Pietro Berti

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Anchorage

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domenica 27 febbraio 2011

La macellazione rituale ebraica

La macellazione rituale ebraica: Divieti analoghi a quelli prescritti nel Corano sono presenti anche nella religione Ebraica. Il cibo permesso viene definito “koshèr”. Sono kosher le carni dei quadrupedi che hanno l'unghia fessa e che ruminano (per esempio il vitello, ma non il maiale o il coniglio). I volatili sono quasi tutti leciti, salvo i rapaci. Sono illeciti tutti gli animali che strisciano o hanno contatto stretto con il suolo (per esempio il topo, il serpente, le lucertole, gli insetti ad esclusione di alcune cavallette permesse in particolari zone).tratto da http://www.anonym.to/?http://www.bje.org.au/_dev/images/shochet.gifGli animali leciti devono arrivare ai macelli ancora vivi per garantire che siano uccisi secondo quanto stabilito nella Torah (Devarim 12,21 "Voi macellerete come Io vi ho comandato"). Le leggi israelite sulla macellazione sono immutate da più di 3.000 anni ed applicate in tutte le comunità ebraiche. Il rito della macellazione viene eseguito da un funzionario, detto Schochet, autorizzato da una commissione di Rabbini. I bovini devono essere adagiati in decubito dorsale con gli arti legati. I vitelli e gli ovini vengono immobilizzati da un aiutante. Per le oche sono previsti degli appositi imbuti. Il coltello, dalla lama molto affilata, deve tagliare cute, sottocute, muscoli, esofago, trachea e grossi vasi. Successivamente alla iugulazione si ha l' apertura del torace e dell'addome che consente al funzionario autorizzato di effettuare la “bedikà” ovvero un esame degli organi interni dell'animale per controllare che non ci siano difetti o tracce di malattia che lo rendano proibito. I polmoni di bovini e ovini e gli intestini del pollame vengono sempre controllati. La bedikà è prescritta dalla Torah (Shemot 22,30 “e carne lacerata/strappata nel campo non mangerete, al cane la getterete”). Questo comandamento implica il divieto di cibarsi di qualsiasi animale portatore di una lesione in un organo vitale che ne causerebbe il decesso entro un anno. Il Talmud nel trattato di Hulin elenca una settantina circa di queste patologie e rende la Bedikà una mansione delicata e complessa.Infine come detto anche per la religione musulmana, ogni animale non macellato secondo le regole è impuro ovvero non Kosher. La macellazione rituale e la normativa nazionale: Nel 1928, l’Italia con l’emanazione del Regio decreto n. 3298 del 20/12/1928, introduceva una prima disciplina delle macellazioni rituali prevedendo che le stesse fossero compiute con la piena osservanza dei relativi precetti religiosi. In seguito con la legge n. 439 del 2 agosto 1978, si permetteva la macellazione rituale purchè la stessa fosse stata autorizzata con apposito Decreto del Ministro della Sanità e del Ministro dell’Interno. Successivamente, in risposta alla richiesta da parte delle comunità ebraica e musulmana, di un’ autorizzazione a procedere alla macellazione secondo i rispettivi riti, fu promulgato il D.M. 11/06/1980: “Autorizzazione alla macellazione degli animali secondo i riti religiosi ebraico e islamico”. Tale Decreto ha sancito che la macellazione rituale deve avvenire attraverso l’intervento di «personale qualificato» e con l’impiego di un «coltello affilatissimo» con cui recidere l’esofago, la trachea e vasi sanguigni del collo (art. 2). Inoltre, a tutela del benessere animale, con la legge n. 623 del 14/10/1985, si è stabilito che nella macellazione rituale, i bovini devono essere immobilizzati in modo da evitare «ogni dolore, sofferenza ed eccitazione, come anche ogni ferita o contusione».Il d.lgs. del 1 settembre 1998, n. 333 si pone lungo la linea di una tutela sempre maggiore degli animali destinati alla macellazione. Secondo tale normativa la macellazione rituale può essere compiuta dall’autorità religiosa sotto la responsabilità del veterinario competente . La macellazione rituale è quindi possibile presso stabilimenti il cui titolare abbia dato alla autorità sanitaria