PER CHI VOLESSE ESPRIMERE IL PROPRIO PARERE SUGLI ARGOMENTI TRATTATI O VOLESSE RICHIEDERE IN MERITO AGLI STESSI DELUCIDAZIONI O CHIARIMENTI, E' POSSIBILE COMUNICARE CON ME INVIANDO UN COMMENTO (cliccando sulla scritta "commenti" è possibile inviare un commento anche in modo anonimo, selezionando l'apposito profilo che sarà pubblicato dopo l'approvazione) OPPURE TRAMITE MAIL (cliccando sulla bustina che compare accanto alla scritta "commenti")
FUSIORARI NEL MONDO
Majai Phoria
UN UOMO GIACE TRAFITTO DA UN RAGGIO DI SOLE, ED E’ SUBITO SERA
Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam
VILLA BERTI VIA BEL POGGIO N. 13 IMOLA http://www.villaberti.it/
Condizioni per l'utilizzo degli articoli pubblicati su questo blog
I contenuti degli articoli pubblicati in questo blog potranno essere utilizzati esclusivamente citando la fonte e il suo autore. In difetto, si contravverrà alle leggi sul diritto morale d’autore. Si precisa che la citazione dovrà recare la dicitura "Pietro Berti, [titolo post] in http://pietrobertiimola.blogspot.com/" E' poi richiesto - in ipotesi di utilizzo e/o citazione di tutto o parte del contenuto di uno e/o più post di questo blog - di voler comunicare all'autore Pietro Berti anche tramite e-mail o commento sul blog stesso l'utilizzo fatto del proprio articolo al fine di eventualmente impedirne l'utilizzo per l' ipotesi in cui l'autore non condividesse (e/o desiderasse impedire) l'uso fattone. Auguro a voi tutti un buon viaggio nel mio blog.
La giustizia francese risponderà alle sue attese Roma, 27 nov. (Apcom) - La moglie del presidente francese Carla Bruni ha scritto alla madre di Daniele Franceschi, il giovane italiano morto in circostanze tutte da chiarire in un carcere francese. Il testo della missiva è riportato da Repubblica. Rispondendo a sua volta alla lettera della signora Franceschi Carla Bruni si dice "molto commossa" e si rammarica di non essere riuscita a contattare diversamente la donna. Nel merito Carla Bruni Sarkozy scrive: "Ho pienamente fiducia nella giustizia francese che risponderà alle sue attese e a quelle delle autorità italiane. Sono in corso contatti in questa direzione". Infine Carla Bruni rinnova la sua "solidarietà" alla signora Franceschi e le augura di "mantenere forza e coraggio in questi momenti particolarmente dolorosi".
Sarkozy sul caso Franceschi"La giustizia darà risposte" Dall'Eliseo il presidente francese, attraverso il capo di gabinetto Lambert Guillame, ha risposto al sindaco Lunardini
Viareggio, 1 dicembre 2010 - Dopo la lettera di Carla Bruni ora anche il presidente francese Nicholas Sarkozy interviene sul caso Franceschi. Attraverso Lambert Guillame, capo di gabinetto, Sarkozy ha risposto alla lettera che il sindaco di Viareggio, Luca Lunardini, aveva scritto all'Eliseo qualche settimana fa per chiedere attenzione sulla morte di Daniele Franceschi, avvenuta per cause ancora tutte da chiarire nel carcere di Grasse. ''Siate certo che la giustizia francese è determinata a rispondere alle attese dei familiari del signor Franceschi e a quelle delle autorità italiane. Contatti in questo senso sono già in corso - scrive Lambert, ricordando che - il presidente segue con molta attenzione la vicenda"
''Nel ringraziare il presidente della repubblica francese per l'attenzione che ha voluto riservare alla mia lettera - dice Lunardini - sottolineo che la stessa presidenza della repubblica francese definisce legittime le domande che i familiari di franceschi e la comunità viareggina si stanno ponendo sulle circostanze della morte di Daniele. I legittimi dubbi sulle cause della morte del concittadino ci sostengono - afferma Lunardini - nella scelta di aver portato avanti una battaglia di giustizia che ha evidente riscontro anche nel capo dello stato francese. Questa risposta - conclude - assieme a quella giunta nei giorni scorsi alla mamma di Daniele da parte di Carla Bruni, è il risultato di una costante e corretta pressione politica e diplomatica esercitata a tutti i livelli e rappresenta un ulteriore passo verso il raggiungimento della verità sul caso Franceschi''.
