambino rinvenuto sul cavo del telefono della cucina. Dopodiché Erika convince il fratello a seguirla al piano superiore cercando di calmarlo. Gocce di sangue della giovane vittima vengono rinvenute anche sulle scale che conducono al primo piano, segno che Gianluca è risalito al piano superiore quando era già stato ferito. I piedi dei due assassini lasciano tracce sulle scale, c'è sangue anche sul muro, il segno delle mani dei due che si appoggiano per agevolare la corsa (indice secondo i giudici di una manifesta furia omicida). Piccole gocce cadono dai coltelli. Erika porta il fratellino in bagno con la scusa di aiutarlo a lavarsi e medicargli la ferita, ma Gianluca, in preda al panico, fugge e cerca rifugio nella camera di Erika ed è qui che riceve ulteriori coltellate.
Nel frattempo, per evitare che i vicini udissero grida, Erika alza al massimo il volume dello stereo, sulla cui manopola vengono rilevate altre tracce ematiche. Nei piani dei due assassini probabilmente non vi era l'eliminazione di Gianluca, ma la sua presenza imprevista sulla scena del crimine e la sua reazione ne hanno fatto uno scomodo testimone. Forse dopo un veloce conciliabolo viene presa la decisione di eliminarlo. Nel frattempo Gianluca con le poche forze rimaste scappa e cerca rifugio nel bagno. È la fine. Inizialmente, Erika cerca di fargli bere del topicida (resti di una polvere azzurra poi risultata essere un topicida furono rinvenuti vicino alla vasca da bagno, nel pianerottolo del piano superiore, e nelle scale), poi lo butta nell'acqua della vasca e tenta di affogarlo. I fidanzati, forse perché presi dal panico non riescono però nel loro tentativo di affogare Gianluca (che si difende disperatamente riuscendo anche a ferire Omar mordendolo nella zona della prima piega interdigitale della mano destra procurandogli una ferita sanguinante), ma avendo con se ancora uno dei coltelli usati per uccidere Susy, ricominciano a colpirlo. La furia dei due giovani diventa bestiale. Colpiscono di nuovo e serviranno in tutto ben 57 coltellate, per farlo smettere di agitarsi dopo almeno un quarto d'ora d'agonia.
I due ragazzi tornano al piano terra. Sul sangue che imbratta le scale sono rimaste impresse le impronte dei piedi che ripercorrono la stessa strada in discesa. E accanto altre goccioline cadute dai coltelli. “Piccole macchie rotonde - puntualizza un investigatore - tipiche dello sgocciolamento”. Tra i due scoppia una discussione circa l'opportunità di aspettare il rientro del padre della ragazza per uccidere anche lui. Erika insiste ma Omar sostiene di essere troppo stanco e le replica: "Se vuoi, uccidilo da sola". Dopodiché i ragazzi cercano di lavare il sangue, ma non ci riescono. Lavano comunque le armi per nascondere le impronte. Un coltello lo chiudono in un sacchetto insieme a un paio di guanti. L'altro resta nella casa. Alle 20.50 si dividono. Omar esce dalla porta principale. Un testimone lo nota perché ha i pantaloni sporchi di sangue. “È andato via in motorino”, racconta il giorno dopo ai carabinieri. Erika passa invece dal garage. I suoi piedi lasciano le impronte sul pavimento e anche in questo caso gli esami confermano: sono le tracce lasciate da una persona che non corre, ma cammina. Dopo aver inferto, insieme al fidanzato, 97 coltellate a madre e fratello.
Le indagini
Dopo il delitto e l'arrivo delle forze dell'ordine, Erika De Nardo, allora studentessa al terzo anno presso un istituto tecnico per geometri, narrò, con vistosi errori e contraddizioni, di una rapina ad opera di extracomunitari finita in tragedia, fornendo una descrizione di due malviventi che a suo dire ne sarebbero stati responsabili. Un giovane albanese ritenuto somigliante all'identikit fornito dalla ragazza venne prontamente rintracciato, ma l'alibi fu riscontrato essere valido.
L'ipotesi di una rapina degenerata parve quasi immediatamente perdere consistenza. Nessuna porta o finestra della casa mostrava segni di forzatura ed i due cani da guardia della famiglia non avevano abbaiato. I vicini di casa non avevano notato rumori insoliti, le armi con cui erano state assalite e uccise le vittime appartenevano alla famiglia (si trattava di due coltelli facenti parte del set da cucina) e sembrava improbabile che una rapina, che oltretutto non aveva nemmeno avuto luogo, dal momento che nessun oggetto di valore era stato sottratto, potesse essere il movente di tanta ferocia. Fu possibile capire con certezza chi fossero i veri autori del delitto in base a registrazioni ambientali.