comunicazione di essere in possesso dei requisiti previsti per legge. Per tali macelli, ove si pratica l’abbattimento a scopo rituale, come anche per quelli ove si pratica la macellazione ordinaria, si stabilisce che essi debbano essere strutturati in modo da permettere di evitare il più possibile la sofferenza e lo stress dell’animale. In caso di macellazione rituale così circoscritta, è escluso l’obbligo di stordimento, che è invece stabilito normalmente, per i bovini, suini, ovini e caprini, anche nel caso di macellazione privata per consumo familiare. Cosa succede negli altri Stati Membri della Comunità europea: tratto da http://www.anonym.to/?http://ec.europa.eu/italia/images/attualita/aff_istituzionali/symboliquedrapeaux.jpgLe normative italiane di cui sopra rappresentano il recepimento di una serie di regolamenti e direttive comunitarie volte a disciplinare la macellazione ed il benessere animale. Queste disposizioni, pur specificando l’obbligo dell’esecuzione dello stordimento prima della iugulazione dell’animale, lasciano la possibilità di deroghe specifiche. In conseguenza di ciò, ogni stato membro ha affrontato il problema della macellazione rituale in modo differente. Mentre in Italia, Francia e Gran Bretagna sono state emanate delle apposite leggi volte a concedere, anche in virtù del principio di libertà di religione, la possibilità di macellare sul territorio nazionale animali secondo i riti religiosi ebraico e mussulmano, in altre nazioni europee vige il divieto per l’esecuzione di tali pratiche. E’ il caso questo della Svezia, della Norvegia e dell’Islanda. La Danimarca e la Finlandia, invece, hanno stabilito che la macellazione rituale sia consentita nel proprio territorio purchè la iugulazione dell’animale sia seguita dal rapido stordimento. La macellazione rituale tra libertà religiosa ed etica: un antico approccio ai problemi del benessere animale e della sicurezza alimentare: Secondo diversi studiosi di teologia e scienza, le macellazioni rituali ed i relativi precetti alimentari rappresentano un primo approccio ai problemi, oggi in auge, del benessere animale e della sicurezza alimentare. Infatti, nel Corano viene esplicitamente menzionato di non arrecare sofferenze all’animale e di trattarlo in modo da ridurre al minimo le sue sofferenze. In questo contesto si comprende anche, perché le carni halal e koscher debbano essere ottenute solo da animali uccisi con l’impiego di coltelli dalla lama molto affilata. Si potrebbe infatti, intendere tale specifica, come un primo approccio alle problematiche di benessere animale intendendo il precetto di utilizzare solo lame affilate, come un mezzo per ridurre al minimo, le sofferenze dell’animale. Naturalmente queste regole vanno considerate alla luce delle conoscenze e delle tecniche disponibili nel periodo in cui esse sono state formulate. In ogni caso tutti gli studiosi sono concordi nel sottolineare che nelle macellazioni rituali è assente ogni intento di crudeltà nei confronti degli animali e al contrario, esse sono state elaborate al fine di eliminare ogni inutile sofferenza. Di recente, diverse associazioni animaliste, hanno sottolineato come il metodo di uccisione praticato in entrambi i riti religiosi, risulti cruento e pertanto non accettabile. A tal proposito nel 2003 è stato espresso un parere dal comitato nazionale di bioetica (CNB) relativo all’esecuzione di queste pratiche in relazione al benessere animale. Secondo il CNB “Il fatto che un determinato comportamento costituisca una manifestazione della libertà religiosa non lo rende automaticamente lecito o moralmente accettabile”. In altri termini esistono dei limiti nel manifestare il proprio credo religioso che hanno lo scopo di impedire danni alla libertà ed ai diritti altrui e di tutelare l’ordine pubblico, la salute e la morale pubblica. Nel caso delle macellazioni rituali il limite è la morale pubblica sempre più propensa alla tutela del benessere animale. Secondo il CNB le macellazioni rituali non urtano contro i limiti ora indicati se non si dimostra che la sofferenza inferta agli animali macellati ritualmente è superiore a