Nella lettera inviata a Sarkozy, Lunardini scriveva, fra l' altro: ''Non sono un giurista nè un esperto in diritto internazionale e non dubito, nè voglio farlo, che la Legge sia stata sempre rispettata, ma dopo cinque mesi e mezzo di carcere (il giovane e' morto il 25 agosto) il ragazzo non era stato ancora sottoposto a giudizio''.
E ancora: ''Nelle lettere scriveva ai suoi cari di un clima di sopruso e discriminazione in quei corridoi e in quelle celle''. Ma soprattutto il sindaco faceva notare che la morte di Daniele Franceschi ''suscita dubbi e riserve sulle sue cause, sulle incerte modalità di comunicazione con iniziali esitazioni perfino sulla data del decesso, per l'impossibilità per i familiari e i periti di parte di vedere la salma. Una foschia di informazioni sulla quale solo l'intervento della Diplomazia Italiana ai suoi massimi livelli ha permesso di porre attenzione. Giovedi' 14 ottobre, ciò che resta del giovane Daniele è tornato all'affetto dei suoi cari e della sua città. Con un dubbio, che si potrebbe aggiungere agli altri: un povero corpo non conservato secondo le riconosciute regole della buona medicina legale. Gentile Presidente, io voglio, vogliamo tutti, conservare la fiducia nella giustizia francese, Nazione maestra di libertà e democrazia. Presidente ce lo permetta''
Pochi giorni prima erano emersi nuovi fatti sconcertanti come dimostra l'articolo di crinaca sotto riportato.
Viareggio, 18 novembre 2010 : spuntano foto choc sulla morte di Daniele Franceschi Macchie rosse sospette sul corpo di Daniele, forse un'ecchimosi. Scattate 4 ore dopo il decesso
Un nuovo mistero, che visti gli eventi richiede di essere chiaramente spiegato e accertato, si apre sulla vicenda della drammatica morte di Daniele Franceschi nel carcere francese di Grasse. Spuntano, infatti, alcune foto del cadavere del giovane scattate in cella 4 ore dopo il decesso che mostrano alcune probabili anomalie della pigmentazione cutanea del ragazzo.
Le foto sono state mostrate ieri dalla madre di Daniele, Cira Antignano a La Nazione. Essendo particolarmente crude non possiamo mostrarvele. Ma le raccontiamo. Due sono piuttosto significative: una del volto, del collo e del petto del giovane ormai defunto; l’altra del corpo senza vita sul pavimento della cella, rivolto faccia in basso e coi pantaloncini abbassati che lasciano scoperti i glutei. Daniele sarebbe morto alle 18 dopo un tentativo di rianimazione dall’attacco cardiaco (questa la versione), effettuato dall’infermiere del carcere in cella, col defibrillatore.
Prima il giovane era stato ricoverato in infermeria, fino al pomeriggio, per un elettrocardiogramma e probabile terapia medica. Le foto sembrano digitali in originale e quindi suscettibili di saturazione del colore, ma il dorso e le gambe appaiono arrossati, molto pigmentati: colorazione compatibile con le macchie ipostatiche post mortem, che però sono assolutamente assenti sui glutei uniformemente bianchi. Sulla schiena, in corrispondenza delle sporgenze scapolari, alcune aree più chiare compatibili con l’appoggio del corpo al pavimento o a una brandina durante il soccorso. Se però il corpo non è rimasto in quella posizione per 4 ore, non si spiega l’assenza di macchie ipostatiche sui glutei. Se la pigmentazione fosse causata da una reazione allergica o fotoindotta da farmaci, la colorazione dovrebbe parimenti essere presente sui glutei nel primo caso, e assente nel secondo.