Lasciati soli nell'anticamera della locale caserma dei Carabinieri nella quale erano installate microspie e telecamere nascoste, tra il 22 ed il 23 febbraio, i due omicidi allora adolescenti, occupati a scambiarsi effusioni e scherzare tra loro, "confessarono" involontariamente l'esecuzione, parlandone tra loro, confrontandosi sugli identikit che la ragazza avrebbe dovuto disegnare per la polizia (ad un certo punto si sentì Omar rimproverare la fidanzata perché aveva tracciato un volto troppo somigliante a lui: "'Non vorrai mica che ci freghiamo da soli, sarebbe il massimo!") e, sembra, ipotizzando un tentativo di fuga in caso su di loro si fossero addensati i sospetti.
Una telecamera inquadrò Erika che mimava il gesto della coltellata mentre mormorava "gliel'ho dato qui" e chiedeva al fidanzatino: "Ti sei divertito vero a ucciderli?" mentre Omar la strattonava sbottando "vieni qui, assassina" e rinfacciandole "tu non sai, non è un gioco questo... sono morte due persone è una roba da ergastolo". Poco prima la ragazza aveva commentato "Adesso possiamo andare in giro come una coppia vera" e raccomandato ad Omar di vestirsi bene ai funerali delle loro vittime, previsti per il giorno successivo; funerali ai quali, peraltro, la giovane non poté partecipare, trovandosi già in carcere[2].
Verso le ore 19 del 23 febbraio 2001 i due vennero definitivamente posti in stato di fermo e quindi condotti nel carcere minorile "Ferrante Aporti" di Torino. Di qui in poi, Erika e Omar si rinfacceranno a vicenda la responsabilità di quanto avvenuto, smentiti però dai rilievi del RIS di Parma, che ricostruì che entrambi avevano partecipato in egual misura agli omicidi. In seguito ad un tentativo di contattare l'ex fidanzatino per concordare una versione che tentasse di scagionarli, Erika De Nardo venne trasferita al carcere minorile "Cesare Beccaria" di Milano. Pare inoltre che la ragazza fosse oggetto di ostilità da parte delle altre detenute, per lo più recluse per reati minori e insofferenti per le attenzioni riservate alla De Nardo.
Nel corso delle indagini emerse una certa conflittualità tra Erika e la madre: litigi causati dallo scarso rendimento scolastico della ragazza e dal fatto che Susy Cassini disapprovava la relazione della figlia con Omar, e temeva che i due giovani facessero uso di stupefacenti (circostanza confermata, anche se fu escluso che la coppia fosse in stato di alterazione provocato dall'uso di droga la sera del delitto o che la loro situazione fosse riconducibile ad una tossicodipendenza vera e propria) [3].
La condanna
Il 14 dicembre 2001 Erika De Nardo e Omar Favaro vennero condannati dal Tribunale dei Minori di Torino rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione. In seguito, le condanne sono state confermate, prima dalla Corte d'Appello di Torino il 30 maggio 2002 e poi, in via definitiva, dalla Corte di Cassazione il 9 aprile 2003.
L'eco mediatica
L'attenzione dei media è tornata sui protagonisti della vicenda anche dopo la conclusione del processo. Durante la detenzione, Erika intraprese una fitta corrispondenza con un musicista veronese, tal Mario Gugole, presentato dalla stampa come "il nuovo fidanzato di Erika" [4]. Il giovane rilasciò diverse interviste e partecipò ad alcuni talk-show, suscitando viva disapprovazione[5].
Nel maggio 2006, suscitò polemiche un'uscita di Erika dal carcere per qualche ora, nel quadro di un programma di recupero dei detenuti, durante una partita di pallavolo. La pubblicità all'evento da parte di televisione e giornali venne da più osservatori ritenuta eccessiva e fuorviante. Nell'ottobre 2008 morì in un incidente stradale il "fidanzato" per corrispondenza di Erika, Mario Gugole, alimentando fantasie superstiziose su una presunta "maledizione" legata alla giovane [6][7].
Il 3 marzo 2010 Omar è uscito di prigione, avendo anche beneficiato dell'indulto e di sconti per la buona condotta. Il giovane ha dichiarato di essere intenzionato a concludere gli studi e di non voler più pensare ad Erika verso la quale non porterebbe alcun rancore[8].
Influenze nella cultura popolare
A questo fatto di cronaca sono ispirate le canzoni di Fabri Fibra Cuore di latta e Questa Vita, la canzone dei Subsonica Gente tranquilla (contenuta in Amorematico), la canzone dei Truceboys Il dramma.

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