quella patita dagli animali macellati secondo gli altri metodi. In secondo luogo, ammettendo che le macellazioni rituali implichino un incremento di sofferenza, è necessario valutare il peso oggettivo di questo aumento in relazione alle altre sofferenze che l’animale destinato alla macellazione subisce. Infine, accettando che l’incremento di sofferenza animale determinato dall’assenza di stordimento sia rilevante, si tratta di considerare se esso è comunque ammissibile per salvaguardare la libertà religiosa. Pertanto, conclude il CNB “ Considerando che la particolare tutela costituzionale riconosciuta nel nostro ordinamento alla libertà religiosa induce a ritenere giuridicamente lecita la macellazione rituale, il CNB la ritiene bioeticamente ammissibile ove sia accompagnata da tutte quelle pratiche non conflittuali con la ritualità stessa della macellazione che minimizzino la sofferenza animale”.Da un punto di vista igienico sanitario risulta assai interessante ricordare come la pratica ebraica della bedikà che consiste nell’esaminare gli organi dell’animale dopo l’eviscerazione, risulti del tutto compatibile con l’ “ispezione sanitaria post-mortem”. Questa è obbligatorio per legge in tutti i macelli presenti nel territorio nazionale e consiste nell’esecuzione da parte di un medico veterinario designato dall’Autorità Competente, di un esame degli organi dell’animale allo scopo di eliminare le carcasse dei soggetti malati. La bedikà pertanto, rappresenta una forma antica di ispezione sanitaria post-mortem volta a tutelare la salute dei consumatori. Per saperne di più:http://www.anonym.to/?http://www.governo.it/bioetica/pdf/55.pdfhttp://www.anonym.to/?http://eprints.uniss.it/1599/http://www.anonym.to/?http://www.olir.it/areetematiche/.../Roccella_Macellazione_alimentazione.pdf http://www.governo.it/Presidenza/USRI/confessioni/normativa_interesse.html


Molti si domandano come sia possibile che la Torà, promotrice dei valori universali di sensibilità e compassione verso il prossimo, consideri la macellazione rituale ebraica detta shechittà l’unico metodo di macellazione possibile, escludendone qualunque altro.
La domanda acquisisce ulteriore peso se si considera che la Torà vieta esplicitamente la provocazione di dolore inutile agli animali1, fatto che emerge, ad esempio, dal precetto che richiede di sollevare l’onere di una bestia crollata sotto il proprio carico, anche qualora l’animale appartenga al nemico2.
A questo proposito, il Talmud afferma che, nel caso di un animale in pena, è vietato porgere aiuto in cambio di denaro, in quanto la sofferenza della creatura deve essere alleviata con la massima urgenza3.
Gli esempi che si potrebbero citare in proposito sono innumerevoli.
Emerge di nuovo la domanda: se la Torà considera la compassione un valore tanto essenziale, per quale motivo essa richiede di uccidere gli animali con un coltello, vietando qualunque altro sistema fra i più diffusi, quale lo sparo di un chiodo alla testa dell’animale per mezzo di una pistola, che – pare – assicuri una morte più rapida e meno dolorosa? La Torà vieta, inoltre, di stordire l’animale in qualunque maniera prima di ucciderlo: né colpendolo con un oggetto pesante né per mezzo di una scossa elettrica (elettroshock), ad esempio, entrambi sistemi adottati ormai in tutto il mondo al fine di ridurre la sofferenza degli animali.●
Di seguito ci si inoltrerà esclusivamente nella questione concernente il metodo più opportuno per macellare bestiame e volatili, tralasciando intenzionalmente la questione della legittimità della consumazione della carne.
Nel corso dei secoli passati era diffusa, quanto ben accetta, l’opinione secondo la quale le leggi della shechittà garantiscono all’animale il minimo dolore e la minor sofferenza possibile. La Torà, infatti, richiede di eseguire la macellazione rituale per mezzo di un particolare coltello perfettamente affilato. La benché minima intaccatura della lama – percettibile facendovi scorrere lievemente l’unghia di un dito – rende il coltello inadatto alla shechittà e vieta la consumazione di qualsiasi animale sgozzato per mezzo di tale strumento4.