Ma la madre Cira ieri ha escluso che il giovane, durante la carcerazione, avesse preso il sole perché non usciva per l’ora d’aria. "Aveva visto dei brutti personaggi in carcere e non voleva correre rischi" ha detto la donna.Sul volto il carnato presenta meno macchie ma secondo la famiglia c’è un segno sullo zigomo destro compatibile con ecchimosi. Sul collo, lato destro, in prossimità della succlavia, è presente un cerotto a croce che indicherebbe una ferita o un intervento di perfusione tipo fleboclisi (ma in tale sede si fa solo per ospedalizzazione prolungata, di solito).
Anche sul petto, ma con meno uniformità del dorso, la pelle appare iperpigmentata. Amici nel carcere hanno riferito che dopo la morte Daniele era rosso come il fuoco, colore poco compatibile con un arresto cardiaco seguito dal tentativo di rianimazione, con probabili spasmi terminali del miocardio: generalmente in questi casi, subito dopo la morte, la separazione del plasma fa assumere alla cute del morto un colore particolarmente giallo. Può essere che l’arresto cardiaco sia stato scatenato da uno schock anafilattico, magari da farmaci, il che avrebbe richiesto l’immediata terapia in vena con adrenalina, antistaminici e cortisonici? Una corretta analisi tossicologica potrebbe dare le risposte alle stranezze di queste foto.
Corpi da una parte e teste dall’altra. L’ultimo ritrovamento, tra i cespugli, domenica 14 marzo nello stato di Guerrero, ad Acapulco, la città-cartolina del Messico. Ma se i cadaveri decapitati in Messico sono oramai la norma, non era mai successo che il “metodo” venisse esportato a Filadelfia, come ha denunciato lo scorso anno il congressman repubblicano Mark Kirk . Preoccupato lui ma preoccupata soprattutto l’amministrazione di Barak Obama che sempre più spesso manda in Messico il segretario di Stato Hillary Clinton, il ministro della Giustizia Eric Holder e quello della Sicurezza interna Janet Napolitano. Da quando si è insediato, Obama si è già recato due volte in visita ufficiale dal presidente Felipe Calderon per discutere la situazione “sicurezza” e ad aprile potrebbe tornarci, per accompagnare la moglie Michelle in quella che inizialmente doveva essere una visita di piacere. Il perché, numeri alla mano, è semplice: il Messico rischia di trasformarsi per Washington in un fronte di guerra sanguinoso quasi come l’Iraq ma, a differenza di Baghdad che dista migliaia di chilometri dal suolo statunitense, El Paso è separata appena da un ponte e dal Rio Bravo da Ciudad Juarez, stato di Chihuahua, terra di nessuno dove ogni anno viene ucciso un abitante su mille. Solo nell’ultimo week-end i morti ammazzati dai narcos messicani sono stati 60. Durante un funerale a Ciudad Juarez un commando armato ha sparato sulla folla uccidendo 8 persone. Il giovane di cui si celebrava il funerale era stato minacciato di morte dopo che aveva scoperto che l’automobile acquistata risultava rubata, denunciando il fatto alla polizia locale. Ma la situazione è tragica in tutto il paese ed è peggiorata negli ultimi 3 giorni. Poche ore dopo la strage del funerale, a Navolato (stato di Sinaloa), 20 uomini armati fino ai denti hanno fatto irruzione in una festa di compleanno di contadini uccidendo 7 persone. Mentre 32 sono state le vittime dell’ultima esplosione di violenza ad Acapulco, oramai un ex paradiso, dove domina il cartello di “La Familia”. Molte di queste vittime sono poliziotti, che hanno perso la vita in un agguato. Otto cadaveri decapitati sono invece stati trovati in diverse zone della città. Molti analisti paventano per il Messico l’ipotesi di “fallimento dello stato” e, proprio per questo, Cia e Fbi hanno già classificato i cartelli dei narcos, che oltre alla droga trafficano armi e si stanno infiltrando negli Usa con sempre maggior aggressività, come