La Legge ebraica richiede, inoltre, che la shechittà venga effettuata con la massima velocità, con un rapidissimo movimento del coltello, affinché l’animale sia sottoposto al minor dolore possibile, se non ad alcuno affatto. Le testimonianze di persone sottoposte a un taglio del genere – si pensi al caso di trattamenti medici di emergenza – confermano come esso non comporti alcuna sofferenza a condizione che venga eseguito con una lama affilata. E’ solo in seguito alla fuoriuscita del sangue che si percepisce il dolore.
Secondo i saggi, i processi di macellazione adottati in altre culture causano, invece, intenso dolore e gran sofferenza dell’animale6.
Questa prospettiva tradizionale ebraica – di per sé convincente – è stata ampiamente sostenuta da una serie di esperimenti concernenti la struttura dei vasi sanguigni e delle arterie del cervello dei mammiferi. Si tratta di esperimenti che non lasciano spazio a dubbi riguardo alla macellazione ebraica e aggiungono che la shechittà al lungo elenco di prove che attestano l’origine divina della Torà.
Alla base della scatola cranica dei mammiferi si trova un’anastomosi, ossia una comunicazione tra vasi sanguigni dello stesso livello, che crea una sorta di “stazione centrale” per tutto il sangue che affluisce al cervello; negli esseri umani questa stazione è denominata “Poligono di Willis”, mentre negli animali prende il nome di “Rete Mirabile”.
Come è noto anche a coloro che sono alle prime armi con la medicina, un’improvvisa perdita di pressione sanguigna in questa parte centrale del cervello porta immediatamente ad uno stato di incoscienza.
Al momento dell’esecuzione della shechittà, non appena il coltello recide le arterie carotidi responsabili di condurre il flusso sanguigno dal collo al cervello, viene interrotto il flusso sanguigno, la pressione cala bruscamente e l’animale perde conoscenza entro un tempo massimo di due secondi, trascorso il quale esso non prova più alcun dolore.
In sintesi, la shechittà non provoca alcun dolore all’animale grazie all’affilamento del coltello, alla rapidità con la quale viene effettuato il taglio e all’immediata perdita di conoscenza della vittima. Viceversa, è accertato che gli altri metodi di macellazione causano dolore all’animale. Anche lo stordimento della bestia per mezzo dell’elettroshock – che dovrebbe risparmiarle qualunque sofferenza – di fatto ne “frigge” il cervello ed è causa di inutile pena. Quanto all’uccisione per mezzo dello sparo alla testa – essa fa soffrire l’animale soprattutto se viene effettuata in maniera inaccurata per via di un movimento imprevisto della bestia o di una mira imprecisa. In casi del genere, l’intensità del dolore è ben lungi dall’essere ridotta al minimo, lasciando spazio a inutili sofferenze7.
Le ricerche scientifiche dimostrano che, benché il corpo dell’animale sobbalzi in seguito alla perdita di conoscenza che segue la shechittà, si tratta soltanto di un riflesso muscolare, paragonabile a quello del movimento della coda di una lucertola staccata dal corpo del rettile: malgrado, infatti, gli eventuali movimenti involontari e riflessivi, è ovvio che una coda separata dal corpo non possa percepire alcun dolore.
A questo punto si potrebbe concludere la dissertazione con gli argomenti appena esposti – di per sé convincenti – ma ciò significherebbe rinunciare a una questione alquanto sorprendente che si preferisce non tralasciare. Le arterie carotidi apportano il sangue al cervello dalla parte anteriore del collo. Nella sua parte posteriore, vicino alle vertebre, vi sono altre arterie, dette vertebrali. Esse si collegano anche alla base del cervello, conducendovi il sangue. Come può dunque, la shechittà – effettuata esclusivamente sulla parte anteriore del collo – impedire la sofferenza dell’animale? Passando per le arterie vertebrali, il sangue non continua forse a scorrere verso la Rete Mirabile? Eppure la Legge ebraica vieta il taglio di queste arterie, poiché esso implicherebbe inevitabilmente anche quello delle vertebre, fatto che renderebbe invalida la shechittà.
A questo proposito la ricerca moderna ha compiuto una scoperta sorprendente. Benché sia vero che tutti i mammiferi sono caratterizzati da arterie anteriori e posteriori, in tutti i ruminanti con lo zoccolo fesso – ossia gli animali kashèr che la Torà ci consente di consumare – le arterie posteriori presentano una struttura diversa.

Mentre in tutti i mammiferi non kashèr le arterie si immettono nella cosiddetta stazione centrale del cervello (vedi sopra) , negli animali la cui consumazione è consentita dalla Torà, esse si collegano a quelle anteriori prima di raggiungere il cervello. Pertanto, la shechittà eseguita su animali kashèr esclusivamente sulla parte anteriore del collo, interrompe quasi istantaneamente il flusso del sangue al cervello. Il flusso che raggiunge il cervello tramite le arterie vertebrali esce immediatamente all’apertura del taglio, allontanandosi dal cervello, fatto questo che implica un calo immediato della pressione e la perdita di conoscenza da parte dell’animale, risparmiandogli qualunque dolore.
Per concludere, grazie alle ricerche condotte di recente sul sistema circolatorio di vari animali, la domanda posta sulla Torà del Creatore del mondo è divenuta essa stessa prova della sua origine trascendentale. Infatti, chi altri se non D-o stesso, avrebbe potuto operare la meravigliosa distinzione fisiologica fra i diversi mammiferi, creando il legame esistente fra gli animali definiti kashèr dalla Legge ebraica e la loro struttura fisiologica, richiedendoci di macellarli in una maniera che non infligga loro né pena né dolore?●●

Esiste un’altra differenza fra gli animali kashèr e quelli non kashèr sulla quale è opportuno soffermarsi in questa sede.
Uno studio condotto nel 1961 dimostra che cavalli, cani e altri animali oppongono resistenza alla macellazione in quanto sensibili alla morte imminente.●●● Si agitano, si dibattono e addirittura scalciano fino agli ultimi momenti di vita. Nei mattatoi kashèr questo fenomeno è quasi del tutto assente. Gli agnelli che assistono alla macellazione di altri animali, per citare un esempio, non manifestano alcun segno di timore. Si verificò anche un caso in cui un vitello, al quale era stato consentito di vagare liberamente nel corso della shechittà effettuata su altri esemplari, non tentò affatto di fuggire, nonostante la porta del mattatoio fosse aperta. Inoltre, benché di norma i ruminanti cessino la loro attività digestiva quando si trovano in stato di tensione, nei mattatoi dove viene praticata la shechittà essi sono tanto tranquilli da accovacciarsi a ruminare mentre altri esemplari della loro specie vengono abbattuti nei dintorni.
Tutto ciò lascia trasparire che gli animali kashèr non solo non soffrono durante la shechittà ma non provano neppure alcun disagio emotivo prima dell’esecuzione dell’atto, né percepiscono la morte imminente.
Tuttavia, esistendo la possibilità che un esemplare sia più sensibile al dolore di altri9, la Legge ebraica vieta l’uccisione di un animale in presenza di un suo simile, al fine di risparmiare la benché minima pena a quello in vita10.
A questo proposito, inoltre, è interessante riportare l’opinione della dott.sa Temple Grandin, una delle maggiori esperte nel campo della ricerca sul trattamento dei bovini, che ha sviluppato varie tecniche mirate a ridurre la sofferenza degli animali nei ranch e nei mattatoi. La ricercatrice sostiene che il momento di massima sofferenza degli animali condotti nei mattatoi sia raggiunto non durante la loro uccisione, bensì nel periodo che intercorre dall’arrivo al macello a quello della morte, per via dei trattamenti impropri ai quali sono sottoposti 11. Dagli studi della Grandin emerge che, se trattati in modo adeguato, i bovini giungono rilassati al momento dell’abbattimento e il rischio che essi si scatenino non si presenta. Infatti, poiché nel caso della shechittà il vero dolore è inesistente, risulta chiaro che un trattamento appropriato elimina qualunque possibilità che l’animale soffra nel corso della sua uccisione.