la top priority, al pari del terrorismo di Al Qaeda. Anche perché nelle ultime ore ci sono state anche tre vittime statunitensi: un’impiegata dal consolato Usa e suo marito, e il marito di un’altra funzionaria in due diversi attentati a Ciudad Juarez. Il presidente Barack Obama si è affrettato ad emettere un comunicato condannando le uccisioni e porgendo le proprie condoglianze alle famiglie. Secondo un comunicato della missione congiunta di soldati e della polizia messicana che gestiscono la sicurezza, i sicari formano parte di un gruppo controllato dal cartello della droga di Juarez. Ma l’emergenza messicana - dove secondo le cifre del governo sono state uccise oltre 19mila persone negli ultimi 3 anni dai narcos - preoccupa a tal punto il vicino statunitense che dopo le stragi dell’ultimo week-end il generale Gene Renuart, a capo del Comando Nord dell’esercito Usa (Northcom) è intervenuto sul tema definendo “insorti” i membri dei cartelli dei narcos e suggerendo di condividere con il Messico le tecniche di guerra poste in essere in Iraq ed Afghanistan. paolo.manzo da http://blog.panorama.it/mondo/2010/03/16/messico-lemergenza-narcos-e-la-prima-guerra-di-obama/di Martedì 16 Marzo 2010
Città del Messico, 6 novembre 2010 - In uno scontro a fuoco nei pressi del confine con gli Stati Uniti è stato ucciso dai militari messicani uno dei principali leader del cartello della droga del Golfo, Antonio Ezequiel Cardenas Guillen. Lo ha reso noto Alejandro Poire, portavoce per le questioni di sicurezza del presidente Felipe Calderon. Insieme al 48enne narcotrafficante sono rimasti uccisi altri tre membri della banda, due soldati ed anche un giornalista in quella che è stata una vera e propria battaglia andata avanti diverse ore a Matamoros, sul confine con il Texas. Per evitare i colpi e le granate gli abitanti di Matamoros si sono rifugiati nei negozi e nelle abitazioni ed è stato chiuso il ponte che collega la cittadina con quella texana di Brownsville. Il cartello del Golfo è uno dei più potenti in Messico dove controlla ampie porzioni del traffico della droga, delle armi e degli immigrati. Negli ultimi mesi è impegnato in una guerra per il controllo di queste attività criminali con Los Zetas, una banda criminale un tempo collegata allo stesso cartello. Cardenas Guillen, detto ‘Tony Tormenta’, era alla guida del cartello dal 2003 quando suo fratello Osiel Cardenas Guillen era stato arrestato e poi, nel 2007, estradato negli Stati Uniti. E sulla testa del narcotrafficante ucciso il governo americano aveva posto una taglia di cinque milioni di dollari.
Libera ha pubblicato un dossier dedicato al Messico e alla guerra ai narcos. Il documento racconta ciò che sta avvenendo nelle strade di Mexico City e Ciudad Juarez, negli Stati di Michoacan, Oaxaca, Tamaulipas e in tutto il territorio del Messico. E' la guerra più cruenta e sanguinosa del nostro tempo. Una violenza dilagante che interpella anche le nostre coscienze. Consapevoli che anche in questo caso il nostro silenzio sarebbe connivenza, complicità inerte, colpevole inadempienza, abbiamo deciso di prendere la parola e di urlare il dolore di un popolo.Abbiamo scelto di raccontare ciò che sta avvenendo nelle strade di Mexico City e Ciudad Juarez, negli Stati di Michoacan, Oaxaca, Tamaulipas e in tutto il territorio del Messico. Ma non solo del Messico. La strage quotidiana, la lunga scia di crudeltà che accompagna la storia recente del Messico, ci riguarda tutti. I suoi effetti condizionano pesantemente non solo la vita, l'economia, l'informazione, la politica del Paese americano, ma anche gli USA, l'Europa, l'intera America Latina. Familiarizzare con le cifre dell'eccidio, con i nomi dei cartelli dei narcotrafficanti e con la memoria delle vittime, diventa per noi impegno di giustizia e