E’ possibile spingersi ancora oltre nell’analisi degli aspetti intrinsechi della shechittà. La carne macellata e destinata alla consumazione deve esser conservata in ottime condizioni igieniche, sia per ragioni salutari – al fine di evitare eventuali intossicazioni alimentari – sia per motivazioni economiche – affinché non avvengano inutili sprechi di cibo. In generale, più la qualità della carne è alta e più viene conservata fresca, meno ne deve essere gettata e, di conseguenza, meno animali devono essere abbattuti. Secondo alcuni ricercatori, la shechittà garantisce una carne di qualità migliore. Lo sparo, ad esempio, lascia nella carcassa dell’animale un eccesso di sangue dovuto all’intervallo fra la morte e il sanguinamento del corpo inanimato, facendo sì che la carne si deteriori più rapidamente. Nel caso degli altri sistemi di macellazione la situazione è addirittura peggiore12.
Approfondimenti● L’ebraismo insegna che gli infiniti dettagli del creato esistono per aiutare l’uomo – che ne è la corona, il pinnacolo – a raggiungere lo scopo divino per il quale è stato creato, sia materialmente che spiritualmente. L’illustre cabalista Rabbi Moshé Cordovero (ca. 1522 - Safed, 1570) si sofferma su questo concetto nel quarto capitolo della sua famosa opera Tomèr Devorà dove scrive che gli esseri umani sono tenuti “ad avere compassione di tutte le creature e a non arrecare loro danno alcuno, se non per portarle da un livello all’altro: da quello vegetale a quello animale e da quello animale a quello umano. Solo a questo scopo è consentito sradicare piante e uccidere, ossia provocare una carenza [di vita] al fine di elargire [un livello superiore]. In altri termini, esiste una forma di tikkùn – rettificazione e trasformazione – anche per le piante e gli animali: esso avviene a partire dal momento in cui essi entrano a far parte del mondo umano, “corona del creato”.Per questo motivo non esiste alcun conflitto fra la consumazione della carne da parte dell’uomo e l’ingiunzione a preservare qualunque elemento vivente del creato.Citando ancora le parole di Rabbi Cordovero: “La misericordia dell’uomo deve estendersi a ogni creatura; non la sminuisca né la distrugga, poiché la Saggezza Superiore racchiude ogni elemento del creato – minerali vegetali, animali e umani. E’ per questa ragione che ci è vietato sprecare cibo. La Saggezza Superiore non sminuisce alcuna cosa e tutto scaturisce da Essa, come è scritto: ‘tu li creasti con saggezza’5. Analogamente, l’uomo deve avere compassione di tutte le creature del Signore ed è tenuto a non sminuire alcuna delle cose esistenti al mondo, create tutte con saggezza. Non si sradichino vegetali se non quando necessario e non si uccida alcun essere vivente se non per necessità”.
●● “Il flusso sanguigno principale raggiunge il cervello dal Poligono di Willis. Nei mammiferi, la struttura del Poligono (o della Rete Mirabile) e dei vasi sanguigni che ne fuoriescono risulta omogenea in maniera evidente. Tuttavia, esistono delle differenze tra i diversi mammiferi nell’ambito delle arterie che apportano il sangue al Poligono e in quello della direzione del flusso sanguigno nelle diverse arterie”Dyce, Sack and Wensing, Textbook of Veterinary Anatomy 3rd edition, (Oxford: Saunders, 2002), pag. 302”Nel maiale, l’arteria vertebrale è simile a quella del cavallo… e collega la Rete Mirabile al cervello.”Sisson, Grossman and Getty, Sisson and Grossman’s The Anatomy of the Domestic Animals, pag. 1309)
●●● Per ulteriori dettagli su questa ricerca è possibile consultare il libro “Schittah and Animal Suffering” (“La shechittà e la Sofferenza degli Animali”) dove, fra l’altro, si spiega che mentre all’essere umano la sola vista di un coltello può provocare una sensazione di paura, gli animali – che ignorano la funzione di tale strumento – non lo temono neppure prima di venire abbattuti. A questa conclusione si giunse nel momento in cui fu mostrato ad alcuni animali un coltello intriso di sangue ed essi non solo non reagirono negativamente alla vista dell’oggetto, ma addirittura leccarono il liquido che colava dalla lama.