di responsabilità. Per queste ragioni abbiamo ritenuto di raccogliere in un dossier le informazioni necessarie per dare una ragione alle nostre domande. Una debacle umanitaria che non risparmia più nessuno. Alcuni lo definiscono narcoterrorismo! La "guerra al narcotraffico" è diventata una vera e propria guerra civile (o incivile come tutte le guerre!). Una guerra che non ha ampliato il fine originario del contrasto ai responsabili del traffico di droga e oggi non risparmia più alcun colpo e nessun obiettivo. I cartelli della droga e gli amministratori corrotti rimangono ancora gli attori principali e i primi destinatari di lucrosi profitti il cui bilancio supera quello delle multinazionali. Riprendendo le parole di una delle autrici del reportage, il Messico e i messicani sono ben lontani dal vedere una «soluzione pacifica a tanto dolore».Di fronte a tutto questo, la comunità internazionale sembra silenziosa, indifferente, inefficace mentre la cocaina invade anche le nostre strade e continua a mietere vittime in ogni angolo del pianeta. Per nulla inerte invece sono le mafie nostrane che che vedono crescere i proprio patrimoni grazie al traffico e allo spaccio non solo nel nostro Paese ma in giro per il mondo. Abbiamo sete di segni di speranza e li stiamo cercando perché siamo coscienti che la stragrande maggioranza della popolazione messicana è composta da gente onesta. Perché abbiamo conosciuto associazioni, giornalisti, preti, magistrati, insegnanti... che non solo non ci stanno a sopportare questa situazione, vogliono scrollarsi di dosso questo giogo pesante. Non si rassegnano e offrono quotidianamente competenze, energie e tempo per diffondere un'altra cultura che non sia quella della violenza e del malaffare. Sono i testimoni autentici di un Messico che vuole cambiare. Vuole voltare pagina offrendo altri modelli rispetto a quello del "narco" potente e ricco che proviene dalle periferie emarginate e povere.Abbiamo incontrato vite ferite, orfani di madri e di amici, di colleghi e di figli e ne vogliono onorare la memoria con un impegno coerente e responsabile. Questo dossier vuole farsi eco e speranza di queste stesse speranze per trasformarle in progetto. La solidarietà internazionale è un contributo essenziale non solo perché nessuno si senta solo nel cammino di liberazione e riscatto, ma anche per dare forza all'impegno civile di chi, dicendo no alla violenza, alla corruzione e al guadagno illecito, vuole provare a costruire un altro futuro per il Messico e per noi.
Indice
1. Introduzione 2. Prefazione: L'infiltrazione del male di Cynthia Rodriguez 3. "Siamo in guerra e ci sono danni collaterali" di Renato Forte 4. Il confine con glia U.S.A. E "Los Zetas" di Renato Forte 5. La mappa dei cartelli di Piero Innocenti 6. Il Plan Merida di Adriana Rossi 7. Giornalisti in Messico: "Se informi, muori" di José Gil Olmos 8. Sequestro di beni mafiosi di Renato Forte 9. La società civile: vittima o complice? di Renato Forte 10. Armi, politica e moti popolari di Renato Forte 11. Gli effetti della guerra messicana di Marcela Turati Scarica il dossier.
Narcos: 2300 minori uccisi in 2 annni Situazione peggiorata tra 2009 e 2010 con massacri di gruppo
ANSA) - CITTA' DEL MESSICO, 21 NOV - Piu' di 2.300 minori fino a 16 anni coinvolti nelle faide dei cartelli del narcotraffico sono stati assassinati in Messico tra il 2006 e il 2008. Lo denuncia in un rapporto la Rete per i diritti dell'infanzia. Tra il 2009 e il 2010, in attesa di disporre di dati sicuri, la Rete per l'infanzia afferma che la situazione e' ancora peggiorata, anche perche' di recente i narcos sono passati ai massacri di gruppi interi di giovani: nel Chihuahua quest'anno ne sono gia' avvenuti sette .
Messico, uccisa donna capo polizia. Nuova vittima della guerra dei narcos.
La prima donna ad aver raggiunto il grado di capo della polizia in Messico, la 38enne Hermila Garcia, è stata uccisa da un gruppo di sicari del narcotraffico davanti a casa nello stato di Chihuahua, al confine con gli Stati Uniti. La Garcia era al comando di una squadra di 90 agenti a Meoqui, cittadina dove abitava. Nel 2008 venne uccisa un'altra donna, Silvia Molina, direttore amministrativo della polizia di Ciudad Juarez. Oltre a lei, nello stato di Chihuahua, ci sono altre tre donne capo di polizia - ricorda El Mundo: Verónica Ríos Ontiveros a Samalayuca; Olga Herrera Castillo a Villa Luz; e Marisol Valles, di 20 anni, nel municipio Praxedis G. Guerrero.
Ciudad Juárez costituisce un caso grave e insolito di violenza contro le donne. Sono già più di 430 le donne assassinate e oltre 600 quelle scomparse dal 1993. Le vittime sono quasi tutte giovani (di età compresa tra i 15 e i 25 anni), carine, magre e con i capelli lunghi, provenienti da famiglie povere e molte tra loro non erano originarie di Ciudad Juárez. Questo è l'identikit de Las Muertas de Juarez .
"Nel mondo, nel nostro mondo civilizzato, ci sono delle zone d'ombra nelle quali la parte più oscura dell'animo umano, quella della brutalità e della violenza a danno delle persone più deboli e indifese riemerge con un'intensità che ritenevamo ormai dimenticate. Ciudad Juárez, Messico, è una di queste zone d'ombra.Ciudad Juárez costituisce un caso grave e insolito di violenza contro le donne. Nella maggior parte dei casi, i corpi ritrovati portano le tracce delle violenze estreme subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento, pugnalate, crani fracassati. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile e in alcuni casi il corpo bruciato. Alcuni cadaveri sono stati ritrovati nei quartieri del centro cittadino, altri abbandonati nei fossati, tra terreni incolti in mezzo al deserto e, solo raramente, sepolti in modo approssimativo e frettoloso. Il modus operandi degli assassini riprende quello dei serial killer: tutte le donne sono state uccise in luoghi diversi da quello in cui è stato rinvenuto il loro cadavere, a volte dopo esser state sequestrate per intere settimane e la tipologia delle sevizie è sempre la stessa. Prima del 2001, i cadaveri delle vittime violentate e strangolate venivano sempre ritrovati, ma da quando le inchieste si sono moltiplicate, i corpi hanno cominciato a scomparire nel nulla. Le associazioni hanno calcolato che le donne scomparse sono più di 600, i cadaveri ritrovati circa 460. Far scomparire i corpi delle donne assassinate è diventata una specialità della criminalità locale. Il sistema abituale si chiama «lechada», un liquido corrosivo composto di calce viva e di acidi, che scioglie rapidamente la carne e le ossa senza lasciare traccia. «Nessuna traccia», è la parola d'ordine. Ridurre al nulla, cancellare, far scomparire completamente, sono le parole chiave. La polizia, il governo locale e federale hanno sempre minimizzato il numero degli omicidi attribuendo comunque la responsabilità alle vittime che passeggiavano in luoghi bui con abiti succinti. " da http://www.facebook.com/group.php?gid=76966237337 (Chiediamo Giustizia per le donne e le bambine di Ciudad Juarez )
" “Corpo di donna non identificato”. E’ la scritta su un foglio vicino a poche ossa ammucchiate su uno dei tavoli del Servicio Medico Forense, l’obitorio di Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti. Da questi resti parte l’indagine di Marc Fernandez e Jean Christophe Rampal durata due anni e pubblicata da Fandango con il titolo “La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez”. Siamo nel gennaio del 1993 quando vengono ritrovati due corpi con evidenti segni di violenza e da allora si susseguono con un ritmo di due al mese. Ad oggi sono circa 400 bambine o ragazze violentate, sequestrate, torturate e assassinate e 500 quelle scomparse nella città messicana che è anche “il crocevia di ogni