Note e fonti
1. Su questo tema si consulti l’eccellente opera di David Sear: The Vision of Eden: animal welfare and vegetarianism in Jewish law and mysticism (Spring Valley, NY; Orot, 2003)
2. Esodo 23, 5
3. Talmud Baba Metzi’à 22a
4. Shulchàn ‘Aruch, Yoré De’à Hilchòt Shechittà 6, 1.
5. Si veda anche l’opera del rabbino Yisrael Meir Levinger, Jewish Ritual Suffering and the Suffering of Animals (ebraico) (Maskil Ledavìd).
6. Per un paragone approfondito fra la shechittà e gli altri metodi di macellazione, cf Levinger, cap. XVI
7. Cf la vicenda di Rabbi Yehudà il Principe e il vitello in Talmùd Baba Metzi’à 85a
8. Shulchàn ‘Arùch, Yorè De’à 26, 14.
9. L’articolo della dott.sa Grandin è stato pubblicato anche sul seguente sito web: http://files.hsus.org/web-files/PDF/MARKStateofAnimalsCh06.pdf.
10. Questi dati si basano sui risultati dei test effettuati sulle teste di ottanta capi di bestiame, grazie ad una tecnica chimica sviluppata dai ricercatori Radan e Miroslav. Cf Levinger, ibid, cap. XV. A questo proposito è opportuno menzionare la legge che richiede di salare la carne dopo la macellazione per estrarre i residui di sangue. Questo processo deriva dal divieto di di consumare sangue – proibizione di carattere essenzialmente spirituale che presenta anche dei benefici in ambito salutare.
11. Salmi 104, 4.
12. Cf Levinger, cap. 14.
La Shechittà e la sofferenza degli animali
Sintesi della Ricerca condotta dal veterinarioDott. Norberto Netanya Klein
In passato, i tentativi di vietare la macellazione rituale ebraica in Europa sono stati numerosi. La shechittà, infatti, era ritenuta crudele e in contrasto con il metodo di macellazione preceduto dallo stordimento, più ampiamente adottato nel mondo. In qualità di veterinario, nel corso della mia carriera ho condotto una ricerca medica sulla questione della shechittà e sulla sofferenza degli animali; quella che segue è, dunque, una sintesi di tale ricerca, finalizzata a provare che il sistema di macellazione più umano e meno doloroso per l’animale è proprio quello della shechittà.
La Sensazione di DoloreCome dimostratomi dalla mia esperienza personale relativa alla sensazione di dolore proveniente dall’esterno, un taglio affilato non causa alcuna percezione fisica; tale percezione, come pure l’elaborazione e la trasmissione del dolore, richiede troppo tempo al cervello, cui, talvolta, questi messaggi non arrivano neppure.
Molto spesso, la percezione di tagli del genere non si ha affatto nel momento in cui essi vengono effettuati, bensì esclusivamente in seguito alla fuoriuscita di sangue che ne consegue. Quanto al dolore interno, mi soffermo in questa sede su due scoperte sorprendenti:
1. L’Immediata Perdita di ConoscenzaVi sono tre sistemi per misurare la circolazione del sangue e la reazione cerebrale. Il primo è la misurazione delle onde cerebrali (per mezzo dell’EEG o encefalografia); il secondo implica un mezzo di contrasto idrosolubile all’interno dei vasi sanguigni (angiografia); il terzo avviene per mezzo di un manometro, un particolare strumento di misura dei fluidi. La perdita di ossigeno causata dalla shechittà influisce prima di tutto sul cervello, che cessa ogni attività entro un tempo massimo di due secondi. Solo in un secondo tempo il sistema cardiologico, che può funzionare indipendentemente dal cervello per un lasso di tempo molto limitato, inizia a reagire alla perdita di ossigeno, in quanto il sistema nervoso controllato dal cervello influisce soltanto sul ritmo e sull’intensità del battito cardiaco. Inoltre, benché costituisca solo il due per cento del peso totale del corpo, il cervello riceve il venti percento del sangue pompato dal cuore. In generale, la maggior parte del sangue viene condotta al cervello dall’arteria carotide, mentre solo una piccola parte da quelle vertebrali. I vasi sanguigni si dirigono verso una zona detta Rete Mirabile negli animali e Circolo (o Poligono) di Willis negli esseri umani, che funge da “stazione centrale” per il controllo del flusso sanguigno.