genere di traffico: droga, persone, armi”. Una parte del problema quindi affonda nella criminalità organizzata, ma non solo. Ciudad Juárez, infatti, è una delle zone in cui emigrano donne provenienti dalle zone più povere del paese, soprattutto dal sud, alla ricerca di un lavoro. Dall’inizio degli anni 90 hanno iniziato a diffondersi le maquiladoras, fabbriche di assemblaggio di proprietà straniere, dove migliaia di ragazze lavorano per stipendi da fame. Studentesse, cameriere, domestiche, commesse o operaie sono le professioni che nella maggior parte dei casi svolgevano le donne uccise. Le indagini da parte della polizia hanno ben pochi effetti, sono moltissime le vittime non ancora identificate, perchè ritrovate a molti mesi dal decesso. Madri e padri rassegnati al peggio, che hanno visto sparire le figlie e delle quali a distanza di anni ancora non sanno nulla, continuano a setacciare con gruppi di volontari la città ed il deserto circostante, dove spesso sono stati ritrovati dei resti umani e distribuiscono volantini con i propri numeri telefonici e la descrizione dettagliata delle scomparse. Perchè nessuno dimentichi, croci rosa sono disseminate ovunque nella città e “all’ingresso del ponte internazionale di Santa Fe (...) in memoria delle donne scomparse c’è una grande targa rosa a forma di crocifisso nella quale sono confitti centinaia di chiodi. Vi si leggono i nomi di tutte le vittime, con un appello: “Ni una más!” (Non una di più!)”, con la speranza che Ciudad Juárez non sia più la capitale mondiale del femminicidio " (recensione al libro La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez , Autore Marc Fernandez e Jean dal sito http://www.recensionilibri.info/e107_plugins/content/content.php?content.38)
VIVAMENTE CONSIGLIATO: si tratta di un film storico-drammatico con la regia di Mario Martone intitolato "Noi Credevamo". Gli attori sono Luigi Lo Cascio e Valerio Binasco.
Tre ragazzi del sud Italia in seguito alla feroce repressione borbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie decidono di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini . Attraverso quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine oscure del processo risorgimentale per l'unità d'Italia, le vite di Salvatore, Angelo e Domenico verranno segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori rivoluzionari, sospese come saranno tra rigore e morale e pulsione omicida, spirito di sacrificio e paura, carcere e clandestinità, slanci ideali e disillusioni politiche. Questo film è uscito anche in Spagna nelle regioni di Galizia, Cantabria ed Estrema Dura in lingua originale non sottotitolato in cinema che in Italia si chiamano d'éssai (dove io lo ho visto a Santander). Il pubblico ha gradito molto sia il film sia l'ambientazione. Il film racconta una parte della nostra storia nell'Italia allora repressa dai Borboni .
Pietro Berti, figlio di Domenico, nato a Imola (BO) ed ivi residente in Via Bel Poggio n. 13.
Diploma di maturità scientifica; Dott in Giurisprudenza; Master in Scienze Filantropiche e dell'Economia Solidale; Ufficiale Croce Rossa Militare Italiana in congedo; operatore presso il Centro di Identificazione ed Espulsione Mattei in Bologna Via Mattei n. 60 gestito da Confraternita delle Misericordie; ex Delegato giovanile DC ad Imola - ex Consigliere Circoscrizionale DC ad Imola (1990-1995); ex Consigliere Comunale CCD ad Imola (1995-1999); 3° dei non eletti in Consiglio Regionale E.Romagna Lista UDC nell'anno 2005; 2° dei non eletti Consiglio Comunale ad Imola nell'anno 2008 Lista Civica centro destra; 8° dei non eletti lista UDC Parlamento Reg. E. Romagna; ha riportato 494 voti (3,81%) alle elezioni provinciali a Bologna del 07/06/2009 nel collegio 12 Bologna-Massarenti nelle liste dell'Unione di Centro. Conosce 8 lingue parlate e scritte. Alle elezioni amministrative di Bologna 2011 è stato candidato per il Quartiere San Vitale nella lista di Aldrovandi