Da queste zone il sangue viene distribuito alle varie parti del cervello, partendo dalla corteccia, responsabile della conoscenza. Nel corso della shechittà, l’apporto di sangue al cervello si interrompe e il sangue fuoriesce completamente a causa dei mutamenti della pressione sanguigna interna. Analogamente, il sangue che scorre nell’arteria vertebrale abbandona il corpo passando per l’arteria carotide. La perdita di conoscenza, dovuta alla mancanza di ossigeno, avviene entro pochi secondo. E’ importante notare che la fuoriuscita del sangue avviene così rapidamente che il trentatré per cento della sua quantità totale presente nel corpo fuoriesce entro trenta secondi dal taglio, mentre il cinquanta per cento di essa entro sessanta.
Inoltre, il movimento percepito negli animali in seguito alla shechittà è un riflesso involontario dei muscoli dovuto alla perdita di ossigeno e alla mancanza di ATP, o adenosinitrifosfato, la molecola chiave nel metabolismo energetico della cellula. Le cellule che perdono la loro abilità di funzionare non sono più in grado di assorbire il calcio. Quello che rimane al loro interno porta a una contrazione irreversibile dei muscoli, dovuta appunto all’assenza di ossigeno all’interno delle cellule.
2. Il Flusso Sanguigno al Cervello negli Animali KashèrNegli animali la cui consumazione è permessa dalla Legge ebraica, ossia nei ruminanti con lo zoccolo fesso, le arterie vertebrali appaiono meno sviluppate e non raggiungono la Rete Mirabile. In altri termini, esse si drenano nella carotide. Il fenomeno è molto evidente nelle pecore, dove le arterie vertebrali sono del tutto vestigiali e non contribuiscono in modo alcuno al flusso sanguigno.
Diversamente, negli animali la cui consumazione è vietata dalla Torà, le arterie vertebrali rivestono una funzione essenziale nel flusso del sangue al cervello. Il cavallo, il cane, il maiale e l’essere umano, ad esempio, presentano una struttura arteriale molto simile. Nel cavallo e nel cane la Rete Mirabile è relativamente sottosviluppata, e le arterie vertebrali apportano il flusso sanguigno direttamente alla zona cerebrale: ciò significa che in questi animali la perdita di conoscenza al momento della shechittà richiede più tempo che in quelli kashèr, rischiando di causare loro dolore.
In conclusione, è possibile affermare che una shechittà eseguita in base ai dettami della Torà non causa dolore e sofferenza agli animali che le sono sottoposti.
Note e fonti
Rosen, S.D. Physiological Insights into Shehita, The Veterinary Record, (June 2004) 154, 759-765.
Getty-Sisson and Grossman Shechittà, the Anatomy of the Domestic Animals; pubblicato in Italia dalle edizioni Piccin-Nuova Libraia con il titolo: Anatomia degli Animali Domestici.
Daly C.C. Kallwei, E. & Ellendorf, F. (1988), Cortical Function in Cattle During Slaughter, Veterinary Record 122, 325-329.
Dukes, H. H. (1958), A Study of Blood Pressure and Blood Flow in The Vertebral Arteries of Ruminants, Report to the Humane Slaughter Advisory Committee, US Department of Agriculture, Ithaca University.
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Tratto da: Zamir Cohen, La Grande Svolta, Mamash.

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